martedì 22 maggio 2018

Una guerra tra bande dietro l'omicidio (del Lodo) Moro?

A chi fa comodo l'«assenza di Moro» dalla politica? È la domanda che Leonardo Sciascia si pone ne L'affaire Moro (Sellerio, 1978) ed è, di fatto, la domanda a cui ancora oggi non è stata data risposta.

La Trattativa yemenita

In un telespresso del 3 maggio 1978, il ministero degli Affari esteri riporta la notizia di un viaggio programmato da Giovanni Moro – figlio dell'ex presidente del Consiglio – e della fidanzata nello Yemen del Sud, dove si trovano campi di addestramento dell'Fplp e di Separat, finanziati da Gheddafi. Secondo quanto ricostruito dal giudice Rosario Priore[1] l'operazione fallisce, costringendo l'aereo messo a disposizione dai Servizi a sostare «invano» a Beirut tra l'8 e il 9 maggio, giorno del ritrovamento del cadavere in via Caetani a Roma[2].

Se l'assassinio di Aldo Moro ha solo una matrice interna a cosa serve l'intervento dei palestinesi, considerando la proposta di Daniele Pifano – uno dei tre autonomi arrestati per i missili di Ortona – di trattare per uno scambio di prigionieri e pene più leggere per i terroristi in carcere?

Sul fronte interno, che le Brigate Rosse abbiano intenzione di sequestrare un esponente politico di primo piano, è fatto noto almeno dal maggio 1977. Aldo Moro, stando a quanto dichiarerà in seguito il brigatista Valerio Morucci, viene colpito solo per l'impossibilità di arrivare a Giulio Andreotti e Amintore Fanfani. Stando a quanto dichiarato da Francesco Cossiga e Giuseppe Santovito alla Commissione Moro, almeno dal 18 febbraio 1978 è nota la minaccia da parte dell'Fplp di una operazione terroristica che potrebbe colpire l'Italia. Una informazione forse sottovalutata, così come sottovalutato è l'allarme che il prefetto Gaspare De Francisci dell'Ucigos riporta in una nota dell'11 agosto 1980 per il generale Giulio Grassini, direttore del Sisde, in merito alle minacce fatte all'Italia da George Habbash, leader del Fronte, per la questione dei missili di Ortona.

De André e il gioco dell'oca con l'antiterrorismo

La (doppia) sottovalutazione arriva alla fine di un triennio – dal 1975 al 1978 – in cui gli organi per la sicurezza interna subiscono veri e propri stravolgimenti: nel 1974 l'Ufficio Affari Riservati, guidato da Federico Umberto d'Amato viene sostituito dall'Ispettorato Generale per l'azione contro il terrorismo, nato per volontà del ministro dell'Interno Paolo Emilio Taviani. L'attività del Ispettorato dura fino al 1975, quando viene sostituito dal Servizio di Sicurezza, a sua volta eliminato nel 1978 dall'Ufficio Centrale per le Investigazioni e le Operazioni Speciali (Ucigos), nato per volontà di un governo – Andreotti III, o “della non sfiducia” – ormai dimissionario. Oltre ad un faldone su Fabrizio De André, accusato di simpatizzare e finanziare le Br, nel 1974 l'Ispettorato apre la prima indagine sulla Loggia P2, affidata al dirigente di polizia Guglielmo Santucci e al questore di Roma Emilio Santillo. Indagine destinata all'oblio con la destinazione dei due ad altro incarico.

Che ci fa la 'ndrangheta in via Fani?

A quasi quarant'anni dalla strage di via Fani (16 marzo 1978) i misteri sull'intera operazione brigatista piuttosto che dipanarsi aumentano. I quattro brigatisti del commando che rapisce Moro – Franco Bonisoli, Raffale Fiore, Prospero Gallinari e Valerio Morucci – sostengono che durante l'operazione i loro mitra si siano inceppati tutti, tranne quello che spara 49 dei 91 colpi ritrovati in seguito sulla scena. Nessuno ha mai detto, né individuato, chi lo abbia usato. Almeno fino ad oggi.

