venerdì 25 maggio 2018

Il Lodo Moro prima del Lodo

Noi non potevamo sostenere la trattativa e consentire una qualsiasi legittimazione delle Brigate Rosse come fossero dei “combattenti”, o “guerriglieri”. Noi non potevamo definirli compagni rivoluzionari, aprire un dialogo con loro. Sarebbe stata la fine[…]Perché se questo riconoscimento ci fosse stato, a quel punto qualunque paese estero a noi geograficamente vicino si sarebbe sentito autorizzato a intromettersi, magari a venire a sostenerli, quasi ci fosse una fazione politica contro l'altra...un esercito di guerriglieri liberatori. No, erano nemici e terroristi e assassini. Non compagni rivoluzionari

A parlare così è Ugo Pecchioli, a lungo responsabile della sezione Problemi dello Stato del Partito Comunista, in seguito membro della Commissione d'inchiesta Moro, alla giornalista Sandra Bonsanti[1].

I palestinesi di Moro

A gestire il patto con questi «nemici e terroristi e assassini», che possono usare l'Italia come corridoio di transito e deposito di armi a patto di non attuare attentati sul nostro territorio, oltre al suo ideologo Aldo Moro ci sono molti dei suoi uomini di fiducia, come il costituzionalista Leopoldo Elia, l'avvocato generale dello Stato Giuseppe Manzani e il giurista Renato Dell'Andro, destinatario della “lettera palestinese” resa pubblica il 29 aprile. Il fulcro dell'intero gruppo – difensore del Lodo anche dopo la morte del suo ideatore – è il colonnello Stefano Giovannone.

La provocazione Tambroni-MSI e il nuovo pericolo autoritario

Un punto fondamentale nella storia del Lodo si registra, in realtà, quando questo patto ancora non esiste: il 26 marzo 1960 l'ex ministro e deputato democristiano Fernando Tambroni viene chiamato a guidare il governo dopo le dimissioni di Antonio Segni, futuro presidente della Repubblica (1962-1964). Due gli obiettivi del nuovo esecutivo monocolore: realizzare le Olimpiadi di Roma e approvare il bilancio dello Stato il 31 ottobre. Alla Camera la fiducia arriva solo con tre voti di scarto e grazie al sostegno del Movimento Sociale Italiano. Al Senato il copione è quasi identico: pochi voti di scarto (128 a favore, 110 contrari) e forte sostegno missino. Nel passaggio tra le due aule si dimettono i tre ministri della sinistra democristiana – Giorgio Bo, Giulio Pastore e Fiorentino Sullo – mentre l'ipotesi di un nuovo esecutivo guidato da Amintore Fanfani risulta impossibile. Il governo Tambroni sostenuto dall'Msi è una scelta obbligata e, per i partiti di opposizione, un indizio evidente della svolta autoritaria presa dall'Italia.

Il sostegno missino viene ricompensato: al partito guidato da Arturo Michelini viene concessa l'organizzazione del suo sesto congresso a Genova, medaglia d'oro alla Resistenza. Per completare la provocazione, la presidenza del congresso è affidata a Carlo Emanuele Basile, che nel 1944 ha fatto deportare 1.600 operai delle fabbriche e del porto schieratisi contro la produzione bellica e il trasferimento della produzione in Germania. È Sandro Pertini, attraverso il discorso “del bricchettu (fiammifero), a chiamare alla rivolta una città dove la tensione è già alta da un mese:

Noi siamo decisi a difendere la Resistenza. Lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei morti e per l'avvenire dei vivi, lo compiremo fino in fondo. Costi quel che costi

Centomila persone scendono in strada a manifestare, con i tassisti che portano i delegati missini «nei posti più impensati», accolti dal lancio di «vasi, acqua calda e olio»[2]. Lo scontro inizia con una immagine archetipica nelle svolte politiche italiane: quel lancio di monetine[3] che, oltre vent'anni dopo, porterà alla conclusione della Prima Repubblica. Nei carrugi – i tipici vicoletti cittadini cantati da Fabrizio De André – i “camalli”, i portuali con la maglietta a strisce, si ritrovano in netta superiorità numerica. Gli scontri si fermano solo alle 19,30 grazie all'intervento del presidente dell'Associazione Nazionale Partigiani (Anpi) Giorgio Gimelli.

Non si fermano, invece, le manifestazioni contro il governo, che ha dato alla polizia la libertà di sparare in caso di emergenza. Un potere che a Reggio Emilia, il 6 luglio, porta all'assassinio di Lauro Farioli (operaio, 22 anni); Ovidio Franchi (operaio, 19 anni); Marino Serri (pastore e partigiano, 41 anni); Afro Tondelli (operaio e partigiano, 36 anni); Emilio Reverberi (operaio e partigiano, 39 anni) e ad innumerevoli feriti che, per non farsi identificare, non si recano in ospedale.

