martedì 19 giugno 2018

"El Chapo" Messina Denaro: la mafia trapanese protegge la trattativa Stato-mafia?

In Italia cosa nostra non spara più; in Messico i cittadini consultano i social network per sapere quali strade sono a rischio sparatoria. Narcos&mafie, poteri collaterali a quelle istituzioni con cui hanno da sempre un patto, indicibile ma chiaro: voti in cambio di protezione. È la storia del potere di Joaquín “El Chapo” Guzmán Loera e i governi messicani; è stata per 40 anni la storia di Bernardo Provenzano e del mai abbastanza investigato rapporto tra istituzioni, mafie e servizi segreti ed è, oggi, il patto che protegge la tatitanza di Matteo Messina Denaro, “'u Siccu”, considerato l'ultimo boss di cosa nostra. Lo hanno avvistato ovunque anche se per alcuni è morto da tempo. La domanda è d'obbligo: Matteo Messina Denaro è un boss ancora da temere o solo un “marchio” utile a nascondere il vero accordo tra Stato e mafia?

"Il secco", "il corto", "Capastorta": nomi da commedia o da b-movie sul potere criminale dietro ai quali si nascondono, però,i boss che per decenni hanno scritto - o continuano a scrivere - le pagine della storia criminale italiana come Matteo Messina Denaro, Totò Riina e Michele Zagaria, pur costretti a nascondersi in tane ricavate dietro pareti fittizie, come e peggio dei topo. Pareti dietro le quali si nasconde un dato di fatto: il vero potere di questi uomini è dato dall'utilità che hanno creando posti di lavoro, spostando voti o lavorando per nome e conto dello Stato.

”El Chapo” Messina Denaro: la mafia come alleato dello Stato

Joaquín e Matteo: uno non troppo alto, l'altro secco e con un occhio strabico, forse operato in Spagna, ma entrambi con un (inspiegabile) fascino sulle donne e un molto più spiegabile potere sulle istituzioni dei Paesi che li hanno visti nascere, il Messico e l'Italia. Quando nel 2001 Guzmán Loera, leader del Cártel de Sinaloa, scappa dal carcere di Puente Grande – uno dei più sicuri del Messico – non è ancora il vertice del narcotraffico messicano, e per lui nasce il mito di una rocambolesca fuga a bordo del carrello dei panni sporchi della lavanderia. In realtà, racconterà nel 2010 la giornalista Anabel Hernández, la fuga è molto meno “mitica” e molto più indice di un certo rapporto tra istituzioni e narcos: vestito da poliziotto, semplicemente, El Chapo esce camminando sulle sue gambe, scortato da «funzionari pubblici del più alto livello»[1]. Due dati emblematici di questo rapporto: durante un'indagine del 2007 si scopre che molti degli immobili perquisiti perché usati dal Cartello risultano di proprietà del Ministero di Pubblica Sicurezza (Secretaría de Seguridad Pública Federal), mentre nel 2010, un'inchiesta di Marc Lacey del New York Times racconta come il governo messicano abbia rotto il patto con le sue forze dell'ordine rilasciando – ufficialmente per paura di rappresaglie – Griselda Guadalupe López Pérez, moglie dl El Chapo arrestata per riciclaggio di denaro.

Per approfondire su "El Chapo"

Matteo Messina Denaro non è ancora stato arrestato, anche se la sua rete criminale è stata ampiamente depotenziata. A proteggere il “mito” dell'”Invisibile” ci sarebbero però i documenti non sequestrati nella villa di via Bernini a Palermo, durante l'arresto di Totò Riina il 15 gennaio 1993. Un covo fatto ritrovare da Bernardo Provenzano in cambio di una immunità durata 40 anni. Sono quelle carte la vera “Trattativa” mafia-Stato ancora oggi in vigore? Da ciò deriva un'altra domanda: cos'è oggi Matteo Messina Denaro: un “marchio” che fa comodo a troppi o l'ultimo custode del patto ultraventennale tra le più alte istituzioni italiane e cosa nostra?

