martedì 15 maggio 2018

Graziella De Palo e Italo Toni, scomparsi sulle tracce del petrolio di Aldo Moro?

Prologo a un omicidio da non risolvere

«Agenti stranieri arrivati in Libano per assassinare un alto esponente dell’Olp», l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina guidata da Yasser Arafat. È l’accusa mossa nel febbraio 1981 contro Domenico Spinella e Luciano Ruggeri, che a Beirut ci vanno a causa del terrorismo internazionale, ma non certo come “agenti“. Sono entrambi due vicequestori – Spinella dell’Ucigos[1], Ruggeri dell’Interpol – chiamati ad assistere il giudice istruttore Maurizio Landi, che a Torino cerca conferme alle dichiarazioni di Patrizio Peci - il primo “pentito” delle Brigate Rosse - e di altri ex terroristi ormai dissociatisi dalla lotta armata. I due sarebbero dovuti arrivare nella capitale libanese il 2 marzo 1981. In una conferenza del 28 febbraio vengono però additati come agenti della Cia, un'accusa difficile da confermare ma comunque pericolosa in un Paese che dal 1975 subisce gli effetti della guerra civile e il cui presidente, Camille Chamoun, è accusato di fare gli interessi occidentali.

Quella conferenza stampa - voluta dal responsabile stampa e pubbliche relazioni dell'Fplp, Bassam Abu Sharif - è pensata da una «catena di comando» sviluppatasi soprattutto in Italia: a ricevere il messaggio della missione Ucigos è il sottufficiale dei carabinieri Damiano Balestra[2], addetto alla cifratura dei messaggi da e verso l’ambasciata italiana in Libano, che ne riferisce al colonnello dei carabinieri Stefano Giovannone, al vertice del Servizio informazioni e sicurezza militare (SISMI) a Beirut, in base ad un accordo “vessatorio” istituito da quest’ultimo ai danni del sottufficiale, che nel maggio 1988 verrà condannato a un anno e sei mesi di reclusione per rivelazione di notizie riservate. A sua volta Giovannone ne riferisce al colonnello Armando Sportelli, all’epoca a capo della Seconda Divisione “Ricerca” del Sismi, addetta allo spionaggio all’estero. È Sportelli che, materialmente, avvisa gli «amici palestinesi», come anni prima definiti dal direttore del Sid, generale Vito Miceli, nel tentativo di censurare il coinvolgimento palestinese nella strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973.

A pagare il prezzo delle dichiarazioni di Peci sarà suo fratello, Roberto, antennista, rapito il 10 giugno 1981 e ucciso il 3 agosto come vendetta trasversale decisa da Giovanni Senzani, leader delle “Brigate Rosse - Partito della guerriglia” (Br-Pg). Ma cosa ha detto Peci tanto da scatenare una reazione simile?

Operazione “Papago”

Quando decide di collaborare con la Giustizia, quel martedì 1 aprile 1980, Patrizio Peci diventa “l’Infame”. Inizia a rivelare nomi, date, fatti per un motivo ben preciso: la grazia da parte dello Stato per la sua «scelta sbagliata» o, al minimo, l’annullamento della pena, con la volontà – e la necessità, dato che da quel momento Peci è nel mirino brigatista - di «poter riprendere una vita nuova, all’estero»[3]. Un pentimento improvviso e inaspettato, da parte di un uomo che dopo l’arresto sembra uno degli “irriducibili”: «smantello la colonna di Torino, e anche Genova, una parte del Veneto e Roma». Peci parla dell’omicidio di Aldo Moro – e di una trattativa per la sua liberazione mai davvero cercata – così come di quelli del procuratore Francesco Coco (8 giugno 1976) e di Carlo Casalegno (29 novembre 1977), vicedirettore de La Stampa. Svela come funzionano, all’epoca, le Brigate Rosse e parla, naturalmente, dei collegamenti internazionali dell’organizzazione, come per il traffico d’armi:

Quanto alle armi, parlando di palestinesi e di Olp, intendo proprio riferirmi alla Organizzazione per la Liberazione della Palestina facente capo ad Arafat, non a palestinesi in genere o a organizzazioni politiche, militari o paramilitari, diverse dall’Olp. Ricordo che chiesi espressamente al Micaletto [Rocco Micaletto, membro del Comitato Esecutivo e dirigente delle colonne brigatiste di Torino e Genova, arrestato con Peci a Torino il 20 febbraio 1980, ndr] se si trattava proprio dell’Olp e il Micaletto me lo confermò. Riconfermo che le Br avevano rapporti non con i vertici dell’Olp, con quelli più bassi. Ma i vertici dell’Olp sapevano della cosa, altrimenti le armi non ce le avrebbero date[4]

