martedì 3 aprile 2018

Tortura, i (De) Tormenti(s) delle Brigate Rosse

17 dicembre 1981: a Verona la cellula veneta delle Brigate Rosse sequestra il generale statunitense James Lee Dozier, dal giugno 1980 vicecapo di Stato maggiore del Comando forze terrestri Nato nel Sud Europa (FTASE) e pluridecorato reduce del Vietnam. Tra i suoi compiti c'è il coordinamento dell'attività dell'Esercito italiano dall'Appennino fino alla Jugoslavia, potendo contare su una unità missilistica americana dislocata a Vicenza. Ha per questo accesso ad informazioni confidenziali e potenzialmente interessanti per le Br, soprattutto se si tiene conto della tesi che li vuole parte di un più ampio fronte creato dall'Unione Sovietica in Europa Occidentale che coinvolge anche gruppi come la RAF tedesca o il gruppo Separat e può contare su uomini, armi e finanziamenti del “Fronte del Rifiuto” di Mu'ammar Gheddafi.

Realizzato da Antonio Savasta, Pietro Vanzi, Cesare Di Lenardo (in seguito torturato) e Giovanni Cucci, il sequestro Dozier nelle intenzioni brigatiste serve ad aprire la lotta di classe all'intero sistema NATO, ponendo come obiettivo quelle installazioni missilistiche contro cui, due anni dopo, ci sarà la grande manifestazione pacifica a Comiso.

L'importanza del sequestrato aumenta le pressioni sul governo Spadolini, già sotto osservazione essendo il primo esecutivo “pentapartito” e non guidato dalla Democrazia Cristiana. Per questo le indagini vengono affidate al miglior investigatore italiano dell'epoca: il vicecapo dell'Ucigos Umberto Improta. È la più grande operazione di polizia svolta fino a quel momento nell'Italia repubblicana, tanto che Germania Ovest e Stati Uniti – che inviano una task-force congiunta Cia-Fbi - offrono la propria collaborazione. Le indagini vengono estese a tutto il territorio nazionale, ma gli investigatori brancolano nel buio. Almeno all'inizio.

Per approfondire:

Br1981: gli anni della scissione e del “superpentito”

Anche le Brigate Rosse, in quel 1981 che vede ormai lontana l'operazione-Moro, hanno più di un problema da risolvere: nell'aprile 1980 viene arrestato Mario Moretti, a comando del gruppo dal settembre 1974, dopo gli arresti di Renato Curcio e Alberto Franceschini. Ma soprattutto, dal febbraio di quello stesso 1980 le Br devono fare i conti con il pentimento di Patrizio Peci, ex dirigente della sezione torinese a cui i brigatisti sequestrano e uccidono il fratello Roberto come ritorsione, il 3 agosto 1981. Eliminato Moretti dalla catena di comando, le Brigate Rosse si dividono: da un lato il Partito Comunista Combattente” guidato da Barbara Balzerani – compagna di Moretti considerata la mente del rapimento del generale – dall'altro il Partito Guerriglia”, guidato da Giovanni Senzani.

Quei «migliori» che torturano

Ci sono, tra gli investigatori, personaggi che torneranno nella storia di questa Repubblica delle torture. Del “Comitato di coordinamento nazionale” istituito con decreto del 28 dicembre 1981 dal ministro dell'Interno Virginio Rognoni (successivamente coinvolto nella cosiddetta “Trattativa Stato-mafia”) fanno parte investigatori come il prefetto Gaspare De Francisci, Oscar Fioriolli, Umberto Improta o Salvatore Genova (video), che nel 2004 si schiera per la costituzione della Commissione d'inchiesta sulla «macelleria messicana» di Genova. Anche Francesco Gratteri – che con Fiorolli nel 2001 è chiamato nel capoluogo ligure - in quegli anni è impegnato nella lotta al terrorismo brigatista in Veneto.

