martedì 26 giugno 2018

Chi ha fermato la cattura di Matteo Messina Denaro?

Chi ha fermato l'”Operazione Svetonio”?

Antonio Vaccarino tra il 1982 e il 1983 è sindaco democristiano a Castelvetrano, di cui sarà anche consigliere comunale. Da sempre vicino alla famiglia Messina Denaro, il pentito Vincenzo Calcara lo indica già a Paolo Borsellino come reggente della famiglia mafiosa di Castelvetrano e massone del Grande Oriente d'Italia. Condannato nel 1997 a 6 anni e mezzo per narcotraffico, nel 2001 viene assolto in appello per il reato di associazione mafiosa. Un'assoluzione “politica”, necessaria ad un progetto ben più grande: la cattura di Matteo Messina Denaro. Dal 2004 Vaccarino diventa “Svetonio”, il nome che il boss trapanese gli dà nelle lettere che i due si scambiano per i successivi tre anni. Dietro all'ex sindaco – e all'assoluzione – c'è il Sisde di Mario Mori (poi processato, e assolto, per il mancato arresto di Bernardo Provenzano nel 1995 e per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina nel 1993) con cui contemporaneamente inizia a collaborare. Dichiara l'ex sindaco in un'intervista rilasciata il 16 luglio 2017 a Sandro Ruotolo per Fanpage.it.

Sandro Ruotolo: e perché ad un certo punto si interrompono i contatti?

Vaccarino: Quando eravamo arrivati quasi al dunque, o si convinceva o c'erano le condizioni per poterlo eventualmente catturare. È stato in quella fase che personalmente ho ritenuto indispensabile con i servizi che venissero coinvolte le massime autorità giudiziarie italiane: il presidente, allora il superprocuratore antimafia [Piero] Grasso ha mandato la mia lettera agli organi investigativi trapanesi per verificare l'attendibilità.

Ruotolo: La risposta?

Vaccarino: L'indomani me l'hanno data la risposta

Ruotolo: Come?

Vaccarino: Con la stampa, che l'ha pubblicata in tutta Italia

La «eventuale» cattura di Matteo Messina Denaro è un'operazione dal massimo riserbo, ma lo stesso boss viene informato del tradimento di Vaccarino, tanto da scrivergli una lettera minatoria con firma autografa. Evidentemente, i tempi non sono ancora maturi per la sua cattura. Ammettendo che il boss sia ancora vivo. La domanda è comunque d'obbligo: chi ha fermato l'”operazione Svetonio”?

Trapani-Palermo andata e...matrimonio

È considerato l'ultimo boss di cosa nostra, l'”Invisibile”, l'uomo che ha trasformato la mafia del “coppola&lupara” nella mafia imprenditrice, eppure il potere di Matteo Messina Denaro è direttamente proporzionale a quello dei corleonesi che, da Palermo, continuano a guidare l'intera organizzazione. È un matrimonio a rinsaldare i rapporti tra la mafia trapanese e quella palermitana: all'altare nel 1978 salgono Rosalia Messina Denaro – sorella di Matteo – e Filippo Guttadauro, fratello di Giuseppe, capomandamento di Brancaccio e primario all'Ospedale civico di Palermo che dal 2007 sconta una pena a vent'anni per associazione mafiosa. È così che nasce l'alleanza con i fratelli Graviano e, di conseguenza, la nascita del “corleonese” Matteo Messina Denaro. Anche Filippo Guttadauro, lo sposo, ha un ruolo di primo piano nella ragnatela del boss trapanese, forse anche più importante del fratello: è lui “121”, l'unico messaggero tra i vertici criminali delle due città, tra Matteo Messina Denaro e Bernardo Provenzano.

Tra i due boss l'amore non scoppia subito, anzi: a Provenzano non piace l'indole violenta del trapanese, che non ha una mente “raffinata” come la sua, incapace di scrivere correttamente in italiano ma capacissimo di strutturare il sistema di comunicazione cifrata dei pizzini sul codice utilizzato da Gaio Giulio Cesare con i suoi luogotenenti in battaglia. A zu Binnu non piace l'ala stragista – sarà d'altronde l'artefice della politica di inabissamento dell'organizzazione dopo l'arresto di Riina – né l'idea che “'u Siccu” possa fare lui secco, uccidendolo per prenderne il posto. Poi qualcosa cambia: tra il 1996 e il 2000 tra i due scoppiano l'amore e una fittissima corrispondenza di pizzini, nei quali è evidente il rapporto di subordinazione e rispetto del trapanese nei confronti del vecchio boss palermitanodi tutto quello che faccio metà è per lei», scrive Messina Denaro in un pizzino). L'11 aprile 2006, però, l'amore svanisce. Non perché Provenzano viene arrestato, ma perché vengono ritrovati nel covo del boss 168 pizzini, tra i quali quelli scambiati tra i due, ed evidentemente non eliminati da Provenzano.