Per quanto riguarda le armi, più che con l’Olp i canali diplomatici vengono aperti con l’Fplp di Habbash: una parte – riconoscibile da una “F” blu sul carico – rimane all’organizzazione palestinese, l’altra alle Br e, tramite loro, agli altri gruppi armati di sinistra sparsi in Europa. Ai brigatisti spetta anche il trasporto. I rapporti con i palestinesi, comunque, non durano molto anche per la necessità di Arafat di trasformarsi (almeno in superficie) nel volto della lotta palestinese “moderata” e per una serie di azioni, come l’omicidio del senatore Roberto Ruffilli, ufficialmente condannate dai palestinesi.

Finché è aperto, quel rapporto è così importante che ad andare a prendere le armi è lo stesso Mario Moretti, controverso ma indiscusso capo delle Brigate Rosse dal 1975 al 1981. Come il 15 agosto 1979, quando con lo psichiatra e skipper Massimo Gidoni, Riccardo Dura – capo della colonna genovese delle Br – e Sandro Galletta della colonna veneta, a cui è affidato l’aspetto logistico dell’operazione, parte a bordo del monoscafo “Papago” da Numana (Ancona) verso il Libano, dove Olp e Fplp controllano due baie nell’area meridionale. A largo delle coste libanesi vengono trasbordati, tra gli altri, 150 mitra Sterling, una decina di fucili Fal di fabbricazione belga e cinque o sei quintali di esplosivo al plastico, sequestrati a Nuoro nel 1982[5].

Quanto costa proteggere gli «amici» palestinesi?

Mentre Peci inizia a collaborare con la magistratura italiana, a Venezia il giudice istruttore Carlo Mastelloni lavora all’inchiesta giudiziaria sul traffico d’armi, accusando della responsabilità diretta Arafat e Salah Khalaf (Abu Ayad), capo dei servizi segreti di Al Fatah e tra i fondatori di Settembre Nero, il gruppo autore della strage di Fiumicino. È Mastelloni a ricostruire la catena di comando che “brucia” il viaggio di Spinella e Ruggeri a Beirut. Il giudice non è l’unico ad occuparsi delle armi che transitano sul territorio italiano, spesso pagate con la droga raffinata o gestita da cosa nostra: se ne occupano Domenico Sica e Rosario Priore dalla Procura di Roma, se ne occupa il giudice Carlo Palermo, che segue – prima a Trento, poi a Trapani – i rapporti tra droga e armi finché cosa nostra (Strage di Pizzolungo, video) e pressioni politiche esercitate dall’allora premier Bettino Craxi assegnano l’indagine ad altro giudice. Della droga si occupa invece il giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto prima di essere ucciso per mano della mafia siciliana la notte del 25 gennaio 1983. Di quella stessa droga iniziava ad occuparsi, da Palermo, Giovanni Falcone (amico e collega di Ciaccio Montalto a Trapani negli anni Settanta). Insomma: toccare il rapporto tra armi e droga, in quell’Italia che si è fatta crocevia di tali traffici, è particolarmente pericoloso.

Il commercio delle armi è strettamente collegato con altri problemi politici di grande importanza, le guerre locali nel Terzo Mondo, il terrorismo, la guerriglia ma non è dell’aspetto politico-diplomatico che vogliamo parlare, ma degli affari che si concludono con la compra-vendita delle armi

Scrive Carmine “Mino” Pecorelli su Osservatore Politico prima di essere ucciso il 20 marzo 1979, senza che dell'omicidio siano mai stati chiariti mandanti e ragione.

