venerdì 18 maggio 2018

Dalla prigionia Aldo Moro rivela: “Esiste un patto di non belligeranza con i palestinesi”

Nessun attentato in cambio della libera circolazione di armi e terroristi: è quanto prevede dal Lodo Moro, un patto che l'Italia firma con le organizzazioni palestinesi tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Un patto di cui nessuno, in quegli anni, può parlare. Dopo l'uccisione di Enrico Mattei è lo strumento che permette al nostro Paese di cooperare con il mondo arabo tanto a livello politico quanto economico, pagando il petrolio con le armi, in maniera più o meno legale. Un patto che l'Italia viola (almeno) due volte, pagandone le conseguenze, sullo sfondo di un cambio radicale negli equilibri del potere nazionale: il Partito Comunista al governo. Un cambio pericoloso che deve essere fermato. Anche a costo di un (ipotizzato) colpo di Stato?

Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione. La minaccia era seria, credibile, anche se meno pienamente apprestata che nel caso nostro. Lo stato di necessità è in entrambi evidente. Uguale il vantaggio dei liberati, ovviamente trasferiti in Paesi Terzi[…]

L'anatema del Moro condannato

29 aprile 1978, giorno di prigionia numero quarantaquattro: Aldo Moro, rapito il 16 marzo dalle Brigate Rosse in via Fani, a Roma, scrive queste parole a Flaminio Piccoli, presidente del gruppo democristiano alla Camera dei Deputati. Sono già tante le “lettere dalla prigionia” con le quali l'ex presidente del Consiglio chiede più volte e in più modi che si scenda a patti per salvarlo, chiamando in correità per le sue colpe l'intero gruppo dirigente democristiano[1], trasformandosi da imputato ad accusatore. Per la terza volta, in quelle missive, si parla dei palestinesi: Moro ne scrive all’ambasciatore Luigi Cottafavi (22 aprile) e ne scrive direttamente, il 28 aprile, agli «ostinati immobilisti della D.C.», evidenziando

che in moltissimi casi scambi sono stati fatti in passato, ovunque, per salvaguardare ostaggi, per salvare vittime innocenti. Ma è tempo di aggiungere che, senza che almeno la D.C. lo ignorasse, anche la libertà (con l’espatrio) in un numero discreto di casi è stata concessa a palestinesi, per parare la grave minaccia di ritorsioni e rappresaglie capaci di arrecare danno rilevante alla comunità. E, si noti, si trattava di minacce serie, temibili, ma non aventi il grado di immanenza di quelle che oggi ci occupano

Dei palestinesi Moro parla inoltre nelle lettere scritte a Renato Dell’Andro («Lo scopo di stornare grave danno minacciato alle persone»), ad Erminio Pennacchini («[…]ben nota vicenda dei palestinesi che ci angustiò per tanti anni e che tu, con il mio modesto concorso, riuscisti a disinnescare[…]»). Ma perché Moro, in quei 55 giorni di prigionia, parla così tanto dei palestinesi? E soprattutto: c'è un collegamento tra queste parole, l'attentato di Fiumicino del 1973 e alla scomparsa di Graziella De Palo e Italo Toni a Beirut, il 2 settembre 1980?

La crisi dei missili di Ortona

È appena passata l’una di notte tra il 7 e l’8 novembre 1979 quando ad Ortona (Chieti) un normale controllo stradale scopre due missili Sam-7 Strela, usati contro aerei a bassa quota, nascosti in una cassa di legno e stipati nel fondo di un furgone. Il ritrovamento è abbastanza casuale: i tre uomini fermati – Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Luciano Nieri, militanti romani di Autonomia Operaia – non danno ai carabinieri una spiegazione plausibile del perché siano in giro a quell’ora. Non possono dire di essere coinvolti in un traffico di armi arrivate dalla Libia attraverso la motonave “Sidone” con il diretto coinvolgimento di Nabil Kaddour, noto trafficante d'armi. Nei giorni successivi, a Bologna viene arrestata una quarta persona collegata a quei missili, la più importante dell’intero gruppo: si chiama Abu Anzeh Saleh ed è il referente in Italia del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp). Con il suo arresto si apre una partita che (quasi) nessuno, nelle istituzioni italiane, vorrebbe giocare.

