venerdì 6 aprile 2018

Vincenzo Scarantino, quando si inventa il nemico sbagliato. E lo si tortura

Io non sapevo neanche dov'era via D'Amelio. Ho parlato solo per paura: mi torturavano, mi picchiavano, mi facevano morire di fame

A parlare così è Vincenzo Scarantino, lo “scassapagliari” diventato supertestimone in quel mistero che è, ancora oggi, la strage di via D'Amelio (19 luglio 1992) in cui perdono la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Quella di Scarantino è ormai una storia nota: viene arrestato il 29 settembre 1992 per essersi accusato (con altri) dell'attentato, per la cui esecuzione viene condannato a 18 anni di carcere e al pagamento di 4,5 milioni di lire di multa. Tra il 1992 e il 1994 è detenuto nel supercarcere di Pianosa, dove è (oggi) noto il ricorso alla tortura. È in quel biennio che viene costruito il “pentito” Vincenzo Scarantino. Diventa, nella ricostruzione di ben sei processi e due sentenze della Cassazione, il “killer” che stacca la testa delle vittime con un taglierino e, soprattutto, il mafioso che porta l'autobomba (una Fiat 126) sotto casa della madre del giudice.

Scarantino è però un personaggio di basso profilo nella scala gerarchica della mafia siciliana, uno spacciatore del quartiere Guadagna di Palermo, un manovale che conta meno di niente. Non passa troppo tempo dalle prime dichiarazioni che prende piede una domanda, facile da formulare anche per chi non è troppo addentro alle “cose di cosa nostra”: perché la Cupola affida l'omicidio di Borsellino – il principale nemico dopo l'assassinio di Giovanni Falcone – ad uno così? La risposta è semplice: non lo fa. A portare l'auto sul luogo della strage è infatti Gaspare Spatuzza, ben altro “lignaggio mafioso” dall'alto degli oltre 40 omicidi realizzati come reggente del mandamento di Brancaccio, tra cui quello di don Pino Puglisi (15 settembre 1993) e il rapimento del piccolo Giuseppe Di Matteo, ucciso e sciolto nell'acido. Pentito dal 2008, sono le sue dichiarazioni a smontare l'intero quadro accusatorio proposto attraverso Scarantino.

Per non farmi mangiare, mi facevano trovare mosche nella pasta (altre fonti parlano di “vermi”, ndr). Una volta a Pianosa sentì due guardie che parlavano...un tipo con i baffi, un brigadiere siciliano, diceva all'altro: “Piscia, piscia”. Una volta quel brigadiere mi alzò pure le mani. Un'altra volta, dopo che andai dal dentista, mi fecero credere che avevo l'Aids

Racconterà Scarantino in un interrogatorio del 28 settembre 2009. A Dina Lauricella di Servizio Pubblico aggiungerà inoltre

Quando sono arrivato là (a Pianosa, nda) mi hanno portato nella barberia e subito mi hanno alzato le mani[...]Era una cella piccola, uno spazio angusto dove le guardie mi hanno riempito di cazzotti e calci, mi hanno massacrato, volevano intimorirmi. Poi mi hanno portato in cella, chiuso oltre la porta blindata e sorvegliato a vista. Pesavo 108 kg quando sono entrato, un anno dopo, quando mi hanno trasferito a Termini Imerese ne pesavo 58. Sapevo che Pianosa era un carcere, ma non che era Guantanamo[...]La notte non mi facevano dormire, mi buttavano l'acqua addosso per farmi svegliare di soprassalto

Accuse che si aggiungono a quelle dei familiari del “super(falso)testimone” che, riporta il Fatto Quotidiano, parlano di

verbali studiati a memoria, di riscontri sul territorio ottenuti grazie alle indicazioni degli agenti[...]di annotazioni scritte dagli inquirenti, a margine degli interrogatori, per istruire il teste su quanto avrebbe dovuto riferire in aula. E al processo saltarono fuori tre fogli di verbale, con annotazioni a mano di una calligrafia “femminile”, con suggerimenti ed aggiustamenti delle sue dichiarazioni[...]di secchi d'acqua gelida lanciati addosso

Oltre a Scarantino, questi stessi metodi – creazione dei “pentiti” inclusa – vengono adottati anche con Salvatore Candura, il primo ad autoaccusarsi del furto della 126, su mandato di Scarantino e che, interrogato nel 2010, «non ha saputo indicare neppure dov'era parcheggiata l'auto» e Francesco Andriotta. «Sufficienti riscontri», dicono i giudici di Caltanissetta che si occupano del caso, non ne sono stati trovati.

