venerdì 23 marzo 2018

La tortura in Italia? Un reato "truffa"


Le bufale del SAP sul reato di tortura - Giovanni Drogo, Next Quotidiano,19 luglio 2016

6 luglio 2017: in Italia la tortura diventa reato (l.n.110/2017). L'iter parlamentare, durato tre anni, si conclude con il voto favorevole dei deputati del Partito Democratico e di Alternativa Popolare, il rifiuto di Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d'Italia e l'astensione di Movimento5Stelle, Sinistra Italiana, Scelta Civica e Articolo1-Movimento democratici e progressisti. 98 i voti a favore, 35 contrari, 104 gli astenuti.

Già approvato in Senato nel maggio 2017, il nuovo reato – previsto dagli articoli 613-bis e 613-ter (istigazione alla tortura) del codice penale – recita

Chiunque, con violenza o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona.

Da cinque a dodici anni è invece la pena prevista se la tortura è commessa «da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio». La legge (art.4) vieta qualsiasi «forma di immunità» – anche diplomatica – verso cittadini stranieri condannati per tale delitto in altro Stato o da un tribunale internazionale. Non dovrebbero dunque più verificarsi – almeno in teoria – casi come quello di Jorge Nestor Troccoli, ufficiale del Fusna (servizi segreti della Marina militare uruguaiana) durante gli anni della dittatura civico-militare[1] e dal 2002 cittadino italiano, autore di un libro in cui rivendica la necessità di usare la tortura durante gli interrogatori ma assolto dalla Corte d'Assise di Roma, insieme ad altri 18 imputati, nel filone italiano del processo al Plan Condor. «Dalla sera alla mattina mi sono trasformata da casalinga in attivista e militante per i diritti umani», ha raccontato Maria Bellizzi – madre di Andrés Humberto, uno dei 140 desaparecidos uruguaiani – in una lettera inviata al Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella in occasione della sua visita a Montevideo lo scorso giugno.

Nel testo della nuova legge, però, non si fa alcun accenno ai rapporti che – attraverso scambi commerciali come la vendita di armi – l'Italia continua ad intrattenere con quei Paesi che ancora oggi praticano la tortura.

Per approfondire:

I cavilli linguistici di una “legge truffa”

Vari, comunque, sono i punti critici della legge, tanto che in molti – da Amnesty International all'associazione Antigone, dall'Osservatorio sulla Repressione e l'associazione A Buon Diritto fino al senatore Luigi Manconi (PD), primo firmatario della proposta di legge – parlano di vera e propria “legge-truffa”: secondo la Convenzione ONU contro la tortura del 1984 – ratificata dall'Italia nel 1988 – il reato di tortura si configura quando ad esercitarlo è esclusivamente «un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito».

Nella legge italiana è inoltre evidenziato come la tortura diventi reato se «cagionata mediante più condotte» e porti a un «verificabile trauma psichico», aspetto difficilmente valutabile in tribunale – anche per la diversa risposta psico-fisica dei torturati – soprattutto a distanza di tempo (la cosiddetta "tortura bianca"). Secondo l'ordinamento italiano, non è poi reato la tortura utilizzata una sola volta, una specificazione che si scontra con la decisione della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo che, nel settembre 2015, ha condannato il Belgio al pagamento di 10.000 euro a due fratelli presi a schiaffi sul volto durante un interrogatorio, un «trattamento degradante» per la dignità dei due secondo la Cedu, che ha considerato tale atto come uso eccessivo e non necessario della forza da parte delle autorità e dunque come violazione dell'articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. Infine, il legislatore italiano non ha previsto l'imprescrittibilità del reato di tortura – come fatto invece in ambito Cedu e in varie convenzioni internazionali – comportando così la possibilità che vari processi per questo reato si chiudano con la prescrizione degli imputati che, è facile ipotizzare, sarebbe nell'interesse delle stesse istituzioni.

Un reato...militare

Eppure una legge in cui la tortura è reato l'Italia ce l'ha già, addirittura dal 2002: è l'articolo 185-bis del codice penale militare di guerra, che punisce con la reclusione da due a cinque anni il militare che

per cause non estranee alla guerra, compie atti di tortura o altri trattamenti inumani, trasferimenti illegali, ovvero altre condotte vietategli dalle convenzioni internazionali, inclusi gli esperimenti biologici o i trattamenti medici non giustificati dallo stato di salute, in danno di prigionieri di guerra o di civili o di altre persone protette dalle convenzioni internazionali medesime

Unica eccezione prevista dall'ordinamento militare è il caso in cui l'atto commesso non costituisca «più grave reato» della tortura stessa. Tale legge (n.15 del 27 febbraio 2002) ha addirittura innalzato la pena minima – inizialmente fissata ad un anno – in seguito alle indagini della Commissione Difesa del Senato su alcuni casi di stupro e tortura commessi dai militari italiani durante la missione Restore Hope in Somalia nel 1993.