Per approfondire:

Graziella e Italo, le armi e i palestinesi

E di quelle armi si occupa Graziella De Palo, all’anagrafe Maria Grazia. È una giornalista, come Pecorelli, e studia Lettere e Filosofia a Roma. Scrive per varie testate come Notizie Radicali, ABC, L’Astrolabio – fondata nel 1963 da Ernesto Rossi e Ferruccio Parri, per il quale scrive articoli politico-economici[6] – e soprattutto Paese Sera, su cui firma i suoi articoli più importanti, legati alla politica internazionale: parla della Fiat e del suo traffico di armi con il Sudafrica sotto embargo per l’apartheid, della «simbiosi» tra la società automobilistica e la dittatura argentina[7]. Scrive di armi Beretta (all’epoca società a partecipazione statale) vendute alla Bulgaria e trovate in mano a terroristi turchi o di quelle finite all’Ira irlandese e triangolate dalla Libia[8]. De Palo fa i nomi delle società coinvolte, delle collusioni con gli apparati dello Stato come l’Ufficio REI (Rapporti Economici e Industriali) del SISMI, che all’epoca ha l’ultima parola sulle esportazioni delle armi italiane. Traffici che, scrive l’agenzia Ansa in un’inchiesta del 25 novembre 1982, sono possibili grazie al supporto operativo e finanziario del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi[9].

Il 21 marzo 1980, in un articolo intitolato "False vendite, spie, società fantasma: così diamo armi" racconta le modalità con cui le armi vengono trafficate attraverso «commesse apparentemente normali[...] lasciando puliti i conti ufficiali, ma continuando con le esportazioni verso le aree instabili del mondo (esportazioni vietate dagli embarghi ONU)», dei porti (La Spezia, Taranto) e degli aeroporti (Ciampino) da cui partono questi traffici e, soprattutto, degli intermediari. Grazie alla sua fonte principale, l’ex ufficiale di Marina e deputato PSI Falco Accame, individua un «ex agente del SID[…]diventato agente commerciale in Libano, con il compito di organizzare il traffico di armi per il Medio Oriente»[10]. Quell’ex agente, secondo le ricostruzioni, è Stefano Giovannone.

Un allarme nel vuoto

«Se tra tre giorni noi non siamo rientrati in albergo date l’allarme, venite a cercarci». È il 1 settembre 1980: Graziella De Palo e Italo Toni sono dal 22 agosto a Beirut, dove sono ospitati – gratuitamente, data la loro vicinanza alla causa palestinese – all’Hotel Triumph, sotto il controllo dell’Olp. Ad invitarli è Nemer Hammad, rappresentante dell’organizzazione a Roma. L’obiettivo, ufficialmente, è realizzare un reportage su quei campi di addestramento palestinesi in Siria e Libano al centro di uno scoop internazionale realizzato da Italo Toni e pubblicato, insieme alle fotografie di Fausto Giaccone, dal francese Paris Match nel 1968. Nato nel 1930 – 26 anni prima di Graziella – e giornalista professionista dal 1965, Toni collabora con vari giornali legati al Partito Socialista, cui è iscritto. È in Algeria durante il golpe contro Ahmed Ben Bella, presidente e uomo della decolonizzazione dalla Francia. Dal 1966 al 1968 è responsabile degli esteri per L’Astrolabio, con specializzazione sul Medio Oriente. È la conclusione di quella collaborazione che lo porta allo scoop sui campi palestinesi.

Ma cos’è successo in quei dieci giorni, affinché i due giornalisti si presentino all’Ambasciata italiana a Beirut, per lanciare quell’allarme?

Quando Graziella e Italo diventano “Il caso Toni-De Palo”

I due giornalisti arrivano in Libano anche grazie ai rapporti di amicizia che intercorrono tra De Palo e Hammad, che in un’intervista rilasciata proprio alla giornalista pochi giorni prima, redarguisce senza mezzi termini l’Italia e la Comunità Europea per non aver portato a conclusione i lavori diplomatici iniziati dal ministro Francesco Malfatti di Montetretto – e bloccate dal Partito Repubblicano – volti al riconoscimento dell’Olp[11].

L’intero viaggio è di fatto possibile grazie all’Olp, che concede il visto d’ingresso in Siria, il biglietto aereo a prezzo ridotto e l’albergo in cui De Palo e Toni vengono ospitati, il Triumph, nella zona ovest di Beirut dove entrano il 23 agosto, grazie alla lettera di presentazione di Hammad. Nei primi giorni di lavoro i due giornalisti raccolgono interviste e informazioni sulla situazione sociale, politica e militare dei palestinesi. È probabile che Graziella De Palo voglia lavorare anche sul traffico d’armi, dati gli appunti rinvenuti in una agenda che porta con sé e nella quale sono elencate telefonate fatte per tutto il mese precedente, tra gli altri, all’ufficio stampa del ministro delle Partecipazioni Statali Gianni De Michelis, a varie fabbriche d’armi e all’ambasciata siriana in Italia.

