martedì 10 aprile 2018

Il circuito dei Camosci – L'Italia delle carceri speciali

Per fronteggiare l'"emergenza terrorismo" degli anni Settanta il governo italiano non ricorre solo alle torture di Stato (Triaca, Di Lenardo, Mantovani, Arcangeli) ma anche a quello che Christian G. De Vito definisce “Circuito dei camosci[1]: il sistema delle carceri speciali per detenuti politici nato con la riforma carceraria del 1975, con la quale vengono definiti benefici per i detenuti che decidono di collaborare con la giustizia.

Il fronte nelle carceri

Nelle carceri, in quegli anni, si crea un nuovo terreno di scontro con lo Stato basato sulla richiesta di condizioni carcerarie migliori. Alcune delle innovazioni introdotte nella legge 354/75 – come le misure alternative al carcere – sono riprese proprio dalle istanze dei detenuti, le cui proteste vengono spesso risolte nel sangue. Quanto accade fuori accade anche dietro le sbarre: alla violenza della lotta armata lo Stato risponde combattendo con altrettanta violenza la sua «guerra», come la definisce nel 2007 Nicola Ciocia, il “Professor De Tormentis”, in un'intervista rilasciata a Matteo Indice del Secolo XIX. Il “Fronte delle carceri” delle Brigate Rosse o i Nuclei Armati Proletari nascono tra i detenuti in protesta sui tetti delle carceri, mentre l'opinione pubblica è sempre più preoccupata per l'aumento dei reati comuni. I dati riportati da De Vito[2] nel libro "Camosci e girachiavi. Storia del carcere in Italia" (Laterza, 2009) per il periodo 1970-1975 vedono gli omicidi passare da 1.328 a 1.759; i furti denunciati da 546.213 a 1.527.662 mentre rapine, sequestri ed estorsioni passano da 3.170 ad 11.447.

Carcere di Alessandria, quando lo Stato uccide per «quattro voti in più»

Il clima in cui vivono gli italiani è evidentemente teso: all'"emergenza sicurezza" (tra le prime di una lunga e costante serie nella nostra storia) si aggiungono le bombe di Piazza Fontana (Milano, 12 dicembre 1969) e di Piazza della Loggia (Brescia, 28 maggio 1974), dell'attentato al treno Italicus (San Benedetto Val di Sambro, 4 agosto 1974) e dell'attentato di Settembre Nero all'aeroporto di Fiumicino del 17 dicembre 1973, mentre a Genova le Brigate Rosse sequestrano il magistrato Mario Sossi (18 aprile 1974), pubblico ministero nel processo al Gruppo XXII Ottobre, considerato nucleo fondativo della colonna brigatista del capoluogo ligure.

Per approfondire:

È in questo clima che, il 9 maggio 1974, nel carcere di Piazza Don Soria ad Alessandria tre detenuti (Cesare Concu, Domenico Di Bona ed Everardo Levrero) armati di pistole e un coltello sequestrano il medico, un detenuto infermiere, un'assistente sociale, sei agenti e sei insegnanti. I tre – considerati detenuti non pericolosi – hanno un'unica richiesta: un pulmino per evadere, con gli ostaggi, senza essere seguiti. Le trattative per il rilascio si protraggono, ma all'inizio la vicenda non appare di così ampia rilevanza nazionale. Quelle, però, sono ore particolari: il sequestro avviene a pochi giorni dal referendum sul divorzio (12-13 maggio). Il governo Rumor V – di fatto un rimpasto dal precedente esecutivo in seguito alle dimissioni del ministro del Tesoro Ugo La Malfa - non può permettersi distrazioni né, soprattutto, figuracce. L'uccisione del dottor Roberto Gandolfi, medico del carcere, il pomeriggio del 9, non aiuta la distensione. La questione, dicono al Viminale, va chiusa nel minor tempo possibile con la vittoria dello Stato. Anche perché nel frattempo sono arrivati i giornalisti. Nel primo blitz tentato dai Carabinieri, nel tardo pomeriggio del 9, oltre a Gandolfi viene ucciso anche Pier Luigi Cambi, insegnante nella scuola del carcere. La situazione, comunque, non si sblocca.