Per approfondire sulle carte di Riina:

Trapani, è qui la vera capitale di cosa nostra


I mandamenti mafiosi in cui è divisa la città di Trapani (fonte: Relazione Direzione Investigativa Antimafia 2016)

La Direzione Investigativa Antimafia, nella relazione gennaio-giugno 2016, definisce quella trapanese come la cosa nostra dei «professionisti contigui». Se Palermo è la capitale della mafia da film, Trapani ne è il suo corrispettivo silenzioso, dove da sempre si sono mossi i traffici più importanti come armi, droga e rifiuti. Quattro mandamenti (Alcamo, Castelvetrano, Mazara del Vallo, Trapani) controllati da diciassette famiglie e, dal novembre 2016, una banca in amministrazione giudiziaria per inquinamento mafioso (art.34 d.lgs. 159/2011): la Banca di credito cooperativo “Senatore Pietro Grammatico” di Paceco: 1.600 soci, di cui 357 con precedenti penali e 11 con precedenti per mafia. Una banca in cui anche la massoneria – uno dei poteri più importanti in città, con 19 logge ufficiali e più di 500 iscritti – ha avuto un conto corrente attraverso la sede di Marsala del Grande Oriente d'Italia. Le indagini che hanno portato all'amministrazione giudiziaria vertono sui rapporti tra la banca e Filippo Coppola, “'u professuri”, condannato nel 2002 per associazione a delinquere di stampo mafioso, considerato vicino ai boss Vincenzo Virga e Matteo Messina Denaro. Gli inquirenti hanno accertato la capacità dei clan di controllare le «scelte operative» della banca.

Per approfondire sulla BCC:

Quella trapanese, scrive la Dia nell'ultima relazione 2016, è una mafia fortemente radicata sul territorio, che ricorre alle estorsioni e all'infiltrazione nel tessuto socio-economico cittadino, sfruttando il «degrado sociale che connota alcune aree della provincia, tanto che cosa nostra riscuote un certo consenso nelle fasce più emarginate della popolazione»[2]. È una mafia dal basso profilo, che rispecchia la strategia “corleonese” dell'inabissamento voluta da Bernardo Provenzano e portata avanti da Matteo Messina Denaro che, da capomandamento di Castelvetrano e rappresentante provinciale di Trapani, è considerato l'ultimo grande boss di una mafia ormai soppiantata nel sistema di potere italiano dalla 'ndrangheta calabrese, con cui è ormai accertata l'alleanza iniziata con le stragi degli anni Novanta.

Per approfondire sulla mafia trapanese:

Per approfondire sull'alleanza cosa nostra-'ndrangheta:

Banche e droga sono i due storici pilastri del potere della mafia, trapanese e non, alla base di un patto tra le due sponde (criminali) dell'Atlantico tra gli anni Settanta e Ottanta: i siciliani raffinano la morfina base proveniente dal Medio Oriente, le famiglie statunitensi e canadesi si occupano della vendita, spartendo i proventi con i clan della Sicilia, che in quegli anni è trasformata in una enorme raffineria di droga. Ad Alcamo (Trapani), il 2 maggio 1985, viene scoperta la più grande raffineria d'eroina in Europa grazie alle dichiarazioni – poi ritrattate – del narcotrafficante Paul Waridel a Giovanni Falcone. È sui canali della droga da e per la Sicilia che indaga il giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto quando viene ucciso, il 25 gennaio 1983 a Valderice (Trapani). La sua indagine viene ripresa dal giudice Carlo Palermo, sceso appositamente da Trento per approfondire i narco-rapporti tra clan siciliani e mafia turca. Intanto Falcone, da Palermo, inizia ad indagare sulle distinte di cambio valuta estera alla ricerca dei conti bancari su cui passano i proventi della droga.

Non è un caso che in quegli anni a Trapani ci siano più banche che a Bologna – un dato che allara anche la Banca d'Italia di Carlo Azeglio Ciampi – e che si convertano più dollari in lire nel trapanese che a Milano e Genova messe insieme. Perché la droga è tanta e i proventi non reinvestiti in attività illegali devono essere puliti in qualche modo. È con questo denaro, che passa quasi sempre dai conti cifrati delle banche svizzere, che cosa nostra e le altre consorterie mafiose comprano bar, ristoranti, supermercati, discoteche in Italia e all'estero. Ma i soldi della droga, per cosa nostra, ad un certo punto finiscono. O meglio: finisce proprio la droga, perché le famiglie siciliane vengono sostituite dalla più affidabile 'ndrangheta come primo partner italiano nel narcotraffico internazionale. Anche perché nel 2009 a Caracas (Venezuela) viene arrestato Salvatore Miceli, posto da Bernardo Provenzano al vertice del narcotraffico siciliano. Da quel momento cosa nostra dovrà “subappaltare a terzi” - ad esempio la camorra – l'intero settore.

