venerdì 13 aprile 2018

Perché nessuno si scaglia contro l'"immigrazione nucleare" in Italia?

Luglio 2017: l'Italia è pronta a rilasciare 200.000 visti temporanei permettendo ai migranti il libero accesso all'Unione Europea in risposta alla chiusura del confine alpino e alla “libizzazione” del nostro Paese. «Nuclear option», «opzione nucleare» la definisce il quotidiano britannico Times, che per primo dà la notizia. Ma di "opzione nucleare", in Italia, ce n'è un'altra: le 70 testate nucleari (poco) segretamente tenute a Ghedi ed Aviano a cui nessun politico ha mai detto «aiutiamoli a casa loro».

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Il paese-gabbia (mappa)

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La gabbia libico-italiana

Il governo Gentiloni, all'epoca in carica, prova insomma a fare la voce grossa dopo l'ennesima dimostrazione di una Unione Europea mai così disunita come sulla questione migrante. O meglio: una UE che ha deciso di creare una vera e propria «gabbia» in cui bloccare i migranti, tra gli «hotspot» in Libia e le "zone franche" in Italia, come a Castel Volturno (Caserta) o nella Piana di Gioia Tauro (Reggio Calabria) in cui accanto a situazioni di autogestione è facilitato – con l'evidente disinteresse delle istituzioni – il controllo dei clan criminali attraverso forme di caporalato, il traffico di droga o la prostituzione, a cui si aggiunge il business dell'accoglienza tanto per i partiti che per la 'ndrangheta.

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Se la creazione di un muro virtuale sul confine nord italiano - dove si rischiano 5 anni di carcere se si antepone la vita umana alle leggi sull'immigrazione - si deve (anche) al fatto che l'Italia ha permesso ai migranti di spostarsi aggirando il regolamento di Dublino, portando nel 2015 metà dei richiedenti asilo a presentare domanda, – è anche vero che a cercare le cause profonde delle migrazioni, nessuno dei grandi Paesi d'Europa può dirsi esente da colpe, che si chiamino colonialismo o sfruttamento delle risorse.

L'”immigrazione” su cui dovremmo realmente porre attenzione, in primis come cittadini, è però quella delle bombe nucleari statunitensi che l'Italia ospita fin dagli anni Settanta: se esplodesse – letteralmente – sarebbe una “emergenza” dagli effetti ben più tragici.

Il bando di Pirro

Il 7 luglio 2017, con 122 voti a favore, un voto contrario (Paesi Bassi) e un'astensione (Singapore), l'Onu approva il Trattato sulla messa al bando delle armi nucleari. Ma è una vittoria di Pirro: alcuni tra i principali detentori di tali ordigni non hanno infatti partecipato ai lavori (Israele, Russia, Cina, Pakistan) ed è nota la volontà degli Stati Uniti – presa già dall'Amministrazione Obama e confermata da Donald Trump – di incrementare tale voce di spesa nel bilancio nazionale. Una decisione che avrà probabili riflessi anche sul nostro Paese.
Fin dalla fine degli anni Cinquanta, infatti, nell'ambito della sua fedeltà atlantica e grazie alla cosiddetta "opzione nuclear sharing" della Nato - fuori dalla giurisdizione del Trattato di non Proliferazione Nucleare - in Italia sono stoccate 70 delle 180 bombe nucleari statunitensi depositate in Europa.

Due le "basi atomiche" note nel nostro Paese: quella di Aviano (Pordenone) - dove sono ad oggi stoccate 50 bombe - e l'aerobase di Ghedi (Brescia) che ospita le restanti 20 bombe. Una mappa realizzata da PeaceLink evidenzia inoltre come sulle 27 basi militari presenti sul territorio italiano altre dieci siano quelle «a rischio nucleare» distribuite soprattutto nel Meridione: Taranto, Augusta, Gaeta, Brindisi, Napoli, Castellammare di Stabia oltre a Trieste, La Spezia e Livorno. Capitolo a parte merita la Sardegna, dove oltre alla base «a rischio» di Cagliari ci sono anche i poligoni sperimentali di Salto di Quirra e Campo Teulada, dove si trova la "Penisola Interdetta".

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Ma l'Italia "atlantico-nucleare" lo è fin dalla fine degli anni Cinquanta, quando nel pieno della guerra fredda (febbraio-settembre 1960) i governi guidati da Antonio Segni, Fernando Tambroni e Amintore Fanfani accettano l'installazione lungo la penisola di varie postazioni di "deterrenza nucleare". È in luoghi come Matera, Spinazzola (Barletta), Gravina di Puglia o Acquaviva delle Fonti (Bari) che vengono trasportati i missili Jupiter, bombe a fusione da 1,45 megaton, posizionati strategicamente lungo il confine con il blocco sovietico, soprattutto verso Albania, Romania e Bulgaria. I razzi – per il cui lancio sono necessarie due chiavi, affidate ad un ufficiale statunitense ed uno italiano – non verranno mai lanciati fino al ritiro completo, avvenuto come effetto della crisi missilistica di Cuba tra aprile e giugno 1963. Lo stesso anno in cui le prime bombe nucleari prenderanno la via di Ghedi, dove oggi si trovano le bombe B61-4 (da 0,3 a 50 kiloton) e le B61-3 (0,3-170 kiloton), circa undici volte la carica della bomba atomica di Hiroshima (circa 15 kiloton). Testate che è oggi possibile sganciare attraverso i cacciabombardieri Tornado guidati dai "Diavoli Rossi", il 6° Stormo Aeronautica militare impiegato in tutte le principali guerre combattute dall'Italia negli ultimi vent'anni, dalla Guerra del Golfo (1991) ad oggi e che in futuro saranno usate sugli F-35, programma bellico-economico a cui l'Italia, dunque, non può rinunciare nonostante in pochissimi credano ancora in tale progetto.