Italo Toni è invece interessato all’aspetto militare. Chiede per questo ad Abu Ayad, numero due dell’Olp e responsabile dei servizi segreti dell’organizzazione, di visitare le postazioni del Sud. Ma quelle appartengono al Fronte Democratico di Nayef Hawatmeh. La visita viene fissata dal 24 agosto al 1° settembre, lo stesso giorno in cui De Palo e Toni si recano all’ambasciata italiana, dicendo al primo consigliere Guido Tonini – che in quei giorni è anche ambasciatore in sostituzione di Stefano D’Andrea, in vacanza – di dare l’allarme «se tra tre giorni noi non siamo rientrati in albergo». Forse è solo una precauzione per due giornalisti comunque abituati a maneggiare questioni pericolose, o forse no. Sta di fatto che in albergo, Graziella De Palo e Italo Toni, non ci tornano più. Non ne sanno niente i palestinesi, né i “moderati” della galassia-Olp né quelli del “Fronte del rifiuto” dell’Fplp (a cui appartiene l’albergo). Neanche all’ambasciata sanno niente dei due giornalisti. Solo con il ritorno di D’Andrea la nostra rappresentanza diplomatica a Beirut inizierà a mobilitarsi. Naturalmente, se nessuno ne sa niente, significa che nessuno avvisa i familiari che Graziella De Palo e Italo Toni sono scomparsi.

Secondo la versione più accreditata del rapimento, riportata da Nicola De Palo – cugino di Graziella – in “Omicidio di Stato” (Curcio, 2012), i due vengono prelevati il 2 settembre da una macchina che sostituisce quella del Fronte Democratico, con cui è fissato un appuntamento[12]. Il 19 settembre, quattro giorni dopo il rientro previsto in Italia, Nemer Hammad sostiene che i giornalisti sono rientrati in Siria, ma «i campi sono tanti» ed è dunque difficile sapere dove siano esattamente. È il primo tassello di una storia che, come la sparizione di Mauro De Mauro (rapito a Palermo il 16 settembre 1970 e mai più ritrovato) e l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (1994), ancora oggi non ha una vera conclusione. «Noi abbiamo fatto solo una lettera di accredito. Si vede che se ne saranno serviti per altri loro fini»[13], è la risposta finale di Nemer Hammad.

I due giornalisti sono stati sequestrati. Parte dei loro bagagli è ancora in albergo quel 2 settembre 1980, come risulta dalle dichiarazioni di Sofia Del Curto, funzionaria dell’ambasciata italiana a Beirut. Così, mentre la famiglia inizia per proprio conto le ricerche, il 2 ottobre i giornali danno notizia della loro scomparsa. È passato un mese esatto dal loro sequestro, due dalla bomba alla Stazione di Bologna (85 morti e 200 feriti). Altri bagagli di Graziella De Palo e Italo Toni vengono trovati presso l’albergo Montemar a Junieh, nella parte di Beirut controllata dai falangisti[14]. Peccato che nessuno dei due vi abbia mai messo piede, in quell’albergo. Quel che sembra essere certo, evidenzia l’Ambasciata del Libano a Roma, è che i due sono stati arrestati dall’Olp. Sembra essere certo. Perché l’unica cosa certa, da questo momento in poi, è che sulla vicenda di Graziella De Palo e Italo Toni si intrecciano segreti e depistaggi.

Sarebbe stata Al Fatah (il gruppo “moderato” che fa capo ad Arafat) su richiesta siriana, a rapire i due giornalisti, scrive l’ambasciatore D’Andrea in un telegramma inviato il 18 ottobre al ministero degli Esteri:

Circa il movente, miei interlocutori attribuiscono notevole valore di indizio ai ritagli di agenzia di stampa, anche piuttosto vecchi, che sono stati ritrovati nei bagagli dei due italiani. Tra questi, ritagli relativi al traffico di droga, di armi ed ai “Fratelli musulmani”. La loro presenza nei bagagli avrebbe un senso, solo se essi avessero un significato anche nel quadro del viaggio in Libano,e sono tutti elementi che puntano in direzione della Siria

La “Fratellanza Musulmana” è al centro dell’ultimo articolo di Graziella De Palo, pubblicato su Paese Sera, l’1 agosto 1980. Anche Italo Toni è interessato a questo gruppo, che in Siria ha aperto uno scontro tra il credo religioso e il marxismo di Assad. È questo il filone da seguire nella “pista siriana” di cui parla l’ambasciatore D’Andrea? L’Olp e le autorità italiane vietano di fatto ai familiari di Graziella De Palo di partire per Beirut, addossando la colpa del sequestro sui falangisti. Dall’Italia – riporta ancora Nicola De Palo[15]negano l’esistenza di un funzionario del Ministero chiamato Tonini. Un funzionario “fantasma” che però viene (casualmente?) trasferito da Beirut all’ambasciata di Bruxelles.

