venerdì 22 giugno 2018

La rete di "'u Siccu" - chi aiuta Matteo Messina Denaro?

La strage di via D'Amelio (19 luglio 1992) in cui perdono la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. È uno dei momenti più evidenti dell'uso "militare" della mafia da parte dello Stato e dei suoi pezzi cosiddetti "deviati"

La Trattativa sulla pelle: crescita di un futuro boss

Figlio d'arte, Matteo Messina Denaro inizia la sua carriera criminale dalla base della piramide commettendo omicidi per i corleonesi, seppur con alterne fotune: il commissario Rino Germanà – che riesce a prendergli le impronte digitali – si salva durante uno scontro a fuoco, nel settembre 1992, grazie al kalashnikov di Leoluca Bagarella che si inceppa. Da quel momento Germanà viene dimenticato, nonostante sia stato uno degli investigatori più attenti al rapporto mafia-economia legale. O forse proprio per questo, perché si sa che in Italia, chi fa il suo dovere ne paga spesso le conseguenze. È quello che nel 1992 capita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che da procuratore di Marsala, nel 1989, firma la prima denuncia per associazione mafiosa contro “'U Siccu”. È il primo germe che porterà alla strage di via d'Amelio (19 luglio 1992), in cui è ormai accertata la collaborazione tra mafia e servizi segreti, un patto inscritto nella vita di Matteo Messina Denaro fin dal suo battesimo cristiano: a fargli da padrino è infatti Antonino Marotta, ex membro della banda di Salvatore Giuliano che nel Natale 1949 ospita un incontro tra il bandito e le autorità di pubblica sicurezza in Sicilia e nel 2010 – quando viene arrestato nell'ambito dell'operazione “Golem 2”, ad 83 anni – considerato “fiancheggiatore” del boss trapanese.

Tutti i grandi capi di cosa nostra – e Matteo Messina Denaro lo è certamente – sono arrivati al punto di avere, come dicono i pentiti, i “cani attaccati”, cioè ad avere rapporti privilegiati con circuiti istituzionali in grado di informarli preventivamente di iniziative giudiziarie e/o investigative

dichiara nel 2011 al settimanale l'Espresso Paolo Guido, sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia che da Palermo segue le indagini sul boss trapanese.

Per approfondire sui rapporti mafia-servizi segreti:

Pupillo di Totò Riina, il non-omicidio di Germanà porta comunque Matteo Messina Denaro nel gruppo che definisce ed esegue le stragi del 1992-1993, quando proprio da Castelvetrano i corleonesi decidono di «fare la guerra per fare la pace» con lo Stato. Ma il gruppo inviato a Roma per pedinare Falcone e uccidere Maurizio Costanzo e Claudio Martelli – all'epoca ministro di Grazia e Giustizia del PSI – torna con zero omicidi e 12 milioni di lire spesi nei negozi più alla moda di Palermo, perché sarà pure un corleonese (d'adozione), ma lo stile di Matteo 'u Siccu è ben lontano dalla coppola e dal vestiario viddano.

Da “'u Siccu” a “l'Invisibile”: Matteo Messina Denaro crea la cosa grigia

Il 2 giugno 1993 Matteo Messina Denaro entra in latitanza. Da quel momento nasce il mito de “l'Invisibile” - come titola il libro di Giacomo di Girolamo edito da Il Saggiatore nel 2010 – che negli anni verrà avvistato praticamente ovunque. È sotto il suo comando che cosa nostra si trasforma nella mafia dei colletti bianchi, abbandonando i vecchi metodi omicidi ma non i vecchi interessi. Il boss trapanese ha ripreso e potenziato il “tavolino” degli appalti ideato da Angelo Siino – oggi collaboratore di giustizia – negli anni '80: gli imprenditori non trapanesi pagano il pizzo alle famiglie mafiose della loro città di origine, cui spetta il compito di versare il denaro ai clan che controllano il luogo di svolgimento dei lavori. Dal punto di vista mafioso è un sistema “win-win”: le aziende operano sotto tutela dei clan ed è difficile imputare gli imprenditori di associazione mafiosa.

Appalti pubblici, rifiuti, droga, agricoltura, gioco d'azzardo sono alcuni dei settori economici privilegiati dalla cosa nostra di Messina Denaro. Inchieste come “Terra Bruciata” (1998), “Terra Bruciata 2” (1999) o “Eden” (2013) hanno evidenziato l'interesse mafioso per l'intero settore dell'edilizia, dalla definizione degli appalti alla gestione delle cave (da dove proviene ad esempio l'esplosivo per l'attentato contro Giovanni Falcone all'Addaura) che hanno una doppia utilità: una volta esaurite diventano perfette discariche abusive per rifiuti tossici e non. A gestirle fino al suo arresto nel 2013 è Lorenzo Cimarosa, primo collaboratore di giustizia della mafia trapanese, morto per malattia nel gennaio 2017. Non sembra un caso che proprio da Trapani operi Giorgio Comerio, tra i nomi più importanti nella storia del traffico di rifiuti tossici italiani e delle “navi dei veleni”.

