martedì 24 aprile 2018

Egitto, il peso dell'Italia nella repressione della "Generazione Carcere"

Giulio Regeni contro Zohr. Si spiegano lungo questa dicotomia gli odierni rapporti tra Italia ed Egitto: da un lato l'interesse di un giovane dottorando di Cambridge che, evidentemente, infastidisce il governo; dall'altro un giacimento da 850 miliardi di metri cubi di gas naturale – la più grande riserva ad oggi conosciuta nel mar Mediterraneo – che porta denaro e benefici tanto a Roma quanto a Il Cairo. In termini di scelte politico-economiche non c'è partita. Non può esserci partita se si tiene conto di due concetti di base: il pragmatismo a cui è improntata la politica estera italiana e i 4,6 miliardi di interscambio commerciale del 2016 che fanno dell'«Egitto[...]un partner ineludibile dell'Italia, così come l'Italia è imprescindibile per l'Egitto», come dichiarato nel settembre 2017 da Angelino Alfano, all'epoca ministro degli Esteri del governo Gentiloni. Ma cosa vuol dire, in concreto, fare affari con il regime di Abd al-Fattah al-Sisi?

Per approfondire su Abd al-Fattah al-Sisi:

Per approfondire sull'«omicidio di Stato» di Giulio Regeni:

Per approfondire sul giacimento di Zohr:

Italia-Egitto, amicizia all'oro nero

È il 1954 quando l'Italia da poco repubblicana e fortemente ideologica – soprattutto del suo ruolo nel Mediterraneo - si presenta grazie all'Agip Mineraria (gruppo Eni) di Enrico Mattei all'Egitto del colonnello Gamal Abd el-Nasser, proponendogli il 75% dei profitti derivanti dall'estrazione petrolifera al posto del consuetudinario 50%, in un momento storico in cui l'Egitto dichiara la nazionalizzazione del Canale di Suez sottraendolo così a Francia e Gran Bretagna, partner commerciali di lunga data. Un capitolo intero della storia delle relazioni italo-egiziane potrebbe scriversi parlando della sola Eni, dal 2015 proprietaria del giacimento di Zhor, 110 km2 nelle acque territoriali egiziane – di fronte Port Said – da cui è stimata l'estraibilità di 5,5 miliardi di barili di olio equivalente.

Ma dietro al cane a sei zampe, in Egitto si muovono da decenni alcuni tra i più grandi nomi dell'economia italiana: Intesa Sanpaolo è tra i primi investitori nel Paese anche tramite la partecipazione all'80% del capitale di Bank of Alexandria, uno dei veicoli per il «finanziamento di operazioni di imprese italiane nel Paese», come si legge nell'ultimo rapporto disponibile di InfoMercatiEsteri (aggiornato ad ottobre 2017)[1]. Investimenti che significano, tra gli altri, vari progetti di Edison nel settore petrolifero e nella costruzione di centrali elettriche, anche grazie alla liberalizzazione dei settori dell'elettricità e del gas da parte del governo egiziano.

Oltre 40 progetti nei settori dell'energia, della petrolchimica, del gas e dell'energia portano inoltre la “firma” del gruppo italo-argentino Techint (Tenaris) della famiglia Rocca, il cui potere mette radici già nell'epoca fascista ed è oggi sottoposta ad indagine per corruzione internazionale nello scandalo Petrobras, la “Mani Pulite” brasiliana (Operação “Lava Jato”) in cui è coinvolta anche Saipem (e dunque Eni) e che ha portato alla destituzione di un'ex Presidente (Dilma Rousseff), alla condanna di Luiz Ignacio Lula da Silva – predecessore di Rousseff al Palácio do Planalto – e all'indagine dell'attuale Presidente-(semi)dittatore Michel Temer.

I dati InfoMercatiEsteri evidenziano come rilevanti interessi italiani in Egitto siano anche i 245 milioni di euro investiti nella realizzazione da parte di Ansaldo di una centrale elettrica o il parco eolico da 120MW e 130 milioni di euro di investimento a Gulf el Zeit realizzato della Italgen (prima azienda industriale straniera in Egitto), così come l'impianto “greenfield” della Danieli per la produzione di acciaio a Beni Suef in cui sono stati investiti 70 milioni di euro. Non è dunque un caso, alla luce di questi dati, che il primo viaggio da Capo di Stato di al-Sisi sia stato fatto in Italia (novembre 2014) e, sul vettore opposto, Matteo Renzi sia stato il primo presidente del consiglio europeo a visitare l'Egitto.