Pietro Petrucci, giornalista de L’Europeo e amico di Italo Toni, viene bloccato mentre sta per partire per Beirut, così come scarso è l’interesse per il “caso De Palo-Toni” di Paese Sera – la testata per cui i due lavorano all’epoca – e del Partito Comunista, editore del giornale e da tempo schierato in favore dei palestinesi, come gran parte delle istituzioni e della cittadinanza italiana.

Per approfondire:

Insomma: dopo i due giornalisti, anche i tentativi di far luce sul loro sequestro devono sparire. Non è un caso, dunque, che le indagini vengano affidate a quegli stessi servizi segreti di cui Graziella De Palo denuncia il ruolo nel traffico clandestino di armi italiane. Né lo sarà il fatto che ad occuparsi materialmente del caso, facendo da tramite tra Libano e Italia, sia quello stesso «ex agente del SID[…]diventato agente commerciale in Libano, con il compito di organizzare il traffico di armi per il Medio Oriente»: Stefano Giovannone.

Né può essere un caso che, a questo punto, inizi una serie di attacchi contro l’ambasciatore D’Andrea. Il giudice Mastelloni parlerà di vera e propria «guerra dei due Stefani» per indicare i pessimi rapporti tra l’ambasciatore e il suo addetto commerciale, che proprio attraverso la vicenda De Palo-Toni arrivano al punto di rottura definitivo. D’Andrea persegue la linea della massima pubblicità sul caso, tanto da offrire una ricompensa a chiunque dia notizie. Giovannone, al contrario, è fautore di una vera e propria linea del riserbo volta a porre tutto sotto silenzio, anche per evitare domande scomode sulla sua attività. È a questo punto che Giovannone impone all’appuntato dei carabinieri Damiano Balestra di rivelargli il contenuto dei messaggi scambiati tra l’ambasciata e l’Italia.

D’Andrea viene accusato di aver sottratto i corpi dei due giornalisti, ricomposti all’obitorio dell’ospedale dell’Università Americana di Beirut. Ad accusarlo sono Abu Ayad ed Edera Corrà, detta Theila, collaboratrice della Nuova cucina e massone, arrivata in Libano per intervistare Béchir Gemayel, futuro presidente libanese (23 agosto-14 settembre 1982). L’ambasciatore, dicono i palestinesi e i loro «amici» nelle istituzioni italiane, è legato ai falangisti, per cui la sua inchiesta sulle responsabilità dell’Olp è solo un modo per depistare dalla verità. Per queste accuse l’ambasciatore verrà sostituito da Francesco Lucioli Ottieri ed inviato a Copenaghen (1981-1985), ben lontano da una città e da un Paese che in quegli anni sono, oltre che un paradiso fiscale, anche crocevia di traffici internazionali e spie di ogni tipo, in cui ben si muove Giovannone. La scomparsa di Graziella De Palo e Italo Toni è, dunque, lo strumento perfetto per chiudere la partita tra i due in favore del colonnello.

Falangisti e piduisti

La “pista falangista” si raffredda presto, grazie alle dichiarazioni di Lya Rosa, infermiera e militante dell’Olp. Secondo la donna i due, scambiati per spie (come tante volte è capitato nella nostra storia, non ultimo il caso di Giulio Regeni), sarebbero stati portati a Sidone, giustiziati e seppelliti. «Tutti i funzionari occupatisi della vicenda agirono sotto la direzione del segretario generale, dottor Malfatti», è la conclusione a cui arrivano le indagini, messa nero su bianco da Renato Squillante, che nel 1986 indaga sul caso[16].

