venerdì 11 maggio 2018

Strage Fiumicino 1973, esiste(va) una amnistia occulta per i palestinesi?

A Dir Yassin, un villaggio arabo alle porte di Gerusalemme, il 10 aprile 1948 gli israeliani uccidono 254 persone. Ad eseguire l’operazione sono i gruppi terroristici “Irgun” e “Lehi” (o “Banda Stern”)[1]. È a questo massacro che si rifà il commando palestinese che a Dubai, il 21 novembre 1974, dirotta il volo Londra-Brunei della British Airways. Per rilasciare i 47 ostaggi i dirottatori vogliono la liberazione di tredici loro compagni detenuti nelle carceri egiziane, tra cui i cinque terroristi di Fiumicino. Dicono di appartenere alla “Squadra del martire Abu Mahmud” e pretendono che il governo britannico sconfessi la Dichiarazione di Balfour con la quale, il 2 novembre 1917, viene di fatto creato lo Stato d’Israele. Il volo dirottato fa sosta in Libia prima di atterrare definitivamente a Tunisi.

Il governo egiziano di Anwar al-Sadat dichiara che solo l’Olp ha il potere di decidere se liberare o meno i tredici feddayn, per questo mette a disposizione un aereo affinché a Tunisi possa giungere Salah Khalaf, nome di battaglia Abu Ayad, secondo in comando e responsabile dei servizi segreti dell’Olp. I dirottatori fanno però parte dell’ala irachena del “Fronte del rifiuto”, la coalizione di gruppi contrari alla politica tenuta da Yasser Arafat e alla scelta di nominare l’Olp come unico rappresentate del popolo palestinese, così come definito nella Conferenza di Rabat del 1974. Anche l’Olp è una coalizione, di cui fanno parte sei gruppi non sempre in accordo tra di loro:

  • Al Fatah, partito laico fondato nel 1957 proprio da Arafat, Abu Ayad e Khalil al-Wazir (Abu Jihad). È il gruppo più potente dei sei;
  • Al Saika, noto anche come Avanguardia per la guerra di liberazione popolare, capeggiato da Zuhair Mohsen e vicino al regime baathista siriano;
  • Fronte Democratico Popolare (Fdplp) di Nayef Hawatmeh, di ideologia marxista, nato nel 1969 dalla scissione con l’Fplp;
  • Fronte popolare (Fplp) di George Habbash, marxista-leninista nato nel 1967;
  • Fronte di Liberazione Arabo di Abdel Kayyali;
  • Fronte popolare – comando generale, guidato da Ahmed Gibril.

Questi ultimi tre, fautori della lotta a oltranza fino alla completa distruzione di Israele e del suo popolo, formano il cosiddetto “Fronte del Rifiuto”, accusando l’Olp di aver adottato una linea “moderata” per partecipare alla Conferenza di Ginevra come rappresentante di un ampio fronte arabo composto anche da Giordania, Siria ed Egitto.

A confermare la tesi dell’appartenenza dei dirottatori all’ala estrema della resistenza palestinese il nome scelto per il commando: quel “martire Abu Mahmud” - vero nome Ahmed Abdel Ghaffour – è l’ex direttore del dipartimento finanziario di Al Fatah e di Settembre Nero, da cui esce nel 1972 per fondare “Assifa – Comando generale”, noto anche come “Giovani nazionalisti arabi per la liberazione della Palestina”. È lui, ucciso in un attentato a Beirut il 12 settembre 1974, la mente della strage di Fiumicino del 1973, operazione che di fatto serve come “biglietto da visita” sul proscenio internazionale.

Fuori dal controllo dell’Olp, Ghaffour stringe un forte sodalizio con un altro ex membro di Al Fatah: Sabri Khalil al-Banna, noto come Abu Nidal, il cui nome è legato ai 16 morti dell’attentato di Fiumicino del 27 dicembre 1985. L’uomo è noto alle cronache giudiziarie italiane già da un decennio: l’11 ottobre 1976 tre terroristi di Giugno Nero - organizzazione legata a Nidal – entrano nell’ambasciata siriana a Roma per uccidere l’ambasciatore, assente in quel momento e gambizzando il diplomatico Hussein Hatem prima di consegnarsi alla polizia.