Nel campo dell'edilizia è forte l'interesse per il calcestruzzo e soprattutto verso quel cemento depotenziato (meno cemento, più sabbia) con cui in Italia si è costruito e si continuano a costruire strade, scuole, case e ospedali che dopo l'“inspiegabile” crollo finiscono sulle prime pagine dei quotidiani. Grazie all'aiuto dei clan di Castellammare del Golfo, fino all'arresto del 2016 nel settore del calcestruzzo opera anche Vincenzo Artale, noto per la sua attività antiracket, tanto da ottenere 250.000 euro di indennizzo dal Fondo di solidarietà per le vittime di estorsioni e usura.

La ragnatela del Secco: i nodi del sistema Messina Denaro

Cartina di tornasole del prestigio sociale di Matteo Messina Denaro tra le «fasce più emarginate della popolazione» - trapanese e non – è la vicenda Despar, gruppo multinazionale olandese che, negli omonimi supermercati, in Italia dà lavoro ad oltre 7.000 persone (fonte: report integrato 2016). Fino all'arresto del dicembre 2007, a gestire i supermercati a Trapani, Palermo e Agrigento è Giuseppe “Pino” Grigoli, che applica – per nome e conto del boss – uno sconto dell'1% su tutte le forniture, spesso acquistate da società vicine ai clan. Denaro da versare alla famiglia mafiosa in cui ha sede il supermercato. Il gruppo Grigoli-Messina Denaro dà lavoro a centinaia di persone, aprendo linee di credito per le aziende in difficoltà, nelle quali inserisce nel tempo uomini e donne di fiducia. Insomma: se non fosse mafia, Grigoli avrebbe quasi un'utilità sociale. O almeno così la pensano tutti quelli che protestano quando lo Stato decide di sequestrargli le aziende, chiudendole, mettendo centinaia di lavoratori in mezzo alla strada.

Esponenti di cosa nostra e delle altre mafie, italiane ed estere, funzionari pubblici, imprenditori, uomini dei servizi segreti e delle forze dell'ordine, membri delle più importanti istituzioni locali e nazionali: è questa la ragnatela di contatti che Matteo Messina Denaro costruisce nel tempo. C'è chi lo ha aiutato negli affari, chi si è girato dall'altra parte, chi lo ha protetto e ne protegge fin dal 1993 la latitanza. Un dato è certo: quando il primo filo di questa ragnatela si spezzerà – e le operazioni di polizia stanno avvicinandosi sempre più all'obiettivo – verrà la fine del “mito” dell'”Invisibile”, ammettendo che esista davvero.

Secondo una interessante teoria sviluppata da Giacomo Di Girolamo – che troverebbe conferma (anche) nelle criptiche dichiarazioni della stessa famiglia - Matteo Messina Denaro sarebbe morto da tempo per diabete o disperso chissà dove. A guidare il clan sfruttandone il nome sarebbe sua sorella Anna Patrizia, nel dicembre 2013 condannata a 14 anni e mezzo per associazione mafiosa. Tra i due fratelli – lei in carcere, lui ufficialmente latitante – è inoltre stato accertato un metodo di comunicazione più veloce rispetto ai pizzini. Quale rimane ad oggi un mistero.

Tra i nodi più importanti della ragnatela economica di Matteo Messina Denaro c'è Michele Alagna, commercialista e fratello di Francesca, madre di Lorenza, primogenita del boss. È lui l'uomo che collega il clan con l'imprenditore Carmelo Patti, morto nel gennaio 2016 e, secondo gli inquirenti, per anni gestore degli interessi della mafia trapanese nel turismo. Frode fiscale, emissione e utilizzazione di fatture false, falso in bilancio e associazione a delinquere le accuse che gli inquirenti muovono ai due, che avranno però fortuna giudiziaria diversa: Alagna condannato a tre anni, Patti assolto. Ma la famiglia Patti tornerà nel mirino degli inquirenti per l'elezione di Doriana Licata – nipote dell'imprenditore e sorella di Aldo, dirigente della società di famiglia Valtur – alle elezioni regionali del 2012, stando alle indagini vinte grazie al pagamento di 50 euro per ogni voto ottenuto.

L'uomo del clan nel mondo della sanità è invece Giuseppe “Pino” Giammarinaro, ex deputato regionale democristiano vicino ai cugini Salvo e “uomo forte” della sindacatura di Vittorio Sgarbi a Salemi (2008-2012), comune poi sciolto per mafia. Secondo le indagini, il potere politico di Giammarinaro - dall'aprile 2017 sottoposto a sorveglianza speciale per cinque anni - sono i 24.000 voti che è in grado di spostare, decidendo di fatto chi vince e chi perde nelle elezioni cittadine.

