martedì 20 marzo 2018

La Repubblica delle torture. Prologo

«Il mio volto era una maschera di sangue[1]. Pugni, calci, insulti sono la cifra di giornate tutte uguali, in quel luglio 1992. Quel giorno nella cella entrano in sei. I modi spicci mi fanno capire che la mattina dopo non mi sarei più svegliato nella stessa branda, anche se per tutte le botte che mi hanno dato pensavo che, il giorno dopo, non mi sarei svegliato affatto.

Capita tra le quattro e le otto volte al giorno. Tutti i maledetti giorni. Picchiati, umiliati, costretti a mangiare cibo condito con plastica, cicche di sigarette, vetro e urina. Costretti in celle talmente umide che l'acqua scorre giù dai muri fino al pavimento. Ma io sono uno speciale.

Ogni volta in cui ci fanno uscire ci picchiano: si mettono in fila sul lato lungo del corridoio, su due file, una a destra e una a sinistra, bagnando il pavimento con il detersivo, così se scivoliamo possono picchiarci meglio. E alcuni corridoi sono lunghi anche 50 metri. Non è un caso che, da queste parti, il tasso di suicidi sia superiore alla norma di cinque volte. Il 500% in più rispetto alla media. La chiamavano "emergenza terrorismo" negli anni '70; oggi – tre giorni dopo la strage di quel giudice sotto casa di sua madre, a Palermo – la chiamano "emergenza mafia".

Ma io sono uno speciale. Mi hanno prelevato dal carcere in cui stavo in pigiama e ciabatte, di sera. Ammanettato nel furgone blindato e poi su un elicottero militare, senza darmi nemmeno le cuffie per attutire il rumore. Se ci penso i timpani mi fanno ancora male. Ogni giorno siamo di più, su quest'isola: chi in pigiama come me chi in mutande; chi arrivato in elicottero o aereo chi via mare. Costretti tutti alle stesse regole: ispezioni corporali, botte, sputi e umiliazioni. Tutto nel più totale segreto. Ma noi siamo speciali.

Le celle di isolamento sono la prassi: basta tenere il volume della televisione un po' più alto per finirci, anche quando la televisione la teniamo spenta. Ci danno 200 grammi di cibo al giorno – farcito con sputi, carta, vetro e persino preservativi – e solo un paio di scarpe ciascuno. Il mio compagno di cella, un innocente che di mestiere governa le pecore, mi ha procurato una maglietta e un paio di boxer, per avere qualcosa con cui cambiarmi. Anche l'acqua dobbiamo comprare: al massimo un litro di minerale al giorno, che qui, a Pianosa, quella che scorre nei rubinetti è salata. I nostri carcerieri ci rubano di tutto, soprattutto vino e birra. “Faccetta nera”, la colonna sonora delle nostre giornate su quest'Isola del Diavolo, da ubriachi gli viene più intonata. Ma cantarla fa schifo lo stesso.

Ma noi siamo speciali. Le ispezioni anali – costretti completamente nudi, a quattro zampe come i cani – quella orale e l'ispezione dei capelli arrivano quasi con la colazione. Ma quella ce la tirano addosso e non la facciamo praticamente mai. Noi siamo speciali, ma un'avvocatessa arrivata qui per un colloquio non è stata trattata meglio di noi: costretta ad aspettare per ore fuori dalla struttura, sotto il sole cocente senza nemmeno un bicchiere d'acqua, l'hanno spogliata e perquisita come uno speciale qualsiasi. Le hanno tolto persino l'assorbente. Al detenuto che assisteva ha detto che non sarebbe più tornata. Quando è venuta l'Onorevole, invece, i nostri carcerieri dietro di lei ci intimavano di stare zitti, di non parlare del nostro essere speciali. Ma lei è una tosta e per una volta anche lo sceriffo, che qui detta legge, è stato costretto a stare a cuccia. Quando è andata via mi hanno picchiato in otto per aver mostrato quello che ci fanno da queste parti. Le ferite me le hanno “lavate” spruzzandomi con una pompa acqua salata, che sulle ferite brucia da morire. A volte, quando mi picchiano, sono talmente presi ed eccitati – alcuni altri speciali come me dicono drogati – che si menano tra di loro.

Ad un certo punto abbiamo anche iniziato a protestare, parlando direttamente con lo sceriffo arrivato da Roma per volere del governo. Qui l'unica cosa che non decide lui è il clima atmosferico. Cosa abbiamo ottenuto dalle proteste? Un intero invero con le scarpe di tela.

All'inizio eravamo 70 prelevati tutti in una notte sola, poi 300, poi 700. Ad un certo punto siamo arrivati ad essere 3500, ma quelli erano altri tempi, quando ancora i “nemici dello Stato” si dichiaravano prigionieri politici. Noi mafiosi stavamo ancora tranquilli, solo qualche giudice si interessava a noi, finché quello stesso Stato che ora ci perseguita ci ha permesso (qualcuno dice “ordinato”) di farli saltare in aria.

Che fossimo terroristi o mafiosi, siamo diventati tutti speciali. Siamo stati detenuti nelle carceri di massima sicurezza tra gli anni '70 e '90, e qualcuno di noi “speciale” lo è ancora.
Siamo stati le vittime (non sempre innocenti) di un esperimento: trasformare la democrazia italiana in una nuova dittatura, come in quegli anni succedeva in Argentina o in Cile.
Siamo stati le vittime (non sempre innocenti) della tortura di Stato.
Siamo stati le vittime (non sempre innocenti) delle «emergenze» decise dai governi e censurate da quasi tutta la stampa italiana dell'epoca, quando lo Stato ha deciso di giocare con le stesse regole dei suoi nemici.

Perché non c'è stata – non c'è – legge nel “circuito dei camosci”. Ci sono quelli in divisa che dovrebbero farla rispettare, la legge. Ma allo Stato interessava vincere la guerra, non difendere i diritti dei suoi nemici. Ma a quel punto qual è la differenza tra noi terroristi, noi mafiosi e lo Stato torturatore? È così che, dalla sera alla mattina, siamo diventati “detenuti speciali”. Siamo stati (de)portati in carceri inaccessibili, sottoposti a torture fisiche e psicologiche che la legge dell'epoca nemmeno prendeva in considerazione. E nessuno, per aver praticato il male, ha mai pagato per quanto ha fatto. Questa è la nostra storia...»

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Illustrazioni di Marco Tonus

[Continua...]

Note

  1. Il testo è liberamente ispirato ad alcune testimonianze di detenuti al regime del 41bis, il cosiddetto “carcere duro” (Carmelo Musumeci, Matteo Greco, Pasquale De Feo,Sebastiano Prino,Antonio De Feo) sottoposti al carcere duro riportate nel libro “Fuga dall'Assassino dei Sogni” di Carmelo Musumeci e Alfredo Cosco, Erranti editore, 2015. Tratto da Ricordando Pianosa e l'Asinara...Cosa furono le carceri speciali - Osservatorio Repressione, 21 ottobre 2015.

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