Il potere politico e criminale dei due gruppi deriva però dalle loro alleanze: Abu Nidal è infatti legato all’Iraq di Ahmed Hasan al-Bakr e, in seguito, a Saddam Hussein, mentre Ghaffour diventa amico di quei colonnelli che in Libia depongono Re Idris (1969) dando origine al lungo regime di Mu’ammar Gheddafi, che in quegli anni sostiene e finanzia varie sigle del terrorismo internazionale.

Il leader libico – il cui golpe pare sia stato favorito dagli italiani, a discapito degli interessi (petroliferi) britannici – non gode di grande simpatia nei governi occidentali, né pare aver fatto breccia nei cuori dei leader arabi convocati al Cairo per porre fine al massacro dei palestinesi in Giordania: «occorreranno i buoni uffici di re Feisal d’Arabia perché Arafat stringa la mano a Hussein», scrive Vittorio Lojacono ne “I dossier di Settembre Nero”

Durante la tempestosa riunione, durata sei ore e mezzo, Gheddafi è il più accanito. Ricorda di aver appena deposto – giusto dodici mesi prima – un re che era indegno di guidare il popolo libico, allarga le braccia come a dire che...quindi non vede proprio perché i “fratelli” che sono lì non depongano Hussein, così, su due piedi. Magari impedendogli di uscire da lì. Da sconosciuto, Gheddafi si trasforma in leader e accusatore. Gli altri lo ascoltano con una certa tolleranza. Un po’ perché è giovane, un po’ perché adesso la Libia non è soltanto sabbia, è anche petrolio, un mare di petrolio. E il petrolio, se può infiammare i nazionalismi, può anche diluire e ammorbidire certe passioni[2]

Sono soprattutto media e governo della Gran Bretagna a indicare in Gheddafi il mandante della strage di Fiumicino, il cui commando viene cooptato, addestrato da Ghaffour e finanziato dal leader libico con 370 milioni di sterline[3]. Con i soldi del petrolio, scrivono all’epoca i giornali britannici (soprattutto il The Times di Londra), Tripoli finanzia oltre ai palestinesi anche l’Ira nordirlandese e vari gruppi armati tra Africa (Fronte di liberazione eritreo anti-etiopico, gruppi armati in Somalia, Ciad e Marocco), Medio Oriente (Siria, Yemen), Asia (Filippine, Thailandia) e America Centrale (Panama). I britannici non saranno gli unici ad accusare Gheddafi, ma le loro – così come quelle statunitensi – sono accuse interessate: tra i primi atti post-golpe, infatti, Gheddafi ha chiuso le basi militari di entrambi i Paesi. L’aver accolto con tutti gli onori i tre autori sopravvissuti della strage alle Olimpiadi di Monaco del 5 settembre 1970 è una insindacabile conferma delle accuse. Così come l’aver dato ospitalità e protezione ai dirottatori del volo VC10 con il quale viene chiesta la liberazione degli autori della strage di Fiumicino.

Perché, allora, colpire l’Italia con una operazione terroristica apparentemente inspiegabile come quello di Fiumicino? Apparentemente inspiegabile. Perché in realtà di motivi per realizzare quell’attentato, se ne trovano almeno tre.

"Castigo Divino": l'Italia come teatro di guerra

Così come Francia e Spagna, l’Italia è teatro di una guerra internazionale basata su omicidi “mirati” e che ha una precisa data d’inizio: il 5 settembre 1972, quando un commando di Settembre Nero uccide due atleti della squadra olimpica di Israele, rapendone altri nove, impegnata in quei giorni nei Giochi Olimpici di Monaco. Per rilasciare gli ostaggi i sequestratori chiedono in cambio la scarcerazione di 234 palestinesi detenuti da Israele, ma il governo di Golda Meir non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi. Lo scontro a fuoco tra sequestratori e cecchini tedeschi – che si svolge sostanzialmente al buio – porta alla morte dei nove ostaggi, di un poliziotto tedesco e di cinque degli otto terroristi, i cui corpi verranno seppelliti con tutti gli onori militari a Tripoli.