Al comando delle operazioni di polizia c'è il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che alle 17:00 del giorno dopo ordina un secondo blitz. «Non ci fu nessun assalto», racconta a La Stampa nel 2014 don Maurilio Guasco, l'ultimo dei mediatori

In base alle testimonianze che ho raccolto ostaggi e rivoltosi si erano ormai ristretti in una stanzetta. La porta era aperta, da fuori gettarono all'interno bombe lacrimogene pensando di snidarli col fumo. Invece Concu chiuse la porta e Di Bona fece quel che aveva promesso. Sparò per uccidere, a quattro ostaggi: l'assistente sociale [Graziella] Vassallo Giarola, le due guardie carcerarie e l'ingegner Vincenzo Rossi, ferito ad una gamba. L'ultimo colpo lo lascio per sé

Concu e Levrero?

Il primo uscì con le mani in alto e la pistola in pugno (ma poi si scoprì che era un ferrovecchio inutilizzabile) e fu crivellato di colpi: morirà in ospedale. Levrero, che aveva solo un coltello, si rifugiò in uno sgabuzzino: stava per fare la fine di Concu, ma il colonnello Musti dei carabinieri bloccò i suoi uomini e gli salvò la vita

Alla fine del blitz le vittime sono in tutto sette: due detenuti, due guardie e tre civili. Dalle testimonianze raccolte da don Guasco è impossibile accertare chi abbia davvero ucciso Gandolfi e Cambi: il primo «colpito al capo mentre era seduto davanti a una finestra che andò in frantumi per la sparatoria, da dentro e da fuori» - data la presenza di cecchini – mentre l'insegnante «durante la ritirata dall'infermeria nei bagni, forse disorientato dal fumo sbagliò strada. Può darsi che Di Bona, temendo che tentasse la fuga, gli abbia sparato; oppure anche per lui fu una pallottola vagante».

Quelli non sono ancora gli anni del «don't clean up this blood» del G8 di Genova e per questo nelle ore immediatamente successive i muri del carcere vengono imbiancati, ripulendo la scena del crimine da possibili domande pericolose per le istituzioni. Alcune risposte possono essere trovate in un altro passaggio dell'intervista a don Guasco, la cui testimonianza davanti ai giudici di Genova – dove si svolge il processo per la rivolta - viene stralciata dal procuratore Francesco Coco, in seguito sequestrato e ucciso (8 giugno 1976) dalle Brigate Rosse. La motivazione dello stralcio è interessante: la testimonianza di don Guasco, sostiene Coco, è «chiaramente inficiata da animosità verso le forze dell'ordine». Ad Alessandria viene aperta un'indagine sull'operato di Dalla Chiesa e del procuratore di Torino Reviglio della Venaria. L'atteggiamento dello Stato sui fatti di Alessandria è racchiuso nella risposta data a don Guasco da Giuseppe Montesano, capo della Criminalpol torinese:

Padre e lei credeva davvero che li avremmo fatti uscire a due giorni dal referendum?

«Mi sta dicendo che per quattro voti in più avete fatto morire tutta questa gente?» è la domanda, ancora oggi senza (ufficiale) risposta, di don Guasco.

Per approfondire:

Il Circuito dei camosci

Il 22 maggio al generale Dalla Chiesa il governo affida il comando dell'antiterrorismo italiano: nasce così il Nucleo Speciale Antiterrorismo (video). La nomina è l'episodio più evidente di un vero e proprio cambio di prospettiva politica delle istituzioni. In magistratura – riporta ancora De Vito[3] – vengono favoriti quei procuratori generali che vogliono la «restaurazione negli istituti penitenziari di un regime rigido e repressivo» al cui vertice – dopo il ministro di Grazia e Giustizia – c'è proprio il generale.

Sono le “sezioni speciali” negli istituti penitenziari a rappresentare il primo passo della stretta repressiva, resa ancora più evidente dalla costruzione di nuove carceri di massima sicurezza (e dalle camere di tortura), appositamente creati in luoghi difficilmente raggiungibili. Dai 1.000 detenuti “speciali” del 1977prelevati soprattutto tra il 18 ed il 26 luglio – alla fine del decennio se ne contano 3.500. una popolazione per cui lo Stato non bada a spese: il finanziamento per l'«emergenza terrorismo» passa dai 400 miliardi di lire del 1977 ai 1.051 miliardi del 1981[4].