Per approfondire #1: Import-Export tra Italia ed Egitto nel 2016
Export Italia verso Egitto, 2016
Import Italia da Egitto, 2016
(Clicca sulle immagini per accedere ai dati, fonte: the Observatory of Economic Complexity)

Per approfondire #2:

Stabilità economica e repressione

L'arrivo al potere di Abd al-Fattah al-Sisi nel giugno 2014 è considerato un fattore di stabilità dell'Egitto dopo gli anni “tumultuosi” tra la fine del trentennale regime di Hosni Mubarak e la breve esperienza del governo Morsi, espressione dei Fratelli Musulmani (giugno 2012-luglio 2013).

Stabilità che nel 2017 ha portato alla crescita del Pil del 4,2% - un punto percentuale in meno rispetto al 2016 – sostenuta da un ampio programma di finanziamento da parte del Fondo Monetario Internazionale (12 miliardi di dollari tramite l'Extended Fund Facility varato nel novembre 2016), della Banca Mondiale (Development Policy Financing) e della Banca Africana di Sviluppo, per un prestito totale delle due istituzioni da 1,5 miliardi di dollari. Tra le principali misure adottate i tagli ai sussidi energetici e l'introduzione dell'IVA al 13%. Le politiche di austerità, insieme alla liberalizzazione del regime di cambio, hanno fatto registrare un'impennata dell'inflazione, arrivata oltre il 30% (e oltre il 40% per i beni alimentari). Ciò ha portato il governo a varare una serie di misure in favore delle fasce più deboli della popolazione egiziana. L'accordo con il FMI prevede inoltre un piano a lungo termine per la riduzione del rapporto debito pubblico/Pil dall'attuale 95% al 78% entro il 2021

Per appprofondire:

Ma cosa significa, dal punto di vista delle opportunità politiche, fare affari con il regime egiziano?

Quegli affari che "puliscono le mani" dei regimi

Significa, tra le altre, fornire armi per quasi 14 milioni di euro nel solo 2016/2017 (prodotte soprattutto da Leonardo SpA e Beretta[2]) ad un regime noto per la sua opera di repressione dei diritti e delle libertà civili, con le carceri che si riempiono di oppositori politici, attivisti, giornalisti e accademici sottoposti a torture – come Giulio Regeni – e sparizioni forzate, una pratica che l'Italia “sostiene” fin dai tempi dei “vuelos de la muerte” praticati dal regime civico-militare argentino (1976-1983).

Tabella export armi italiane in Egitto
Clicca sull'immagine per ingrandire

Fare affari con al-Sisi significa legittimare un regime eletto nel 2014 con il 96,91%[3] delle preferenze in una elezione giudicata regolare ma dalla bassissima affluenza (10%-15% degli aventi diritto) che pratica processi di massa in un sistema giudiziario che condanna alla pena di morte per l'orientamento sessuale ma lascia impuniti i reati di esercito e servizi segreti, due dei poteri più forti nel sistema di controllo che ruota intorno ad al-Sisi. Impunità che il regime si è guadagnato anche a livello internazionale, divenendo ad esempio uno dei Paesi fulcro della coalizione impegnata nel conflitto in Yemen.

Sul piano internazionale, la stabilità interna mantenuta dal regime permette al sistema di potere che guida l'Egitto di stabilire relazioni con le principali diplomazie mondiali, dai nuovi contatti con Giappone e Cina (con cui esiste un currency swap tra le banche centrali da 2,6 miliardi di dollari) al mantenimento di storiche relazioni con l'Europa e gli Stati Uniti – nonostante la cancellazione da parte del governo Trump di investimenti per 300 milioni di dollari – fino a quel mondo arabo che, grazie agli oltre 20 miliardi di dollari in aiuti forniti da Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, rappresenta un pilastro portante del potere internazionale di al-Sisi, riconfermato alla presidenza nel marzo 2018 con il 92% dei voti (affluenza al 40%).

Il regime egiziano, dando per risolta in suo favore la vicenda Regeni con il ritorno dell'ambasciatore Giampaolo Cantini presso la nostra ambasciata, deve fare i conti con la probabile riduzione del flusso d'acqua del Nilo per effetto della Grand Ethiopian Renaissance Dam – costruita dall'italiana Salini-Impregilo – che sta di fatto incrinando i rapporti con Addis Abeba, mentre sul confine orientale le forze di sicurezza egiziane devono fronteggiare il gruppo “Wilayat Sainà (“Provincia del Sinai”, in italiano), una delle tante sigle-satellite di Daesh che ha rivendicato vari attentati nell'area, dove l'Egitto difende il gasdotto che lo collega ad Israele utilizzando raid aerei, mezzi corazzati e d'artiglieria e preclude l'ingresso ai giornalisti, il fronte più caldo della guerra alla democrazia in Egitto.