Dopo aver sfogato la rabbia sui campi profughi, Israele si dà al contro-terrorismo e alla lotta senza quartiere ai palestinesi, come da tempo chiede il “falco” Moshe Dayan. La squadra speciale creata per tale scopo dal generale Aharon Yariv ha un’unica regola d’ingaggio, riferita da Golda Meir al Parlamento israeliano il 24 ottobre 1972: «Non abbiamo altra soluzione che colpire le organizzazioni terroristiche ovunque le si possano raggiungere». Nasce così il gruppo “Castigo Divino”, di cui fanno parte vecchi agenti della “banda Stern” da cui arrivano anche i “Figli di Gedeone”, gruppo ufficialmente condannato, ma ampiamente utilizzato, dal governo di Tel Aviv.

Roma è teatro di almeno due omicidi “mirati”: il 16 ottobre 1972 – prima dell’audizione di Golda Meir – viene ucciso Abdel Wael Zwayer, giordano, interprete all’ambasciata libica, curatore di una pubblicazione palestinese in italiano e soprattutto rappresentante di Al Fatah nel nostro Paese. È considerato un moderato, ma è pur sempre un dirigente dell’organizzazione e quindi un obiettivo per gli israeliani.

La vendetta palestinese arriva il 28 aprile 1973, quando a Roma uomini di Settembre Nero uccidono Vittorio Olivares, impiegato El-Al. Sembra uno scambio di persona, ma chi lo uccide sparandogli tre colpi di pistola a distanza ravvicinata – tal Mulham Al Mamoun, appartenente al Fplp di Habbash – sostiene che quell’uomo ha reso possibile l’omicidio di Zuayer. Dall’Fplp, ovviamente, negano qualunque coinvolgimento. A giugno intanto, sempre nella Capitale, un’autobomba salta per aria in piazza Barberini mentre i due attentatori – il siriano Abdel Hadi Nakoa e il giordano Hamid Abdue Shilby – stanno ancora finendo di prepararla, forse per portarla davanti alla sede della El Al, non troppo lontana dalla piazza. Entrambi verranno scarcerati ad agosto, facendo perdere le loro tracce.

Così come misteriosamente scarcerati sono Ahem Zahid e Ali Ashen, che regalano a due ignare ragazze inglesi il mangianastri imbottito di esplosivo per il Boeing 707 Roma-Tel Aviv della El-Al (140 passeggeri) del 16 agosto 1972. Il piano va storto: la bomba esplode ma l’aereo non precipita. Anche Zahid e Ashen – entrambi appartenenti all’Fplp – Comando generale – verranno scarcerati pochi mesi dopo l’attentato, il 13 febbraio 1973.

Prima della strage di Fiumicino, il principale atto di questa guerra israelo-palestinese su suolo italiano avviene a San Dorligo della Valle, provincia di Trieste. Tra le 3:00 e le 4:00 del mattino del 4 agosto 1972 tre esplosioni fanno saltare i serbatoi dell’oleodotto Trieste-Ingolstadt, un quarto si incendia per il calore. 140.000 tonnellate di petrolio bruciate, 17 feriti e vari comuni limitrofi evacuati per un’operazione rivendicata da Settembre Nero. Secondo quanto ricostruito dal giornalista Rai Giuliano Sadar ne "Il grande fuoco", gli attentatori sono almeno otto, tra cui Marie-Thérèse Lefebvre. Tra i più importanti oleodotti d’Europa, la Transalpine pipeline (TAL) porta il petrolio in Germania e Austria, obiettivi da colpire per gli affari con Israele (Berlino) o per la presenza del campo profughi di Shoenau (Vienna), poi chiuso nel 1973. La struttura è inoltre costruita per interesse di tredici tra le più importanti compagnie petrolifere al mondo, tra cui l’Agip. L’obiettivo perfetto se non fosse per un piccolo particolare: da quell’oleodotto passa anche il petrolio libico e, indirettamente, il denaro che finanzia le operazioni palestinesi.