Fiumicino come vendetta

Quello di Ortona non è il primo sequestro di Strela fatto in Italia. Altri quattordici missili di questo tipo, di cui due pronti all'uso, vengono sequestrati in un appartamento di Ostia il 15 gennaio 1973. L'operazione terroristica è probabilmente rivolta contro l'aereo che proprio quel giorno porta il primo ministro israeliano Golda Meir da Parigi al Vaticano. È il Mossad – dal 1972 impegnato in una guerra di omicidi mirati che coinvolge più volte Roma - a chiedere e ottenere l’arresto dei cinque terroristi palestinesi, tutti appartenenti a Settembre Nero.

Secondo quanto riportato dai giornalisti Salvatore Lordi e Annalisa Giuseppetti nel loro libro sulla strage di Fiumicino del 1973[2], dopo l'intervento diretto dell'Olp e una riunione tenutasi il 25 ottobre al ministero degli Esteri – guidato a quel tempo da Aldo Moro – due dei cinque terroristi vengono scarcerati ed espatriati in Libia, nuova patria per quei dirottatori che proprio Gheddafi finanzia attraverso il petrolio. L'aereo militare con il quale viene effettuata questa “extraordinary rendition” al contrario – “Argo 16”, in dotazione al Sid – precipita la mattina del 23 novembre a Porto Marghera, causando la morte dei quattro membri dell'equipaggio: il pluridecorato pilota Anano Borreo, il tenente colonnello Mario Grande e i marescialli Francesco Bernardini e Aldo Schiavone. La probabilità che dietro il sabotaggio del velivolo ci sia il Mossad è piuttosto forte.

Per gli altri tre si apre, il 14 aprile 1973, il processo per introduzione e trasporto in Italia di armi da guerra. Tre giorni dopo ci sarà la strage all'aeroporto di Fiumicino, decisa forse per l'impossibilità di raggiungere l'allora Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger. Con l'arresto del “gruppo di Ostia” la strage diventa anche - o forse ne è l'unica causa – la risposta libico-palestinese alla violazione da parte italiana dell'accordo di cui si parla nelle lettere dalla prigione brigatista: quel “Lodo Moro” di cui è vietato parlare anche dopo il rapimento del suo massimo artefice («Io non penso che si debba fare, per ora, una dichiarazione ufficiale, ma solo parlarne di qua e di là, intensamente però», scriverà Moro a Dell’Andro il 29 aprile) di cui è garante il colonnello del Sismi Stefano Giovannone, l'uomo a capo delle indagini “ufficiali” sulla sparizione di Graziella De Palo e Italo Toni a Beirut il 2 settembre 1980.

La seconda violazione italiana del Lodo

Il processo per i missili di Ortona viene fatto per direttissima, a Chieti, dal 17 dicembre 1979 al 25 gennaio 1980. Tutti gli imputati vengono condannati a sette anni di carcere per detenzione e trasporto illegittimo di armi da guerra, mentre è assoluzione completa dal reato di introduzione in Italia di armi da guerra.

Se i cinque di Ostia vengono salvati dal Lodo perché la stessa cosa non viene fatta con Saleh? Il 2 gennaio George Habbash, leader dell'Fplp, scrive al presidente del Tribunale di Chieti pretendendo il rispetto dell'accordo italo-palestinese, con la liberazione del suo rappresentante in Italia e la restituzione dei missili, non destinati ad una operazione terroristica in Italia ma ad un attentato contro il leader egiziano Muhammad Anwar Al-Sadat, impegnato nelle trattative per la pace con Israele. Quella di Ortona – scrive il 20 giugno 1989 il giudice Carlo Mastelloni nel procedimento penale contro Abu Ayad e altri[3] – è una delle tante «operazioni di transito» di materiale bellico palestinese accordate «dall’ambasciata d’Italia a Beirut». Tradotto: dal colonnello Stefano Giovannone.

Perché vengono liberati cinque “operativi” di Settembre Nero e non un uomo che, da rappresentante del Fronte in Italia e snodo delle relazioni internazionali del gruppo, ha una evidente importanza gerarchica? In Italia Saleh ha anche un altro ruolo: è infatti un uomo del Sid. Meglio: fin dai primi anni Settanta Saleh è protetto da Giovannone in persona, che si attiva per capire come sia stato possibile violare in maniera così esplicita il Lodo Moro. Nello stesso momento Francesco Cossiga – che da agosto guida il governo – lo convoca insieme al generale Giuseppe Santovito e al sottosegretario Franco Mazzola, a cui sono state affidate le deleghe alle informazioni e alla sicurezza. Secondo la ricostruzione del giudice Mastelloni, il presidente del Consiglio non è a conoscenza del Lodo, tanto da chiedere le dimissioni di Santovito dalla guida del Sismi e accusare i servizi segreti di infedeltà.

