martedì 17 aprile 2018

Ciancio Sanfilippo a processo, alla sbarra il concorso esterno alla mafia del Potere catanese

20 Marzo 2018, Catania, Prima sezione del Tribunale penale: inizia uno dei più importanti processi nella storia cittadina. Alla sbarra, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, c'è Mario Ciancio Sanfilippo, l'editore più potente della città e uno degli uomini più potenti d'Italia, non solo in termini mediatici. Quasi duecento testimoni da ascoltare tra ex boss, politici, imprenditori e giornalisti; 40 faldoni processuali e un numero indefinibile di ore di intercettazioni telefoniche e ambientali per un processo che, di fatto, vede al centro i rapporti tra la mafia e l'“area grigia” - nel caso specifico con il clan dei Santapaola-Ercolano, ancora oggi egemone in città – che da sempre la legittima, ma quello di Catania sarà soprattutto il racconto del funzionamento di un certo tipo di potere in Italia, declinato in salsa locale ma dagli ampi riflessi sul piano nazionale.

Per approfondire sulla mafia catanese:

L'indagine nasce nel 2007, otto anni dopo arriva il rinvio a giudizio: Ciancio, si legge nell'avviso di chiusura delle indagini, avrebbe messo la sua intera attività «a disposizione dell'organizzazione criminale[...]anche mediando con soggetti politici e della pubblica amministrazione», partecipando «alla distribuzione di lavori controllati direttamente o indirettamente dall'organizzazione mafiosa». Una ricostruzione, sostiene l'imputato,«fantasiosa e ricca di errori e di equivoci», nonostante sia fondata «sulla ricostruzione di una serie di vicende che iniziano negli anni '70 e si protraggono nel tempo fino ad anni recenti»[1]. Già nel 2014, nel processo per concorso esterno in associazione mafiosa contro l'ex presidente della Regione Raffaele Lombardoassolto dal reato ma condannato a due anni per voto di scambio – il Gup Marina Rizza evidenzia la «probabilità che lo stesso Ciancio fosse soggetto assai vicino» tanto alla mafia palermitana che a quella catanese, molto attiva nel campo della speculazione tramite variazione di destinazione urbanistica di terreni agricoli trasformati in edificabili, realizzando così ampie plusvalenze.

Ma chi è Mario Ciancio Sanfilippo? E quanto è reale l'accusa che gli viene imputata?

Il signore dei giornali della Sicilia

Classe 1932, nato giornalista – iscritto all'albo dei professionisti dal 1957 – ma ben presto passato dal lato dei proprietari di giornale, nel suo portafogli mediatico, rappresentato dalla Domenico Sanfilippo Editore Spa, c'è sostanzialmente l'intera informazione dell'isola: al centro, dal 1975, il quotidiano “La Sicilia”, Antenna Sicilia e Telecolor, le due più importanti televisioni di Catania. Negli anni è stato inoltre azionista del Giornale di Sicilia, della Gazzetta del Sud, della Gazzetta del Mezzogiorno, di La7 ed MTV – come azionista Telecom – e, tra gli altri, del gruppo Espresso-Repubblica. Dal 1996 al 2001 è inoltre presidente della Federazione Italiana Editori Giornali (Fieg), di cui oggi rimane socio e, nel 2015, vicepresidente dell'Ansa, principale agenzia di stampa nazionale i cui uffici catanesi sono nei locali de “La Sicilia”.

Nella storia del Potere catanese Ciancio rappresenta un ponte tra passato e presente, tra gli affari conclusi con i Mario Rendo (da cui acquista Telecolor, ad esempio), Carmelo Costanzo, Francesco Finocchiaro e Gaetano Graci, rappresentanti del vecchio potere cittadino legato al clan Santapaola – come denunciava nel 1983 Giuseppe Fava – al nuovo potere dei Santo Campione (ex braccio destro di Rendo), dei fratelli Sebastiano e Domenico Costanzo (nessuna parentela con Carmelo), di Luigi Rendo (nipote di Mario), Alessandro Indovina e, appunto, dello stesso Ciancio Sanfilippo, noti anche come “i Viceré di Catania”.