I rapporti tra Palermo e Trapani, comunque, non si interrompono, e nel 2014 vengono rinforzati dal matrimonio tra la figlia di Rosalia Messina Denaro e il nipote di Gaetano Sansone, padrino del quartiere Uditore di Palermo. Fratello della sposa è Francesco Guttadauro, nipote di 'u Siccu considerato il suo erede, l'uomo che dovrà prendere le redini dell'organizzazione una volta che il mito di Matteo Messina Denaro verrà oscurato dall'annuncio della morte o del suo arresto.

C'è chi prova a dire no

La storia del boss “Invisibile” è, negli anni, anche la storia di un'antimafia seria e particolarmente visibile, soprattutto quando ad un certo punto della storia, gli investigatori muoiono o vengono trasferiti: è successo al giudice Ciaccio Montalto, ucciso a pochi giorni dal trasferimento a Firenze dove voleva indagare sui “colletti bianchi” della mafia trapanese; è successo a Giovanni Falcone, nel cui computer ispezionato post-mortem da personaggi a tutt'oggi ignoti vengono ritrovati file su Gladio, la stessa organizzazione su cui lavora il giornalista Mauro Rostagno quando viene ucciso nel settembre 1988.
Nel corso degli anni da Trapani vengono trasferiti il commissario Rino Germanà e l'ex prefetto Fulvio Sodano, che indaga sulla (mala)gestione dei beni confiscati che, allora come oggi, spesso ritornano in mano ai boss. Vengono trasferiti Antonino “Ninni” Cassarà, che a Palermo diventerà uno dei più stretti collaboratori di Falcone e Saverio Montalbano, trasferito mentre indaga su una loggia massonica alla quale appartiene l'intero potere trapanese. Giuseppe Linares nel 2013 viene promosso e trasferito al comando della Direzione Investigativa Antimafia di Napoli nonostante le sue indagini abbiano quasi azzerato la rete di protezione di Matteo Messina Denaro.

Per approfondire sul “caso Linares”



Confiscati Bene è un progetto partecipativo per favorire la trasparenza, il riuso e la valorizzazione dei beni confiscati alle mafie, attraverso la raccolta, l’analisi dei dati e il monitoraggio dei beni stessi. Alla sua costruzione e implementazione partecipano giornalisti, attivisti e tecnologi: ognuno di noi mette a disposizione la propria specifica competenza per rispondere ad alcune domande sullo stato e sulla gestione dei beni confiscati in Italia alla criminalità organizzata: Quanti sono? Dove sono? Quanto valgono? Come vengono riutilizzati?

Per tutti loro – citando Falcone – vige lo «spirito di servizio», ma tra chi si oppone ai clan a Trapani ci sono anche imprenditori, professionisti, insegnanti che, pur potendo girarsi dall'altra parte o diventare collusi, hanno deciso di non farlo. È il caso di politici come Pasquale Calamia o di imprenditori come Gregorio Bongiorno e Nicola Clemenza: il primo ha smesso di pagare il pizzo con la sua azienda attiva nel settore dei rifiuti una volta divenuto presidente della Confindustria trapanese, mentre Clemenza, imprenditore oleario e insegnante elementare a Partanna, crea il consorzio “Tutela Valli Belicine” per rivendicare il diritto degli agricoltori di vendere olive ed olio ad un prezzo più alto rispetto a quello imposto dalla mafia. Gli verrà bruciata l'auto e verrà isolato dagli altri imprenditori e dalle istituzioni – tanto che il Comune stanzia un contributo in favore della moglie degli attentatori – essendosi costituito da solo parte civile nel processo “Golem”, che nella sua evoluzione (“Golem 2”, 2010) ha portato alla condanna per molti dei fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro e al sequestro dei beni al cugino del boss Giovanni Filardo, colpendo così direttamente il tesoro dell'”Invisibile”.