Il nome di Malfatti, in quei primi anni ‘80, è un nome particolarmente “chiacchierato”. Compare ad esempio nella lista degli iscritti alla loggia massonica P2 (tessera n.812) di cui fanno parte molti di coloro che, nelle istituzioni, si sono occupati del caso: oltre a Malfatti ci sono il generale Giuseppe Santovito (527), direttore del SISMI fino al ritrovamento dell’elenco parziale di Castiglion Fibocchi che, come il generale Vito Miceli (491) durante le indagini sulla strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973, cerca di «salvaguardare la buona immagine dell’Olp»[17]; piduisti sono il prefetto Mario Semprini (544) e Massimiliano Cencelli (897), rispettivamente capo di gabinetto di Amintore Fanfani e segretario dell’onorevole Francesco Mazzola, responsabile del Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza (CESIS), l’organo di coordinamento dei servizi segreti dal 1978 al 2007. Cencelli e Semprini si muoveranno nella strategia per frenare l’indagine personale della famiglia De Palo.

Il 9 febbraio 1985 il pm Giancarlo Armati della Procura di Roma chiude l’istruttoria, chiedendo il rinvio a giudizio per:

  • Damiano Balestra, l’appuntato che rivela a Giovannone il contenuto delle comunicazioni tra l’ambasciata di Beirut e il ministero degli Esteri;
  • il generale Giuseppe Santovito, per falsa testimonianza;
  • il colonnello Stefano Giovannone, per abuso di potere e violazione dei doveri inerenti alle proprie funzioni oltre che per aver orchestrato, con Santovito, un «disegno criminale» volto ad ostacolare le indagini;
  • George Habbash, leader dell’Fplp, per il sequestro e l’uccisione, in concorso con altri non identificati, di Graziella De Palo e Italo Toni.

Santovito e Giovannone muoiono poco dopo, la posizione di Balestra viene stralciata mentre per Habbash Squillante decide per l’insufficienza di prove. È la sostanziale conclusione dell’indagine giudiziaria. Ancora oggi, su una parte dei documenti, vige il Segreto di Stato apposto nel 1984 dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi, anch’egli ascrivibile al gruppo delle personalità “filo-palestinesi” (e filo-arabe) nelle nostre istituzioni. Giovannone viene anche arrestato nel 1986, nell’ambito delle indagini del giudice Mastelloni, per aver favorito il traffico di armi tra Brigate Rosse e Olp.

Il petrolio di Aldo Moro

In quel procedimento, aperto nel gennaio 1982 da Armati, si apre però un’altra pista, che porta ad un altro tema di interesse degli articoli di Graziella De Palo: il petrolio. Prima della partenza per Beirut, la giornalista si concentra sul ruolo che le armi hanno come strumento di pagamento per le importazioni petrolifere, uno dei pilastri della diplomazia politica e commerciale tenuta da Aldo Moro anche grazie al ruolo dell’Eni.

Dopo la presidenza di Eugenio Cefis (1967-1971), è sotto la direzione "piduista" di Giorgio Mazzanti (presidente, tessera 826) e Leonardo Di Donna (vicepresidente, tessera 827) che l'Eni è coinvolta nello scandalo per la tangente Petronim: è il 1979 quando la società italiana - tramite Mazzanti e Carlo Sarchi, direttore delle attività estere - si accorda con la compagnia petrolifera di Stato saudita Petronim, rappresentata dal governatore Abdul Hadi Taher, per la fornitura all'Italia di 12,5 milioni di tonnellate di greggio. A intermediare tra le parti viene chiamato Stefano Giovannone. Costo dell’operazione, triennale: 1.665 milioni di dollari, più una tangente del 7%, di cui la metà serve a finanziare l’attività dell’Olp.

Non è un caso chee nella politica morotea “petrolio per armi” ci sia un posto anche per Giovannone. Il colonnello è infatti uno degli uomini di massima fiducia di Aldo Moro, di cui è stato responsabile della sicurezza. Entrambi fanno parte della corrente “filo-palestinese” delle istituzioni. Quando dalla prigione brigatista scrive a Flaminio Piccoli, presidente del gruppo democristiano alla Camera, il 29 aprile 1978, Moro chiede l’intervento di tre persone: Erminio Pennacchini – presidente del Comitato parlamentare per il controllo sui servizi di sicurezza e sul segreto di Stato – Vito Miceli e, appunto, Stefano Giovannone. Il colonnello Giovannone è il custode di un segreto inconfessabile: il Lodo Moro. E l’ambasciatore D’Andrea l’ha capito, tanto che in una lettera inviata il 5 agosto 1981 a Giorgio Giacomelli, direttore dell’Emigrazione e degli Affari sociali della Farnesina, metterà in fila tre elementi chiave di questo patto: l’omicidio di Graziella De Palo e Italo Toni, la strage alla Stazione di Bologna e l’arresto a Bologna, il 17 novembre 1979, di Abu Anzeh Saleh, responsabile in Italia dell’Fplp.

