martedì 27 marzo 2018

La «macelleria messicana» del G8 di Genova: quando “i migliori” si scoprirono torturatori

Quando pensi alla lunga e tenebrosa storia dell'uomo,
troverai che molti crimini spaventosi sono stati commessi nel nome dell'obbedienza
più di quanti ne siano mai stati commessi in nome della ribellione
(Charles Snow, scienziato e scrittore inglese)

Ero in mezzo alla strada, proprio davanti al cancello della scuola Diaz, quando sono arrivate le camionette. E ci sono rimasto intrappolato mentre i carabinieri chiudevano i due lati della via. Quando ho visto un gruppo venirmi addosso, ho mostrato la tessera da giornalista. Mi hanno colpito subito con i manganelli. Poi uno con lo scudo mi ha schiacciato contro il muro e l'altro mi ha riempito di botte ai fianchi. Mi dicevano in inglese “you are blackblock, we kill blackblock”. A quel punto sono caduto mezzo svenuto e ho visto che il furgone stava sfondando il cancello della scuola. Ero a terra e loro continuavano a prendermi a calci. Correvano da una parte e mi mollavano un calcio. È lì che sono diventato un pallone

a parlare è Mark Cowell, all'epoca 33enne giornalista per IndyMedia, il network di informazione indipendente che in quel 2001 è la “voce ufficiale” del movimento altermondialista. Per aver cercato di fare il suo lavoro, Cowell riporta danni alla spina dorsale, un polmone bucato, quattro costole frantumate e vari denti saltati, finendo in coma. Privati del cibo e del sonno, obbligati a cantare canzoni fasciste, posti per ore in posizioni scomode, costretti al silenzio, all'isolamento esterno e al buio («c'era solo la luce esterna e quella delle lampade d'emergenza. Perciò riuscivo a vedere solo le loro scarpe e i loro pantaloni» racconta Lena Zühlke, una delle manifestanti torturate), senza neanche conoscere le accuse per cui vengono fermati e – soprattutto – picchiati e picchiate: è questa, in estrema sintesi, la «macelleria messicana» che le «migliori intelligenze della polizia italiana» imbastiscono per le migliaia di manifestanti accorsi al G8 di Genova, per lo più pacificamente, tra il 19 e il 22 luglio 2001, il (lungo) weekend in cui l'Italia si scopre (di nuovo) Paese di torture.

Per approfondire:

Il 5 luglio 2012 la quinta sezione della Corte di Cassazione conferma le condanne a 25 poliziotti per l'irruzione alla scuola Diaz, concedendo a Cowell un risarcimento di 350.000 euro: in assenza del reato di tortura, vengono condannati per falso aggravato – unico reato non prescritto fino a quel momento – e interdetti per cinque anni dai pubblici uffici alcuni tra i migliori investigatori di cui l'Italia dispone in quegli anni: ci sono Arnaldo La Barbera, all'epoca dirigente della Direzione centrale della polizia di prevenzione e negli anni Novanta a capo del gruppo che indaga sulle stragi di Capaci e via D'Amelio; ci sono poliziotti venuti dall'antiterrorismo come l'allora direttore del Servizio Centrale Operativo Francesco Gratteri – che i giudici definiscono «figura apicale di riferimento per gli appartenenti alle squadre mobili» - ed Oscar Fioriolli, coinvolto nelle indagini sul sequestro brigatista del generale Nato James Lee Dozier (dicembre 1981) e ci sono uomini dell'antimafia come lo stesso La Barbera e il nuovo vice-direttore tecnico operativo della Direzione Investigativa Antimafia Gilberto Caldarozzi, nominato lo scorso dicembre tra polemiche quasi subito rientrate, come nella miglior tradizione italiana, che nel curriculum vanta gli arresti del serial killer Michele Profeta ma soprattutto dei boss Benedetto “Nitto” Santapaola, Bernardo Provenzano e Michele Zagaria.

