venerdì 1 giugno 2018

Lodo Moro, a un passo da un golpe ipotetico

29 Dicembre 1971: con 518 voti su 1008 (51,4%) Giovanni Leone è eletto Presidente della Repubblica Italiana. Tra i sei presidenti della Repubblica eletti fino a quel momento è la percentuale di voti più bassa, ma la risicata vittoria è da leggersi anche come risarcimento per l'elezione al Quirinale di Antonio Segni, nel 1962, arrivata solo grazie al dossieraggio illegale contro la moglie di Leone. È la vittoria del centro-destra democristiano. Ma è, soprattutto, la sconfitta di Aldo Moro e del suo progetto di centro-sinistra, con il ritorno di Giulio Andreotti a Palazzo Chigi (1972) per guidare il suo terzo esecutivo e riportare l'Italia al centro.

Aldo Moro al Quirinale

Con un Moro Presidente della Repubblica, il compromesso storico avrebbe trovato completa attuazione, permettendo così al Partito Comunista di entrare nel governo, o addirittura di guidarlo. A Mosca l'idea non piace, perché l'eurocomunismo è un esempio pericoloso per l'Europa dell'Est, mentre gli Stati Uniti sono preoccupati non solo del fatto che il Pci avrebbe così accesso ai segreti atlantici, ma anche dalla possibile campagna governativa contro le basi statunitensi e atlantiche sul territorio italiano. Ma i comunisti al governo significano anche un cambio negli equilibri del potere italiano, con l'appoggio di alcune tra le più importanti famiglie della borghesia industriale privata (Agnelli, Olivetti, Pirelli) contro l'imprenditoria di Stato (i “boiardi”) rappresentata da uomini come Eugenio Cefis. La volontà di evitare questa ristrutturazione nel Potere italiano può spiegare il sequestro di Moro – o almeno costituirne uno dei “motivi interni” - il misterioso colpo di Stato mai realizzato del 1977 e, nello stesso anno, l'altrettanto misterioso ritiro di Cefis a vita privata?

Il mistero Cefis

«Pensavo che lei, Cefis, facesse il golpe, e invece se n'è andato»[1], dirà Enrico Cuccia, tra gli uomini più potenti di Mediobanca e dell'intera storia economico-finanziaria italiana, in un colloquio privato con l'ex presidente Eni, dal 1971 a capo della Montedison. Cefis è infatti il principale indiziato per un possibile colpo di Stato. Non è un mistero, infatti, che l'ex braccio destro di Enrico Mattei sia fautore di una svolta autoritaria, ma non militare, in Italia. Una svolta ispirata dal futuro ideologo della Lega Nord Gianfranco Miglio, all'epoca tra i suoi più stretti collaboratori, che vede nella loggia P2 lo strumento perfetto. Un'idea ampiamente condivisa negli ambienti dell'alta finanza[2] che costituirebbe il terzo tentativo di golpe in dieci anni, dopo il Piano Solo (1964) e il golpe Borghese (1970).

Come Mattei, anche Cefis sa che la grande industria italiana – e tanto l'Eni quanto la Montedison in quegli anni ne fanno parte – ha bisogno dell'appoggio di una classe politica favorevole e di giornali da usare come merce di scambio e ricatto, così come fondamentali sono i rapporti con i servizi segreti, che Cefis sviluppa con il gruppo di potere di Gianadelio Maletti. “Il Giorno” è la creatura che Enrico Mattei usa per spiegare agli italiani le sue idee e per difendersi dagli attacchi dei suoi nemici, mentre Cefis, a metà degli anni Settanta, acquista una serie di organi di stampa di cui il quotidiano “Il Messaggero” è il più importante.