Anche in quegli anni Settanta gli investigatori ricorrono alla tortura. Lo si scoprirà decenni dopo, e ancora oggi ampie sono le polemiche su una vicenda ormai accertata. All'epoca è vietato parlarne, tanto che i giornalisti Pier Vittorio Buffa (l'Espresso) e Luca Villoresi (Repubblica) vengono arrestati per aver svolto il loro lavoro mentre alla fonte di Buffa – il capitano di polizia Riccardo Ambrosini – altri poliziotti lasciano un evidente invito al silenzio bruciandogli la porta di casa.

D'altronde l'ordine di usare le maniere forti viene direttamente dalle stanze del Viminale, e renderlo noto potrebbe causare più di un imbarazzo. Unica regola imposta agli investigatori è di non fare morti né feriti gravi. Perché si sa: ferite debilitanti e morti tendono a portare a galla le domande.

Torturato&condannato: il caso Triaca

Enrico Triaca è il primo brigatista torturato dalla polizia italiana. Accusato nel maggio 1978 di essere il tipografo delle Brigate Rosse, per aver denunciato le torture viene condannato ad un anno per calunnia. Il 15 ottobre 2013 la Corte d'Appello di Perugia «revoca» la decisione perché «il fatto non sussiste». Lo Stato se ne accorge 35 anni dopo, quando ormai i torturatori vedono i loro reati prescritti, ed è comunque impossibile identificarli per l'assenza di registri. Triaca viene scelto per la sua fragilità, ma le sue informazioni non sono di grande rilevanza e l'”algerina[1] non dà i frutti sperati. Quel metodo, molto usato all'epoca dalle squadre mobili della polizia (e durante la rivolta antifrancese ad Algeri[2], da qui il nome), viene spiegato nei particolari dallo stesso Triaca nel gennaio 2012, all'ex brigatista Paolo Persichetti, oggi autore del blog “Insorgenze":

[...]venni spogliato, mi caricarono su un tavolo e mi legarono alle quattro estremità con le spalle e la testa fuori dal tavolo, accesero la radio con il volume al massimo e cominciò “il trattamento”. Un maiale si sedette sulla pancia, un altro mi sollevò la testa tenendomi il naso otturato, e un altro mi inserì il tubo dell'acqua in bocca.[...]Poi ti viene somministrato qualcosa che si dice dovrebbe essere sale, ma tu non senti più il sapore, dopo un po' che tieni la testa penzoloni i muscoli cominciano a farti male e ad ogni movimento ti sembra che il primo tratto della spina dorsale ti venga strappato dalla carne, dai muscoli, dai nervi quando l'ossigeno comincia a mancare il corpo si ribella e si manifesta con violenti spasmi, violente contrazioni nel tentativo di prendere ossigeno[...]Dopo un lasso di tempo indefinito cominci a non reagire più; cerchi di estraniarti ma la testa che viene continuamente mossa e le fitte che ciò ti procura ti costringono a restare lì

Anche Nazareno Mantovani, uno dei brigatisti attenzionati dagli investigatori nel caso Dozier, e Sandro Padula dei Nap subiscono lo stesso trattamento, in una villetta nella periferia veronese, lontano da occhi indiscreti. È con questo stesso metodo che viene arrestato Senzani, fermato solo grazie alle dichiarazioni estorte tramite tortura ad Ennio Di Rocco e Stefano Petrella, giovani militanti del “Partito guerriglia” arrestati il 3 gennaio 1982 ma portati dinanzi al magistrato solo sei giorni dopo. Scrive Nicola Rao in Colpo al cuore (Sperling&Kupfer, 2011)[3]:

Nel racconto dei due brigatisti, prima furono calci, pugni e bastonate. Poi urla e minacce. Le voci che i due sentivano erano molte, come se gruppetti di tre o quattro persone si alternassero di tanto in tanto.[...]Ma i due non parlavano. Allora si passò alla fase successiva. Uno alla volta, furono portati in un altro locale. Spogliati, distesi e legati mani e piedi ai quattro lati di un tavolo. Con la parte superiore del corpo che sporgeva dal tavolo. Poi cominciò il vero e proprio trattamento. Litri e litri di acqua e sale fatti bere a intermittenza attraverso canne e imbuti, mentre qualcuno tappava loro il naso. Il tempo di far prendere fiato alla vittima e poi si ricominciava. La sensazione di soffocamento e annegamento era reale e terribile. E la pancia si gonfiava a dismisura. Il sale, poi, causava una sete incontrollabile. Dopo un'ora di questo trattamento, la vittima cominciava a vomitare e pisciarsi addosso. La morte le sembrava una liberazione. Per chiunque sarebbe stato difficile resistere. E poi, cosa importante, il trattamento non lasciava segni. Complicato da dimostrare, insomma.

