venerdì 30 marzo 2018

Caserma Raniero, le torture del G8 di Genova...prima di Genova

Le violenze commesse dai poliziotti a Genova non nascono durante quel G8. Sono invece il frutto di un clima particolare che si registra già da alcuni mesi in quel 2001. Al centro della storia, come nel capoluogo ligure, le proteste altermondialiste: il 17 marzo, a Napoli, si svolge il Global Forum dell'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sull'e-government. Piazza del Plebiscito diventa zona rossa mentre in città è atteso Enzo Bianco, ministro dell'Interno del secondo governo di Giuliano Amato, in carica fino a giugno.

La democrazia quel giorno morì di violenza, di manganelli, di una repressione che bisogna ricordare, come un dovere civile[...]al governo c'era un centrosinistra che sperimentò la militarizzazione che trovò a Genova, nel luglio successivo, con le destre padrone del paese, il punto di non ritorno

scrive nel 2013 sul Fatto Quotidiano Nello Trocchia, oggi giornalista di Nemo (Rai2) e il Fatto Quotidiano e autore, tra gli altri, del libro “Io, morto per dovere” (Chiarelettere, 2016) su Roberto Mancini, sostituto commissario morto nel 2015 per un tumore contratto durante le indagini sul traffico di rifiuti illegale in Campania.

Napoli, provincia di Genova'01

Ci sono gli scontri di piazza e le vetrine spaccate: quelle sono le prime manifestazioni in cui in Italia si sente parlare dei famigerati e controversi “black block”. C'è, soprattutto, la decisione da parte della polizia di accerchiare i manifestanti, caricandoli da tutti i lati e bloccando così ogni via di fuga. Gli 83 arrestati vengono sottoposti a tutte le offese, le percosse e le minacce che verranno riproposte durante il G8 di Genova. Chi si salva dall'arresto - saranno in tutto 200 i feriti - scrivono i giudici, subisce

un vero e proprio rastrellamento, volto a prelevare indiscriminatamente dagli ospedali tutti coloro i quali avevano fatto ricorso alle cure delle strutture di pronto soccorso

Il dato interessante – e inquietante – è quel «rastrellamento», che nei fatti si traduce con il prelevamento casuale di persone negli ospedali, senza verificare la loro effettiva partecipazione alle manifestazioni. Tanto che alcuni dei "rastrellati" si trovano in ospedale per altri motivi. Degli undici manifestanti inizialmente indagati, alla fine del processo nel 2010 ne viene condannato soltanto uno, ma solo perché ha già precedenti penali.

Benessere&Torture

Tutti i "rastrellati" vengono «tradotti coattivamente» presso la caserma Virgilio Raniero, dove viene adibita una vera e propria camera delle torture. Riporta il settimanale “Diario” il 21 luglio 2006 (.pdf):

I primi arrivati (sino al presumibile numero di 25 circa) sono stati accolti da due ali di agenti e ufficiali di polizia giudiziaria, schierati dinanzi all'ingresso del vasto locale mensa (anche detto “sala benessere”) ove si prevedeva di sistemare i manifestanti. Durante il passaggio attraverso questo schieramento, molti dei fermati sono stati spintonati e insultati, anche pesantemente; Appena entrati nella sala, i primi fermati, quasi tutti feriti più o meno gravemente e medicati di fresco, sono stati obbligati a inginocchiarsi con la faccia al muro e le mani dietro la testa. Immediatamente è iniziato un pestaggio indiscriminato, effettuato da tergo, in modo che le persone colpite non potessero rendersi conto da chi provenivano le percosse. Qualunque accenno di protesta o di semplice rimostranza e finanche l'istintivo gesto di voltarsi per verificare cosa stesse accadendo è stato punito con una recrudescenza delle violenze. In questo contesto, sono state rivolte ai fermati ulteriori pesanti ingiurie e dure minacce, anche di morte. Sono state annunciate percosse aggiuntive e addirittura violenze sessuali (con particolare riferimento, è evidente, alle ragazze più giovani), che sarebbero avvenute – a dire dei poliziotti – di lì a poco, durante la perquisizione nel chiuso del bagno.
[…]
Un gran numero di essi è stato sottoposto a ispezione personale, senza eccezione alcuna per le parti intime.[...]Qualcuno ha ricevuto una materiale ispezione della cavità anale. Durante la perquisizione, avvenuta in un locale normalmente adibito a bagno, molti ragazzi sono stati duramente percossi; le ragazze umiliate con ingiurie e contumelie legate alla loro sessualità, per i comprensibili pudori connessi con lo svolgimento dell'atto d'ispezione. Successivamente alla perquisizione personale e all'ispezione, sono stati perquisiti anche gli indumenti e le borse dei fermati. Spesso il contenuto è stato versato sul pavimento e controllato con i piedi. I perquisiti, nudi, e con i piedi scalzi, hanno poi dovuto raccogliere i loro oggetti, nonostante l'ambiente fosse lercio per la presenza sul pavimento di sangue, orina e fanghiglia.

