venerdì 27 aprile 2018

È nel petrolio la chiave dell'omicidio di Cristiano Brigotti?

Nota a margine: Cristiano Brigotti come Mario Ferraro, Davide Cervia, Attilio Manca, Antonino Agostino, detto “Nino”: morti senza un perché ufficiale, omicidi senza colpevole circondati da domande senza risposta. A seguirli bene, però, quei punti (interrogativi) diventano come quel gioco dell'unire i puntini che si trova in certe riviste di enigmistica. La figura che ne viene fuori ha i più che nitidi contorni dell'interesse dello Stato. Sono storie in cui la Verità – quella con la maiuscola – non è mai stata (volutamente) trovata. Ci sono però delle verità probabili, delle ricostruzioni più plausibili di altre. Sono le “Ipotesi di Verità”: la nuova rubrica delle Edizioni Omissis

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«Cadavere ritrovato grazie all'odore di un gas inodore». Potrebbe riassumersi così la misteriosa morte di Cristiano Brigotti, carabiniere scelto il cui cadavere viene ritrovato, il 12 dicembre 2006, nell'appartamento da lui affittato vicino all'ambasciata italiana a El Biar, quartiere residenziale di Algeri. Il 20 sarebbe dovuto rientrare in Italia per le feste natalizie. Dopo 12 anni le certezze sulla vicenda sono poche e le domande rimangono le stesse: perché muore Cristiano Brigotti? O meglio: perché qualcuno lo uccide?

30 anni in quel 2006, romano, carabiniere del VII reggimento di Laives (Bolzano) con missioni in Kosovo, Macedonia, Iraq – dove è tra i superstiti della strage di Nassirya[1] – e Algeria, dove tra il novembre 2005 e il maggio 2006 fa parte della scorta dell'ambasciatore Giovan Battista Verderame. Quella sarà la sua ultima missione ufficiale. Perché quando muore, Brigotti ad Algeri è un privato cittadino che vuole approfondire lo studio dell'arabo.

O almeno così deve sembrare: i genitori – Giuseppe e Lucia – sono infatti convinti che quel secondo soggiorno nella capitale algerina sia una missione per conto dei servizi segreti. Per andare ad Algeri Brigotti rinuncia persino al tanto agognato (e più volte richiesto) trasferimento nella sua Roma. Le motivazioni del viaggio variano: un non meglio specificato lavoro iniziato il 28 novembre; seguire l'amore di una ragazza locale o studiare l'arabo, anche se il suo nome compare – insieme ad altri suoi amici – solo negli elenchi del British Center, dove però si insegna solo inglese. In tutta questa storia, l'unica certezza a 12 anni di distanza è che Cristiano Brigotti muore nell'appartamento che ha affittato a El Biar, Algeri, il 12 dicembre 2006 e che sul suo corpo non ci sono segni di violenza. Nella capitale algerina il carabiniere arriva il 17 novembre, una settimana dopo aver avuto un colloquio con il Generale di Corpo d'Armata dei Carabinieri Michele Franzé[2] e soggiornando inizialmente presso l'ambasciata prima di trasferirsi nell'appartamento a El Biar. Sono passati tre mesi dalla sua messa in congedo.

Il generale è l'unico ad avanzare l'ipotesi che Cristiano Brigotti in Algeria lavori nell'ambito della sicurezza privata. Ipotesi ufficialmente smentita ma che forse, seguendo gli indizi disseminati lungo questo mistero, potrebbe non essere così distante dalla realtà.
L'uso di militari italiani come sicurezza privata di grandi aziende è ormai accertato: è il caso della petroliera Enrica Lexie e dei fucilieri della Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone – membri dei “Nuclei militari di protezione”, previsti dalla legge n.130/2011 – o dei lavori per la diga di Mosul (Iraq), affidati al gruppo Trevi Spa, per la cui protezione sono impiegati 500 militari dell'Esercito italiano.