Entrambi figli del sistema di potere che i partigiani creano alla fine della guerra, a livello politico i due puntano sugli stessi uomini: Mattei si schiera con Moro dopo l'abbandono del gruppo fanfaniano, Cefis è tra gli ispiratori di quel Patto di Palazzo Giustiniani che, scrive Teodori, è «la più importante operazione politica del tempo». Ma il friulano è anche l'uomo che il 23 febbraio 1972, nel famoso discorso “La mia patria si chiama multinazionale (.pdf) tenuto all'Accademia militare di Modena di cui lui stesso è stato allievo, getta le basi ideologiche per quel colpo di Stato ipotizzato da Cuccia nel 1977. Questo discorso, pubblicato dalla rivista “Erba Voglio”[3] e in versione ridotta dal mensile cattolico “Successo” con il titolo “La multinazionale ecumenica”, è non a caso una delle fonti usate da Pier Paolo Pasolini nella stesura di Petrolio.

Il golpe delle Multinazionali

Oltre ad essere un'apologia delle multinazionali, il discorso è una previsione – o una lucida analisi di un influente “insider” - del loro ruolo e del potere di pressione sui governi, sulla sostituzione del servizio militare di leva con eserciti professionali alle dirette dipendenze del settore economico-finanziario. Per alcuni commentatori il discorso è un vero e proprio programma politico-ideologico sulla sostituzione del potere economico – e dunque politico – degli Stati-nazione, descritti come

i giocatori di una squadra di calcio costretti da un assurdo regolamento a giocare soltanto nella propria area di rigore, lasciando ai loro avversari la libertà di muoversi a piacimento per tutto il campo [in cui] Al limite può accadere che qualche governo proceda alla nazionalizzazione di singole unità produttive appartenenti alle multinazionali, ma è difficile che un tale governo riesca a reggere alla pressione politica che le multinazionali possono esercitare

in un sistema in cui, continua il discorso

i fatti economici, dai livelli di occupazione alla produzione di reddito, dagli investimenti ai flussi di beni e servizi, sono sempre più importanti nel determinare il clima sociale e quello politico in cui il governo deve agire

Il nuovo quadro geopolitico “cefisiano”, in cui «il potere politico stenta a far fronte ai problemi posti dalle dimensioni internazionali dei processi economici», è un sistema in cui

i maggiori centri decisionali non saranno più tanto nel Governo o nel Parlamento, quanto nelle direzioni delle grandi imprese e nei sindacati, anch'essi avviati ad un coordinamento internazionale

un sistema in cui agli «organi centrali statuali» è lasciato un compito di sola «mediazione» tra le imprese, tra queste e i sindacati e con gli «organi di autogoverno locale». Un sistema in cui, dice il presidente della Montedison, i cittadini si sentiranno sempre meno appartenenti allo Stato.

È questo il progetto – sempre smentito dallo stesso Cefis – che sta dietro all'ipotetico golpe del 1977? Un progetto che ricalca molto il sistema di gestione del potere che si sviluppa nella dittatura dei colonnelli argentini, arrivati al potere grazie ad un colpo di Stato per riportare l'ordine nel Paese dopo un periodo di caos e scioperi (come fu per l'Italia di Mussolini) in cui è nota la forte impronta della Loggia P2.

Il ritorno di Cefis

Per alcuni anni Cefis è vicepresidente dell'Eni di Mattei, finché questi non scopre che il suo braccio destro fa il doppiogioco

acquisendo cointeressanze nelle raffinerie Rasiom e Esso, che all'epoca rifornivano la Nato e la Sesta flotta; un'acquisizione in palese conflitto di interessi, visto che gli americani e la Nato erano in quel periodo potenziali «clienti» dell'Eni, che avrebbe voluto strapparli alla concorrenza[4].