Per approfondire:

Nel gennaio 2010 i giudici della quinta sezione del Tribunale di Napoli condannano in primo grado a 2 anni e 8 mesi di carcere dieci tra funzionari e agenti di polizia operanti quel giorno a Napoli (su 31 imputati), accusati a vario titolo dei reati di falso ideologico, violenza privata, perquisizione abusiva, lesioni, omissione di soccorso, abuso d'ufficio e, soprattutto, sequestro di persona aggravato, il reato più grave. Tra i condannati[1] anche i vicequestori Fabio Ciccimarra – capo della sezione antirapine della Squadra mobile di Napoli, poi inviato a Genova durante il G8 – e Carlo Solimene[2], accusati di non aver svolto il loro dovere di vigilanza, legittimando così i fermi illegittimi e le successive violenze. C'è, in quella caserma, la volontà di «ridurre in proprio dominio le persone illegittimamente», come scrivono nel 2013 i giudici della sesta sezione penale della Corte d'Appello napoletana quando, per via della prescrizione, attivo rimane solo il reato di violenza privata.

Quel clima intimidatorio sembra continuare anche a violenze concluse, tanto che i pm Marco Del Gaudio e Fabio De Cristoforo, a cui sono affidate le indagini, lamentano evidenti difficoltà investigative che, ad un anno dei fatti, non permettono ancora l'identificazione degli agenti coinvolti né il loro numero esatto.

Condannati&Promossi, vol.2

A dirigere la polizia, dalla sua posizione di questore, c'è all'epoca Nicola Izzo, che anni dopo diventerà vicecapo della polizia (2008) nonostante il coinvolgimento – come per Oscar Fioriolli, coinvolto nella «macelleria messicana» di Genova – nell'inchiesta napoletana sugli appalti Finmeccanica per turbativa d'asta. Nel 2009 ai due viene affidato l'addestramento dei poliziotti in servizio durante il G8 de l'Aquila.

Il capo di gabinetto di Izzo, Alessandro Marangoni (nel 2012 i due si “daranno il cambio” alla vicedirezione della polizia per effetto dell'”affaire” Finmeccanica), indicato come il vero artefice dell'”operazione Raniero”, nel 2013 è candidato al ruolo di capo della polizia, vedendosi però sorpassato da Alessandro Pansa, uomo di De Gennaro.

La “rivolta” di via Medina

Il 26 aprile 2002, quando scattano i primi provvedimenti giudiziari per i fatti della caserma Raniero, circa un centinaio di poliziotti esce dalla Questura di via Medina, circondandola e formando una catena umana nel tentativo di bloccare il trasferimento agli arresti domiciliari dei colleghi accusati per le violenze: inaccettabile che chi ha semplicemente eseguito degli ordini possa per questo venir condannato, è la motivazione di un gesto senza precedenti nella storia della Repubblica italiana.
Il capo della polizia, Gianni De Gennaro, nei giorni successivi si reca a Napoli per difendere gli agenti-manifestanti: «è stata una manifestazione di amarezza, non di rabbia, subito rientrata» dichiara ai cronisti: «La mia scelta non ha il senso di una scelta, ma a muovermi è stato solo il desiderio di dimostrare agli agenti di Napoli che si continua a lavorare insieme». Una «scelta» (di campo) – evidenziata anche ai microfoni del Maurizio Costanzo Show[3] – che a maggio porta a riammettere in servizio e promuovere gli otto poliziotti accusati delle violenze, rimessi in libertà dal Tribunale del riesame per il venir meno delle esigenze cautelari in seguito alla sospensione decisa dal prefetto Izzo il 26 aprile 2002. In una intervista rilasciata all'Ansa il prefetto dichiarerà di aver «subito dei danni morali e materiali, danni di immagine che hanno scalfito la nostra credibilità». Nessun giornalista né politico, ricorda Marco Preve ne “Il Partito della Polizia” (Chiarelettere, 2014), chiede conto al questore, nonostante

una decina di anni dopo[...]è arrivata la sentenza che ha individuato nei «suoi poliziotti» dei «sequestratori di persona», carcerieri inclini alla violenza, dispensatori di terrore e abusi[...][4]

L'intera “rivolta” dei poliziotti di via Medina – che sarebbe stata raccontata come azione eversiva in qualunque parte del mondo – passa sostanzialmente inosservata, ben nascosta dai più noti fatti genovesi. In Parlamento si prova a delegittimare la magistratura: Vincenzo Fragalà, all'epoca deputato di Alleanza Nazionale, riporta in una interrogazione parlamentare a risposta scritta del 21 gennaio 2003 la notizia (falsa) del matrimonio della gip Isabella Iaselli – che dispone l'arresto degli otto agenti e per questo diventa oggetto anche di lettere e telefonate minatorie – con un no global. Una “fake news” che, ancora una volta, dimostra come tali notizie non si siano sviluppate con l'avvento di internet.