Da una serie di fotografie recentemente rese di dominio pubblico da Simona Zecchi su Formiche.net – ma note già alla prima Commissione Moro del 1979 – è possibile stabilire la presenza tra la folla di Giustino De Vuono, tiratore scelto al servizio della 'ndrangheta (e delle Br) noto come “lo scotennato”, indicato come esecutore materiale dell'omicidio già nel 1978. I negativi di quelle foto, scattate da Gennaro Gualerzi – all'epoca titolare di un negozio nei pressi dell'incrocio dove avviene la sparatoria – non vengono inseriti negli atti dei processi né in quelli delle prime due Commissioni parlamentari d'inchiesta, anche se i carabinieri ne parlano nei loro verbali. È De Vuono “mr. 49 colpi”? Secondo quanto dichiarato lo scorso anno in Commissione Moro da monsignor Fabio Fabbri – vicario del cappellano del carcere di San Vittore, Cesare Curioni, mediatore per il Vaticano nella liberazione dell'ex presidente del Consiglio e coinvolto nella trattativa Stato-mafia – è “lo scotennato” l'uomo dei sei fori di proiettile che non toccano il cuore di Moro riscontrati nell'autopsia, nella quale è evidenziata la presenza di otto proiettili «ritenuti» dal cadavere e di tracce di sangue «lungo la faccia anterolaterale sinistra del tronco».


Nell'immagine: gli undici colpi sparati contro il corpo di Aldo Moro nella Renault4 (fonte: Paolo Cucchiarelli, Morte di un Presidente, Ponte alle Grazie, 2016, p.57)

Nelle fasi immediatamente successive al rapimento, stando ai riscontri fatti dai Ris nel 2016, in via Fani c'è anche il boss Antonio Nirta, detto “due nasi”, noto soprattutto come paciere della 'ndrina dei De Stefano nella guerra del 1991 contro il clan degli Imerti-Condello e nella faida di San Luca tra i Nirta-Strangio e i Pelle Vottari. A confermare la presenza 'ndranghetista sulla scena è anche una telefonata fatta dal dirigente democristiano Benito Cazora al segretario di Aldo Moro, Sereno Freato, per recuperare alcune foto in cui sarebbero ripresi proprio gli 'ndranghetisti, che in quegli anni intrattengono rapporti con le Br attraverso la Banda della Magliana, come accertato già negli anni Settanta.

La domanda è d'obbligo: cosa ci fa la 'ndrangheta in via Fani? Qual è l'interesse della criminalità calabrese su Aldo Moro? Perché, così come per Thomas Kram e Christa-Margot Frölich a Bologna il 2 agosto 1980, è difficile sostenere che Nirta e De Vuono siano in via Fani, in quel preciso momento, per puro caso.

Un uomo nel mirino (di troppi?)

Ma l'interesse sull'attività di Aldo Moro travalica i confini nazionali, portando tanto i sovietici che gli statunitensi a convergere contro la politica morotea, soprattutto su due aspetti: il petrolio e l'ingresso del Partito Comunista italiano nel governo.

Per quanto riguarda Mosca, più che all'attività di controllo di Sergeij Sokolov – il “borsista del KGB” – è interessante guardare alla nota del 23 aprile 1974, classificata «segretissimo», inviata dal direttore generale dei servizi segreti russi Jurij Andropov a Leonìd Brèžnev, Segretario generale del Pcus[3]. Dopo aver evidenziato come dal 1968 i sovietici mantengano un «contatto operativo cospirativo col membro del Politbjuro del Fronte popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp) e capo del dipartimento operazioni estere dell'Fplp» Wadi Haddad, tra i fondatori di Settembre Nero e legato a Separat, Andropov definisce come nel «programma a lungo termine di attività terroristico-diversiva» ci sia la volontà di «continuare con mezzi speciali la «guerra del petrolio» dei paesi arabi contro le forze imperialistiche che sostengono Israele» [grassetto mio, nda]. Si inscrivono in questa strategia operazioni come quella all'oleodotto Trieste-Ingolstad del 4 agosto 1972 o il lancio di cinque razzi contro il cantiere del generatore nucleare Superphoenix di Creys-Malville (regione francese del Rodano-Alpi), preceduto da una lettera di minacce per la violazione del patto stabilito con i francesi in seguito all'arresto di Magdalena Kopp e Bruno Breguet a Parigi, prima che questi possano attentare alla vita di Walid Abou Zahr, proprietario del giornale Al Watan Al Arabi.