In Italia, l'ultima persona a sentire il carabiniere è la sua fidanzata, Moira Fioravanti, che è anche tra le pochissime persone a sapere che Brigotti è ad Algeri come agente del Sismi, i servizi segreti militari. «Mi faccio una doccia ed esco, stanno venendo a prendermi», racconta alla donna. Sono le 15.30 del 12 dicembre: secondo la memoria difensiva del 2013 di lì a poco il carabiniere si sarebbe dovuto incontrare con membri dell'ambasciata. Mezz'ora dopo la telefonata in Italia viene ritrovato nella vasca da bagno privo di vita, con il corpo parzialmente asciutto (peli e capelli sono ancora bagnati) e le braccia lungo il corpo. Una posizione innaturale per chi, ufficialmente, muore per un malore. Da questo momento sull'intera vicenda cala la nebbia. O un muro di gomma, a seconda di come la si vuol leggere.

Già il ritrovamento appare quantomeno strano: secondo la versione ufficiale, a chiamare la polizia è Hicham Khiar, figlio del proprietario dell'appartamento, insospettito dal forte odore di gas che ne viene fuori, tanto che nel loro rapporto gli agenti intervenuti parlano di un locale «saturo». Ma l'autopsia realizzata il 14 dicembre evidenzia un «avvelenamento all'83% da monossido di carbonio»: un gas letale se presente nel sangue con percentuali maggiori al 60% raramente usato per uccidere. Ma soprattutto un gas incolore e inodore. Delle due l'una: o il ragazzo ha un olfatto particolarmente sensibile o la ricostruzione ufficiale ha qualche ombra. Anche perché in varie immagini si vedono fori e prese d'aria sui muri che – stando a questa narrazione – rendono più complicato saturare un ambiente di 40 metri quadri.


Nell'immagine Cristiano Brigotti. Sullo sfondo si vedono i fori sui muri dell'appartamento da lui affittato

Le verità (censurate) dell'ambasciatore

Secondo l'ambasciatore Verderame, a cui per 7 mesi Brigotti fa da scorta, il carabiniere sarebbe tornato ad Algeri per proseguire la relazione iniziata con Dounia Titah, la donna che viene chiamata per prima dopo il ritrovamento del cadavere. Né i genitori né la fidanzata di Brigotti hanno mai sentito parlare della donna, ma questo potrebbe non essere poi così strano. Strana è, invece, la sparizione della puntata di “Chi l'ha visto?” (RaiTre, 7 dicembre 2009) nella quale l'ambasciatore fa nomi e cognomi di alcuni carabinieri in servizio all'ambasciata e, soprattutto, nomina una società fiorentina: la Nuovo Pignone.

C'è un altro dato certo, in questa storia, e lo scrive proprio Brigotti alla fidanzata parlando di un suo rientro in Italia che «non sarà suggellato, dal punto di vista lavorativo, da encomi». Anzi, il carabiniere vuole rientrare con largo anticipo in Italia – mentre l'affitto per l'appartamento di Algeri è pagato in anticipo per 11 mesi – per questioni di cui non vuole parlare al telefono, non prima di essersi accertato «di non fare mosse sbagliate». «Ora ci sono dentro fino al collo e non posso uscirne. Nemmeno un secondo in più, degl'undici mesi, regalerò a questa terra», scrive in una mail inviata alla Fioravanti il 1° dicembre 2006.

Troppe le domande per non riaprire il caso. Lo fa il pm Luca Palamara nel 2009 ed è in quel momento che diventa impossibile accertare se nella tomba ci sia effettivamente Brigotti: le «pessime condizioni di conservazione» del cadavere non permettono di identificarne il Dna, anche perché - emerge dalla memoria difensiva - tali indagini non sono state fatte nel migliore dei modi[3]. Per gli inquirenti non c'è modo di aggiungere nuovi elementi alle indagini. Quello che si sa, comunque, porta ad una unica, possibile, spiegazione: Cristiano Brigotti viene ucciso in missione, come potrebbero dimostrare gli onori militari concessi al suo funerale. Rimangono ignoti mandanti, esecutori e motivazioni dell'omicidio, così come la catena di comando e la reale motivazione della sua seconda missione ad Algeri.