L'Italia è a un bivio tra l'apertura a sinistra e una nuova svolta autoritaria. Tambroni si dimette e abbandona la politica, al suo posto viene nominato un monocolore democristiano di “restaurazione democratica”: è il governo Fanfani III.

Il terzo blocco (neo)atlantista

Tra le prime decisioni del nuovo governo c'è la scelta sull'eventuale ingresso nel conflitto apertosi in Egitto nel 1956, dopo che la decisione del presidente Gamal Abd el-Nasser di nazionalizzare il Canale di Suez, portando all'aggressione militare di Israele con il beneplacito di Francia e Gran Bretagna, proprietarie del Canale fino a quel momento. Anche l'Italia avrebbe tutto l'interesse alla restaurazione dello status quo: con il blocco delle attività nell'area le nostre importazioni annue di greggio diminuirebbero del 41%, stando all'allarme lanciato da una relazione del ministero dell'Industria e del Commercio, con evidente impatto sui consumi e sulla produzione interna. Ma il governo decide di non intervenire nel conflitto. O meglio: l'Italia non interviene perché è già schierata con Nasser.

Due giorni prima dell'annuncio della nazionalizzazione, il presidente egiziano firma un accordo per la costruzione di un oleodotto per collegare la raffineria di Suez con il Cairo, affidando i lavori alla società italiana Dalmine e soprattutto all'Eni, che dal 1955 detiene il 20% della International Egyptian Oil Company e dal 1961 sarà partner del governo egiziano in un ampio programma di sviluppo quinquennale del Paese: oltre allo sfruttamento – alla pari – delle risorse petrolifere, l'accordo prevede la costruzione di infrastrutture ad uso civile, di complessi industriali, lo scambio di informazioni tecniche e l'aiuto nella commercializzazione dei prodotti.

L'Italia, sotto Fanfani e con l'arrivo di Giovanni Gronchi al Quirinale, inizia a modificare la sua politica estera, nel tentativo di rimanere equidistante da entrambi i blocchi e allontanarsi dal «vassallaggio» verso gli Stati Uniti, un problema che il nostro Paese corre fin dai primi vagiti post-fascisti, tanto da essere denunciato già da Giuseppe Dossetti durante il Consiglio nazionale democristiano del dicembre 1948. È l'Italia neoatlantista di Gronchi e Fanfani, del sindaco di Firenze Giorgio La Pira e, in seguito, di Aldo Moro. Ma è, soprattutto, l'Italia dell'Eni di Enrico Mattei, che proprio con l'Egitto inizierà la sua particolare politica verso i paesi produttori di petrolio. In questa nuova visione geopolitica l'Italia deve diventare ponte tra Occidente e mondo arabo, come scrive il sindaco di Firenze a Mattei

Tessere coi popoli del Medio Oriente, e anche del più lontano Oriente, rapporti economici, sociali, politici, culturali: essere battistrada nella storia di domani. Il tuo compito più importante è proprio qui: è un compito che è economico e tecnico in primo luogo: ma che è anche di immensa portata politica e spirituale. Perché annoda all'Italia popoli e nazioni che devono ancora essere innestati alla civiltà cristiana[4]

L'Italia, con questo gruppo al potere, pare aver trovato la strada per riacquistare quel credito internazionale distrutto dai trattati di pace post-bellici, rimanendo ben salda nell'alveo atlantico. Il viaggio che Fanfani compie negli Stati Uniti tra l'8 e il 30 agosto 1956 serve proprio a rinsaldare i legami con Washington. È il momento in cui il sistema di potere al comando nei democristiani disegna un'Italia neoatlantica e filo-araba, con il mar Mediterraneo a rappresentare il principale centro di interesse geopolitico. La strada da seguire, dichiarerà Fanfani durante il VI Congresso Nazionale DC (Trento, 14-18 ottobre 1956) è quella di una

[...]politica estera di pace, di solidarietà, di integrazione[...]E quindi una propensione alla più ampia collaborazione, anzi ad una vera e propria integrazione internazionale, di cui limiti sono soltanto i rischi che certe integrazioni e collaborazioni fanno correre al libero e pacifico sviluppo della società italiana[5]

L'apertura democristiana a sinistra – prima al Partito Socialista e in seguito ai comunisti – nasce a questo punto, suggellata con l'elezione al Quirinale di Giovanni Gronchi, leader di questa nuova corrente politica.