Alla fine, i due cedono e iniziano a parlare. Durante l'interrogatorio tenuto da Domenico Sica, Di Rocco e Petrella denunciano di aver subito «una nuova rotazione di percosse, fino a che non è arrivata una squadretta che ha continuato a battermi con i bastoni sulla pianta e sul dorso dei piedi e sulle caviglie. Preciso che in tutto questo tempo ero legato con mani e piedi a un letto. Sono stato picchiato anche sulle ginocchia, sul petto e in testa», evidenzia Di Rocco

Per approfondire:

"Dilemma del prigioniero" con tortura

Intanto le indagini sul sequestro Dozier vanno avanti. Dopo 35 giorni, approfondendo alcune compravendite e locazioni immobiliari a Verona, gli inquirenti arrivano a Paolo Galati (fratello e “postino” di Michele, tra i dirigenti della locale cellula brigatista), le cui dichiarazioni permettono di individuare l'appartamento di Elisabetta Arcangeli, membro di poco conto nell'organigramma brigatista così come il suo compagno, Ruggero Volinia. Entrambi vengono portati negli uffici dell'ultimo piano della Questura veronese, dove Volinia viene accolto da pugni nello stomaco ed altre violenze fisiche, mentre alla Arcangeli, picchiata e «semidenudata», veniva introdotto un manganello tra le gambe[4], mentre gli agenti del III distretto di Polizia che interrogano Alberta Biliato, le infilano «un uncinetto nell'organo sessuale fingendo di trasmetterle scariche elettriche». Volinia e Arcangeli vengono portati nello stesso stanzone, separati da una parete, al fine di creare nei due un crollo psicologico, in una riproposizione del “dilemma del prigioniero” con aggiunta di tortura. Sono le informazioni estorte sotto tortura all'uomo che permettono di trovare e liberare il generale Dozier.

Il “Professor Tortura”

Il capo dei torturatori è Nicola Ciocia, il "professor De Tormentis" come lo chiameranno, con il tempo, torturati e giornalisti. All'Ucigos arriva da capo della Squadra mobile di Napoli, da cui trasferisce metodi e uomini: sui quotidiani diventano “I cinque dell'Ave Maria”, ex sottufficiali inizialmente impiegati nella caccia ai boss della camorra arrivati a Roma dopo l'omicidio di Aldo Moro. Un altro gruppo di torturatori – i “Vendicatori della notte”, guidati dal tenente Giancarlo Aralla[5] - agisce nella caserma di Padova, dove vengono portati i brigatisti coinvolti nel sequestro Dozier: Di Lenardo – in seguito torturato - Savasta, Emilia Libera, Emanuela Frascella e Giovanni Colucci. Al vertice di entrambe le squadre c'è comunque “De Tormentis”.

I metodi, completamente fuori dalla legalità, nel giro di poche settimane hanno comunque risultati evidenti: l'interrogatorio di Di Rocco, tra i primi a denunciare il “metodo” De Tormentis; l'arresto di Savasta il 28 gennaio 1982, che porta alla fine dei “rivali” delle Br-Pcc; la liberazione di Dozier; lo smantellamento della colonna napoletana (1982); l'arresto di alcuni esponenti dei Nar (Paolo Signorelli, Giorgio Vale). Le torture usate da “De Tormentis” sono talmente forti che, scrive Nicola Rao[6] alcuni degli uomini di Salvatore Genova tornarono a casa, sostituiti da colleghi dallo stomaco più resistente. Lo stesso Genova, seppur «molto scosso», rimane al suo posto anche durante il «trattamento» Volinia. D'altronde se le Br si sentono in guerra con lo Stato, le istituzioni – e dunque comandanti e soldati impiegati, compresa una parte della magistratura – provano lo stesso sentimento verso i brigatisti.