Fin dai tempi dell'Ufficio Zone di Confine (1947), tra i garanti degli interessi del Patto Atlantico in Italia c'è Giulio Andreotti[4], negli anni '70 rappresentante di un sistema di potere opposto al gruppo moroteo tanto nella Democrazia Cristiana che nelle istituzioni. È dagli anni '50, attraverso l'ambasciatrice Claire Boothe Luce, che Washington si oppone al progetto di emancipazione petrolifera iniziato da Enrico Mattei con l'Eni. A livello diplomatico, con l'arrivo di Giovanni Gronchi al Quirinale, l'Italia prova ad aprirsi ad una politica estera equidistante sia dai sovietici che dal Patto Atlantico e della Nato, di cui Gronchi non ha una così alta opinione.

Una politica che Moro porterà avanti tanto da ministro degli Esteri che da presidente del Consiglio, nonostante le minacce del segretario di Stato americano Henry Kissinger, con il quale è noto lo scontro durante un loro incontro avvenuto negli Stati Uniti (settembre 1974) che porterà Moro fuori dalla scena politica per qualche tempo. In quell'occasione, infatti, l'allora ministro degli Esteri italiano viene avvisato dall'intelligence del Partito Democratico statunitense della nascita di un gruppo di pressione composto dalle compagnie petrolifere contrarie all'avvicinamento italiano ai paesi produttori di petrolio e alla politica di apertura verso il Pci.

I dossier anticomunisti del generale De Lorenzo

Per gli Stati Uniti, quella di un governo di cui fa parte il Pci è più di una preoccupazione. Fin dagli albori della Repubblica italiana viene creato nel nord-est l'Ufficio per le Zone di Confine, nato per «supportare e finanziare un'ampia serie di associazioni, enti locali, partiti politici, ma soprattutto formazioni paramilitari, che si prefiggevano l'obiettivo di sostenere e difendere l'italianità delle terre di confine»[5]. All'attività anticomunista sono votati anche gli Uffici Vigilanza Stranieri dell'Ufficio Affari Riservati. L'obiettivo, in quella fase storica, è mettere fuorilegge il Partito Comunista. Per questo – anche grazie ai finanziamenti, ai mezzi tecnici e agli uomini della Cia – viene messo in piedi nel 1954 un piano per la schedatura dei leader della sinistra partitica e, dal 1959-1960 dell'intera popolazione italiana con simpatie a sinistra. Ad occuparsene è il Servizio Informazioni Forze Armate (Sifar) guidato dal generale dei carabinieri ed ex capo dei servizi segreti Giovanni De Lorenzo (1955-1962). Secondo quanto ricostruito dalla Commissione d'inchiesta appositamente creata – affidata al generale Aldo Beolchini – su 157.000 schedature ben 34.000 sono quelle illegali.

Gli anni dei golpe “tentati”

Sono, quelli, gli anni della Conferenza di Yalta nel quadro internazionale e, sul fronte interno, del Piano Solo e dell'elezione di Antonio Segni alla Presidenza della Repubblica (1962-1964) grazie al dossieraggio contro Giovanni Leone, che al Quirinale arriverà comunque nel 1971. Il Piano è, di fatto, il progetto di un golpe contro il primo governo di centrosinistra, dal dicembre 1963 guidato da Aldo Moro e con il leader socialista Pietro Nenni alla vicepresidenza. L'azione militare prevede l'internamento presso il Centro Addestramento Guastatori di Capo Marrargiu (Alghero, dove si addestrano gli uomini di Gladio) di 731 persone, tra cui intellettuali come Pier Paolo Pasolini oltre a dirigenti comunisti e della Cgil. La crisi viene risolta con un rimpasto di governo e una linea politica meno squilibrata a sinistra, come prevede una delle opzioni proposte da De Lorenzo a Leone. Il golpe (non militare) ha dunque avuto effetto?