Che i torturatori di Genova provengano dalla lotta al terrorismo degli anni Settanta e dall'antimafia degli anni Novanta non è affatto un caso: sono queste due «emergenze» a rappresentare i pilastri di questa “Repubblica delle Torture”

Per approfondire:

Promossi, in attesa di condanna

Fino alla decisione della Cassazione, comunque, quasi tutti i poliziotti condannati per le torture durante il G8 hanno visto la propria carriera costellata di promozioni: lo stesso Caldarozzi dal 2005 al 2012 è vicedirettore dello Sco prima di essere chiamato come consulente di Finmeccanica (oggi Leonardo) da Gianni De Gennaro, nel 2001 capo della polizia; Francesco Gratteri nel 2003 viene nominato dal governo Berlusconi a capo della Direzione centrale della polizia di prevenzione in sostituzione di La Barbera, morto per tumore il 12 dicembre 2002; Giovanni Luperi – che materialmente consegna le false molotov alla Digos, di cui è il referente – nel novembre 2007 viene posto dal governo Prodi alla guida del Dipartimento analisi dell'Aisi, i servizi segreti interni. Luperi e Gratteri sono oggi pensionati, così come lo sono Vincenzo Canterini, passato all'Interpol dopo aver comandato il I Reparto Mobile di Roma durante il G8 e Spartaco Mortola – nel 2001 dirigente della Digos di Genova chiamato in seguito a contrastare le proteste dei No Tav in Val di Susa mentre collabora con il Sisde (l'ex Aisi). Pensionato è oggi anche Oscar Fioriolli, questore di Genova nel 2001 e chiamato negli anni Settanta all'Ucigos per occuparsi del sequestro Dozier, nominato nel 2008 direttore del Centro di formazione per la tutela dell'ordine pubblico della Polizia di Stato. Nel 2013 viene infine arrestato su ordine della procura di Napoli – quando è tra i massimi dirigenti del ministero dell'Interno – nell'ambito dell'indagine su sette appalti del “pacchetto sicurezza” truccati per favorire Finmeccanica in un affare da 50 milioni di euro.
Chi invece prova a denunciare l'attuale malagestione della Polizia, come il vicequestore Filippo Bortolami, viene sospeso per 11 mesi per aver rifiutato di stampare un documento – atto che porta un danno erariale di 100 milioni di euro l'anno – e per non essersi presentato nell'ufficio di un superiore, nonostante la prassi preveda la convocazione “digitale”: «Dato il contesto pressante, che avevo già segnalato ai vertici con richieste di intervento a tutela, non nascondo che questa immotivata insistenza mi ha fatto sorgere il timore per la mia incolumità».

Gli imputati “fuori dal gruppo”

Durante il processo per le violenze di Genova, la linea degli imputati è quella di scaricare le colpe su quattro uomini: Lorenzo Murgolo, all'epoca vicario alla Questura di Bologna definito – ad esempio dalle dichiarazioni di Colucci – come il vero responsabile di quanto accaduto; La Barbera, nel frattempo deceduto, Ansoino Andreassi – vicecapo vicario della polizia chiamato a Genova come responsabile della sicurezza e poi promosso alla vicedirezione del Sisde, oggi pensionato – e il vicequestore Pietro Troiani, il funzionario che dà l'ordine di introdurre le false molotov nella storia del G8 di Genova e per questo condannato a tre anni di carcere. Due anni e sei mesi è la condanna per Michele Burgio, il poliziotto che porta materialmente le bottiglie incendiarie all'interno della scuola Diaz. Questi ultimi due verranno accusati di calunnia, falso ideologico e violazione delle leggi sulle armi. Murgolo, Andreassi e Troiani non fanno parte dei fedelissimi di De Gennaro, e anche per questo vengono trasformati in perfetti capri espiatori, vedendo bloccata la carriera. Fuori dal gruppo rimane anche l'allora vicequestore di Gravina di Bari Pasquale Guaglione, il funzionario che trova le false molotov e che le riconoscerà durante il processo, subendo per questo discriminazioni lavorative. Così scrive nel 2012 Mario Portanova sul Fatto Quotidiano:

La ricostruzione emersa dai tre gradi di giudizio è netta: Guaglione raccoglie le molotov in un'aiuola dopo un pomeriggio di scontri, le consegna a Donnini [Valerio Donnini, nel 2001 responsabile dei Reparti mobili della Polizia, considerato lo “stratega” dei nuclei anti sommossa, nda], che a sua volta le affida al suo autista Michele Burgio. La sera dell'irruzione, Burgio viene chiamato alla Diaz dal vicequestore aggiunto Pietro Troiani, altro collaboratore di Donnini. Troiani prende in carico il sacchetto blu con le molotov, che passa per le mani degli alti dirigenti presenti nel cortile della Diaz (immortalati dalle telecamere di Primocanale) e alla fine si ritrovano magicamente sistemate tra il materiale “sequestrato”

Molti dei condannati, che nel corso degli anni si trincerano dietro al fatto di aver semplicemente eseguito gli ordini, sono uomini che l'allora capo della polizia Gianni De Gennaro conosce bene, avendo lavorato con loro nella caccia agli uomini di cosa nostra (chiamandone alcuni in Finmeccanica) da stretto collaboratore di Giovanni Falcone. A questo punto la domanda è d'obbligo: esiste un blocco di potere, inattaccabile ed evidentemente non realmente imputabile, all'interno della Polizia italiana? Quel che è accertato ed incontrovertibile è che proprio i meriti acquisiti nelle indagini sulla criminalità organizzata diventano il salvacondotto per le torture commesse durante il G8 di Genova.

La soluzione “De Gennaro Boys”

Ma perché in quei giorni del G8 la polizia di uno stato democratico si comporta come i peggiori torturatori di un regime dittatoriale?
C'è da cancellare il danno d'immagine di una città che i media raccontano come devastata e saccheggiata sotto gli occhi degli agenti e c'è un fattore culturale, che riporta alla grande stagione riformista che investe l'Italia negli anni Settanta. Oltre ai referendum Radicali, quelli sono anche gli anni di esperienze come i “Proletari in divisa“ nell'esercito (legati a Lotta Continua, qui e qui), i “Finanzieri democratici” e soprattutto “Polizia Democratica”, vicina a “Magistratura Democratica” e al blocco partitico di sinistra. Le richieste dei “poliziotti democratici” si basano soprattutto sulla smilitarizzazione del Corpo, fulcro della legge 121 del 1981[1]. Una riforma “dal basso” osteggiata tanto dalla Democrazia Cristiana allora al governo che da una parte della stessa Polizia di Stato. Scrivono in tal senso l'ex poliziotto e segretario Siulp Luigi Notari e l'ex «ragazzo di Genova» Mauro Ravarino nel libro “Al di sotto della legge. Conversazioni su polizia e democrazia[2]

le riunioni dei movimentisti sono, però, carbonare; i vertici usano il pugno duro: trasferimenti, sanzioni disciplinari, tribunali militari e condanne penali

Per approfondire:

Dalla legge 121...alle Br

Il “vento riformista” all'interno della Polizia si esaurisce nel giro di pochi mesi, dal 1 aprile – giorno di promulgazione della legge – al 17 dicembre, giorno in cui a Verona le Brigate Rosse rapiscono il generale James Lee Dozier. Nasce a questo punto quella "emergenza terrorismo" che di fatto vanifica l'applicazione concreta delle riforme ottenute con la legge 121, in particolare quell'art.66 comma quarto che recita:

L'appartenente ai ruoli dell'Amministrazione della pubblica sicurezza, al quale viene impartito un ordine la cui esecuzione costituisce manifestatamente reato, non lo esegue ed informa immediatamente i superiori

