sabato 16 giugno 2018

OPL245, quella maxitangente archetipo della malacooperazione italiana in Africa

1,3 miliardi di dollari, la più grande tangente dai tempi di Mani Pulite, con al centro uno dei più grandi giacimenti petroliferi dell'Africa: l'Oil Prospecting Leases 245 (OPL245) – 9,23 miliardi di barili di greggio potenziali nel Delta del Niger la cui proprietà è divisa tra Shell ed Eni. È questo il perno del processo che si apre presso la Procura di Milano il 20 giugno, in un contesto fatto di petrolio e tangenti, ma anche di tentati omicidi e magistrati corrotti. Mentre la prescrizione, con oltre 200 testimoni ascoltabili, è più che una mera ipotesi.

Buhari II, dall'indisciplina alla corruzione

Ogni dollaro sottratto attraverso affari sporchi e corruzione verso i paradisi fiscali offshore rende il sostentamento e la sopravvivenza dell'africano medio più precari

Londra, 12 maggio 2016, Summit contro la corruzione: a parlare così è il generale Muhammadu Buhari, 76 anni, dal marzo 2015 Presidente della Nigeria, Stato più popoloso d'Africa dove il 65% della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno (fonte: Cdca). È una vecchia conoscenza della politica nazionale: artefice di un colpo di Stato nel 1984, quando instaura una «guerra all'indisciplina» che tra le altre prevede la pubblica umiliazione per i dipendenti pubblici ritardatari o frustate per chi non è perfettamente in fila in attesa dell'autobus. Forte oppositore del presidente Goodluck Jonathan (2010-2015), è eletto come “uomo del cambiamento” soprattutto dai bacini elettorali di quelle aree – come il nord dal quale proviene – che non beneficiano dei proventi petroliferi.

Per approfondire:

La lotta alla corruzione, perno del suo mandato presidenziale, non può dirsi completa – la corruzione percepita è la stessa del 2012[1] – ma concreta: a guidare la Commissione per i Crimini Economici e Finanziari (l'Autorità anticorruzione nigeriana, EFCC in inglese) è Ibrahim Magu, da aprile 2018 capo della Polizia (nonostante qualche ombra[2]) che, per il suo lavoro subisce un attentato nel quale a morire è il suo capo scorta. È Magu a richiedere l'annullamento delle licenze per lo sfruttamento del giacimento di Eni e Shell per riassegnarle con regolare asta internazionale come prevede la legge: per le compagnie petrolifere significa non solo una perdita diretta di 1,3 miliardi, ma anche il pagamento di sanzioni pari a 6,5 miliardi di dollari oltre agli eventuali costi di riacquisto e varie multe. Dall'affare al salasso il passo sarebbe breve.
I ministri della Giustizia e del Petrolio si schierano contro il processo: le licenze sono state assegnate irregolarmente ma, dicono, non ci sono prove per processare Eni e Shell per corruzione. È a questo punto che, per fermarne il lavoro, un commando tenta di uccidere Magu, ma a morire è il suo capo scorta. Ignoti tentano anche di falsificare il rapporto che l'EFCC presenta al Presidente, che però ottiene da Magu la versione reale del testo. L'ordine di Buhari è chiaro: «procedere con il caso giudiziario fino alle sue logiche conseguenze».

Per approfondire:

Tutto questo mentre tra Siracusa, Trani e Milano – dove da gennaio è aperto anche un procedimento per inquinamento promosso dalla comunità Ikebiri (composta da circa 5.000 persone) – si indaga su un gruppo di imprenditori, giudici e avvocati accusati di aver aperto un'indagine su un falso complotto contro Descalzi al solo fine di bloccare le indagini sulla tangente nigeriana e su un'indagine simile aperta in Algeria (tangente da 197 milioni di euro che coinvolge la controllata Saipem).
Un tentato omicidio, un'indagine su un finto complotto creata solo per bloccare il vero processo a Milano: quanto è importante, e a questo punto pericoloso, l'affaire OPL245?

Per approfondire:

Petrolio&(gruppi di)Potere

1,1 miliardi di dollari dall'Eni, altri 200 milioni dalla Shell: è su queste cifre che nel 2017 la Procura di Milano rinvia a giudizio 12 persone per concorso in corruzione internazionale. Al centro del procedimento il giacimento OPL245, dal 1998 di proprietà della Malabu Oil&Gas, società riconducibile all'ex ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete, che se ne auto-assegna la proprietà alla morte del generale-dittatore Sani Abacha alla guida della Nigeria dal 1993. Tra gli indagati ci sono Claudio Descalzi, attuale amministratore delegato Eni, l'ex a.d. Paolo Scaroni e il faccendiere ed ex giornalista Luigi Bisignani.