Quanto è utile la tortura?

Il testo della legge dimentica però un aspetto fondamentale dell'esercizio di tale pratica, presente ad esempio nella proposta Manconi, poi stravolta dall'iter legislativo: il fine della tortura. La convenzione ONU del 1984, definisce tortura «qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche»

segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni

Al di là delle definizioni, la tortura è innanzitutto una prassi da sempre utilizzata dalla Repubblica italiana, che pone evidentemente una serie di dilemmi etico-morali: esistono eccezioni alla non applicabilità della tortura? È lecita la tortura se le informazioni raccolte in questo modo servono a tutelare un “bene superiore”, ad esempio salvaguardare la democrazia o la vita di centinaia se non migliaia di persone? È la frattura[2] tra “utilitaristi” e “assolutisti” teorizzato dal filosofo statunitense Thomas Nagel in "War and Massacre" del 1971 (qui ripreso dal libro Tortura di Donatella Di Cesare[3])

L'utilitarismo assegna un primato all'interesse per quello che accadrà. L'assolutismo assegna un primato all'interesse per quello che si fa

È un dibattito intorno all'”utilità” della tortura, lungo la «dicotomia libertà-sicurezza», di cui parla Patrizio Gonnella ne La tortura in Italia[4] e che si rifà al più ampio concetto della dignità umana, fulcro dell'intera legislazione contraria all'applicazione della tortura. È, lavorando sulla definizione delle "fratture sociali" di Stein Rokkan (1967), lo scontro tra un “partito” securitario – per il quale la tortura è strumento necessario e legittimato dalla tutela di istituzioni e cittadini – ed un “partito” umanitarista, per il quale la tortura non è mai uno strumento accettabile. Non è la Verità ad essere il motivo della tortura, evidenzia Di Cesare, bensì la riaffermazione di una sovranità, di un potere perduto che si esercita materialmente sul corpo del torturato. E non è un caso che il dibattito sul tema sia riemerso in tutta la sua virulenza dopo l'11 settembre 2001 con gli aerei-kamikaze di Al Qaeda che minano il potere della “superpotenza” Stati Uniti. Né è un caso che l'applicazione pratica della tortura abbia bisogno della definizione (morale) di un “nemico”: torturato e torturatore sono così posti su piani gerarchici diversi, portando inoltre a separare i “cittadini” - «fedeli all'ordinamento» e quindi titolari di diritti da difendere – e “non cittadini” (migranti, drogati, etc.) sui quali viene esercitato il biopotere dello Stato.

Per approfondire:

È da questo aspetto che deriva l'importanza di quella puntualizzazione – che la tortura sia esercitata «da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio» - che dà a questa pratica un aspetto politico e la definisce nell'ambito dei crimini di Stato. Quello Stato a cui viene chiesto di punire i suoi stessi torturatori. E sappiamo che lo Stato tende a non processare se stesso, come le carriere dei «macellai messicani» del G8 di Genova del 2001 ampiamente dimostrano.

Guarda anche:

La lectio della professoressa Donatella Di Cesare al Festival Vicino/Lontano (Udine, 6 maggio 2016) sul dibattito scaturito dopo l'11 settembre negli Stati Uniti; sulla (falsa) teoria della "bomba ad orologeria" e sull'uso della propaganda televisiva per far accettare la tortura all'opinione pubblica.

[1 - continua]

Note

  1. La dittatura civico-militare in Uruguay (1973-1985) ha visto una serie di cambi al vertice: iniziata da un golpe militare dell'allora presidente Juan María Bordaberry, eletto nel marzo 1972, quello stesso potere militare lo sostituirà – attraverso un altro golpe – nel 1976 con Alberto Demicheli prima (giugno-settembre 1976), Aparicio Méndez (1976-1981) e, infine, con Gregorio Álvarez (1981-1985);
  2. L'analisi del politologo norvegese Stein Rokkan e del sociologo statunitense Seymour Martin Lipset (1967) individua quattro fratture ("cleavages") che mettono in conflitto i gruppi sociali dando origine nel corso del tempo ai partiti politici: frattura "Centro/Periferia", che dà vita a partiti regionalisti o nazionalisti; frattura "Stato/Chiesa", che dà origine al confronto tra partiti confessionali e partiti liberali; frattura "Città/Campagna", dove si originano partiti agrari (sul sistema dei paesi scandinavi) e frattura "Capitale/Lavoro", che origina lo scontro tra partiti laburisti e partiti conservatori;
  3. Donatella Di Cesare, Tortura, Torino, Bollati Boringheri, 2016, pp.50-56;
  4. Patrizio Gonnella, La tortura in Italia. Parole, luioghi e pratiche della violenza pubblica, Roma, DeriveApprodi, 2013, p.201.

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