A nove mesi dalle dimissioni e otto giorni dopo la morte di Mattei nell'attentato di Bascapé, Amintore Fanfani riporta Cefis all'Eni, prima come vicepresidente (1967-1971) e dal 1971 al 1977 come presidente. Anche sotto la presidenza di Marcello Boldrini – che si occupa solo delle pubbliche relazioni dell'Ente – il vero potere è nelle mani di Cefis. Osteggiato da Moro, che per la presidenza candida Pietro Sette[5], il futuro presidente Montedison torna all'Eni non solo per far cambiare colore politico alla società, ma anche «perché sa molte cose su esponenti di rilievo della Dc», come scrive il colonnello Giuseppe Palumbo del Centro CS (Controspionaggio) di Milano nel novembre 1962[6]. Attraverso l'Eni e fondi extrabilancio dell'Ente, il friulano scalerà la Montedison, il più grande gruppo privato italiano, di cui diventerà presidente pur continuando ad avere potere sul cane a sei zampe grazie a Raffaele Girotti, tra i suoi più fedeli alleati. A questo punto Cefis è l'uomo più potente d'Italia.

Il nuovo Potere

Mentre Eugenio Cefis si prepara a diventare l'uomo più potente del Paese – anche attraverso la creazione della prima Loggia P2 – l'Italia si prepara a subire una vera e propria rivoluzione. Il 12 e 13 maggio 1974 gli italiani sono chiamati ad esprimersi sulla eventuale abrogazione della legge Fortuna-Baslini, che dal 1970 disciplina i «casi di scioglimento del matrimonio»: votando “sì”, come chiedono Democrazia Cristiana e MSI-Destra Nazionale, il divorzio viene cancellato dall'ordinamento italiano. Per il “no” - per mantenere legale tale diritto – si schiera un ampio fronte partitico che va dai socialisti ai liberali, dal Partito Radicale al Pci. La vittoria di questo fronte (59,26% contro 40,74%) rappresenta di fatto la prima sconfitta del sistema di potere democristiano, che guida l'Italia fin dagli albori della Repubblica. È la vittoria dello Sviluppo contro un fascismo di cui neanche i “nuovi fascisti”, che nulla hanno a che fare con quelli vecchi, auspicano il ritorno, come scrive Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera il 24 giugno[7]. Uno «Sviluppo» che abbandona la Chiesa e il vecchio clericalismo in favore della trasformazione delle classi proletarie e sottoproletarie in borghesia attraverso la nuova «ideologia edonistica» del consumo. È la trasformazione «antropologica» degli italiani di cui scrive Pasolini[8], evidenziando come, con la vittoria del no, il popolo italiano si sia dimostrato più «progredito» di Fanfani e del Vaticano e più «moderno» del Pci, contrario al referendum per evitare una «guerra di religione».

Il Partito Comunista è l'eterno secondo alle elezioni da un decennio, passando dal 25,26% del 1963 al 27,15% del 1972. Ma nel 1974 Enrico Berlinguer diventa l'uomo che vuole «moralizzare la vita pubblica» italiana, evidenziando in un rapporto per il Comitato centrale del partito proprio di quel giugno 1974 come sia

urgente dare inizio a una fase in cui si mette fine ai finanziamenti occulti, agli intrallazzi, alle ruberie, al sistematico sacrificio degli interessi pubblici più sacrosanti (la salute, la difesa del paesaggio e del patrimonio artistico, l'ordinato sviluppo urbanistico, l'onesto rispetto della legge e dell'equità) agli interessi di parte, di corrente, di gruppi e uomini nella lotta per il potere

Solo un compromesso storico Dc-Pci “moralizzato” in senso berlingueriano, scrive Pasolini ne “Il Potere senza volto”, sarà in grado di «correggere» l' «ideologia edonistica» che sta dietro il nuovo modello di sviluppo, per il quale è indispensabile l'appoggio dei partiti di sinistra al «Potere vigente», altrimenti «l'Italia semplicemente si sfascerebbe».

Dal punto di vista elettorale, il patto tra democristiani e comunisti potrebbe nel giro di pochi anni portare Aldo Moro al Quirinale e Berlinguer a Palazzo Chigi, anche alla luce del 34,37% di voti che il Pci prende alle elezioni del 1974, vinte comunque dalla Dc con il 38,71% dei voti.