Maxiprocesso alla democrazia

Sul fronte interno, dal 2015 il regime di al-Sisi adotta una politica ben nota – e forse ripresa? - dall'Italia: il ricorso a quello "Stato d'emergenza" che ha portato alla formulazione della legge antiterrorismo n.94 che ha portato all'allargamento dei poteri del Presidente, all'istituzione di tribunali speciali e, soprattutto, all'ampliamento del concetto di “atto terroristico”. La nuova normativa prevede sanzioni specifiche per quei giornalisti che sull'argomento provano a dare una versione diversa dalle note governative. Non è un caso che la “diffusione di notizie false” sia uno dei reati più presenti tra le cause nei tribunali locali insieme alla creazione di “comitati di stampa”.

Dopo Turchia e Cina l'Egitto è il terzo paese al mondo per numero di giornalisti in carcere: con l'arresto di Moataz Wadnan dell'Huffington Post Arabi (scomparso dallo scorso febbraio) e del documentarista Ahmed Tarek Ibrahim Ziada salgono infatti a 27 i giornalisti incarcerati al marzo 2018 nelle carceri di al-Sisi. Carceri come quello di Tora, salito agli onori della cronaca internazionale per la sezione speciale “Scorpion, la “tomba” dei dissidenti politici che ha visto tra i detenuti anche Ibrahim Metwally, avvocato del team legale che aiuta la famiglia di Giulio Regeni.
La repressione della libera informazione in Egitto censura il lavoro di giornalisti e fotoreporter come Mahmoud Abu Zeid, detto “Shawkan", rinviato a giudizio nell'agosto 2013 - insieme ad altre 738 persone, tra cui vari leader dei FM – per aver fotografato la violenza con cui le forze di polizia hanno disperso una manifestazione di protesta a Rabaa al-Adawiya, quartiere de Il Cairo. “Shawkan” - accusato anche di “appartenenza a banda criminale”, da quattro anni è illegalmente detenuto in attesa di processo. La legge egiziana fissa infatti in due anni la carcerazione preventiva per i reati più gravi. «Secondo Reporters Senza Frontiere» riporta Nena News nel marzo 2018

l'Egitto è al 161° posto su 180 nella classifica sulla libertà di stampa, con un bilancio di oltre 500 media chiusi dal maggio 2017 e almeno 30 giornalisti in prigione. L'Egitto è il terzo paese al mondo per numero di reporter agli arresti, dopo Turchia e Cina.

Per approfondire:

Quella di promulgare “notizie false” è una delle principali accuse mosse dal regime ai giornalisti: è il reato che nel maggio 2016 porta all'arresto di Amro Badr e Mahmoud al-Saqqa – membri del sindacato della stampa de Il Cairo – e di Malek Adly, direttore del centro egiziano per i diritti economici e sociali (e tra i primi a denunciare la sparizione di Giulio Regeni) o, nel 2013, dei giornalisti di Al Jazeera Peter Greste (poi espulso dal Paese), Mohamed Fahmy e Baher Mohamed, successivamente graziati. Yahia Galash, Khaled Elbalshy e Galam Abd el-Reheem, rispettivamente presidente e membri del consiglio direttivo del sindacato dei giornalisti, sono stati invece condannati a due anni di carcere con l'accusa di aver offerto riparo a Badr e al-Saqqa, diffondendo su di loro notizie giudicate false dal regime. Questi ultimi due, secondo le accuse istituzionali, farebbero parte del Movimento 6 aprile”, uno dei gruppi protagonisti della Rivoluzione - nato inizialmente in sostegno alle lotte operaie e reso illegale dal 2014 - con cui nel 2011 viene deposto l'ex Presidente Hosni Mubarak.

Per approfondire:

La "Generazione Carcere"

È da quelle proteste che nasce quella che in un rapporto di Amnesty International del 2015 viene chiamata la «Generazione Carcere», “risultato” della nuova legge 107 sulle proteste del novembre 2013, grazie alla quale non solo è possibile l'arresto di manifestanti pacifici senza motivo, ma è vietato qualunque presidio in piazza senza autorizzazione preventiva. Secondo varie organizzazioni per i diritti umani, nei primi due anni del regime al-Sisi sono state 41.000 le persone detenute per il loro attivismo politico e sociale (altre 26.000 tra il 2015 e il 2017). Sarebbe dovuta essere la nuova classe dirigente di un Paese liberato da un regime trentennale, se non fosse che a quella non-democrazia continuano a seguirne altre dello stesso tenore.