Ma chi è il “Professor De Tormentis”?

Per trent'anni Nicola Ciocia è un poliziotto che, negli anni, partecipa alla cattura in Sicilia dei boss Luciano Liggio (1964) e Totò Riina – quello del 1963, quando “'u curtu” viene torturato – prima di essere chiamato a Napoli a collaborare con l'Ispettorato Antiterrorismo voluto da Umberto Santillo. Con lo scioglimento dell'IA Ciocia passa all'Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali (Ucigos): è qui che inizia a «trattare» i brigatisti, divenendo il “Professor De Tormentis”. Uscito dalla Polizia, esercita – pare con pessimi risultati – l'avvocatura a Napoli. In oltre trent'anni di carriera di lui esiste un'unica immagine: quella che lo ritrae dietro Francesco Cossiga tra gli uomini accorsi in via Caetani, davanti al bagagliaio aperto della Renault 4 rossa che, il 9 maggio 1978, contiene il corpo di Aldo Moro.


Nel cerchio rosso, di spalle, il "Professor De Tormentis"

Uomo di estrema destra – nel 2004 è commissario della federazione provinciale napoletana di Fiamma Tricolore – a Nicola Rao Ciocia racconta di essersi sentito «in guerra» durante gli anni di “De Tormentis”: ricorrere alla tortura è dunque l'unico modo per porre fine alla «follia omicida delle Br».

Come molti dei torturatori di questa storia, però, anche “De Tormentis” è uno che esegue. Non è lui a decidere - politicamente - di «trattare» i terroristi. Non ha né il potere né la posizione istituzionale per farlo. Capire chi in quegli anni abbia avallato tali pratiche dovrebbe essere la sfida del giornalismo democratico italiano dei nostri tempi. Scrive Rao[6]:

Terminato il libro, le domande senza risposta si sono moltiplicate. Chi decise di ricorrere a mezzi non convenzionali per distruggere definitivamente le Br? A quale livello? In quale sede? Chi sapeva e chi non sapeva? E perché fu deciso soltanto quando le Br rapirono un generale americano? Come mai le denunce di decine di brigatisti «trattati» sono cadute nel dimenticatoio, mentre le uniche che hanno avuto una conseguenza processuale sono quelle relative a una brutta imitazione del trattamento vero e proprio? Quanto avrebbero ancora ucciso le Br se non si fosse deciso di ricorrere in alcuni casi al waterboarding? Quanto sangue avrebbero ancora versato? E ancora: Dozier sarebbe stato liberato comunque? E gli americani che ruolo ebbero in questa vicenda?

Il piano delle (irrisolte) responsabilità politiche

Solo negli ultimi anni quella delle torture praticate su brigatisti e mafiosi è diventata una “storia ufficiale” nella biografia della Repubblica Italiana. Una ufficialità che è lo stesso ministro Rognoni a dare quando, già nel 1982, in Parlamento ne conferma almeno 12 casi. Ma è ancora un pezzo del puzzle dalle molte ombre, di cui ancora si fa fatica a parlare. Ci sono, però, almeno due punti fermi nella storia delle torture ai brigatisti: la Corte d'Appello di Perugia, nella sentenza sul caso Triaca del 15 ottobre 2013 sancisce non solo che le denunce dei torturati sono vere, ma anche che è una riunione del Comitato Interministeriale per la Sicurezza (Cis) dell'8 gennaio 1982 a dare legittimità politica all'intero sistema: all'incontro partecipano Virginio Rognoni (Dc, ministro dell'Interno); Lelio Lagorio (Psi, Difesa); Giovanni Marcora (Dc, Industria), Clelio Darida (Dc, Giustizia) – membri permanenti – oltre ai ministri Giorgio La Malfa (Pri, Bilancio e programmazione economica), Michele Di Giesi (Psdi, Lavoro e Previdenza Sociale) e Renato Altissimo (Pli, Sanità) in rappresentanza del governo Spadolini.