Il segreto (militare) di Pulcinella

Una nuova partita di bombe nucleari tattiche B61 è previsto arrivi in Italia il prossimo anno, anche se ufficialmente i depositi di bombe nucleari in Italia non esistono. L'intera materia è infatti sottoposta a segreto militare – il governo italiano non smentisce né conferma, ma vieta comunque l'accesso alle basi – nonostante sia in realtà un segreto di Pulcinella dal costo previsto tra i 10 e gli 11 miliardi di dollari. Ammetterne l'esistenza significherebbe ammettere la violazione di leggi nazionali e internazionali, dalla 185/90 al Trattato di non proliferazione del 1968, che vieta tanto la ricezione quanto il controllo diretto e indiretto di armi nucleari (articolo I), così come la violazione del bando Onu dello scorso luglio.

Depositi e bombe inesistenti il cui ammodernamento, certifica la Corte dei Conti nel 2014, costa oltre 215.000 euro «solo per fare un po' di disegni», per un progetto che – stando ai calcoli fatti nel gennaio 2016 da Toni De Marchi sul Fatto Quotidiano – dovrebbe costare complessivamente 15 milioni di euro interamente a carico dell'Italia, a cui sono accollate sia le spese di gestione e sicurezza di basi e velivoli sia quelle per il particolare addestramento dei piloti.

Un segreto inutile: che armamenti nucleari statunitensi siano presenti in Italia è ormai noto da tempo – nonostante lo scarso interesse dell'opinione pubblica nazionale – e comprovato dalla presenza nelle basi nucleari dei militari del 704° Squadrone Munition Support (Munss) dell'US Air Force e dei Nato Weapons Maintenance Trucks (WMTs), speciali camion equipaggiati per la manutenzione delle bombe nucleari nelle "basi atomiche" fuori dai confini statunitensi. «Ci sono due rischi primari», sottolineava a Vice News nel 2015 Hans Kristensen, direttore del Nuclear Information Project della Federazione degli Scienziati Americani e massimo esperto di armi nucleari statunitensi in Europa

Il primo è che qualsiasi arma nucleare può rimanere coinvolta in un incidente, principalmente durante il trasporto, che potrebbe potenzialmente far disperdere materiale radioattivo. Il secondo è che qualsiasi struttura che contenga armi nucleari quasi automaticamente diventa un obiettivo per altri paesi che hanno capacità nucleare

Un segreto noto quanto pericoloso: già dal 1997 la stessa US Air Force evidenziava la possibilità di una esplosione nucleare nel caso un fulmine avesse colpito una testata in fase di smantellamento – da qui la decisione di utilizzare camion "Stmt", maggiormente protetti contro questa possibilità - e, stando ad una inchiesta giudiziaria del 2015, pone tali depositi (nello specifico quello di Ghedi) negli interessi jihadisti. La certezza del prossimo arrivo di nuove bombe – come le B61-12, bombe all'idrogeno (0.3-50 kiloton) in grado di penetrare i bunker dei centri di comando nemici, previste ad Aviano – dovrebbe anche per questo essere presentato all'opinione pubblica in tutta la sua pericolosità se si considera che nuovi sistemi di sicurezza nelle basi atomiche sono stati decisi nel 2011, quando il jihadismo era guidato da Al Qaeda e non dall'"imprenditorialità" di Daesh.


Nell'immagine: i nuovi camion "Stms" ("Securte Transportable Maintenance System"), meglio equipaggiati per la manutenzione delle bombe nucleari nelle "basi atomiche". Fonte: Kristensen/FAS 2014


Nell'immagine (clicca per ingrandire): come saranno le nuove bombe B61-12. Fonte: New York Times

"A casa loro"

Dal 1958 ad oggi, in Italia, si sono succeduti 53 governi (dall'esecutivo Zoli all'esecutivo Gentiloni uscente al momento della redazione di questo articolo). Nessuno ha mai posto in discussione l'appartenenza atlantica dell'Italia e chi lo ha fatto, come la sinistra extraparlamentare negli anni Settanta, non è mai arrivato a guidare il Paese. Così come oggi nessuno dei neo-nazionalisti interessati a rispedire a casa loro i migranti si scaglia contro questa "immigrazione nucleare". Una presenza illegale secondo la Corte Internazionale di Giustizia (1996) e la legge 185/90 (art.1, c.7) che vieta la «fabbricazione, l'importazione, l'esportazione ed il transito di armi biologiche, chimiche e nucleari». La stessa presenza militare statunitense in Italia è regolata attraverso Procedura semplificata (come prevede la l.839/1984) e non attraverso il regolare ricorso ad accordi bilaterali o multilaterali, come definito dagli articoli 72 e 80 della nostra Costituzione. Una presenza, evidenziava all'agenzia Pressenza l'avvocato Claudio Giangiacomo dell'Associazione internazionale dei giuristi per l'abolizione delle armi nucleari, sottratta così al controllo del Parlamento e del Presidente della Repubblica. Lo stesso Bilateral Infrastructure Agreement, che dal 1954 regola le condizioni di utilizzo delle basi, è a tutt'oggi sottoposto a segreto.

Un segreto che ha una duplice utilità: eliminare dall'agenda mediatica le tematiche militari (ivi compresa l'"immigrazione nucleare") e aizzare ad arte (elettorale) la popolazione contro migranti che la nostra stessa industria bellica concorre a creare, continuando a pagare a livello economico, politico e socio-ambientale un «vassallaggio» denunciato tanto dai cablo di Wikileaks che da Giuseppe Dossetti già nel 1948. Ma questa è un'altra storia.

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