Insomma: eseguire gli ordini può essere reato da denunciare. È per questo che – passando dall'"emergenza terrorismo" degli anni Settanta all'"emergenza mafia" degli anni Novanta prende potere all'interno della Polizia di Stato un blocco conservatore, che vuole la rimilitarizzazione del Corpo e che ha nel “superpoliziotto” Gianni De Gennaro l'esponente più in vista. Un blocco che da quasi trent'anni può contare su una impostazione sempre più “americana” della nostra Polizia di Stato – come evidenziano Notari e Ravarino – nella quale rientrano la creazione della Direzione Investigativa Antimafia (fortemente voluta da Giovanni Falcone) sul modello dell'Fbi, ma anche la nomina alla direzione del Dipartimento della Pubblica sicurezza del ministero dell'Interno[3] di De Gennaro, forse non a caso primo direttore proprio della Dia ed insignito nel 2006 della Medal of Meritorious Achievement per aver promosso tra Italia e Stati Uniti una «cooperazione senza precedenti nella lotta al crimine organizzato», nella quale spiccano le indagini e gli arresti promossi da Falcone negli anni Ottanta con operazioni quali “Pizza Connection” e “Iron Tower” oltre all'ottenimento della collaborazione di boss come Salvatore Contorno e Tommaso Buscetta). Non appare un caso, infine, che l'addestramento dei reparti antisommossa impiegati durante il G8 di Genova sia stato affidato ad alcuni poliziotti provenienti da Los Angeles.

De Gennaro, il “superpoliziotto” bipartisan

Le “protezioni” di De Gennaro – condannato in Appello nel 2010 per istigazione alla falsa testimonianza e assolto due anni dopo nel processo sulle violenze al G8 – in Italia coprono gran parte dell'arco parlamentare. Se è naturale il rapporto tra destra e forze dell'ordine, è a sinistra che De Gennaro trova negli anni alcuni tra gli sponsor principali, soprattutto quel Luciano Violante la cui stima risale ai tempi delle bombe di cosa nostra, quando è proprio una relazione del futuro capo della polizia ad evidenziare, per prima, la volontà dei clan siciliani di trovare una soluzione politica alla guerra iniziata dai corleonesi per «fare la pace» con lo Stato.

Il rapporto tra la sinistra comunista “istituzionale” e la polizia si sviluppa a partire dagli anni Settanta, quando il Partito Comunista tenta di rompere la relazione polizia-Democrazia Cristiana e di contrastare la sinistra extraparlamentare (che in quegli anni significa anche Brigate Rosse) ricorrendo indirettamente alla repressione, come vuole l'ala legalitaria del partito. Non è dunque difficili capire perché la creazione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sui fatti del G8 verrà osteggiata fin da subito dalla classe politica.

Per approfondire:

Il caso Bracci: la “non epurazione” delle torture

Eppure la sinistra inizia l'epoca repubblicana con altri propositi sulla tortura: in molti parlamentari è ancora fresca la memoria per i luoghi delle torture fasciste quando, nel 1953, il deputato socialista Lelio Basso ne denuncia l'uso nel libro “La tortura oggi in Italia”, scritto sull'onda delle polemiche per le torture subite l'anno precedente da Lionello Egidi, “il biondino di Primavalle”. Autoaccusatosi dell'omicidio di Anna Maria Bracci (“Annarella”, 12 anni) avvenuto a Roma il 18 febbraio 1950, l'uomo viene sottoposto all'”algerina” (oggi “wateboarding”) da un gruppo di poliziotti guidati dal questore Saverio Polito – ex ispettore dell'OVRA poi riconvertitosi all'antifascismo – e dal capo della squadra mobile Rosario Barranco, ex torturatore fascista e capo dell'OVRA a Nizza durante l'occupazione italiana. Quel gruppo di poliziotti-torturatori ha un punto in comune con i «macellai» di Genova: recuperare – attraverso la tortura – un danno d'immagine che per gli uomini di Barranco deriva da 26 precedenti delitti non risolti. L'omicidio Bracci, ancora oggi irrisolto, sarà il ventisettesimo: con l'assoluzione definitiva di Egidi per insufficienza di prove nel 1966, nonostante la denuncia di un'altra ragazzina presentata durante il processo e un altro procedimento per lo stesso reato aperto nel 1961. È il primo caso accertato in tribunale di “tortura repubblicana” in Italia, per la quale viene istituita anche una Commissione ministeriale d'inchiesta che chiude l'indagine parlando di semplici “mele marce”. Casi come quelli di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Michele Ferrulli, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini, Luciano Isidro Diaz, Carlo Saturno dimostrano che dagli anni Cinquanta ad oggi ad essere marcio è direttamente il melo.