Il tassello mancante

Un altro dato interessante, nella ricostruzione dell'omicidio, lo riporta il giornalista Angelo Saso in un'inchiesta per RaiNews24 del 2009: né alla famiglia né agli inquirenti italiani viene comunicato che due teste-chiave della vicenda – Khiar e l'agente immobiliare che affitta l'appartamento, tal Joumoua Alamari Yazid, i primi ad entrare nell'appartamento – trovano i fornelli e la stufetta a incandescenza accesa, con porte e finestre sigillate dall'interno utilizzando dei vestiti. Inoltre, secondo Khiar i poliziotti avrebbero ripulito la scena del crimine, facendo ad esempio sparire dei preservativi usati trovati sotto il letto. Non sarà l'unica sparizione dall'appartamento, né la più importante. La domanda rimane aperta: perché ripulire la scena del crimine? Ma soprattutto: perché non comunicare un dato così rilevante in Italia?

La chiave dell'omicidio è nel computer?

Le domande su cui probabilmente si regge l'intero “mistero” Brigotti hanno tutte un punto in comune: il computer del carabiniere, prelevato con l'inganno dal caposcorta dell'ambasciatore (Raffaele Capasso) e sottoposto tra il 15 ed il 16 dicembre negli stessi ambienti dell'ambasciata italiana a ben 24 ore di masterizzazione di dati poi cancellati. Inoltre, la sua casella email viene violata fino al giugno 2009, cioè ben oltre la sua morte. Ad una mail del 2007 viene addirittura data risposta. Ma gli inquirenti italiani indagheranno su un indirizzo mail sbagliato. La domanda è dunque d'obbligo: cosa c'era di così interessante in quel pc? E nell'i-pod (che è anche archivio usb) mai più trovato? Soprattutto: per chi le informazioni contenute in quei supporti sono così importanti da rendere necessaria la loro sparizione e, per diretta conseguenza, l'omicidio di Cristiano Brigotti?

Il mistero Nuovo Pignone

Tra i file masterizzati e poi cancellati – in tutto 206 documenti, contenuti in 36 cartelle – viene ritrovato materiale di natura militare ma anche informazioni sulla sicurezza relative alla società fiorentina Nuovo Pignone (NP, dal 1954 al 1993 del gruppo Eni), attiva nel settore petrolifero e in quel 2006 di proprietà della multinazionale statunitense General Electric (GE). Molto del materiale rinvenuto nel computer (piani di evacuazione, recapiti telefonici, prenotazioni d'albergo, cartine del territorio, autorizzazioni all'accesso ai cantieri) riguarda la base di estrazione di gas Hassi R'Mel SRGA II, il più grande giacimento di gas naturale del continente africano e fulcro dell'intera industria del gas naturale algerina. È la GE una delle “grandi multinazionali del settore energetico” per cui lavora il gruppo di imprenditori italiani che il carabiniere conosce tra il 6 e l'8 dicembre e che lo invitano ad una cena di lavoro, con altri, la sera dell'8 dicembre, cioè pochi giorni prima della sua morte? Inoltre: perché un “civile” ha questo tipo di materiale – che non si trova certo con una ricerca su internet – sul proprio computer?
Ecco che ritorna – trovando possibile conferma nella memoria difensiva del 2013 – la “teoria” del generale Franzé: Cristiano Brigotti fa parte della security della Nuovo Pignone, con cui nel 2006 è accertato intrattenga rapporti. Anche questa è un'ipotesi che darebbe risposta a tante domande, aprendone altre: Tali rapporti iniziano quando il carabiniere è ancora membro della scorta – e dunque nel suo primo soggiorno ad Algeri – o quando è già ufficialmente un “civile”?

Omicidi&corruzione: un "gioco sporco" di petrolio?

Fondata nel 1842 come “Fonderia di ferro di seconda fusione” da Pasquale Benini – il cui core business è l'industria dei cappelli di paglia, in quegli anni in crisi per la concorrenza cinese – Nuovo Pignone nel 1953 passa sotto il controllo dell'Eni di Enrico Mattei per interesse diretto di Giorgio La Pira, sindaco di Firenze che ne evita così il fallimento. Da quel momento NP diventa sempre più eccellenza nel mercato internazionale dei compressori e delle turbine, aumentando stabilimenti, clienti e settori di interesse (petrolifero, petrolchimico, gas naturale e della raffinazione).
Nel 1993, nell'ambito della privatizzazione delle controllate dell'Eni, viene acquistata da General Electric. Operazione che, dicono in molti, serve agli americani solo per danneggiare il maggior concorrente. Oggi in vendita nonostante un fatturato di 5 miliardi di dollari al 2016, la società arriva in Algeria nel 1963 – dove ricopre un ruolo fondamentale nello sviluppo dell'industria energetica – per costruire ad Arzew la prima stazione per il trattamento di gas, nell'ambito di un piano economico-politico fortemente voluto da Enrico Mattei per aiutare la costruzione dell'industria algerina post-liberazione e come tappa fondamentale del gasdotto italo-algerino Transmed che parte proprio da Hassi R'Mel[4]. Quello stesso gasdotto oggi al centro dell'indagine per le corruzione internazionale Eni-Saipem.