La crisi politica rientra presto, tanto che la stessa Presidenza del Consiglio, in una nota ufficiale del 12 gennaio 1980 indirizzata al Tribunale di Chieti, nega l’esistenza di un accordo «[...]tra il Governo italiano od organi ordinari o speciali dell’Amministrazione dello Stato ed organizzazioni palestinesi circa il deposito, il trasporto, il transito, l‘importazione, la esportazione o la detenzione in qualsiasi forma o per qualsiasi fine di armi di qualunque tipo nel territorio italiano da parte o per conto di organizzazioni palestinesi[…]»[4].

Abu Anzeh Saleh viene liberato solo il 14 agosto 1981, dopo oltre un anno di carcere e non prima di un viaggio “diplomatico” in Libano del magistrato Domenico Sica – all'epoca procuratore della Repubblica di Roma e tra i massimi esperti italiani di terrorismo – che porta a derubricare il reato di detenzione di armi a scopo di terrorismo in semplice detenzione di armi.

I giudici fermati (e promossi?) sulla via di Gladio

Sica, forse anche per questo viaggio, verrà nominato Alto Commissario per la lotta alla mafia (1988-1991), ruolo per cui viene preferito a Giovanni Falcone, che in quegli anni sembra essere interessato ad indagare su Gladio e già dai tempi di Trapani attento ai traffici d'armi (tra cui anche quelli tra le Brigate Rosse e l'Olp?). Argomenti di cui Falcone avrebbe probabilmente parlato in un incontro alla fine del 1988 con Mauro Rostagno, ucciso però da mano mafiosa il 26 settembre 1988. Sui traffici tra brigatisti e palestinesi indagano anche altri magistrati “attenzionati” da cosa nostra: Carlo Palermo, a cui il 2 aprile 1985 è destinata la bomba che a Pizzolungo uccide Barbara Rizzo e i suoi due piccoli gemelli Giuseppe e Salvatore Asta (video) e Giangiacomo Ciaccio Montalto, ucciso il 25 gennaio 1983 a Valderice.

Il gruppo tedesco della pista palestinese

Con la crisi dei missili di Ortona – e ancor più con l'arresto di Saleh – i dirigenti dell'Fplp stabiliscono che l'Italia debba pagare per questa ennesima violazione del Lodo: così come la strage di Fiumicino è stata (anche) la ritorsione per l'arresto del “gruppo di Ostia”, la strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980 è la risposta per l'arresto di Saleh, stando almeno alla “pista palestinese” sull'attentato. Difficilmente può definirsi puramente casuale il fatto che due attentati in Italia vengano realizzati dopo due violazioni dell'accordo con i palestinesi. Sono il giornalista Gian Paolo Pelizzaro e il magistrato Lorenzo Matassa a portare questa teoria per la prima volta nelle stanze istituzionali, come consulenti della Commissione Mitrokhin. Secondo questa ricostruzione, Saleh sarebbe l’anello di congiunzione tra l’Fplp e il gruppo “Separat”, guidato dal terrorista venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, più noto come “Carlos” o “Lo Sciacallo”. Un gruppo che è di fatto il braccio armato di quel “Fronte del Rifiuto” guidato da Abu Nidal e Abdel Ghaffour – e finanziato da Gheddafi – di cui proprio l’Fplp è pilastro fondamentale.