Trapani, il fulcro dei traffici internazionali...e dei giudici ammazzati

Il primo a parlare della mafia trapanese – o, meglio, delle «oscure fratellanze» che si muovono in città – è il Procuratore Generale Pietro Calà Ulloa in un rapporto redatto per il ministro di Grazia e Giustizia del Regno delle Due Sicilie Nicola Parisio (1831-1848). Di mafia a Trapani, dunque, si parla addirittura prima dell'Unità d'Italia (1861). Nel 1977 Giuseppe Peri, vicequestore a Trapani e commissario ad Alcamo, realizza il primo studio sui rapporti tra le famiglie mafiose trapanesi e l'eversione nera, facendo anche nomi e cognomi. Il rapporto verrà ignorato e Peri trasferito in un ufficio periferico della Questura di Palermo. D'altronde il merito investigativo, in Italia, è spesso stato premiato in questo modo. Con la fine delle ideologie le famiglie mafiose trapanesi cercano nuovi partner per i propri affari, aprendo i propri confini fino all'America Latina (Colombia) e Centrale (Messico) e al terrorismo arabo, con l'Africa a rappresentare continente strategico per i traffici di rifiuti, armi e droga in transito dallo strategico porto trapanese.

Su questi proventi si intrecciano le storie di giudici come Ciaccio Montalto, Palermo e Falcone – che proprio a Trapani getterà le basi del suo “metodo” - e di giornalisti come Mauro Rostagno. Ciaccio Montalto (1983) e Falcone (1992) vengono uccisi da mano mafiosa, mentre l'attentato contro Carlo Palermo, il 2 aprile 1985 a Pizzolungo, vede la morte di Barbara Rizzo Asta e dei suoi due gemelli, Giuseppe e Salvatore, di 6 anni. È il traffico d'armi che a Valderice, il 26 settembre 1988, porta all'omicidio del giornalista Mauro Rostagno, che partendo dai voli in partenza dalla pista di Kinisia collega gli affari tra cosa nostra, servizi segreti, massoneria – attraverso la loggia Iside 2 – e Gladio, organizzazione su cui avrebbe voluto indagare anche Giovanni Falcone prima di andare a Roma. Perché a Trapani il potere criminale non parla solo la lingua della mafia ma anche quella delle logge massoniche e dei servizi segreti che qualcuno vorrebbe “deviati”. È questo potere che permette a Matteo Messina Denaro una latitanza iniziata con l'”inabissamento” voluto da Bernardo Provenzano dopo la fase stragista del 1993[3].

Sex appeal, tecnologia e psiche: il nano e il secco a confronto

Guzmán Loera, nato a La Tuna (Stato di Sinaloa, Messico) nel 1957, scrive Anabel Hernández[4], risulta essere «un uomo egocentrico, narcisista, astuto, perseverante, tenace, meticoloso, selettivo, misterioso», con una «capacità criminale alta» e una «adattabilità sociale medio alta che gli ha permesso di creare reti di lealtà e complicità»; di Matteo Messina Denaro, classe 1962, è nota la passione sfrenata per la tecnologia e i videogiochi, per le Malboro rosse e per gli abiti di lusso. Hanno entrambi un (inspiegabile) fascino sulle donne: El Chapo è stato sposato almeno tre volte ed ha 9 figli, non tutti riconosciuti; di Matteo 'u Siccu, mai sposato, sono noti i flirt più importanti e la paternità di Lorenza, nata durante la latitanza (1996) che porta il cognome della madre, Francesca Alagna, e Francesco, figlio segreto “scoperto” grazie alle conversazioni intercettate tra i familiari del boss. Gli occhiali Rayban, segno distintivo dei suoi identikit, servono per nascondere l'occhio sinistro strabico per la miopia - forse corretta con un intervento chirurgico in Spagna - a cui si aggiungono problemi noti a denti e reni –.