I primi istituti a far parte del “Circuito dei camosci” sono quelli di Palmi, Trani e la sezione “Fornelli” del carcere sull'isola dell'Asinara, a cui si aggiungono presto le carceri di massima sicurezza di Novara, Termini Imerese, Nuoro (Badu 'e Carros), Messina – dove viene creato uno specifico istituto per detenute – la sezione “Agrippa” del carcere sull'isola di Pianosa, Fossombrone e Favignana (isole Egadi). Restrizioni per i detenuti “speciali” vengono imposte sulla lettura di libri e giornali, sull'acquisto di generi alimentari e di conforto, sulla posta – spesso censurata o consegnata in ritardo – e sull'uso della televisione. Nelle sezioni femminili, inoltre, la luce nei bagni non viene mai spenta, in modo che le telecamere possano riprenderle anche nella loro intimità.

Dal 1980 i detenuti “speciali” imputati nel Processo-guerriglia” ai capi storici delle Brigate Rosse vengono trasferiti nel supercarcere di Palmi (Reggio Calabria) per la distruzione de “Le Nuove”, l'istituto penitenziario di Torino dove si svolge il processo.

Il “Supercommissario” Dalla Chiesa

È la legge 354/75 a dare legittimità al “Circuito dei camosci”, differenziando per la prima volta nella storia della Repubblica italiana tra detenuti di minima e massima sicurezza. Verso questi ultimi viene applicato quell'articolo 90 che è, de facto, progenitore dell'attuale regime del carcere duro (“41bis”). Tanto le procedure quanto la scelta dei detenuti sottoposti alla massima sicurezza sono lasciati per i primi anni alla piena discrezionalità dei vertici dell'antiterrorismo e soprattutto del generale Dalla Chiesa, a cui dal 1974 e fino alla fine del decennio il governo affida un'ampia serie di compiti, trasformandolo in un vero e proprio “Supercommissario all'antiterrorismo”:

  • Responsabile del I° Nucleo Speciale Antiterrorismo (1974-1976);
  • Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti informativi per la lotta all'antiterrorismo (1978);
  • gestisce direttamente la creazione delle carceri di massima sicurezza, dove vengono costruite celle per due o tre detenuti al massimo, con doppie sbarre alle finestre e doppio muro di cinta oltre che divisori e citofoni per i colloqui, mentre la vigilanza esterna è affidata ai “suoi” Carabinieri, di cui dal 1981 diventa vicecomandante;
  • stila personalmente le liste dei detenuti da tradurre nelle nuove “carceri speciali”, pescando tra condannati e detenuti in attesa di giudizio per terrorismo – il gruppo più numeroso – mafia o tra coloro che in carcere hanno partecipato a proteste, sequestri e tentate evasioni.

Troppo potere al “Supercommissario”?

Il 22 agosto 1977 è addirittura il Corriere della Sera ad accusare il generale Dalla Chiesa di aver creato un «doppio sistema carcerario»[5] pochi mesi dopo la sua nomina a coordinatore dei servizi di sicurezza delle carceri, mentre l'art.90 – che permette la sospensione dei benefici per i detenuti in caso di «gravi ed eccezionali motivi di ordine e sicurezza» e dunque senza necessità di controllo di legittimità parlamentare – diventa sempre più procedimento definitivo.

Per approfondire:

Di fatto, in quella seconda metà degli anni Settanta, il ministro di Grazia e Giustizia e il “Supercommissario” Dalla Chiesa dispongono di un potere enorme sulla vita dei detenuti, senza alcuna forma di opposizione nelle istituzioni. Se per le carceri “speciali” a venir meno è il principio rieducativo della pena, l'ampio potere concesso nella loro gestione mette in discussione lo stesso principio democratico. È per questo che le proteste, a questo punto, arrivano anche da giudici come Antonino Caponnetto e Alessandro Margara o da Mario Gozzini, giornalista e senatore comunista che il 10 ottobre 1986 dà il nome all'omonima legge (n.663/1986) che riforma l'ordinamento penitenziario, introducendo benefici come i permessi premio, l'affidamento ai lavori sociali per i detenuti con pena inferiore ai 3 anni o riduzioni della pena in casi particolari legati ad età, salute o studio. È la “legge Gozzini”, inoltre, a definire i criteri per l'ottenimento della condizionale e degli arresti domiciliari, mentre l'ergastolo viene sostituito da una pena massimale di 26 anni.