Incrociando le fonti – non solo quelle irreperibili nel 1980 ma anche documenti all’epoca già in possesso della Questura di Bologna – Pelizzaro e Matassa hanno accertato la presenza, quel 2 agosto 1980 a Bologna, di due membri del gruppo: Thomas Kram e Christa-Margot Frölich. Su Kram, uno dei massimi esponenti di Separat, la stessa Questura di Bologna raccoglie informazioni tra il 2 e il 14 agosto 1980, arrivando alla conclusione che un suo coinvolgimento nella strage è possibile. Quel filone di indagine sembra cadere nel vuoto fino al luglio 2005, quando Salvatore Sechi, ordinario di Storia contemporanea all’Università di Bologna e consulente della Commissione Mitrokhin, trova dei documenti su Kram negli archivi della Questura bolognese, tra cui un appunto del Sisde in cui viene evidenziato come la composizione della bomba – inserita in una valigia o una borsa e composta con piccoli cilindri metallici, rinvenuti nei corpi delle vittime – sarebbe tipica del terrorismo anti-israeliano. Così come tipico è l'uso di attentati ai treni da parte di Separat, come per il rapido Parigi-Tolosa (29 marzo 1982), il TGV Parigi-Marsiglia e la stazione di Saint-Charles di Marsiglia del 1983. Ma bastano questi indizi a costituire prova incontrovertibile del coinvolgimento palestinese nella strage di Bologna?

Per approfondire:

Forse ha ragione la verità giudiziaria sulla matrice fascista della bomba alla stazione di Bologna, ma è possibile che due terroristi noti a livello internazionale si trovino in Italia, nello stesso giorno della più grave strage dell'epoca repubblicana, per puro caso?

Quel passaporto sardo tra le macerie

Il 9 ottobre 2015 i deputati Gianluca Pini e Massimiliano Fedriga (Lega Nord) promuovono un'interpellanza urgente su tal Salvatore Muggironi, professore sardo non vedente noto per la sua vicinanza al movimento di estrema sinistra sarda Barbagia Rossa. Il suo passaporto è infatti ritrovato – intatto – tra le macerie della stazione, ma l'uomo non è nelle liste di vittime e feriti della strage né ha denunciato lo smarrimento del documento. La sua presenza a Bologna, in quell'estate 1980, è però accertata da lui stesso. Ascoltato dai giudici, Muggironi sostiene di esservisi recato per una visita medica, lasciando valigia e passaporto ad un pizzaiolo sardo, tal Franco Fulvio Berardis, che si sarebbe poi rifiutato di restituirglieli senza apparente motivo. Muggironi è però in rapporti con Giovanni Paba e Franco Secci, arrestati ad Amsterdam, nel 1976, perché in possesso di esplosivi e fogli contenenti nomi di detenuti brigatisti e riferimenti a gruppi del terrorismo palestinese. Nella stessa città di Muggironi, Nuoro, nel 1982 viene inoltre trovata una parte di quelle armi che le Br portano in Italia, nell'agosto 1979, attraverso la motonave Papago. Anche in questo caso è lecito chiedersi: è tutto frutto della casualità?

Giornali&Terrore

Scartata la pista della strage fortuita – parzialmente ripresa dalla “pista palestinese”, secondo la quale la bomba è destinata ad un attentato a Roma e non a Bologna - le indagini vanno subito in direzione della pista fascista.

A fine luglio 1980 viene intanto depositata l’ordinanza di rinvio a giudizio degli autori della strage del treno Italicus, un attentato dinamitardo rivendicato dal movimento fascista Ordine Nero – nato nel 1973 dallo scioglimento di Ordine Nuovo – che nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 uccide 12 persone ferendone altre 44 all'altezza di San Benedetto Val di Sambro (Bologna).

Gli inquirenti vengono indirizzati sulla pista “nera” da Aurelio Fianchini, militante di estrema sinistra che indica in Mario Tuti del Fronte Nazionale Rivoluzionario, Pietro Malentacchi e Luciano Franci gli esecutori materiali dell'attentato: Tuti fornisce l'esplosivo mentre Malentacchi, ex militare del genio guastatori, lo piazza sul treno fermo alla stazione fiorentina di Santa Maria Novella dove lavora Franci, già condannato per l'attentato sulla linea ferroviaria di Terontola (Arezzo) del 6 gennaio 1975. Se quest'ultimo ha un alibi, Tuti viene posto sulla scena della strage anche da Alessandra De Bellis, moglie dell'ordinovista Augusto Cauchi. La donna viene però rinchiusa in una clinica psichiatrica e dimentica tutto. Il procuratore che raccoglie la testimonianza – di cui non vengono informati gli inquirenti, così come dell'alibi di Franci – si chiama Mario Marsili ed ha una particolarità: non solo è iscritto alla loggia massonica P2 (tessera n.506) ma è anche il genero di Licio Gelli. Gli imputati verranno tutti assolti, per insufficienza di prove, il 20 luglio 1983, con sentenza confermata definitivamente nel 1992. Ad oggi l'unica certezza sulla strage è che molti di coloro che si occupano delle indagini appartengono alla P2, come tante volte capiterà nella storia di quegli anni.