Fantapolitica? Ucronia? Certo. Ma uno scenario che nelle cancellerie straniere si inizia a guardare con forte timore.

Ipotesi per un colpo di Stato anti(euro)comunista

In Italia c'è un vuoto di potere, scrive ancora Pasolini in un altro articolo, sulla “scomparsa delle lucciole” (Corriere della Sera, 1 febbraio 1975)

È probabile che in effetti il “vuoto” di cui parlo stia già riempiendosi, attraverso una crisi e un riassestamento che non può non sconvolgere l'intera nazione. Ne è un indice ad esempio l'attesa “morbosa” del colpo di Stato[...]

Forse è solo una provocazione, forse una logica deduzione di un uomo che, in quanto intellettuale, «cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico[...]»[9], sta di fatto che nella seconda metà degli anni Settanta l'ipotesi di un colpo di Stato in Italia non è nei pensieri solo di Enrico Cuccia.

Da una serie di documenti declassificati, relativi al 1976, del Planning Staff del Foreign Office – il ministero degli Esteri britannico autore nel 1961 di un dossier sulla pericolosità di Enrico Mattei per il sistema petrolifero globale – emergono le preoccupazioni di Londra per un eventuale arrivo del Partito comunista al governo, che porterebbe alla mutazione politica della Nato e un pericolo di diffusione dell'eurocomunismo in tutto il blocco sovietico. Con il Pci al governo, è la preoccupazione degli atlantici, verrebbero messe in pericolo la sicurezza nucleare e le basi Nato sul territorio italiano. Per questo, scrive l'ambasciatore britannico alla Nato John Killick, «è preferibile una netta amputazione (dell'Italia, ndr) piuttosto che una paralisi interna»[10].

Nel documento del Foreign Office un capitolo viene dedicato all'”Azione a supporto di un colpo di stato o di altre azioni sovversive” (“Action in support of a coup d'Etat or other subversive action”), basato sull'ipotesi di un intervento delle forze politiche di destra coadiuvate dalle forze armate. In un documento all'epoca top secret, l'addetto militare dell'ambasciata britannica a Roma, colonnello Madsen, scrive però che almeno un terzo di esse sarebbero schierate con i comunisti. È il Western European Department dello stesso ministero britannico, ad analizzare le varie contromisure adottabili contro l'arrivo del Pci al governo: finanziamento agli altri partiti, campagne stampa contro il partito e i suoi dirigenti, minacce ai sovietici, pressioni economiche da realizzare anche attraverso il Fondo Monetario Internazionale. Viene preso in considerazione anche uno scenario in cui le relazioni anglo-italiane continuano come se niente fosse, così come il suo opposto: il colpo di Stato, appunto.

Ma il golpe è irrealizzabile, soprattutto per la forza del partito nei sindacati e nell'opinione pubblica. Chi realizza il documento sostiene inoltre che una operazione “coperta” sarebbe difficile da tenere segreta per molto tempo. L'espulsione dell'Italia dalla Nato è uno scenario più realizzabile, anche se ciò significherebbe la perdita delle basi militari atlantiche e la nascita di una Italia “sovietica”, con ampie ripercussioni non solo sulle relazioni italo-atlantiche ma anche sul ruolo della Nato nel Mediterraneo e in Medio Oriente.

Così come John Fitzgerald Kennedy negli anni Sessanta, anche in questo caso le cancellerie internazionali vogliono un governo italiano “moderato”, in grado di tener fuori tanto i comunisti quanto i fascisti. In una riunione segreta tenutasi a Parigi l'8 luglio 1976, i rappresentanti di Stati Uniti - che tengono aperta l'ipotesi di cambio di regime in Italia fin dal golpe Borghese - Francia, Germania e Gran Bretagna definiscono un vero e proprio programma politico per la giustizia, la sicurezza, l'economia e la politica estera da affidare ad una “nuova” Democrazia Cristiana, liberata dalle sue «pecore nere».