Il “Fronte comune” detenuti-agenti e i carri armati a Bologna

Il “Fronte del no” che si crea sul finire degli anni Settanta è anche il risultato di un ampio clima riformista che investe l'Italia in quegli anni, portando ad esempio alla richiesta di smilitarizzazione della Polizia di Stato o ad esperienze come i “Proletari in divisa” nell'Esercito. Insomma: forze dell'ordine e detenuti hanno qualcosa in comune, con gli agenti della Polizia penitenziaria che protestano perché scarsamente formati, sotto organico e costretti a lavorare in carceri già all'epoca sovraffollate.

sappiate che se cercheremo di limitare la nostra protesta, finché ci sarà possibile, non è per paura di repressioni e di trasferimenti, ma perché non vogliamo caricarvi di straordinario, facendo il gioco di cui vuole far pagare le sue responsabilità a quelli che non hanno colpa

scrivono i detenuti del carcere di Verona in solidarietà con gli agenti in una serie di lettere nel 1976.

La quiete viene però interrotta dalle nuove proteste del 1977 e, dunque, dall'inasprimento della repressione dentro e fuori le carceri: all'interno degli istituti penitenziari governo Andreotti e Pci promuovono l'affidamento della sorveglianza esterna all'Esercito, mentre le piazze vengono militarizzate, come accade l'11 marzo 1977, quando i carri armati percorrono via dell'Indipendenza a Bologna durante le proteste contro un'assemblea universitaria indetta da Comunione e Liberazione nelle quali viene ucciso ucciso Francesco Lorusso, studente di medicina e militante di Lotta Continua. Massimo Tramontani, il militare di leva che uccide Lorusso dopo aver sparato senza autorizzazione alcuni colpi di fucile altezza uomo, viene prosciolto per “legittimo uso delle armi” in base a quella Legge Reale che – stando ad una ricerca del 1990 a cura di Luca Rossi[6] – negli anni dell'"emergenza terrorismo" (1974-1981) causa 119 morti e 158 feriti. Vittime spesso disarmate.

Per approfondire:

Dal 90 al 41(bis)

Il “carcere duro” non viene però realmente abolito dalla riforma, nonostante l'abrogazione dell'art.90 porti alla progressiva chiusura delle carceri “speciali”. Con la bomba che uccide il giudice Giovanni Falcone a Capaci, il 23 maggio 1992, lo Stato torna ad inasprire le pene per i detenuti “speciali”, ora sottoposti al “carcere duro" previsto dall'art.41bis della legge Gozzini (ancora oggi in vigore), ampliato ai mafiosi[7] dalla legge 356/1992 - nota come “Martelli-Scotti” - che cancella i benefici per i detenuti accusati di terrorismo, eversione, sequestro di persona a scopo estorsivo, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, associazione mafiosa e favoreggiamento alla mafia.

Dopo le proteste del “Fronte delle carceri” e della sinistra extraparlamentare, con l'applicazione del 41bis sono oggi le istituzioni sovranazionali a richiamare l'Italia (casi Benedetto Labita e Rosario Indelicato) per un provvedimento che ha una forte presa sulla “pancia” dell'opinione pubblica ma che in molti considerano anacronistico, non più efficace contro mafie sempre più esperte di finanza e lontane da quei clan “coppola&lupara” contro cui la norma è inizialmente rivolta.