Per approfondire sul potere di Ciancio:

Il Potere nelle rotative

Benché sia un editore “impuro”, il potere di Ciancio sarebbe probabilmente ben altra cosa senza il monopolio mediatico che è riuscito a stabilire per anni su Catania. Come ha funzionato me lo raccontava, nel 2012, Antonio Condorelli, oggi direttore del mensile “S”:

L'informazione siciliana viaggia sul cartaceo prevalentemente attraverso tre grandi quotidiani (Giornale di Sicilia, Gazzetta del Sud, La Sicilia). I tre quotidiani hanno spezzettato il territorio e attraverso la distribuzione il sistema diventa blindato. In ciascuna edicola di Catania arrivano circa 200 copie de La Sicilia e massimo 9 della Gazzetta del Sud o del Giornale di Sicilia. Quindi il cittadino che vuole comprare un quotidiano, grazie a questo accordo commerciale trentennale, trova La Sicilia a Catania, il Giornale di Sicilia a Palermo, la Gazzetta del Sud nel Messinese

Un potere di censura esercitato anche su un quotidiano nazionale come La Repubblica: per decenni l'edizione palermitana del quotidiano non è stata distribuita a Catania, favorendo così le testate di Ciancio grazie al fatto che proprio lui – attraverso la ETIS 2000 Spa – è lo stampatore di tutti i quotidiani nazionali in Sicilia.

Il piccolo Ciancio tra i colossi (del Lodo) Mondadori

Quello con Carlo De Benedetti è un rapporto che inizia negli anni Ottanta, quando Ciancio è membro, con una quota del 3,38%, del gruppo Caracciolo che controlla il quotidiano romano ed avrà un ruolo di rilevanza anche nel cosiddetto “Lodo Mondadori”. In sintesi: nel 1988 la proprietà della Arnoldo Mondadori Editore è divisa tra De Benedetti (attraverso la Compagnie Industriali Riunite CIR), la Fininvest di Silvio Berlusconi e la famiglia Formenton, fino all'anno precedente alla presidenza del gruppo tramite Mario, genero di Mondadori e morto nel 1987. Non essendo interessati a gestire il gruppo, gli eredi Formenton firmano un patto per la cessione delle loro quote a De Benedetti, operativo dal 30 gennaio 1991. Improvvisamente il quadro cambia completamente: nel gennaio 1990 Silvio Berlusconi riesce a diventare presidente della Mondadori proprio grazie ai Formenton, nonostante le proteste di De Benedetti, loro amico di famiglia oltre che socio in affari. Il ricorso al lodo arbitrale, volto a dirimere la questione, porterà nel 2013 al risarcimento da 564,2 milioni di euro nei confronti dell'imprenditore torinese.

Per approfondire:

Cosa c'entra Ciancio in questa storia? In quegli anni è anche lui membro del gruppo, tanto da comparire – attraverso la figlia Angela e la cognata Maria Fausta Guarnaccia, dipendente di Antenna Sicilia – nel consiglio di amministrazione di quella Sicilia Televisiva Spa che viene fusa con Rete4, all'epoca televisione a marchio Mondadori. Schieratosi con De Benedetti nella “guerra di Segrate”, Ciancio nel 2003 “risarcirà” Berlusconi vendendo ad RTI 23 impianti televisivi con annesse frequenze per il digitale terrestre, realizzando una plusvalenza di 2 milioni di euro.

Gli affari al centro (commerciale)

Non meno importante è l'altra parte del suo potere, basato sui settori della grande distribuzione, dell'agricoltura e dell'edilizia. In quest'ultimo ambito, nel 2010 viene indagato per la realizzazione del centro commerciale Porte di Catania grazie alla trasformazione di oltre 200.000 m2 di terreno agricolo di sua proprietà in terreno edificabile, realizzando così attività speculativa ed entrando al contempo nell'Associazione temporanea di imprese che si occupa della costruzione del centro commerciale. Della Icom Srl, la società a cui il Comune rilascia la concessione edificatoria, fanno parte Ennio Virlinzi – tra i nomi più noti dell'industria del cemento catanese – che ne è presidente, oltre a Giovanni Vizzini, fratello del senatore Carlo e padre di Maria Sole, anche lei membro della società. La donna è inoltre moglie di Vincenzo Rappa, capostipite della famiglia di imprenditori palermitani con cui Ciancio fa affari fin dagli anni Ottanta nel settore televisivo, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.
A realizzare materialmente i lavori c'è un altro condannato in via definitiva per mafia: Tommaso Mercadante, nipote del boss palermitano Tommaso Cannella e figlio di Giovanni, medico ed ex deputato regionale di Forza Italia con condanna in via definitiva a dieci anni e otto mesi per concorso esterno. L'interesse di cosa nostra per il centro commerciale – così come per il Sicilian Fashion Village di Agira (Enna) realizzato dallo stesso gruppo di persone – è evidente e confermato anche da 600.000 euro pagati come “contributo elettorale” per volontà delle famiglie mafiose catanesi all'ex presidente Lombardo, a cui viene chiesto di intercedere per «ammorbidire ma non in denaro i dirigenti» del Comune per una variante alla concessione edificatoria, come scrive nel 2014 Dario De Luca su MeridioNews.it (vedi sotto). A renderlo noto la Direzione Investigativa Antimafia nella rogatoria internazionale del 2014 su circa 52 milioni di euro depositati dall'editore catanese nelle banche svizzere e mai dichiarati allo Stato italiano.