Per approfondire:

Il patto, in quei primi anni Sessanta, è chiaro: attraverso l'Eni, l'Italia aiuta il Fronte di Liberazione Nazionale ad arrivare al potere, in cambio dello sfruttamento dei giacimenti dell'Algeria “liberata”. Un accordo in cui pare possibile inscrivere anche il mistero della nave Hedia, sparita nel Canale di Sicilia nel marzo 1962 – sei mesi prima dell'assassinio di Mattei – con a bordo 19 marinai italiani e un carico mai identificato, che varie ipotesi identificano come armi per il Fronte algerino. «Per venti persone non si può fare una guerra», commenterà l'allora presidente del Consiglio Amintore Fanfani.

Che Brigotti abbia avuto rapporti con la NP è certo: proprio in quel 2006 l'allora capo della sicurezza dell'azienda in Algeria gli conferisce il titolo di “carabiniere più trendy” (immagine in apertura) con tanto di attestato. A firmarlo è Flavio Colonna, che è anche l'ultimo a salvare molti dei file poi sottoposti da anonimi a visualizzazione e successiva cancellazione. Di che natura sono i rapporti tra Brigotti e la Nuova Pignone? È possibile, come ipotizza il generale Franzé, che Brigotti sia stato inviato dal Sismi a lavorare nella sicurezza della società fiorentina – che sotto il marchio Eni è considerata asset strategico nel settore energetico italiano – come potrebbero far intendere i documenti ritrovati nel suo computer? E, in questo caso, a che titolo il servizio segreto italiano “cede” propri uomini ad una società che, in quel 2006, batte bandiera statunitense? Sono queste informazioni che fanno confessare a Brigotti, in un colloquio con la fidanzata, di aver paura di essere finito in un “gioco sporco”? E di che “gioco sporco” si tratta?
Quello di Cristiano Brigotti è dunque un omicidio di Stato? E per difendere cosa, esattamente?

Note

  1. Nell'attentato, realizzato da Al Qaeda tramite camion-bomba 12 novembre 2003, perdono la vita 19 italiani e 9 iracheni. Per approfondire: La strage di Nassiriya si poteva evitare. La sentenza: “Clamorosi errori e irresponsabili assurdità” - Giuseppe Caporale, Luca Comellini, Tiscali Notizie, 13 febbraio 2017;
  2. Dal 1997 al 1999 comandante del 1° reggimento Carabinieri Paracadutisti Tuscania e, dal 2008 al 2011 vicedirettore dell'Aise, servizi segreti esteri;
  3. Stralci della memoria difensiva del 2 marzo 2013, pagine 53-54: «richiamata notorietà scientifica della possibilità di effettuare esami del DNA su cadaveri ben più consumati di quello di Brigotti[...]sono state eseguite "indagini di laboratorio su un frammento di osso" [così formattato nell'originale]: tale limitazione ad un solo frammento, che sarebbe poi risultato inidoneo allo scopo, desta perplessità[...]nessuna indagine [tossicologica] è stata effettuata sui capelli di Brigotti che pure erano presenti alla riesumazione[...]»
  4. Oltre al gasdotto “Transmed”, che attraversa la Tunisia per portare il gas in Italia, da Hassi R'Mel (circa 600 km a sud di Algeri) partono anche il gasdotto Maghreb-Europa che attraversa lo stretto di Gibilterra e alcuni tracciati del gasdotto interno che rifornisce il consumo privato, l'industria petrolchimica e i terminali di gas naturale liquefatto

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