Il paese dei golpe ipotetici

Secondo le deposizioni di Giovanbattista Palumbo e Franco Picchiotti in Commissione P2[11], nel 1973 ad Arezzo viene organizzata, a tal proposito, quella che la presidente della Commissione d'inchiesta sulla Loggia, la democristiana Tina Anselmi, definirà la “riunione dei generali”, convocati a Villa Wanda da Licio Gelli, capo della Loggia massonica: ci sono i vertici dei carabinieri di Roma, Milano e Firenze oltre al generale del Sismi Pietro Musumeci ed il Procuratore Generale della Corte d'Appello di Roma Carmelo Spagnuolo. Anche i piduisti, infatti, dal 1971 sono preoccupati per un eventuale governo dei – o con i – comunisti. Durante la “riunione dei generali”, Licio Gelli avrebbe ipotizzato la necessità di una «dittatura di centro» che, aiutata dai militari massoni, avrebbe portato in Italia ad una svolta autoritaria con un regime, guidato da Spagnuolo[12] simile a quello greco. Il progetto piduista non viene portato a conclusione perché la Loggia, in quegli anni, deve fare i conti con l'arresto di uno dei suoi gangli principali: Michele Sindona.

Come il golpe piduista, anche quello discusso da Stati Uniti, Francia, Germania e Gran Bretagna rimane solo un'ipotesi. Scrivono gli analisti del WED che «un regime autoritario in Italia risulterebbe difficilmente più accettabile di un governo a partecipazione comunista». È ormai accertato che nel 1975, dopo la vittoria del Pci alle elezioni regionali, la P2 dà origine al cosiddetto “Schema R” (rinascita), 58 punti nei quali è teorizzata un'Italia presidenziale sul modello gollista, con meno parlamentari – senza immunità – e militari di professione, punto in comune con quanto Eugenio Cefis dice durante il discorso all'Accademia militare di Modena del 1972. Così come il progetto di golpe ipotizzato da Stati Uniti, Francia, Germania e Gran Bretagna, anche la “rinascita piduista” – che abbandonerà lo “Schema R” per dotarsi del più noto “Piano di Rinascita Democratica” – parte dal presupposto della reggenza del potere affidata alla Democrazia Cristiana “depurata”. Un programma nel quale Gelli vorrebbe coinvolgere anche il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, a cui la P2 chiede un forte intervento sul Parlamento per far cessare gli scioperi e riportare la governabilità nelle fabbriche. Scrive Sandra Bonsanti ne “Il gioco grande del potere”[13]

Aldo Moro, la cui controfirma sarebbe stata necessaria, si oppose e dunque dovettero tutti accontentarsi di un messaggio assai meno «golpista» che Leone inviò al parlamento il 15 ottobre 1975 nel quale denunciava la grave crisi del paese, ma ribadiva la validità dei «principi e degli istituti della Costituzione nata dall'epica lotta di liberazione». Il messaggio, controfirmato da Moro, passò sostanzialmente nel silenzio e nella disattenzione generale. Nella ricostruzione successiva delle vicende di quegli anni c'è chi attribuisce proprio alla delusione dei piduisti l'inizio della fine di Giovanni Leone che dovette dimettersi, inseguito da scandali abilmente orchestrati, all'indomani della morte di Moro

Quello della P2 è, riprendendo la perfetta sintesi di Bonsanti, «un colpo di Stato dal cuore dello Stato»[14]. A scrivere il Piano di Rinascita è infatti Francesco Cosentino, tessera 1618 della P2 (iscrizione sempre smentita dall'interessato) e soprattutto segretario generale della Camera dei Deputati che, nel progetto piduista, sarebbe diventato segretario generale del nuovo Presidente della Repubblica. Un elemento, questo, che dovrebbe evidenziare come l'intera storia delle “deviazioni” di quegli anni – dalla P2 ai servizi segreti – sia in realtà uno scontro tra sistemi di potere “non-deviati”.