Per approfondire:

La ricostruzione:

Che sia Etete il vero proprietario del giacimento è noto almeno dal 2007, quando la Francia lo condanna per le tangenti relative all'impianto di liquefazione del gas di Bonny Island, in cui è coinvolta Snamprogetti Netherlands Bv, controllata dall'Eni (Corriere della Sera; Repubblica).

I primi contatti per l'affare OPL245 si registrano nel 2009: è Emeka Obi, proprietario della Eleda Capital Partners a contattare via mail Roberto Casula, vicepresidente esecutivo Eni in Nigeria e presidente della Nigerian Agip Exploitation (Nae) e dalla Nigerian Agip Oil Company (Naoc), le due società con cui il Cane a sei zampe si muove in Nigeria. Quattro giorni prima alla società di San Donato arriva un'offerta identica, proposta dall'ex manager Naoc Olufemi Akinmade, uomo di fiducia di Etete, che contatta l'amministratore delegato Nae – Ciro Pagano – per aprire una linea diretta tra l'ex ministro e il gruppo italiano. Questa strada viene inspiegabilmente scartata: il 24 febbraio 2010 Casula firma un accordo con la Energy Venture Partners, società di facciata di Obi domiciliata nelle Isole Vergini britanniche, che di fatto vincola Nae a trattare solo tramite la mediazione di Obi almeno per tutto l'anno successivo.


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A spiegare la scelta è un altro processo che si tiene a Milano in quel periodo: quello alla cosiddetta P4, nel quale sono indagati tra gli altri Luigi Bisignani e Luigi Di Nardo e dalla quale emergono i contatti tra Bisignani, Scaroni e Descalzi. È Di Nardo, attivato da Obi, a segnalare al «vecchio amico» Bisignani il possibile affare. A sua volta, Bisignani contatta Scaroni che gira tutto a Descalzi, non solo perché questi per anni è stato capo Eni in Nigeria, ma soprattutto perché è lui che deve occuparsi dell'affare in quanto responsabile del settore oil della società. Se l'affare andrà in porto, evidenzia Di Nardo a Bisignani, entrambi ne trarranno guadagno.

Ma nella seconda metà di novembre 2010 l'EFCC arresta Giuseppe Surace, direttore esecutivo Saipem nel Paese, insieme a dieci dirigenti della statunitense Halliburton, per le tangenti relative al progetto Bonny Island per le quali alla fine Eni paga un risarcimento di 365 milioni di dollari. Il governo nigeriano revoca così la concessione alla Malabu, rilasciando alle due compagnie petrolifere – vincitrici di un ricorso all'Alta Corte – una nuova licenza per il giacimento OPL245 per la cui quota-parte (50%) Eni paga 1,1 miliardi di dollari, Shell 207 milioni. Di fatto la trattativa imbastita da Obi decade: insieme ad un altro mediatore – l'ex agente segreto e ambasciatore russo in Colombia Ednan Agaev – l'uomo a Londra fa causa alla Malabu, chiedendo 215 milioni di euro per la mediazione. Otterrà solo 112 milioni, da Etete, ma il fatto interessante è che l'ex ministro nigeriano dichiara che «gli italiani avevano un accordo con lui (Obi, nda) per alzare il prezzo di 200 milioni e portare via quei soldi all'Eni». “Gli italiani”, dice, sarebbero Scaroni, Descalzi, Casula e Vincenzo Armanna, vicepresidente Eni in Nigeria.

Durante le indagini Armanna diventa il “grande accusatore” dell'Eni, oltre ad essere tirato in ballo anche nel filone sul “falso complotto”: prova a far desistere Descalzi dal fare affari con Etete – ma gli viene risposto che la questione è stata decisa direttamente da Milano – e per questo viene spedito in Congo, Uganda, Arabia Saudita, Iran e Qatar, dove blocca un affare per l'acquisto del giacimento Adco (1,5 milioni di barili al giorno, 50% della produzione locale). È l'operazione che porta al suo licenziamento. È Armanna che, in un colloquio diretto con Etete, scopre che Obi non ha alcun mandato.

Che fine hanno fatto i soldi della tangente Eni-Shell?

Intanto, il 24 maggio 2010 l'Eni versa il denaro sul conto aperto dal governo nigeriano presso la JP Morgan Chase di Londra. Una settimana dopo il miliardo di dollari viene girato alla banca svizzera Bsi, sul conto della Petro Service, riconducibile secondo gli inquirenti a Gianfranco Falcioni, uomo d'affari italiano e viceconsole onorario della Nigeria, alla quale fornisce tecnologia petrolifera. La PS ha un'altra particolarità: in Congo ha la stessa casella postale della “Elengui Ltd”, la cui proprietaria è Marie Madelaine Descalzi, moglie dell'ad Eni.