Per approfondire:

L'attacco al cuore dello Stato (penitenziario)

Quella tra Brigate Rosse e governo italiano è una vera e propria «guerra», come sostiene il “Professor De Tormentis”. Anzi, è un vero e proprio «attacco al cuore dello Stato», come scrivono i brigatisti nei loro comunicati. Sono gli anni del sequestro Sossi (1974) e degli omicidi Coco (1976) e Moro (1978) ma anche della spaccatura tra il nucleo storico delle Br e il “gruppo Moretti” e, soprattutto, del pentimento di Patrizio Peci. Ai brigatisti serve dunque un'operazione eclatante: l'obiettivo, in quel dicembre 1980, non può che essere il vertice della repressione carceraria: il 12 dicembre il “gruppo Senzani” sequestra Giovanni D'Urso, magistrato e direttore dell'Ufficio III della Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena del ministero di Grazia e Giustizia, accusato dai brigatisti di essere a capo del sistema delle torture. La rivendicazione chiede la chiusura della sezione “Fornelli” dell'Asinara – dove è detenuto il nucleo storico dell'organizzazione – comunque già decisa dal governo.

Durante il sequestro – il 31 dicembre - a Roma viene ucciso il generale Enrico Rizziero Galvaligi, da anni stretto collaboratore e amico di Dalla Chiesa, che lo nomina vicecomandante dell'Ufficio per il coordinamento dei servizi di sicurezza delle carceri. Nella gerarchia istituzionale, dopo il ministro di Grazia e Giustizia e il “supercommissario” Dalla Chiesa ci sono dunque proprio D'Urso e Galvaligi. L'imputazione per quest'ultimo nel processo brigatista è specifica: aver guidato, dalla Capitale, il blitz nel supercarcere di Trani (Bari, 28 dicembre), dove circa 70 detenuti – tra cui molti brigatisti – sequestrano 19 agenti di custodia e tentano di uccidere Guido Giannettini e Franco Freda, condannati per la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Piano sventato anche per l'uso di «pestaggi sanguinosi» da parte degli uomini del Gruppo di Intervento Speciale (Gis)[8], reparto d'élite istituito con decreto dell'allora ministro dell'Interno Francesco Cossiga il 6 febbraio 1978.

Galvaligi e D'Urso non sono gli unici obiettivi di questo “attacco al cuore delle carceri” da parte delle Brigate Rosse: il 13 febbraio 1977 viene gambizzato Valerio Traversi, dirigente superiore del ministero di Grazia e Giustizia che si occupa della ristrutturazione degli edifici e del problema delle evasione; vengono uccisi il magistrato Riccardo Palma (Roma, 14 febbraio 1978), accusato di essere uno degli artefici del nuovo sistema carcerario, il giudice Girolamo Tartaglione – direttore del Dipartimento affari penali che collabora alla elaborazione della riforma carceraria del 1975 – accusato di essere «espressione del sistema repressivo applicato in danno del cosiddetto proletariato carcerario» e il professor Alfredo Paolella (11 ottobre 1978), collaboratore di Tartaglione, da parte di Prima Linea, che il 2 maggio 1980 ferisce gravemente il professor Sergio Lenci – esperto nella progettazione delle nuove strutture carcerarie – per impossessarsi dei piani edilizi del nuovo carcere di Spoleto. Il 6 maggio 1975 viene inoltre rapito da un commando dei Nap il magistrato Giuseppe Di Gennaro, futuro direttore della Direzione Nazionale Antimafia e all'epoca direttore del Centro elettronico dell'amministrazione penitenziaria, «lo schedario dei detenuti»[9].

Sulla pelle del D'Urso l'Italia rischia un «golpe tecnico»?

Il sequestro D'Urso, che si risolve con il suo rilascio dopo 34 giorni di prigionia, porta ad una ennesima spaccatura istituzionale, come già avvenuto durante il sequestro di Aldo Moro: da un lato il “partito della fermezza” (Dc, Pci, Repubblicani, Msi), dall'altro socialisti e Radicali, fautori dell'apertura di una trattativa per il rilascio del magistrato. Lo scontro tra i due gruppi è anche uno scontro mediatico: tra le richieste delle Br c'è l'obbligo per i giornali di pubblicare i comunicati, mentre il governo Forlani pretende il black out informativo. I brigatisti scelgono accuratamente i giornali da coinvolgere: “La Stampa”, “la Repubblica”, “Corriere della Sera”, “La Nuova Sardegna”, “Il Tempo”, “Il Messaggero” e “Lotta Continua”. “L'Espresso”, tra gennaio e febbraio 1981, pubblica intanto l'interrogatorio di D'Urso da parte delle Br e un'intervista – a cura di Mario Scialoja e Giampaolo Bultrini, entrambi successivamente arrestati – con i sequestratori. La liberazione di D'Urso dipende dalla pubblicazione di alcuni comunicati dei brigatisti detenuti a Trani e Palmi su questi giornali. Repubblica e CorSera si schierano con il governo, mentre “LC” e “Il Messaggero” accettano l'ordine brigatista pur di salvare la vita del magistrato. Schierarsi con il “partito della fermezza” è una «decisione che non ha moventi del tutto chiari ed è comunque discutibile», denuncia l'allora deputato radicale Leonardo Sciascia, che inizialmente subisce forti censure da parte del Corriere – con cui collabora fin dal 1969 – per essersi fatto promotore di tre appelli per la liberazione di D'Urso, a cui aderiscono anche i familiari di Aldo Moro, Walter Tobagi e Carlo Casalegno, tutti vittime delle Brigate Rosse.