Nel mondo militare che guarda a destra, comunque, vengono preparati anche piani per un eventuale golpe armato. Nel settembre 1963 il colonnello Renzo Rocca, responsabile dell'Ufficio Rei del Sifar (controspionaggio industriale ed esportazione degli armamenti), scrive all'allora responsabile del Reparto “D” (controspionaggio), generale Giovanni Allavena sostenendo che per fermare l'avanzata comunista sia necessario creare gruppi

che possono usare tutti i sistemi, anche quelli non ortodossi, della intimidazione, della minaccia, del ricatto, della lotta di piazza, dell'assalto, del sabotaggio, della guerra non ortodossa, della lotta clandestina, delle tattiche di disturbo[...]della tecnica della provocazione[6]

Il Sifar invia il materiale realizzato da Rocca a tutti gli Stati maggiori, al Sios (Servizio Informazioni Operative e Situazioni), ai comandi della Folgore e degli Incursori così come a varie scuole ed istituti di guerra. Documenti che provano l'esistenza, tra gli anni Sessanta e Settanta, di una struttura occulta per bloccare qualsiasi deriva a sinistra dell'Italia: sono i Nuclei per la Difesa dello Stato. Formata tra le altre dalle cellule venete di Ordine Nuovo, accusate per la strage di Piazza Fontana, è una struttura diversa da Gladio (sacrificata nel 1990 per salvare i Nds?) di cui ancora oggi non è stato realmente chiarito il peso ed il ruolo nella fase stragista della Repubblica, nonostante le indagini dei giudici Giovanni Tamburino e Guido Salvini. A tenere i rapporti tra il fascismo veneto e il mondo militare-istituzionale sarebbe il colonnello Amos Spiazzi, accusato (e poi assolto) per il Golpe Borghese e per la Rosa dei Venti. Il colonnello Rocca verrà trovato suicida il 27 giugno 1968. Una morte misteriosa che avviene pochi giorni prima della sua deposizione dinanzi alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul Piano Solo.

Miceli contro Maletti, il riflesso di una guerra tra bande

Il Piano Solo e il golpe Borghese non sono gli unici tentativi di colpo di Stato attuati in quegli anni in Italia. Già da tempo infatti, i giornali parlano della “strategia della tensione”, le cui basi vengono poste in un convegno del maggio 1965 organizzato dall'Istituto di studi militari Alberto Pollio, di cui fanno parte militari, uomini dei servizi segreti e militanti di estrema destra come Pino Rauti, Guido Giannettini e Giorgio Pisanò. Al centro del dibattito la necessità di creare «nuclei scelti di poche unità addestrati a compiti di «controterrore», possibilmente l'un con l'altro ignoti»[7].
Intanto, alla guida del nuovo Servizio Informazioni Difesa (Sid) viene chiamato l'ammiraglio Eugenio Henke, legato alla destra eversiva così come lo è il colonnello Enzo Viola, posto alla guida dell'Ufficio “D”. Entrambi verranno sostituiti nel 1970: i generali Gianadelio Maletti e Vito Miceli diventano rispettivamente capo del controspionaggio (e numero due nella scala gerarchica) e dell'intera struttura. Con i due generali al comando, nei servizi segreti si sviluppa la più famosa guerra tra bande dell'Italia repubblicana.

Nel 1974 però Miceli viene destituito, dopo essere stato accusato – a mezzo stampa – dal ministro della Difesa Andreotti di appartenere e aver favorito i gruppi eversivi della Rosa dei Venti e del golpe Borghese. Assolto «con formula piena» da entrambe le accuse tra il 1984 e il 1985, dietro l'allontanamento del generale si nasconde non solo lo scontro tra due membri della P2[8] ma tra due sistemi di potere: da un lato un gruppo, che nei servizi fa riferimento a Miceli, fautore di un colpo di Stato da attuarsi manu militari; dall'altro il gruppo “legalitario” che ruota intorno a Maletti, per il quale se cambio di governo deve esserci questo deve arrivare in modo non violento, “tecnocratico”, con la possibilità di inserire esponenti di sinistra nell'esecutivo. I due sono inoltre i referenti di due ben distinti gruppi politici: Miceli, come il colonnello Giovannone, fa parte dell'ala filo-araba dei servizi segreti, il cui riferimento politico è Aldo Moro, mentre Maletti appartiene a quel gruppo – filo-israeliano e filo-americano – al cui vertice c'è Giulio Andreotti. Dopo l'arresto di Miceli anche Maletti viene allontanato dai servizi segreti nel 1975, accusato del coinvolgimento nella strage di Piazza Fontana. Scrive lo scrittore e giornalista Massimo Teodori