Una lotta che si combatte tra correnti diverse del Potere invisibile, di quel «criptogoverno» di cui Norberto Bobbio parla fin dal 1974 e che rappresenta il «nucleo più interno» del Potere, a cui è affidata la gestione della res occulta e, per il tramite dei suoi rapporti con il Potere visibile – governi e partiti – è il vero decisore della res pubblica, decidendo di volta in volta quale interesse specifico tutelare e quale contrastare, agendo sulla loro rappresentanza nelle scelte economiche e geopolitiche, nella gestione della cultura e dei servizi segreti e che è – come la Storia italiana ha più volte insegnato – cerniera tra il visibile e il criminale. Un Potere che rimane lontano dai riflettori mediatici, dalle schede elettorali e dalle aule di tribunale finché rimane al comando e che, per dirla con il sindaco di Brescia Emilio Del Bono[15], muovendosi in favore dell'una o dell'altra forza partitica rende la democrazia «falsa e trasparente» quando «tollera, accetta o non combatte energicamente forme di potere occulto».

La scomparsa di Cefis e il Memoriale sottratto

Durante la prigionia Moro parla, racconta e – in mancanza di un prete – confessa alle Brigate Rosse i peccati suoi e della Democrazia Cristiana. Lo fa nelle lettere “palestinesi” e nelle altre missive inviate per chiedere la sua liberazione. E lo fa in quel “Memoriale”, trascrizione dell'interrogatorio tenuto dal capo brigatista Mario Moretti, dove confessa come è gestito quel potere democristiano per cui Pier Paolo Pasolini nel 1975 chiede il processo penale, parlando dei rapporti con i comunisti e con gli americani, dei finanziamenti leciti e illeciti ai partiti che siedono in Parlamento. Nel processo brigatista Moro affronta le stragi di Stato e lo scandalo Montedison, quindici anni prima che se ne accorga la magistratura. E parla, naturalmente, del Lodo e di Gladio (o forse dei Nuclei per la Difesa dello Stato?)

Il documento, come è noto, viene ritrovato diviso: una parte il 1° ottobre 1978 nel covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano dagli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa; una seconda parte, la più “pericolosa” nella quale ad esempio si parla di Gladio, durante la ristrutturazione del vecchio covo l'8 ottobre 1990. Secondo il capitano Roberto Arlati, durante la fotocopiatura del primo documento, il "Memoriale" torna «meno voluminoso, come se alcune carte fossero state sottratte»[16]. Ma ad oggi, trentanove anni dopo, la veridicità di questo dettaglio non è ancora stata accertata. Altri documenti scritti da Moro durante la prigionia – e altri trafugati dalle sue borse durante il sequestro – arrivano alla colonna brigatista di Torino, come ricostruito dalla prima sentenza Moro nel 1983. Esistono altri documenti scritti durante la prigionia? E, se è vera la sottrazione di parte degli originali ritrovati in via Monte Nevoso, cosa contengono i documenti spariti? A chi sono stati consegnati?

Interrogativi per una futura indagine giornalistica e giudiziaria

Molti, ad oggi, sono i misteri che ancora ruotano intorno al Lodo, che in qualche modo sembra collegare molti dei Segreti della Repubblica. Altrettante le domande, che quasi quarant'anni dopo attendono una risposta. Ne aggiungo un paio, a conclusione di questo lungo approfondimento: è per l'impossibilità di realizzare un colpo di Stato che Cefis, rimasto a capo della P2 fino alle dimissioni dalla Montedison e al ritiro a vita privata proprio in quel 1977, lascia il potere (massonico e non) a Gelli e al suo gruppo di potere? Ed è per l'impossibilità di cambiare il regime in Italia attraverso un golpe militare che si decide di mettere in pratica – o di lasciare campo libero alle Brigate Rosse – l'operazione di rapimento e omicidio di Aldo Moro, ovvero del grande tessitore del progetto del Pci al governo? Un progetto, è bene ricordarlo, osteggiato tanto da entrambi i blocchi sul piano internazionale che interno.