8 gennaio 1982, quando il governo Spadolini autorizzò il ricorso alla tortura - Paolo Persichetti, Insorgenze.net, 30 marzo 2012;

All'ordine del giorno le misure da adottare per inasprire il controllo dei detenuti. Naturalmente, di tortura non si parla. Il provvedimento è però “ex-post”: è accertato che caserme, questure, villette di periferia e chiese sconsacrate sono usate come camere di tortura almeno dal 1978 (caso Triaca), mentre le prime squadre di torturatori vengono formate dopo l'omicidio del magistrato genovese Francesco Coco da parte delle Brigate Rosse l'8 giugno 1976, lo stesso anno in cui l'"emergenza terrorismo" porta alla creazione delle carceri speciali [di cui parleremo meglio nel prossimo approfondimento, nda].

La domanda è dunque d'obbligo: al di là dei meri numeri, e dando per accertato che gruppi di torturatori come quello guidato da Nicola Ciocia agiscano in nome dello Stato, qual è la differenza tra l'Italia dei De Tormentis e l'Argentina dei desaparecidos (rimanendo agli anni Settanta)? Qual è la differenza tra le torture praticate nelle carceri speciali e nelle camere di tortura sparse per la Penisola (scosse elettriche, pestaggi, sevizie sessuali, waterboarding, fucilazioni simulate), l'ESMA – la scuola per allievi della Marina Militare argentina trasformata dal regime di Jorge Videla in centro di detenzione e tortura, oggi centro per la memoria storica e civile – e le carceri politiche di quei regimi non democratici che spesso finanziamo ed armiamo?

[4 - Continua]

Note

  1. Quella dell'acqua e sale era una tecnica consolidata da molti anni. L'avevano usata qualche volta i carabinieri e la polizia ai primi del secolo per debellare il banditismo sardo e la mafia siciliana. E in tempi più recenti alcune squadre mobili di zone particolarmente calde, come Napoli o la Sicilia. Ma a utilizzarla in maniera sistematica erano stati i parà francesi, per debellare la rivolta in Algeria alla fine degli anni Cinquanta. Tanto che nell'ambiente era una pratica comunemente conosciuta come «l'algerina». In Nicola Rao, Colpo al Cuore, Milano, Sperling&Kupfer, 2011, p.61;
  2. Per approfondire: La Legion d'onore non si addice a chi rivela le torture in Algeria - Cesare Martinetti, La Stampa, 29 luglio 2014; Battaglia d'Algeri: la tortura per battere il terrorismo - Sergio Romano, Corriere della Sera;
  3. N. Rao, op.cit., p.61;
  4. Marco Preve, Il Partito della Polizia, Milano, Chiarelettere, 2014, pp.22-25;
  5. Il 27 giugno 1982 vengono arrestati, oltre ad Aralla, gli agenti del Nocs (Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza della Polizia di Stato) Fabio Laurenzi, Carmelo Di Janni e il brigadiere Danilo Amore, mentre il commissario Salvatore Genova è indiziato di reato. Verranno tutti rimessi in libertà il 2 agosto. Per le torture inflitte a Di Lenardo, il 15 luglio 1983 il Tribunale di Padova condanna Amore a 1 anno e 2 mesi di reclusione; Aralla a 1 anno e 1 mese; Di Janni e Laurenzi a 1 anno con sospensione condizionale della pena per tutti i condannati. Il tribunale evidenzia infatti che il gruppo ha agito «per motivi di particolare valore morale e sociale». Il 26 marzo 1984 la Corte d'appello di Venezia derubrica i reati a sola “violenza privata”, concedendo i benefici a tutti gli imputati: Amore e Aralla vengono così condannati a 10 mesi di reclusione, Di Janni e Laurenzi ad 8 mesi;
  6. N. Rao, op.cit., p.97;

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