Di certezza, in realtà, ce n’è un’altra: su quel treno avrebbe dovuto esserci anche Aldo Moro, ministro degli Esteri del governo Rumor, fatto scendere dai suoi collaboratori per firmare alcuni documenti. Da quel momento, secondo le parole della figlia Maria Fidia, Moro chiederà la scorta per la sua famiglia.

Per approfondire:

Insomma: la pista da seguire per la strage di Bologna deve essere fascista. Lo vogliono gli uomini della P2 nelle istituzioni e nel Sismi – che il 19 agosto parte dalle dichiarazioni di Mario Guido Naldi, esponente della destra radicale bolognese, per indirizzare le indagini in tal senso – e lo vogliono i palestinesi: Il 26 agosto 1980 Abu Ayad rilascia un’intervista alla giornalista Rita Porena, pubblicata il 19 settembre 1980 sul Corriere del Ticino, con la quale “apre” a quella pista fascista per Bologna di cui aveva già parlato due giorni prima a La Repubblica, accusando la Falange Libanese:

[…]Dai tedeschi abbiamo appreso che circa undici mesi fa [quindi nell’ottobre 1979, ndr] nel campo di Aqura il gruppo aveva discusso con gli italiani la strategia per restaurare il nazifascismo nei loro Paesi ed erano arrivati alla conclusione che l’unica via sarebbe stata l’attacco contro le istituzioni più importanti. I fascisti italiani hanno affermato che il loro maggior nemico è rappresentato dal Partito Comunista e dalla sinistra in generale e che perciò avrebbero cominciato le loro operazioni con un grosso attentato nella città di Bologna, amministrata dalla sinistra. Quando è avvenuta la strage abbiamo subito messo in relazione l’attentato con quanto avevamo appreso sui progetti degli italiani nel campo di Aqura[…]

Non è un caso che a realizzare l'intervista sia Rita Porena: la giornalista è infatti appartenente a Settembre Nero e vicina al Fronte del Rifiuto, tanto da essere accusata di favoreggiamento per il traffico di armi Br-Olp del 1979 e di aver fornito passaporti italiani (come quello di Muggironi?) ai terroristi di Separat. Rita Porena è inoltre in stretti rapporti anche con il colonnello Giovannone. Prosciolta da ogni accusa, non verrà mai smentita la sua appartenenza ai servizi segreti italiani né il suo coinvolgimento – più o meno consapevole – nel depistaggio.

L’Italicus, il rapido 904, la stazione ferroviaria di Bologna più altri vari attentati – realizzati o falliti – di minor entità: in quegli anni i treni hanno un interesse predominante nella strategia del terrore sviluppata in Italia.

I treni come arma e scenario del terrorismo

Il 13 gennaio 1981 una valigia contenente armi, passamontagna, guanti e otto lattine per generi alimentari riempite con esplosivo della stessa composizione della bomba dell'agosto 1980[5] viene ritrovata, sempre a Bologna, sul treno 514 Taranto-Milano. Anche in questo caso le indagini vengono indirizzate verso la pista fascista. Sono però i servizi segreti a piazzare materialmente la valigia sul convoglio e a farla ritrovare, grazie alle indicazioni del generale Pietro Musumeci e del colonnello Giuseppe Belmonte, entrambi del Sismi. Insieme a Licio Gelli e a Francesco Pazienza – faccendiere ed ex agente del Sismi – Musumeci e Belmonte vengono accusati di depistaggio, per aver incolpato dell'esecuzione materiale Stefano Delle Chiaie, legato alla destra radicale e agli ambienti piduisti. L'operazione “depistaggio sui treni” inizia qualche giorno prima del ritrovamento, quando proprio Musumeci consegna al direttore del Sismi, il generale Santovito, un appunto in cui è data per certa una serie di attentati con obiettivi ferroviari. I due ufficiali dei servizi agiscono rispondendo ad ordini superiori, dato anche l'avallo del generale Santovito, tanto che la Corte di Cassazione nella sua pronuncia a Sezioni Unite del 13 novembre 1995 parla di

unitaria, articolata e solidale condotta calunniatrice, animata da una costante ed omogenea volontà, culminata con la drammatica rappresentazione della persistente attualità del terrore[…]

È a questa «condotta calunniatrice» che si riferisce Pier Paolo Pasolini quando, dalle pagine del Corriere della Sera, il 14 novembre 1974, scrive di conoscere «i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle stragi più recenti»?