Per approfondire:

Per approfondire sulla “guerra mediatica”:

Per i Radicali – che per l'occasione coniano la formula “P2, P38, Pci, P-Scalfari” e mettono a disposizione uno spazio televisivo per Lorena D'Urso (video), costretta a leggere un comunicato in cui il padre è definito «boia» - quello del governo è un tentativo di «golpe» che «come il fascismo del 1921 ha bisogno di cadaveri» per imporre «leggi speciali e[...]un governo di emergenza nazionale costituito da “tecnici”». Piano che fallisce (in parte) con il rilascio, Il 15 gennaio 1981, di D'Urso a pochi metri dal ministero di Grazia e Giustizia e dalla sede del Pci.

All'orizzonte è già pronta una nuova emergenza: le bombe e gli omicidi di cosa nostra, per la cui soluzione viene chiamato nuovamente il generale Dalla Chiesa che – prima di essere ucciso in un attentato nel 1982 – lamenta di operare a «Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì» e il sostanziale abbandono da parte dello Stato[10], dopo le minacce fatte dal generale a Giulio Andreotti di non avere «alcun riguardo per la parte inquinata della sua corrente».

Una "emergenza mafia" che per oltre vent'anni si è basata (anche) sulle dichiarazioni di pentiti inventati ricorrendo alla tortura, come insegna il caso di Vincenzo Scarantino. E qui il cerchio si chiude. Almeno fino alla prossima "emergenza".

[6 - Fine]

Note

  1. Nel gergo carcerario è il modo in cui vengono definiti i detenuti, mentre “girachiavi” è l'appellativo per gli agenti della Polizia penitenziaria;
  2. Ministero di Grazia e Giustizia – Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Libro bianco. I dati essenziali del sistema penitenziario italiano in cifre, Roma, 1993. Pubblicazione per la circolazione interna nell'Amministrazione penitenziaria, in Christian G. De Vito, Camosci e girachiavi. Storia del carcere in Italia, Bari, Laterza, 2009, p.82;
  3. Ivi, p.78;
  4. Ivi, p.124;
  5. Gaetano Scardocchia, Cinque fortezze da cui non si evade. Verso un doppio sistema carcerario?, "Corriere della Sera", 22 agosto 1977
  6. Libro bianco sulla Legge Reale - Ricerca sui casi di uccisione e ferimento "da legge Reale", a cura del Centro di iniziativa Luca Rossi;
  7. Prima del 1992 la disposizione riguarda solo situazioni di rivolta o altre gravi situazioni di emergenza interna alle carceri italiane;
  8. Ancora oggi attivo, negli anni il gruppo è stato impiegato in «operazioni riservate» ma ormai note come l'arresto del boss della 'ndrangheta Giuseppe Strangio (dicembre 1989), del boss della camorra Ferdinando Cesarano (giugno 2000) latitante dal 1998 ed ha collaborato con la polizia francese dopo l'attentato a Charlie Hebdo;
  9. Sergio Zavoli, La Notte della Repubblica – Nuclei Armati Proletari, RaiStoria;
  10. Secondo quanto riferisce anni dopo Gaetano Badalamenti, riportando le parole di Tommaso Buscetta, «Dalla Chiesa lo hanno mandato a Palermo per sbarazzarsi di lui. Non aveva fatto ancora niente in Sicilia che potesse giustificare questo grande odio contro di lui»;

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