Dove sei, Matteo?

Ad interessarsi agli affari e alla latitanza del boss, a Trapani, non ci sono però solo gli investigatori: per due ore a settimana – il martedì e il giovedì dalle 13:30 alle 14:30 – dalle onde radio di Rmc101 va in onda “il Volatore”, condotto da Giacomo Di Girolamo, giornalista autore di libri su Matteo Messina Denaro (L'Invisibile, 2010), sulla mafia economica (Cosa grigia, 2012) e Contro l'Antimafia (2016) tutti editi da Il Saggiatore. Dalla sua postazione in radio e dalle pagine online di Tp24.it e de Il Volatore – il suo sito personale – Di Girolamo porta avanti non solo la caccia al boss trapanese, ma anche una vecchia tradizione di giornalismo rappresentata nei decenni scorsi da Peppino Impastato e Mauro Rostagno. Dove sei, Matteo?” è la domanda che da anni pone il giornalista, che parla spesso anche della cattiva antimafia, a cui si deve un racconto «consolatorio e politicamente corretto» dei clan o del «comportamento fanatico di alcune persone che hanno responsabilità in Libera», Il suo è un lavoro scomodo, per il quale è stato accusato di «rovinare la reputazione di Marsala», la stessa accusa mossa nel 1983 dal presidente della Corte d'appello di Palermo Giovanni Pizzillo a Giovanni Falcone, reo di «rovinare l'economia di Palermo». Dopo 34 anni cambiano gli attori, ma le accuse sono sempre le stesse, a riprova che mafia e antimafia sono questioni culturali prima ancora che giudiziarie.

Ma sapere dov'è il boss non è la domanda più importante, come Di Girolamo evidenziava nel 2016 a Valentina Conticello di MeridioNews.it: “Dove sei, Matteo?” è solo «un pretesto narrativo» per raccontare il territorio trapanese. La vera domanda da porsi, riguardo alla latitanza di Matteo Messina Denaro e guardando alla storia dei cambi al vertice di cosa nostra, è un'altra: chi lo tradirà?

Chi tradirà Matteo Messina Denaro?

«Fino a quando c'è iddu in giro beddu tempo un cinn'è». «Fino a quando c'è lui in giro bel tempo non ce n'è», diceva nel 2012 Vincenzo Funari, storico capo della mafia di Gibellina (Trapani) arrestato nel 2010 nell'ambito dell'operazione “Nerone”. Una frase che evidenzia un dato di fatto: qualcosa, nel potere che ha tenuto al vertice Matteo Messina Denaro, ha iniziato a sfaldarsi. Scricchiolii che arrivano fino al vertice più alto della piramide mafiosa siciliana, se si considera che nel 2014 è lo stesso Totò Riina a rimproverare Matteo Messina Denaro di averlo lasciato solo. Iniziano a parlare i collaboratori di giustizia mentre la cosa nostra “a comando corleonese” si sgretola sotto il comando delle nuove leve e sotto l'ormai supremazia della 'ndrangheta, da anni prima consorteria mafiosa italiana per potere politico e potenza economica. Le indagini giudiziarie stanno tagliando tutti i fili della ragnatela del suo potere, rendendo sempre più evidente che prima o poi – come insegna la storia dei cambi al vertice di cosa nostra – qualcuno tradirà anche Matteo Messina Denaro. La partita si gioca sul capire chi.

Lei ha fatto favori troppo grandi. A tanti politici, a tanti imprenditori. Li ha fatti diventare dei vincenti, li ha protetti e li ha fatti diventare ricchi. Poi lei è diventato ingombrante. Non scrive più, non minaccia, non è più a capo di nessun esercito. E' solo l'ultimo residuo di un mondo che non c'è più. Il suo nome "tira" ancora, questo è vero. Se si parla di mafia, lei c'è. Se si parla di antimafia, pure. Ma chi le sta dando la caccia lo sa. Lei pensa solo a rimanere più a lungo possibile lontano dalla cella prenotata da tempo per i suoi ultimi anni. Ha abbandonato la sua famiglia ed è stato abbandonato anche da coloro che lei ha reso ricchi[1].
[3 - Fine]

Note

  1. Lettera aperta a Messina Denaro: "Le annuncio la sua morte" - Nicola Biondo, AntimafiaDuemila.com, 7 ottobre 2015

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