L'Italia «anticolonialista», come Fanfani la descrive nelle relazioni internazionali ha un duplice scopo: dare nuovo lustro al ruolo internazionale del nostro Paese sfruttando i rapporti con il mondo arabo – allo stesso modo di quanto oggi si intende fare con la nuova geopolitica in Africa – e fare in modo che siano l'Italia e il blocco atlantico a dare protezione ai governi del Medio Oriente, del Golfo Persico, del Sahel e del Corno d'Africa invece che i sovietici[6]. Il presidente del Consiglio, che nel 1958-1959 è anche ministro degli Esteri e segretario democristiano, sviluppa un ampio piano di aiuti economici verso queste zone su cui si muoverà anche il Presidente statunitense Dwight Eisenhower in sede Onu. Ma il blocco delle opposizioni è ampio e coinvolge tanto i partiti di destra, tra cui parte della stessa Dc, quanto socialisti e comunisti, contrari alla decisione del governo di dare ospitalità ai missili Jupiter a Gioia del Colle (Bari) e concedere lo spazio aereo italiano per l'invio di truppe statunitensi in Libano dopo il colpo di Stato che nel 1958 depone il regime iracheno di Re Feisal II, legato agli interessi britannici nel Paese.

Il governo incontra difficoltà insormontabili, dai “franchi tiratori” in Parlamento al mancato sostegno da parte del Psdi fino al ridimensionamento del progetto in politica estera. Il 24 febbraio Fanfani si dimette, sostituito a Palazzo Chigi da Antonio Segni.

Il ministro dell'Eni

L'unica parte del progetto fanfaniano a rimanere in piedi è la politica petrolifera che Enrico Mattei porta avanti con l'Eni. Rappresentante dei cattolici nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia e deputato democristiano nella I Legislatura (1948-1953), è il capo dell'amministrazione militare in Italia Charles Poletti ad affidargli il compito di cedere l'Agip – nata nel 1926 dopo lo scoppio dello scandalo Sinclair e l'omicidio di Giacomo Matteotti – al Comitato Italiano Petroli, gestito dagli Alleati. Il potere che da quel momento Mattei e il nuovo Ente Nazionale Idrocarburi ottengono si fonda sul metano trovato a Caviaga (Milano) e su un bluff: far credere agli americani che quel rivolo di petrolio trovato in Val Padana sia molto più ampio. Il vero potere di Mattei è però la corruzione, denunciano i Radicali, usata soprattutto verso la Democrazia Cristiana. È così che Mattei ottiene, per legge, piena libertà sulle concessioni petrolifere in Italia e all'estero. È solo così che l'Italia può attuare la sua politica petrolifera “anticolonialista”.

È questa stessa matrice che, di fatto, porta Mattei a non liquidare l'Agip in favore delle compagnie statunitensi e a creare un sistema completamente nuovo nelle relazioni commerciali con i produttori di petrolio. L'Eni si assume tutti i costi di ricerca, così che questi paesi non ci rimettano niente se il petrolio non si trova. In caso contrario – se il greggio si trova e vale la pena estrarlo – viene creata una partnership al 50% e il governo produttore ripaga gli iniziali costi sostenuti dall'Eni. Al Paese produttore va inoltre il 75% dei profitti. È con questo sistema che vengono siglati gli accordi con l'Egitto di Nasser (1954-1956), l'Iran di Reza Pahlavi (1957), la Somalia, l'Eritrea o quell'Algeria dove Mattei – ex partigiano – aiuta direttamente il Fronte Nazionale di Liberazione contro la Francia. Una volta arrivato al potere, è il ragionamento politico-commerciale, la riconoscenza del FNL porterà con più facilità all'accordo per l'acquisto del metano da parte di Roma. Ma l'intero progetto termina violentemente la notte del 27 ottobre 1962, quando sul cielo di Bascapé (Pavia) Enrico Mattei viene ucciso tramite l'esplosione in volo del suo aereo. Con lui muoiono il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista statunitense William McHale. Per interesse di chi, ad oggi, non è ancora possibile dirlo con certezza.

Con la sua politica Enrico Mattei cambia l'intero sistema delle relazioni internazionali tra mondo arabo e Occidente, tra Nord e Sud del mondo.

Qui in gioco non c'è soltanto il petrolio ma anche come dovrà girare questo nostro mondo per i prossimi cinquant'anni. Chi saranno quelli che decideranno e chi saranno quegli altri che dovranno solo prendere ordini

farà dire il regista Giorgio Capitani al personaggio (reale) di Marcello Boldrini – interpretato da Franco Castellano nel film “Enrico Mattei – L'uomo che guardava al futuro” (2009).

Con la morte di Mattei muore, di fatto, anche la politica anticolonialista dell'Eni. Il potere dell'Ente rimane sostanzialmente invariato, ma con il ritorno in società di Eugenio Cefis – prima come vicepresidente con pieni poteri (1962-1967) e poi come presidente (1967-1971) – il cane a sei zampe inizia a muoversi, domito, nel giardinetto delle compagnie petrolifere statunitensi.

Mattei-Kennedy: due omicidi, stesso motivo?