Ma per i gruppi libico-palestinesi c’è un altro motivo per mettere l’Italia nel mirino: Gheddafi stesso. Il leader libico è al centro di un articolo satirico scritto da Carlo Fruttero e Franco Lucentini del quotidiano torinese La Stampa. Gheddafi non gradisce e ne chiede il licenziamento, così come di Carlo Levi, direttore del giornale che deve andarsene in quanto “sionista”. Alla famiglia Agnelli, proprietaria del quotidiano, arrivano le minacce di un “Comitato di boicottaggio d’Israele”: se la Fiat vuole continuare a vendere nei Paesi arabi al giornale dovranno procedere con le epurazioni richieste. L’irritazione per Gheddafi arriva anche da un’altra società italiana, come riporta Pietro Zullino sul Corrierino di Roma il 13 gennaio 1974: l’Eni, che sta conducendo trattative segrete con re Feisal dell’Arabia Saudita per l’acquisto di una partita di petrolio da dieci milioni di tonnellate.

Strage a Roma, interesse a Ginevra

Ma la Libia, con l’Iraq, è tra i Paesi che finanziano il “Fronte del rifiuto”. Dopo la strage di Fiumicino, sulle prime pagine dei giornali italiani arrivano i racconti dalla Conferenza di Ginevra (21 dicembre 1973 – 18 gennaio 1974), dove si decide il ritiro delle truppe israeliane dal Sinai e, soprattutto, viene firmato l’accordo di pace tra Israele ed Egitto. Un primo passo nella diplomazia internazionale che porterà agli accordi di Camp David (17 settembre 1978) e al successivo Trattato di Pace israelo-egiziano firmato il 26 marzo 1979. La strage di Fiumicino serve quindi anche come strumento di pressione sulla Conferenza, dando ai palestinesi – e al mondo arabo che li sostiene – un maggior peso politico da spendere durante le trattative. Grazie alla Risoluzione ONU 3237 l’Olp è invitata a partecipare ai lavori come “osservatore”, dopo che nel mese precedente con la risoluzione 3236 l’Onu riconosce il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Una decisione che fa seguito ad un’altra risoluzione – la 3005 del 15 dicembre 1972 – con cui Israele viene invitata a non svolgere attività contraria alla Convenzione di Ginevra, come le annessioni dei territori occupati. I palestinesi rifiutano le trattative con Israele, così come l’ipotesi di creare un “mini-Stato indipendente” tra Cisgiordania e Gaza, nelle aree lasciate libere dagli israeliani. Accettare significherebbe di fatto ammettere l’esistenza di Israele, negando il fondamento stesso di un conflitto che dura ancora oggi.

Un accordo tra Egitto e Israele andrebbe a discapito proprio dei palestinesi, da qui l’operazione su Fiumicino. Una strage forse casuale, frutto del ripiegamento su un obiettivo diverso da quello originale: l’assassinio a Beirut dell’allora Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger, in quei giorni impegnato in un viaggio in Medio Oriente. Il piano salta quando il governo libanese decide di far atterrare il prezioso ospite nella base di Rayak, sessanta chilometri a est dalla capitale.

La "diplomazia del petrolio" in bilico

Insomma: l’Italia in quel 1973 è territorio di guerra. Una guerra combattuta tra il diritto del popolo palestinese a non vedersi sottrarre terre che gli appartengono e il “diritto al risarcimento” per il popolo israeliano dopo la Seconda Guerra Mondiale.