La mancata epurazione della tortura fascista

Per la prima proposta di legge sulla tortura bisognerà aspettare il 1989 e l'iniziativa dell'allora senatore comunista Nereo Battello, ma già nel 1948, ai primi vagiti della Repubblica, l'uso della tortura da parte di una polizia non epurata dal fascismo viene denunciato dal deputato socialista Piero Calamandrei che, in un intervento tenuto alla Camera il 27 ottobre (.pdf), parlando del caso di Caterina Fort (condannata per l'omicidio della moglie e dei tre figli del suo amante, avvenuto il 29 novembre 1946 e poi graziata nel 1975), evidenzia come la donna venga indotta a confessare

interrogandola ininterrottamente per ottanta ore di seguito, impedendole di dormire, di distrarsi, forse anche di mangiare e di bere, tenendola inchiodata quattro giorni e quattro notti e più, sotto la luce accecante delle lampade concentrate su di lei.
[...]
Gli avvocati interpellati mi hanno risposto in via confidenziale, ma mi hanno fatto promettere di non dir pubblicamente i loro nomi, perché essi sanno che se, nel rivelare quei metodi, precisassero dati e circostanze, verrebbero a danneggiare i loro patrocinati: li esporrebbero a rappresaglie, a persecuzioni, forse a imputazioni di calunnia, perché di fronte alle loro affermazioni non si troverebbe il testimone disposto a confermare che quanto dice l'imputato è vero. Accade così che il difensore, anche quando sa che il suo patrocinato è stato oggetto di vera e propria tortura per farlo confessare, lo esorta a sopportare e a tacere, a non rivelare in udienza quei tormenti ai quali, in mancanza di prove, i giudici non credono.

Per approfondire:

Analizzando la tortura come oppressione di classe, Calamandrei scriverà a Lelio Basso che tale pratica

o se si preferisce l'uso di mezzi coattivi è uno degli elementi particolari che concorrono a determinare quel tessuto di continuità storica della storia di uno stato poliziesco qual è quello italiano

Uno «stato poliziesco» in cui, oggi, la cultura repressiva non è poi molto diversa da quella del 1948 – e dunque da quella fascista – e che oggi vede al Dipartimento di Pubblica sicurezza un vero e proprio «Partito della polizia», come definito da Marco Preve nell'omonimo libro del 2014. Un «Partito» oggi conservatore, che decide promozioni (i torturatori di Genova) e rallentamenti di carriera (Tarantino, Andreassi, Burgio), arresta giornalisti (Vittorio Buffa e Luca Villoresi, i primi a denunciare le torture ai brigatisti negli anni Settanta) e a cui è concessa la gestione non trasparente di appalti, come denunciato dall'Autorità Nazionale Anticorruzione. Un potere che in Italia gode di (ampia) protezione bipartisan e nessuna opposizione parlamentare, mentre fuori dai confini nazionali viene controllato – dalle forze politiche e dai cittadini – attraverso strumenti come i codici identificativi per gli agenti o la pubblicazione di dati e studi sul loro tasso di devianza, come fa ad esempio il ministero dell'Interno britannico.