Secondo documenti statunitensi desecretati e ritrovati da Benito Livigni – principale collaboratore di Mattei – con la crisi di Suez del 1956 i rapporti tra l'Italia e gli Stati Uniti in campo petrolifero mutano profondamente: per paura di uno shock petrolifero Eisenhower accetta la proposta italiana di mediare per Washington con il mondo arabo, sfruttando proprio i buoni rapporti instaurati da Mattei – e in seguito dal colonnello Giovannone – con i nuovi leader della decolonizzazione. Un progetto che, nato da una lettera personale scritta da Gronchi, permette a Washington di avere un ponte con i paesi produttori dopo la rottura con Francia e Gran Bretagna in seguito alla crisi egiziana. Ma sono ancora gli anni dell'ambasciatrice Boothe Luce e della campagna mediatica internazionale contro la geopolitica dell'Eni, portata spesso avanti da Henry Luce, editore di Time e marito dell'ambasciatrice. Il New York Times, ad esempio, definisce «attentato alla sicurezza del mondo libero» la vendita a Mosca di pompe e tubature italiane.

Le cose cambiano con l'amministrazione di John Fitzgerald Kennedy (1962-1963) che all'Italia chiede due cose: dare stabilità politica al governo, trovando un uomo in grado di riformare il Paese e aprire a sinistra il sistema di potere dominante – la Democrazia Cristiana, in quel momento – creando un centro-sinistra democratico, in grado di isolare tanto i fascisti a destra quanto i comunisti, e dunque l'ingerenza sovietica, a sinistra. L'uomo a cui Kennedy vorrebbe affidare l'intero progetto, stando ai documenti di Livigni, è proprio Mattei, che a Washington chiede il riconoscimento del ruolo dell'Eni. Nel marzo 1962 società come la Standard Oil Company del New Jersey o la Socony-Mobil Oil Company vengono prese in considerazione come possibili partner della compagnia petrolifera italiana. Nonostante le accuse di tradimento per l'incontro tra Mattei e il vice Primo ministro sovietico Aleksej Kosygin, le relazioni diplomatiche per rendere possibile questo matrimonio si attivano ai massimi livelli: vengono coinvolti i vertici della Fiat (Gianni Agnelli e Vittorio Valletta) e il Segretario di Stato americano Dean Rusk. Un incontro diretto tra Mattei – che intanto abbandona Fanfani per appoggiare Moro – e Kennedy è inoltre previsto per novembre 1962, ma chi decide l'attentato di Bascapé del 27 ottobre ha evidentemente altri piani. L'inchiesta giudiziaria che nel 2000 si apre a Pavia – e che pare avviata a trovare i nomi dei mandanti – viene archiviata, fermando così anche i mandati di cattura che il pm Vincenzo Calia spicca verso Amintore Fanfani ed Eugenio Cefis.

Quell'Italia che con i Fanfani, i Moro, i Gronchi, i La Pira e i Mattei sta spostando il proprio asse geopolitico è violentemente conclusa la sera del 20 marzo 1979, quando a Roma quattro colpi di pistola uccidono Mino Pecorelli fermandone l'attività giornalistica, focalizzata spesso su Giulio Andreotti ma attenta alla figura di Aldo Moro, come quando il giornalista mette insieme i «pezzi disorganizzati e frammentari» delle armi, del petrolio e dell'omicidio del prigioniero brigatista.

Per approfondire su amici e nemici di Mattei:

[6 - continua]

Note

  1. Sandra Bonsanti, Il gioco grande del potere. Da Gelli al caso Moro, da Gladio alle stragi di mafia. I misteri della Repubblica nel racconto della giornalista che li visse in prima persona, Milano, Chiarelettere, 2013, p.71;
  2. La lunga estate della rivolta, Wanda Valli, la Repubblica, 13 giugno 2010;
  3. In piazza De Ferrari un gruppo di ragazzi con la maglietta a strisce (i “camalli”) si scontra con un reparto di polizia schierato a protezione del luogo. La questura di Genova sostiene che gli scontri partono in seguito ad un’aggressione da parte dei ragazzi. Giordano Bruschi, ex partigiano e capo del sindacato dei marittimi, parla «al massimo un lancio di monetine» (da ”Le magliette a strisce salvarono la Carta. I ragazzi di Genova e il bastone di Tambroni”, Annibale Paloscia, il Fatto Quotidiano, 1 luglio 2010);
  4. Giorgio La Pira, Beatissimo Padre – Lettere a Pio XII, ed. Mondadori, Milano, 2004, pp.63-64;
  5. Francesco Malgeri (a cura di), Storia della Democrazia Cristiana. 1954-1962: Verso il Centro Sinistra, ed. Cinque Lune, Roma, 1989, p.455;
  6. Diario Fanfani, Archivio del Senato della Repubblica, Fondo Fanfani, 16 luglio 1958

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