«Si sentirà molto parlare di me», scrive Matteo Messina Denaro in un pizzino all'ex sindaco di Trapani Antonio Vaccarino (di cui parleremo in seguito, nda) con evidente impeto di modestia. Primo mafioso dichiaratamente ateo, è noto il suo dispiacere per non aver terminato gli studi, abbandonati al terzo anno di ragioneria. La passione per i libri è nata evidentemente dopo quella per potere e omicidi. Si identifica con il signor Malaussène, personaggio di Daniel Pennac archetipo del capro espiatorio. Da un'analisi calligrafica realizzata dalla dottoressa Evi Crotti, quella di Matteo Messina Denaro è una personalità con ottime facoltà intellettive e di persuasione, pur denotando attraverso la pressione sul foglio esercitata nei suoi scritti – ammettendo che non siano dettati a terzi, come ipotizzato dagli inquirenti - «aggressività, tendenza all'ordine ed incapacità a provare sentimenti». Il suo interesse per il lusso e l'arte – e dunque per l'accumulo – evidenzia una personalità “anale”, per usare la teoria dello psichiatra Carl Gustav Jung, così come indice di tale personalità è la sua indole metodica, ben dimostrata dal sofisticato sistema di smistamento dei pizzini (invio ogni quattro mesi, risposta entro 15 giorni). Da “corleonese acquisito” ha imparato la diffidenza e l'ossessione per i dettagli, mentre la difficoltà di adattamento di questa personalità potrebbe confermare una regola fondamentale per il mantenimento del potere in cosa nostra: nessun boss si allontana troppo dal suo feudo. Vale anche per Matteo Messina Denaro?

Figlio d'arte (mafiosa), Matteo Messina Denaro è considerato il boss che ha trasformato la mafia degli sgrammaticati viddani corleonesi nella “cosa grigia” della mafia imprenditoriale, capace di legare a sé pluriassassini e commercialisti, ingegneri e contadini. È il “ministro degli Esteri” di cosa nostra, ruolo ereditato dal padre Francesco, che da reggente della famiglia tiene i rapporti con i clan negli Stati Uniti, in Nord Africa e nel Medio Oriente mentre addestra i picciotti corleonesi, per i quali guida la cosa nostra trapanese in sostituzione di Cola Buccellato, al potere per oltre quarant'anni. Nel frattempo “Ciccio” Messina Denaro lavora anche come campiere della potente famiglia dei D'Alì Staiti, che da oltre vent'anni è rappresentata in Parlamento dal senatore forzista Antonio, dal 2001 al 2006 sottosegretario all'Interno. Di Antonio D'Alì, scrivono i giudici della corte d'appello di Palermo, è accertata la collaborazione «con coscienza e volontà» al rafforzamento di cosa nostra almeno fino al 1994. Collaborazione sottoposta a prescrizione in base alla “dottrina Andreotti” e che ha riguardato tanto la gestione di grandi appalti come l'America's Cup del 2005 (un affare da oltre 100 milioni di euro) quanto la sua carriera politica: il boss Vincenzo Virga – reggente della mafia trapanese fino all'arresto nel 2001 – lo vorrebbe nella lista dei candidabili di “Sicilia libera”, il partito con cui cosa nostra, con l'appoggio della 'ndrangheta, tenta l'ingresso diretto nel gioco politico nazionale prima di convogliare i voti su Forza Italia proprio in quel 1994.

Per approfondire sul 1994: l'anno crocevia della Storia italiana

Sicilia libera: anche la mafia ha problemi con le correnti

L'idea di “Sicilia Libera” nasce nel novembre 1993 in una riunione indetta al San Paolo Palace di Palermo da Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, l'unico del vertice di cosa nostra a non partecipare all'incontro perché arrestato nel gennaio precedente. La politica del «fare la guerra per fare la pace» con lo Stato non ha dato i suoi frutti, o può essere portata ad un livello più alto: in entrambi i casi cosa nostra vuole giocare direttamente sul tavolo della politica, dopo aver dato appoggio e voti alla Democrazia Cristiana e poi al Partito Socialista. I fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, proprietari dell'hotel, si occupano di reperire appoggi politici e voti, mentre Matteo Messina Denaro deve portare avanti la Trattativa con lo Stato, forte del potere che gli danno i documenti di Riina. Il progetto prevede l'alleanza con i movimenti separatisti nati in quegli anni in Italia. Un progetto identico – voluto dal “Papa” Michele Greco – è già fallito nel 1982. Per questo Bernardo Provenzano decide di bloccare tutto e concedere appoggio esterno a Forza Italia. Arrivato al potere, il nuovo partito non manterrà le promesse elettorali né con gli italiani né con i clan. Ma l'appoggio al nuovo partito è solo una parte di un progetto ben più ampio: creare una vera e propria classe dirigente mafiosa, in grado di muoversi con abilità nei gangli più importanti del potere politico-economico italiano.

[1 - Continua]

Note

  1. Anabel Hernández, Los Señores del Narco, Random House Mondadori, 2010, p.15;
  2. Relazione Dia, secondo semestre 2016, p.34;
  3. Per la fase stragista i vertici di cosa nostra verranno condannati all'ergastolo e al risarcimento di 100 miliardi di lire;

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