Gli inizi del regime di al-Sisi vanno in tutt'altra direzione: a piazza Tahrir, ad esempio, viene eretto un altare ai martiri della Rivoluzione, mentre in piazza Rabaa al-Adawiya viene posata una statua con due mani in marmo che sorreggono un mappamondo: lì dove il 16 agosto 2013 viene perpetrato il peggior massacro della recente storia egiziana - oltre 900 morti e migliaia di feriti in meno di 24 ore - che porterà all'arresto di "Shawkan" e, nel 2017, alla condanna a cinque anni di carcere per altri quattro giornalisti (Youssef Talaat, Abdallah Al-Fakharany, Samhi Mostafa, Mohamed El-Adly). È anche grazie ad una simile simbologia che una parte del movimento giovanile Tamàrrud ("ribellione", in italiano) – molti dei quali sottoposti alla repressione di quel governo Morsi che aiuta a deporre – si schierano in favore del nuovo regime.

Chi non l'ha fatto continua a subire violenze, torture e persecuzioni. Nelle carceri egiziane ci sono oggi attivisti come i fondatori del “Movimento 6 Aprile” Ahmed Maher, Mohamed Adel e Ahmed Douma, noto per essere stato incarcerato da tutti i regimi fin dall'era di Hosni Mubarak (e inizialmente condannato a 25 anni di carcere insieme ad altri 229 manifestanti nel 2011) e Alaa Abd El Fattah, detenuto da oltre quattro anni e già in carcere sotto Mubarak, accusato – come molti – di aver manifestato contro il governo. Le stesse accuse mosse contro attivisti come Yara Sallam e Mahienour El-Massry (rilasciata a gennaio 2018). Mahmoud Mohamed Ahmed Hussein, ha scontato oltre 500 giorni di carcere per aver indossato una maglietta con slogan inneggianti alla Rivoluzione e contro la tortura. Sotto al-Sisi, inoltre, le manifestanti vengono sottoposte a test obbligatori di verginità.

Per approfondire:

La nuova fase cooperativa economica, politica e strategica tra Russia ed Egitto – sancita con la visita di Vladimir Putin a Il Cairo nel novembre 2017 – ha portato all'inasprimento della legge sull'attività delle ong del precedente maggio e ad una stretta repressiva verso organizzazioni come l'agenzia indipendente Mada Masr, il Centro legale Hisham Mubarak o il Centro Nadeem che si occupa di riabilitazione psicologica delle vittime di tortura, congelando i beni e vietando i viaggi all'estero degli attivisti, spesso accusati di essere pagati da governi stranieri. Per tutti l'accusa, oltre alla “diffusione di notizie false” è il supporto al terrorismo.

Per approfondire:

Il "terrorismo" di al-Sisi e l'etica italiana

Dall'arrivo al potere di al-Sisi (2014) stando agli ultimi rapporti di Amnesty International, oltre 30.000 persone sono state accusate di svolgere “attività terroristica”, reato dietro al quale si celano spesso il democratico esercizio delle libertà personali o la richiesta di un'informazione libera ed indipendente. Diritti che una “democrazia compiuta” - come l'Italia si definisce - dovrebbe difendere ovunque.

Ad agosto 2016 al-Sisi ha firmato una nuova legge che permette ai tribunali militari di giudicare anche imputati civili e formalmente vieta i maltrattamenti sui cittadini da parte della polizia, ai cui membri è però vietato rilasciare dichiarazioni alla stampa e organizzarsi in sindacati. La magistratura si rifiuta spesso di indagare sui casi di falsificazione dei verbali di arresto, tortura, sparizioni forzate e sui decessi di detenuti in custodia, nonostante in tribunale vengano spesso presentate prove contro membri delle forze di sicurezza, rei di ricorrere alla carcerazione preventiva oltre i termini legali o al regime dell'isolamento totale (“incommunicado”) per i detenuti. Scosse elettriche, percosse, costrizione in posizioni di forte stress psico-fisico sono alcune delle pratiche di tortura usate dalla National Security Agency (NSA), l'intelligence egiziana a cui è affidato anche il sistema delle sparizioni forzate come quella di Aser Mohamed, 14 anni.

Metodi che l'Italia non ha più potuto ignorare dopo l'omicidio di Giulio Regeni, i cui sviluppi dimostrano non solo il reale potere (anche di impunità) delle forze di sicurezza egiziane, ma soprattutto la volontà italiana di anteporre l'interesse economico a quello etico.

Note

  1. InfoMercatiEsteri è la piattaforma realizzata dal ministero degli Esteri italiano per mettere a disposizione, gratuitamente, informazioni sui Paesi con cui l'Italia intrattiene rapporti commerciali, grazie al capillare lavoro di analisi di Ambasciate, Consolati e delle Camere di commercio italiane all'estero. Qui la scheda realizzata per l'Egitto;
  2. Fonte: Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, anno 2016, tabelle AA1 e GG;
  3. Presentatosi come indipendente, sul totale di oltre 24,5 milioni di voti al-Sisi ne ha ottenuti più di 23,7 milioni contro Hamdin Sabahi, scelto dalla Corrente Popolare Egiziana, che non ha sforato neanche il milione di voti, fermandosi al 3,09%.

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