Per approfondire:

Prove, o almeno indizi, della falsità delle dichiarazioni di Scarantino se ne trovano fin da subito, fin da quel 1994 se è vero che Ilda Boccassini, che all'epoca segue l'indagine sulla strage alla Procura nissena prima di trasferirsi a Milano scrive all'allora procuratore capo Giovanni Tinebra che quella pista è da abbandonare, ma la relazione in cui riporta le sue perplessità si perde. A dubitare fin da (quasi) subito è anche Angelo Mangano, giornalista di Studio Aperto, che realizza un'intervista con Scarantino nella quale questi sostiene che a Pianosa «mi fanno urinare sangue» somministrandogli «punture di penicillina». Ma si sa che quando media e giudici si innamorano di una teoria (come proprio il caso Scarantino o le perplessità sull'affidabilità di Massimo Ciancimino dimostrano) è difficile fargli cambiare idea.

Il perché della creazione del “super(falso)testimone” Scarantino si perde probabilmente in quegli stessi “misteri” che ancora avvolgono non solo la strage di via D'Amelio ma l'intero rapporto tra Stato e criminalità organizzata. Il deus ex machina dell'intera operazione (anche lui costretto ad obbedire ad ordini superiori?) viene identificato nel 1998 dallo stesso Scarantino: è Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo. «Tu devi diventare importante come Buscetta», è l'ordine impartito (da chi realmente? Uomini delle istituzioni, dell'economia?) a Scarantino che, da buon soldatino, esegue. Almeno per un po'.

La Barbera, morto per un tumore al cervello nel 2002, è all'epoca al vertice del gruppo “Falcone-Borsellino”, creato appositamente per indagare sulle stragi e, anche per questo, verrà chiamato a Genova durante i giorni del G8 (luglio 2001). Sulle dichiarazioni di Scarantino fa addirittura una trionfale conferenza stampa nella quale è annunciato che lo Stato ha trovato i colpevoli della strage. A guidare le indagini, oltre a Tinebra, ci sono Annamaria Palma – futuro capo di gabinetto dell'ex presidente del Senato Renato Schifani – e Carmelo Petralia, oggi procuratore aggiunto a Palermo. A coadiuvarli c'è Nino Di Matteo, magistrato da pochi mesi e oggi alla Direzione nazionale antimafia e ipotetico ministro dell'Interno in un governo a guida M5S.
Per il depistaggio tramite Scarantino, oltre ad Arnaldo La Barbera, vengono indagati Mario Bo, Salvatore La Barbera e Vincenzo Ricciardi, all'epoca poliziotti da poco e che – oggi – smentiscono tutto. Le indagini, scrivono i giudici nel 2012, «non hanno consentito di trovare sufficienti elementi di riscontro alle accuse formulate nei loro confronti dagli ex collaboratori». «C'erano tutti i presupposti per smascherare i finti pentiti», scrive Riccardo Lo Verso su LiveSicilia.it nel luglio 2017 (vedi sotto), «ma non fu ascoltato il grido degli avvocati, tacciati troppo in fretta di avere siglato un patto con il diavolo, e di alcuni giudici fuori dal coro», quelli a cui interessava più la verità che «consegnare un colpevole all'opinione pubblica». Scrive Enrico Deaglio – evidenziando peraltro come le dichiarazioni di Spatuzza siano state verbalizzate fin dal 1998 – che, di fatto, il depistaggio portato avanti da La Barbera è reso possibile

dall'inettitudine, se non complicità, di qualcosa come trenta magistrati[...]che sapevano dell'inganno, ma lo hanno avallato per diciassette anni»

Per approfondire:

[5 - Continua]

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