Tarantino e la rottura del “codice di impunità”

Questa vicenda porta l'allora capo della Digos napoletana, il vicequestore Paolo Tarantino (ferito durante gli scontri del 17), a “tradire” lo spirito di corpo: incaricato dalla Procura di verificare la veridicità delle dichiarazioni di alcuni manifestanti portati alla Raniero per la discordanza tra i documenti prodotti da vari uffici di polizia, conferma i racconti dei fermati. Gli uomini di Tarantino rompono quel codice di impunità usato tanto nel processo per le violenze alla caserma Raniero – dove tutti i reati cadranno in prescrizione nel 2013, a processo d'Appello ancora in corso – quanto per quelli di Genova. Per aver fatto semplicemente il suo lavoro Tarantino viene mandato a dirigere il commissariato di Nola in un vero e proprio demansionamento punitivo.

Il «trattamento inumano» della «dignità della polizia»

Il 21 aprile 2010, nella sentenza di primo grado, i giudici parlano senza giri di parole di «comportamenti che rivestono, a pieno titolo, i caratteri del trattamento inumano e degradante», che hanno causato un «[...]vulnus gravissimo, oltre che a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle forze di polizia di Stato e soprattutto alla fiducia della quale detta istituzione deve godere[...]»

per approfondire:

  • La vicenda giudiziaria dei poliziotti di Napoli - Misteri d'Italia (.pdf)

Il 9 gennaio 2013, a 12 anni dai fatti, tutti i reati sono prescritti. Come per Genova, nessun appartenente alle forze di polizia – né i semplici agenti tantomeno i funzionari – ha pagato per le proprie azioni. Rimane però quanto scritto dai giudici Clara Donzelli, Alfredo Guardiano e Rossella Tammaro della quinta sezione penale del Tribunale di Napoli che, nella sentenza di primo grado, scrivono:

può dunque affermarsi che nel periodo in contestazione, ossia dalle ore 12.30 alle 17 circa, nella sala benessere della caserma della polizia di Stato Raniero vennero realizzati, a opera di vari appartenenti alle forze dell'ordine ivi presenti, comportamenti assolutamente illeciti e ingiustificati al solo fine di ingenerare nelle parti offese una complessiva situazione di prostrazione, con conseguente, protratta, compromissione della libertà morale delle stesse che furono costrette, da violenze e gravi minacce, a obbedire a ordini illegittimi e a tenere comportamenti assolutamente non giustificati da qualsivoglia esigenza di sicurezza o di ordine

Rimane aperta quella domanda che, sottotraccia, fanno i pm Marco Del Gaudio e Fabio De Cristoforo durante l'inchiesta:

Se gli indagati non hanno avuto remore a usare così gravi violenze nei confronti di giornalisti, avvocati, studenti universitari comunque capaci, per posizione e cultura, di una qualche reazione, si pensi a quale comportamento potrebbero tenere gli indagati nei confronti di persone di fasce sociali più deboli – extracomunitari, tossicodipendenti – incapaci di qualsiasi reazione o difesa e magari responsabili di fatti penalmente rilevanti

È questo tipo di polizia che vogliamo venga addestrato all'uso dei taser?

per approfondire:

[3 - Continua]

Note

  1. Oltre a Ciccimarra e Solimene, vengono indagati nel 2002 anche gli ispettori Pietro Bandiera, Michele Pellegrino, Francesco Incalza, Francesco Adesso, Luigi Petrone e Paolo Chianese (.pdf);
  2. Nel 2002 Solimene “subirà” gli effetti della legge-Diaz, entrando prima nello Sco di Gratteri e Caldarozzi e, successivamente, venendo nominato direttore della Divisione investigativa Polizia postale e delle comunicazioni;
  3. «Si poteva raggiungere lo stesso obiettivo anche senza gli arresti[...]Quegli arresti per noi sono come un lutto in famiglia, specie se gli errori davvero ci sono stati. Se saranno dimostrati gli abusi è giusto che si paghino», dichiarerà De Gennaro nella puntata del MCS del 29 aprile 2010?;
  4. Marco Preve, Il partito della Polizia, Milano, Chiarelettere, 2014 , p.42;

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