Vito Nicastri e Paolo Forte – a cui nel 2015 è stato dedicato anche un “memorial” con il patrocinio della Lega Calcio, poi cancellato – sono gli uomini che permettono l'ingresso della mafia trapanese nel settore dell'energia eolica, i cui lavori fino al 2014 sono stati spartiti tra i clan da Vito “Coffa” Gondola, reggente della famiglia di Mazara che nei summit mafiosi sedeva alla destra di 'u curtu Riina, divenendo nel tempo anche il gestore del sofisticato sistema di invio e ricezione dei pizzini per Matteo Messina Denaro. Negli anni Ottanta Gondola – insieme proprio a Riina e Messina Denaro – decide l'inizio della guerra contro la famiglia mafiosa di Marsala, alleatasi con gli stiddari contro i corleonesi.

Con l'operazione “Eolo” (2009) e l'arresto di Rosario Cascio nel 2005 gli inquirenti definiscono nei dettagli l'interesse del clan nel settore degli appalti pubblici, tra cui la grande torta dell'Expo2015 dove i Messina Denaro entrano con il Consorzio Dominus, a cui vengono affidati lavori per oltre 20 milioni di euro. Denaro che, messo nelle mani di Giuseppe Nastasi – l'uomo delle società di copertura secondo gli inquirenti – da un lato vanno a creare i fondi neri necessari alla latitanza del boss, dall'altro ad incrementare le casse del clan, gestite da Domenico Scimonelli, imprenditore ed ex consigliere nazionale della “nuova Democrazia Cristiana”, condannato a 17 anni di carcere nell'operazione “Ermes” dell'agosto 2015, che fa seguito alla condanna comminatagli nell'ambito dell'operazione “Progetto Belice” del 2003.

Tra gli uomini di fiducia di Matteo Messina Denaro merita citazione “Vanni Pruvulazzu”, al secolo Giovanni Risalvato, imprenditore nel settore del calcestruzzo ed ex consigliere comunale forzista che rimarrà più noto per il suo desiderio di andare a vivere con il boss trapanese per servirlo meglio - trattasi, riportano le cronache, di amore non pienamente corrisposto – che per la sua attività politica o imprenditoriale.
Insieme a Marco Manzo e all'esperto di attentati incediari Lorenzo Catalanotto, Risalvato fa parte del commando che il 23 novembre 2008 incendia l'abitazione del consigliere comunale trapanese Pasquale Calamia, colpevole di aver auspicato la cattura di Matteo Messina Denaro per liberare Castelvetrano «dagli infami». Un desiderio opposto a quanto auspicavano politici come l'ex consigliere comunale Santo Sacco – uno dei “postini” del boss – e l'ex sindaco di Campobello di Mazara Ciro Caravà, che gli inquirenti hanno stabilito essere addirittura «espressione politica della locale consorteria mafiosa» nonostante fossero entrambi noti per la loro attività antimafia. Sotto Caravà, il Comune di Campobello si costituisce addirittura parte civile nei processi contro Matteo Messina Denaro. Perché la presenza della mafia nell'antimafia è ormai una certezza. Emblematico il caso di Giorgio Riolo, ex maresciallo del Ros arrestato nel 2003 – nell'ambito dell'inchiesta “Talpe alla DDA” (Palermo, 2005-2008) – in quanto informatore dei corleonesi.

Una ragnatela che scricchiola: pentiti e doppiogiochisti nel cerchio ristretto di Matteo Messina Denaro

Tanti gli arresti tra i fedelissimi del boss trapanese. In carcere c'è chi gli rimane fedele e chi, per opportunismo o per vero pentimento, decide di collaborare con la giustizia. Si è già detto di Lorenzo Cimarosa, cugino acquisito del boss e mai affiliato, come molti degli uomini di fiducia del clan. È a lui che Matteo Messina Denaro affida la gestione delle cave, che riempirà meno dei verbali con cui gli inquirenti accettano la sua collaborazione, interrotta solo causa morte nel gennaio 2017. Cimarosa sarà il primo pentito proveniente dal clan, ma non l'unico a collaborare con la giustizia. Vincenzo Sinacori, detto “anguilla”, arrestato nel 1993 da reggente dell'intera mafia trapanese (in “coabitazione” proprio con Matteo Messina Denaro) rappresenta per i magistrati trapanesi quello che Tommaso Buscetta fu per Giovanni Falcone a Palermo: il chiavistello per entrare nelle dinamiche dei clan cittadini, di cui racconterà organizzazione e affari, autoaccusandosi per l'omicidio dell'ex sindaco Vito Lipari e del tentato omicidio di Rino Germanà.

A parlare con gli inquirenti c'è anche Francesco Geraci, pesce piccolo e nemmeno lui affiliato, membro del commando che va a Roma a pedinare Giovanni Falcone e di quello che la sera del 21 febbraio 1991 uccide Nicola Consales, vicedirettore di un hotel di Selinunte (Trapani) la cui unica colpa è essersi innamorato di Andrea Haslehner, fidanzata di Matteo Messina Denaro, come evidenziato nel maxiprocesso “Omega” alla mafia trapanese. A Geraci viene affidata parte della ricchezza di Riina e Messina Denaro, protetta in un sofisticato caveau realizzato nella sua gioielleria, a cui è possibile accedere solo tramite ascensore nascosto. Arrestato nel 1994, due anni dopo inizia a collaborare con la giustizia, raccontando le attività e le connivenze del clan.

[2 - Continua]

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