Per approfondire:

E infine, per ricollegarci all'attualità: è perché siamo ancora protetti dal Lodo che non abbiamo (ancora) subito attentati come quelli che nei mesi scorsi hanno colpito Francia e Gran Bretagna?

[8 - Fine]

Note

  1. Giuseppe Lo Bianco, Sandra Rizza, Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un'unica pista all'origine delle stragi di Stato, Milano, Chiarelettere, 2009, p.260;
  2. G. Lo Bianco, S. Rizza, op.cit., p.261;
  3. L'“Erba Voglio” che pubblica il discorso di Cefis è diretta dallo psicanalista Elvio Fachinelli, che invia a Pasolini – in fotocopia - “Questo è Cefis” il libro usato da Pier Paolo Pasolini per ricostruire la storia di Aldo Troya in “Petrolio”. La casa editrice che pubblica il libro (Ami) è finanziata dall'Ente petrolifero siciliano di Graziano Verzotto;
  4. G. Lo Bianco, S. Rizza, op.cit., p.49. Continua la nota, p.51: «C'erano stati altri incidenti: uno molto grave riguardava un caso di favoritismo nei riguardi della ditta Lenci, avvallato da Cefis per motivi di natura strettamente personale. Agente Cia.» Dagli appunti di Pietro Zullino, giornalista di Epoca, consegnati il 23 febbraio 1996 al pm Calia;
  5. Pietro Sette, avvocato barese, amico e compagno di scuola di Moro e vicino alla Democrazia Cristiana. Nominato commissario della Breda nel 1950, che porterà nell'alveo dell'EFIM - di cui sarà presidente dal 1962 al 1975 - per poi passare alla guida dell'Eni (1975-1979) e infine dell'IRI (1979-1982);
  6. G. Lo Bianco, S. Rizza, op.cit., p.87;
  7. Pier Paolo Pasolini, Il Potere senza volto, Corriere della Sera, 24 giugno 1974;
  8. Scrive Pasolini ne "Il Potere senza volto": «Vorrei che i miei attuali contraddittori di sinistra comprendessero che io sono in grado di rendermi conto che, nel caso che lo Sviluppo subisse un arresto e si avesse una recessione, se i Partiti di Sinistra non appoggiassero il Potere vigente, l'Italia semplicemente si sfascerebbe; se invece lo Sviluppo continuasse così com'è cominciato, sarebbe indubbiamente realistico il cosiddetto «compromesso storico», unico modo per cercare di correggere quello Sviluppo, nel senso indicato da Berlinguer nel suo rapporto al CC del partito comunista»;
  9. Pier Paolo Pasolini, Cos'è questo golpe? Io so, Corriere della Sera, 14 novembre 1974;
  10. Filippo Ceccarelli, Dalle carte segrete del Foreign Office l'idea di un colpo di Stato in Italia, Repubblica, 13 gennaio 2008;
  11. Commissione P2, Allegati, serie II, vol.111, t.I, pp. 529-532 e p.552;
  12. Sandra Bonsanti, Il gioco grande del potere. Da Gelli al caso Moro, da Gladio alle stragi di mafia, Milano, Chiarelettere, 2013, p.21;
  13. Sandra Bonsanti, op.cit., pp.44-45;
  14. Ibidem;
  15. Norberto Bobbio, La strage di Piazza della Loggia, Brescia, Editrice Morcelliana, 2014, p.7;
  16. Ferdinando Imposimato, Sandro Provvisionato, Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell'inchiesta racconta, Milano, Chiarelettere, 2008, p.278;

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