In tutto questo la politica italiana cosa fa?
Nel gennaio 1974 Aldo Moro, Ministro degli Esteri del governo Rumor, vola in Medio Oriente. Tra gli incontri quello con lo sceicco Sabati al-Salem al-Sabash, principe ereditario e primo ministro del Kuwait, al quale senza forzare troppo la mano chiede prima l’estradizione degli attentatori di Fiumicino e poi, con la stessa (poca) convinzione, che la giustizia kuwaitiana faccia il suo corso, tenendo però conto della volontà dell’Italia. Il Kuwait ha però un evidente problema: può schierarsi contro la “causa palestinese” un Paese da 800.000 abitanti che ospita 200.000 palestinesi? Una pena esemplare danneggerebbe entrambi i Paesi: il Kuwait dal punto di vista sociale ed economico, mentre l’Italia avrebbe problemi a mantenere in essere quella strategia di politica estera basata sul petrolio – e dunque sull’amicizia con i governi arabi produttori – di cui proprio Moro, insieme all’Eni, è in quegli anni vertice indiscusso.

La linea moderata non piace all’ala “filo-palestinese” del governo – e, di conseguenza, dei servizi segreti – che fa riferimento allo stesso presidente del Consiglio Rumor, per la quale bisogna condannare fermamente l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Per Moro è bene tenere una linea meno sbilanciata, volta al riconoscimento del diritto di Israele alla propria sicurezza. Ma la politica morotea è davvero così moderata ed equidistante?

Il Lodo (Moro) segreto

Il governo, la stampa, l’opinione pubblica condannano la strage di Fiumicino, mentre le indagini sembrano rimbalzare su un vero e proprio muro di gomma. Sui giornali variano motivazioni ed ideologia degli attentatori, ma nessuno si distanzia dalla ferma denuncia di un attentato apparentemente inspiegabile. Movimento Sociale Italiano e Partito Comunista si trovano “alleati” nel denunciare come l’Italia sia diventata il terreno di scontro ideale per il terrorismo internazionale. Di fronte ai corpi di Antonio Zara e Domenico Ippoliti l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone afferma tutta l’indignazione nazionale.

Ma ad un livello inferiore della gerarchia istituzionale, quell’indignazione non sembra avere la stessa forza. È per questo che i militanti della causa libico-palestinese sembrano godere di un particolare occhio di riguardo da parte della giustizia italiana? La risposta va cercata in quella Renault sporca di sangue o nella Beirut in cui, a due anni dalla guerra, i giornalisti scompaiono così, da un giorno all’altro, senza lasciare traccia e senza motivo. Apparentemente.

[2 - Continua]

Note

  1. Così Vittorio Lojacono, I dossier di Settembre Nero, Milano Bietti, 1974, pag. 78: «È la notte del 10 aprile 1948: centotrentadue uomini dell’Irgun e del gruppo Stern accerchiano il paese e un’autoblinda munita di altoparlante lancia un ultimatum alla popolazione: «Avete dieci minuti di tempo per uscire di lì», gridano gli ebrei, ma non tutti sentono l’ultimatum. E così quando gli ebrei iniziano la distruzione del villaggio, dentro ci sono ancora arabi che non sanno cosa stia accadendo. Alcuni rispondono al fuoco e allora gli ebrei perdono la testa e finiscono il rastrellamento sparando all’impazzata e finendo i feriti a colpi di coltello. Mordechai Ramanan fa saltare in aria quindici case in cui si sono barricati degli arabi che non intendono arrendersi. Il capo dell’Irgun, a Gerusalemme, non riesce più a fermare i suoi uomini; manda il suo luogotenente Jeshouroum Schiff e questi non può nemmeno disarmare i terroristi che non accettano ordini. A giorno fatto duecentocinquantaquattro cadaveri di arabi vengono trascinati in una cava e inceneriti. A sera Ben Gurion manda un messaggio di scuse ad Abdallah; e il rabbino di Gerusalemme maledice tutti quelli che hanno partecipato all’operazione.[…]Non passano poche ore che già il mondo condanna gli ebrei per questo eccidio che tutte le nazioni arabe commemorano con emissione di francobolli commemorativi, tutti uguali con un coltellaccio piantato su una mappa della Palestina insanguinata. L’episodio sarà una delle armi valide della propaganda araba per vent’anni[…]»
  2. Lojacono, op.cit., p.28
  3. Colonel Gaddafi “uses oil revenues to finance terrorism”, The Times, 4 gennaio 1974.

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