L'esito della lunga faida è l'avocazione generale di tutti i procedimenti e la sostanziale messa fuori gioco di quei magistrati che, come Giovanni Tamburino a Padova, intendevano procedere per l'accertamento della verità sulla drammatica stagione dell'eversione. Proprio nel momento in cui le inchieste stavano arrivando alla soglia delle responsabilità politiche, fu posta in atto una manovra di copertura e insabbiamento grazie ad un accordo generale di quei vertici politici che pur avevano usato nei loro scontri le incriminazioni effettuate da alcuni settori della magistratura. Piazza Fontana, la strategia della tensione, le vicende del golpe Borghese, del SuperSID, della Rosa dei Venti e del golpe Sogno rimarranno misteriose senza alcun accertamento di responsabilità, e manterranno così un'ipoteca sullo sviluppo della vita della Repubblica
[…]
È in questo quadro ambiguo che la P2 viene utilizzata per ricomporre in sedi extraistituzionali e attraverso procedure segrete quei conflitti fra bande partitiche o infrapartitiche con rispettivi reparti nei servizi segreti che apparentemente appaiono indicibili. Miceli e Maletti si scontrano sì in proprio e servono opposte fazioni politiche: ma in definitiva appartengono entrambi allo stesso mondo della gestione del potere su terreni extraistituzionali e secondo modalità occulte, di cui appunto la P2 è la massima rappresentazione

Mentre la P2 inizia a diventare scomoda tanto per la politica quanto per la stessa massoneria, con l'apertura delle prime indagini giudiziarie, la Democrazia Cristiana – cioè il gruppo di potere che comanda l'Italia in quel momento – subisce la prima, grande, sconfitta: il referendum sul divorzio (12 maggio 1974) dà esito negativo per il partito, che da giugno non è più guidato dal gruppo di potere andreottiano (l'ala destra del partito) ma dal Patto di Palazzo Giustiniani tra Aldo Moro e Amintore Fanfani, il quale però, per effetto del referendum, lascerà di fatto i pieni poteri al politico pugliese. A questo punto lo scontro Miceli-Maletti è sinonimo dello scontro Moro-Andreotti.

A chi servono le Br?

Uno scontro politico che avrà il suo apice nella decisione di celebrare la morte di Aldo Moro ancor prima del suo effettivo omicidio fisico, definendo le sue parole dalla prigionia come quelle di un uomo ormai irriconoscibile, passaggio necessario a giustificare la “linea della fermezza” che tutti, all'interno del governo e non solo – come nel caso dei comunisti[9] – terranno nei 55 giorni del rapimento. Perché, è evidente, prima del rapimento Moro è un personaggio odiato tra i suoi stessi compagni di partito quanto nelle cancellerie delle capitali della Guerra Fredda. Perché prima di diventare “l'affaire”, Moro è stato il presidente “delle armi e del petrolio”.

[5 - Continua]

Note

  1. Salvatore Lordi, Annalisa Giuseppetti, Fiumicino 17 dicembre 1973 – La strage di Settembre Nero, Catanzaro, Rubbettino, 2010, p.108;
  2. A firmare la nota con cui la Digos il 31 agosto 1978 rende nota la vicenda – citata negli atti della Commissione Stragi – è Domenico Spinella, il cui viaggio a Beirut del febbraio 1981 alla ricerca delle armi scambiate tra Brigate Rosse e Olp viene bloccato dalla conferenza stampa di Bassam Abu Sharif. Commissione Parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione delle stragi (doc. XXIII, n.64, volume primo, Tomo V, parte seconda, 26 aprile 2001, p. 218) (pdf);
  3. Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro, François de Quengo de Tonquédec, Dossier Strage di Bologna. La Pista Segreta, Bologna, Giraldi Editore, 2010, p.199-200;
  4. Giacomo Pacini, Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia 1943-1991, Torino, Einaudi, Kindle Edition;
  5. Ibidem;
  6. Ibidem;
  7. Ibidem;
  8. Nell’elenco sequestrato a Castiglion Fibocchi il 17 marzo 1981, il generale Vito Miceli risulta iscritto con tessera n.491, mentre l’ammiraglio Gianadelio Maletti con tessera n.499, anche se dichiarerà sempre di aver rifiutato l’invito da parte di Licio Gelli;
  9. «Bisogna negare valore alle cose che ha detto e potrà dire, ciò gioverà alla nostra posizione» dichiarerà Emanuele Macaluso nella riunione del Partito Comunista del 30 marzo 1978;

Nessun commento:

Posta un commento