La geopolitica sull'«assenza di Moro»

Se Aldo Moro è obiettivo della strage dell’Italicus quattro anni prima del suo rapimento, è ipotizzabile che l’allora ministro degli Esteri sia nel mirino già da prima della definizione del piano brigatista? È necessario retrodatare il contesto delle minacce per capire l'avvertimento dato a Bettino Craxi sull'interesse del terrorismo internazionale per “Alter Mann”, cioè Moro? E si spiega così l'annuncio dato da Renzo Rossellini di Radio Città Futura dato un'ora prima del rapimento? Quando e perché, riprendendo Leonardo Sciascia, «l'assenza di Moro dal Parlamento, dalla vita politica è più producente – in una determinata direzione – della sua presenza»[6]?

Infine, chi è la fonte – o le fonti – dell'articolo “Qui il KGB ha diritto di cittadinanza”, che Carmine "Mino" Pecorelli pubblica su Osservatore Politico proprio il 9 maggio 1978, il giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro? Pecorelli, da sempre vicino agli ambienti dei servizi segreti e alla P2 (tessera n.235), è il primo a parlare del Lodo Moro e a collegare l’Fplp all’Unione Sovietica, un rapporto accertabile solo dal 1989 con l'apertura degli archivi dei servizi segreti dell'Est Europa. L’articolo di Pecorelli ha anche un altro focus: la «fame di petrolio e di uranio» della Russia che, accrescendo la presenza navale nel Mediterraneo – una delle principali aree di interesse della politica morotea – lo sta trasformando in «un mare russo».

Il giornalista verrà ucciso la sera del 20 marzo 1979. Accusati come esecutori materiali dell'omicidio sono Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati, quest'ultimo oggi sotto processo per Mafia Capitale. Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò – esponenti di spicco di cosa nostra – il pm e senatore democristiano Claudio Vitalone e Giulio Andreotti, più volte al centro degli articoli pubblicati su Osservatore Politico saranno accusati di esserne i mandanti. Nel 2003 tra assoluzioni «per non aver commesso il fatto» e annullamenti di sentenza tutti gli indagati sono usciti dal procedimento penale che. Anche per l’omicidio Pecorelli non ci sono colpevoli.

Ma, riprendendo ancora Sciascia, a chi fa comodo l'«assenza di Moro» dalla politica?

[4 - Continua]

Note

  1. «Devo pensare che il grave addebito che mi viene fatto, si rivolge a me in quanto esponente qualificato della DC nel suo insieme nella gestione della sua linea politica. In verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui devo rispondere» (lettera all'allora ministro dell'Interno Francesco Cossiga, recapitata il 29 marzo 1978); nella lettera scritta a Benigno Zaccagnini, all'epoca segretario della Democrazia Cristiana, Moro scrive: «scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga ai quali tutti vorrai leggere la lettera e con i quali tutti vorrai assumere le responsabilità, che sono ad un tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della D.C. alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non è difficile immaginare»;
  2. Salvatore Lordi, Annalisa Giuseppetti, Fiumicino 17 dicembre 1973. La strage di Settembre Nero, Catanzaro, Rubbettino, 2010, p.18;
  3. Carlo Mastelloni il 20 giugno 1989 nel procedimento penale contro Abu Ayad e altri, pp.257 e seguenti;
  4. Presidenza del Consiglio dei Ministri, nota ufficiale n.36100/111-1-”P” in risposta ad interpellanza parlamentare n. 2-00290 del 10 gennaio 1980;
  5. Cfr. Ordinanza-sentenza proc. Pen. 344/A/80 contro Dario Pedretti ed altri, emessa dai giudici istruttori di Bologna, dott. Vito Zincani e dott. Sergio Castaldo, in cui vi è un intero capitolo dedicato all’operazione “terrore sui treni”;
  6. Leonardo Sciascia, L'affaire Moro, Milano, Adelphi, 1994, p.27;

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