Per approfondire:

Un editore che dà voce a tutti, anche ai mafiosi

Così come da quei 52 milioni di euro è possibile ricostruire il sistema di rapporti politico-economici di Ciancio, è attraverso La Sicilia che si può definire la sua linea editoriale nei confronti di cosa nostra. Quando i Santapaola uccidono Giuseppe Fava, il 5 gennaio 1984, il giornale – non da solo – scrive che il contesto dell'omicidio è da cercare o nella microcriminalità o in “fatti di corna”, perché in città non ci sono grandi boss e quindi, per uno strano sillogismo allora molto diffuso ed oggi di ritorno, la mafia, a Catania, non c'è. Nel 1998, il processo denominato “Orsa Maggiore 3” (dedicato agli omicidi del clan) termina con la condanna all'ergastolo per Benedetto “Nitto” Santapaola come mandante; Marcello D'Agata e Francesco Giammuso quali organizzatori; Aldo Ercolano e Maurizio D'Avola – quest'ultimo reo confesso – come esecutori materiali. Nel 2010 l'ex “ministro dei lavori pubblici” di cosa nostra Angelo Siino – dal 1997 collaboratore di giustizia – mette Ciancio in rapporti proprio con i Santapaola, rendendo così logica la ricostruzione dell'omicidio Fava su La Sicilia.

Esponenti del clan sono protagonisti diretti sul quotidiano in almeno due occasioni: un'intervista del 1994 al capofamiglia Nitto, che si dichiara «innocente e ingiustamente accusato» e la pubblicazione, nel 2008, di una lettera del figlio Vincenzo, anche lui detenuto a quel 41bis che – giusto o meno che sia – prevede il quasi assoluto divieto di contatti con l'esterno. Non è la classica “lettera al direttore”, come se ne leggono in tutti i giornali italiani. Scrive Giuseppe Scatà su U cuntu il 10 ottobre 2008 (qui riproposto da AddioPizzo Catania per la chiusura del sito, nda)

[...]“Enzuccio” Santapaola si professa innocente, perseguitato, vittima di un nome “pesante”. Il primo fatto, terribilmente ordinario, è che Mario Ciancio pubblica la lettera di presunta innocenza del figlio dell’assassino di Pippo Fava, e continua a censurare il figlio di Pippo Fava, Claudio. Il secondo fatto, straordinario (apparentemente) è che la lettera è di circa 5.000 caratteri. Le lettere pubblicate su La Sicilia sono infatti molto più brevi, e hanno una pagina a parte. Il testo di Santapaola jr è invece pubblicato nelle pagine della cronaca (con un cappelletto che recita “Lettera dal carcere”), in posizione strategica: a sinistra un articolo su un certo Salvatore Grasso, definito “presunto innocente” e intitolato guarda caso “Il killer è già libero, l’innocente è in galera”. Sopra, un altro pezzo è dedicato al Bar Tahiti, recentemente chiuso dal questore Capomacchia perché frequentato da troppi pregiudicati. Il bar si trova in via Plebiscito, a San Cristoforo, quartiere natio di Nitto Santapaola e regno della famiglia. In più, la lettera del condannato non è filtrata da nessun commento, da nessuna scheda biografica dell’autore, a parte una piccola nota tecnica: V. Santapaola (…) ci invia da un carcere del Nord Italia, dove si trova in 41 bis, questa lettera

Nel 1986, inoltre, il giornale rifiuta la pubblicazione di un necrologio in ricordo del commissario Beppe Montana, ucciso dalla mafia e nelle cui indagini si farà ricorso alla tortura sull'unico teste, il giovane pescatore Salvatore Marino. Secondo Ciancio Sanfilippo, l'inserzionista di un giornale non può schierarsi, nemmeno in questioni di (anti)mafia né per il ricordo dei servitori dello Stato. Eppure quella stessa obiettività non viene mostrata quando il giornale decide di pubblicare ben tre necrologi per il boss Giuseppe Ercolano, protagonista di un episodio esemplare dei rapporti tra Ciancio Sanfilippo e i Santapaola.