Qual è, dunque, il vero ruolo di Giovannone in quell’Italia dei misteri?

Nel 2014 il senatore Giacomo Stucchi (presidente del Copasir) e l’ambasciatore Giampiero Massolo (direttore Dis) evidenziano come parte della documentazione sia ancora secretata perché «i documenti sono compromettenti e scomodi da pubblicare, in particolar modo in questo periodo in cui il terrorismo dell’Isis colpisce anche l’Occidente». Cos’è, allora, questo Lodo Moro? Perché – e a chi – fa ancora paura? E, per tornare all’oggi: è ancora il Lodo che protegge l’Italia da Daesh?

[3 - Continua]

Note

  1. L’Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali (UCIGOS). Dal 1978 al 1981 è la polizia politica italiana, in sostituzione dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno. Dal 1981 viene inglobato nel Dipartimento della pubblica sicurezza del ministero dell’Interno con ilnome di Direzione centrale della polizia di prevenzione;
  2. Cfr. ordinanza-sentenza contro Abu Ayad ed altri (proc. Pen. 204/83), emessa dal giudice istruttore del Tribunale di Venezia, dott. Carlo Mastelloni, il 20 giugno 1989, pag. 249;
  3. Vincenzo Tessandori, Qui Brigate Rosse. Il racconto, le voci, Milano, Baldini & Castoldi, 2009, pp.274-325;
  4. V. Tessandori, op.cit., p.323;
  5. Secondo quanto ricostruito dai giornali dell’epoca, nel deposito vengono ritrovati: 5 razzi per bazooka di fabbricazione americana; un missile anticarro sovietico; 2 missili terra-aria di fabbricazione francese; 30 chili di esplosivo al plastico; 8 bombe a mano di fabbricazione americana; 6 mitra inglesi Sterling e centinaia di cartucce, in Giuliano Sadar, L’isola che non c’era, il fuoco e il silenzio, 23 agosto 2016. Legato al rapporto Sardegna-Brigate Rosse anche il caso Muggironi;
  6. I numeri della rivista, pubblicata dal 1963 al 1984, sono stati digitalizzati dal Senato della Repubblica, disponibili al seguente link: astrolabio.senato.it;
  7. Graziella De Palo, La Fiat in Sudafrica paga sotto salario gli operai neri, Paese Sera, 19 maggio 1980 e Militari i capi della Fiat in Brasile, Paese Sera, 24 giugno 1980;
  8. G. De Palo, False vendite, spie, società fantasma: così diamo armi, Paese Sera, 21 marzo 1980;
  9. "Traffico d’armi; retroscena da Beirut", così si intitola l’inchiesta dell’Ansa, realizzata dall’inviato a Beirut dell’epoca, pubblicata attraverso tre lanci d’agenzia il 25 novembre 1982;
  10. G. De Palo, Disarmo: perché parlarne soltanto all’ONU, L’Astrolabio, 14 giugno 1978;
  11. G. De Palo, Passi indietro del governo italiano, Paese Sera, 14 giugno 1980;
  12. Nicola De Palo, Omicidio Di Stato. Storia dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni, Roma, Armando Curcio Editore, 2012, p. 98;
  13. Dai diari della famiglia De Palo, in N. De Palo, op.cit., p.99;
  14. Partito Falangista Libanese, sviluppato fin dal 1936 intorno alla figura del fondatore Pierre Gemayel, basato sul nazionalismo e sul cristianesimo maronita, dopo aver lottato per l’indipendenza dalla Francia, durante la guerra civile in Libano (1975-1990) è avversaria delle fazioni sunnite, sciite e druse, alleatesi con i palestinesi arrivati in Libano dopo l’”epurazione” condotta nel 1970 da Re Hussein di Giordania;
  15. N. De Palo, op.cit., p.111;
  16. Tribunale di Roma, ordinanza-sentenza giudice istruttore Renato Squillante del 25 febbraio 1986, proc. pen. 5234/84A;
  17. Ivi;

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