Per approfondire (numeri identificativi):

Iniziative politiche che, in un Paese che non processa se stesso – come ben dimostrano non solo i “fatti di Genova” ma anche l'affaire “De Tormentis” degli anni '70 (che approfondiremo nel prossimo capitolo, nda) – sono veri e propri tabù di Stato. E allora si fa interessante la domanda che Luigi Manconi formula sull'Huffington Post nel 2014:

L'atto di violenza esercitato da qualcuno può azzerare l'atto di violenza esercitato da qualcun altro?

Dal reato di tortura...alla Commissione malapolizia?

In Gran Bretagna esiste addirittura una commissione indipendente – la Independent Police Complaints Commission – che dal 2013 vigila sull'operato della malapolizia in Inghilterra e Galles[6] al fine di tutelare tanto i cittadini quanto gli agenti onesti, qualsiasi ne sia il corpo di appartenenza, andando così al «cuore della fiducia della cittadinanza nella polizia», il cui controllo indipendente – riporta un rapporto del 2012 - «fondamentale per la sua legittimità».

Ma in Italia questo aspetto sembra non interessare. Secondo i segretari dei due sindacati più importanti della Polizia – Felice Romano del Siulp e Gianni Tonelli del Sap, quest'ultimo eletto alla Camera con la Lega Nord alle elezioni del 2018 – i casi di malapolizia in Italia sono talmente pochi, e spesso conclusi con l'assoluzione degli agenti, da non rendere necessaria la raccolta dei dati né la creazione di un organo di vigilanza sulla questione, rendendo impossibile una «misurazione indipendente, trasparente e consultabile».

Ad oggi le uniche due esperienze che si occupano di malapolizia sono l'Osservatorio Repressione e l'Associazione Contro gli Abusi in Divisa (ACAD, che ha aperto anche un numero verde 800588605). Ma nessuna delle due è comunque legata ad attività ministeriale.

Per approfondire:

Abbiamo promosso un Portale che raccoglie la musica italiana dal 1900 al 2000, perché non farlo con la ben più importante raccolta dei dati sui comportamenti illeciti delle forze dell'ordine? Se anche magistrati come Enrico Zucca - sostituto procuratore generale presso la Corte d'appello di Genova e pm nel processo Diaz - denunciano che l'Italia, come l'Egitto, vede torturatori al vertice della Polizia forse il problema da risolvere è più grave di quanto emerga.

[2 - Continua]

Note

  1. Tra le altre riforme previste dalla legge la sindacalizzazione degli agenti – a cui rimane comunque negato il diritto di sciopero – e il pieno ingresso delle donne, fino al 1981 costrette in una apposita sezione femminile;
  2. Luigi Notari, Mauro Ravarino, Al di sotto della legge. Conversazioni su polizia e democrazia, Trapani, Edizioni Gruppo Abele, 2015, p.18;
  3. Diviso in Uffici, Dipartimenti ed Osservatori, il Dipartimento è «titolare di tutte le attività connesse alla gestione dell'ordine e della sicurezza pubblica, al coordinamento tecnico-operativo delle Forze di polizia, alla direzione e amministrazione della Polizia di Stato, alla direzione e gestione dei supporti tecnici» (fonte: scheda del ministero dell'Interno);
  4. Nel suo libro, Marco Preve riporta le dichiarazioni rilasciate da Bassanini in merito alla Commissione (pag.157) «[...]Addirittura un autorevole esponente dei Ds come l'ex ministro Franco Bassanini liquida come insostenibili le riserve di Violante sulla commissione, arrivando a dire al «Corriere della Sera»: «Se fosse stato un mio studente di Diritto l'avrei bocciato. La commissione avrebbe portato la verità su tutto: sulle responsabilità politiche, su quelle dei manifestanti e su quelle della polizia. E chi se ne importa se qualcuno è amico nostro»;
  5. Marco Preve, Il partito della polizia, Milano, Chiarelettere, 2014, p.5;
  6. Tra i dati raccolti: omicidi e ferimenti gravi commessi da poliziotti; corruzione e abuso di potere; discriminazione; trattamento delle persone vulnerabili;

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