Per approfondire:

Il boss in redazione

Ercolano, che è cognato del boss Nitto Santapaola, ad un certo punto si presenta direttamente in redazione: il 24 ottobre 1993 su La Sicilia Concetto Mannisi scrive dei controlli effettuati dal Nucleo operativo ecologico dei carabinieri (Noe) sulla società Avimec, di proprietà di Ercolano, definito «boss mafioso» in un articolo che – a suo dire – non sarebbe stato imparziale.

Un editore che è anche direttore responsabile di quello stesso giornale dovrebbe teoricamente difendere i propri giornalisti, ma Ciancio fa l'opposto: alla presenza in redazione di Ercolano e Siino redarguisce il suo giornalista, imponendogli di non associare più l'epiteto di «boss mafioso» al nome di Ercolano, nonostante quello stesso giornale – scrive Antonio Roccuzzo su I Siciliani Giovani nel 2012 - ne evidenzierà il ruolo di vertice «nella conduzione della vita della famiglia mafiosa catanese». Né l'editore né il giornalista denunceranno la cosa se non costretti in tribunale. Anzi, Ciancio dirà addirittura di aver incontrato il boss solo una volta in aereo, sostenendo inoltre di non aver mai subito pressioni dal boss il cui tono, sostiene, è «comunque scherzoso», come si legge nella relazione sull'informazione in Sicilia realizzata nel 2015 per la Commissione parlamentare antimafia (relatore Claudio Fava). Ma quel tono, secondo Siino, è talmente «scherzoso» che non piace molto nemmeno a cosa nostra.

Bavagli&Intimidazioni

Diversa deve essere stata la risposta dei clan ad altri due episodi: l'allontanamento nel 1996 dalla redazione del giornalista Francesco Cataldo, «pagato per non scrivere» come racconta lui stesso a Fabio Giuffrida di Fanpage.it nel 2016

mentre una vera e propria intimidazione è quella che compare sul giornale il 18 luglio 1984 contro Luciano Grasso, 30 anni all'epoca, primo collaboratore di giustizia della mafia catanese, che decide di raccontare ciò che sa in merito all'omicidio di Giuseppe Fava. Del fatto sono informati il sostituto procuratore Giuseppe Torresi che va ad ascoltarlo, il procuratore generale Filippo Di Cataldo e il procuratore aggiunto Giulio Cesare Di Natale, costretto alle dimissioni nel dicembre successivo per una serie di irregolarità avvenute negli uffici della Procura da lui diretta, come il rilascio di «certificati “puliti” a imprenditori sotto inchiesta», tra i quali i “cavalieri dell'apocalisse mafiosa” Costanzo e Rendo, «ritardata registrazione di esposti» o «condiscendenze e colpevoli inazioni tutte lesive del prestigio che il magistrato deve godere», contenute in una relazione dell'epoca (400 pagine) per il ministro della Giustizia Mino Martinazzoli. Nel pezzo – sei colonne firmate da Enzo Asciolla, dipendente di Ciancio e amico di Di Natale – vengono riportati anche la foto di Grasso, il nome del carcere dove è detenuto e l'indirizzo della sua famiglia a Catania. Ma l'intimidazione non ha alcun effetto: Grasso, insieme all'altro collaboratore di giustizia Maurizio Avola, sarà tra i testimoni più importanti del processo per l'omicidio del giornalista. Per questo episodio né Asciolla né Ciancio verranno accusati di violazione del segreto d'ufficio, secondo il giudice Giuseppe Gennaro imputabile solo a chi raccontò la notizia al giornalista.

2016: a Catania la mafia non esiste?

Il 3 dicembre 2016, scrive Ivana Sciacca su I Siciliani Giovani, nella sede de La Sicilia viene organizzato il “Forum anticorruzione: oltre al padrone di casa, sono presenti il sindaco Enzo Bianco – in stretti rapporti con Ciancio, come ricostruisce l'articolo – l'ex sindaco antimafia ed ex presidente della Regione Rosario Crocetta, il procuratore di Ragusa Carmelo Petralia, il consigliere dell'autorità anticorruzione Michele Corradino e il presidente dell'Ance (Associazione nazionale costruttori edili) Giuseppe Piana. Il loro vero cruccio, nonostante il nome dell'evento, non riguarda la corruzione o la mafia ma la lentezza burocratica. Sarà per questo che il Comune di Catania si è costituito parte civile nel processo solo il giorno stesso della prima udienza?

Note

  1. Camera dei Deputati. Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, Doc. XXIII N.6 - Relazione sullo stato dell'Informazione e sulla condizione dei giornalisti minacciati dalle mafie, XVII Legislatura, relatore: Claudio Fava, 5 agosto 2015 pp.40-41;

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