Forse per paura di un'inchiesta per riciclaggio, la Bsi rigetta il bonifico, che così viene girato dal governo alla Malabu, senza che la società abbia più alcun titolo essendo ormai fuori dall'affare. Da qui seguire i flussi diventa più complicato: 800 milioni potrebbero essere stati retrocessi ad Etete, ma non c'è sicurezza di questo, mentre 400 milioni finiscono su tre conti offshore controllati da Abubakar Aliyu, fiduciario di vari membri del governo nigeriano: oltre allo stesso Etete (250 milioni), la Procura di Milano accerta che parte del denaro finisce nei conti del ministro della Giustizia – Mohammed Bello Adoke, condannato per frode nel 2016 – del Petrolio (Kiezani Alison Madueke) e della Difesa (Aliyu Gusau). Altri 50 milioni di euro, secondo l'ipotesi accusatoria, tornano nei conti dei manager Eni, che così frodano tanto l'azienda per la quale lavorano che lo Stato, primo azionista Eni con il 30% di proprietà.

L'importanza della giustizia “dal basso”: l'azionariato critico in Eni

I danni del petrolio nel Delta del Niger(“Il Delta dei Veleni”, Re:Common, 2012) sono noti da tempo, ma il processo che si apre il 20 giugno è basato sul lavoro di ricerca sulla corruzione in Nigeria svolto da Dotun Oloko e incentrato su James Ibori, ex governatore dello Stato. È in quest'area che, nel corso degli anni, si sviluppano gruppi di resistenza – o terroristici a seconda dell'interesse petrolifero della fonte – come il Mend (Movimento per l'Emancipazione Niger Delta, non più in attività dal 2009) o i New Niger Delta Avengers.

Per approfondire:

Dalle ricerche di Oloko emerge che alcune società di Ibori, dedite al riciclaggio di denaro, sono finanziate da Emerging Capital Partners, fondo di private equity africano finanziato anche con il denaro di governi occidentali e della Banca europea per gli investimenti. La storia di Oloko è paradigmatica, secondo Luca Manes, che nel 2015 cura per Round Robin e Re:Common i testi di Soldi Sporchi”, la graphic novel – disegnata da Claudia Giuliani – che racconta il muro di gomma contro cui sbatte Oloko

Permette di toccare molti punti importanti e, a tratti, assai dolenti: il filo della corruzione che tiene insieme Africa e Occidente, lo sfruttamento del territorio nigeriano da parte delle multinazionali del petrolio, le ombre della cooperazione internazionale, il paradosso per cui in soccorso dei paesi più fragili troppo spesso corrono proprio i soggetti che hanno contribuito e contribuiscono a determinare tale fragilità

Ricerche che si sono avvalse anche dell'aiuto di associazioni come Global Witness e la stessa Re:Common, due delle organizzazioni che a maggio 2018 si sono presentate all'assemblea degli azionisti Eni per fare azionariato critico, una pratica poco usata in Italia, dove è diffusa da una decina d'anni.

Molto sviluppato in Europa e negli Stati Uniti, tramite l'acquisto di una parte minima delle azioni della società incriminata, l'azionariato critico permette di partecipare alle assemblee degli azionisti, così che attivisti e gruppi di attivisti possano non solo denunciare i crimini commessi dall'azienda, ma anche porre domande su come gli azionisti con potere decisionale intendono porre fine a tali situazioni, che spesso si identificano nella violazione dei diritti umani o nel mancato rispetto dell'ambiente, come avviene per Eni e Shell nel Delta del Niger.

In Italia il principale gruppo che si occupa di azionariato critico è la Fondazione Finanza Etica (FFE), che negli anni ha acquistato azioni dei più importanti e controversi gruppi industriali italiani: Enel ed Eni (Re:Common; Banca Etica) nel 2007, Finmeccanica (oggi Leonardo) nel 2016.
Proprio nell'ultima assemblea degli azionisti del primo produttore italiano di armamenti – partecipato al 30,2% dal ministero del Tesoro – la FFE si è presentata lo scorso maggio per denunciare il «progressivo sbilanciamento della produzione verso commesse militari, che ha portato ad un crollo della redditività dell'impresa e ad una diminuzione dell'occupazione». Azioni simili sono state fatte negli anni contro Telecom e le bollette gonfiate o contro la Rheinmetall AG, società tedesca proprietaria di Rwm Italia SpA che in Sardegna produce le bombe utilizzate nella guerra in Yemen.

L'azionariato critico è considerato un efficace strumento di democrazia economica: non solo permette ai piccoli azionisti di poter parlare in assemblea, ma permette di presentare agli azionisti – e molto spesso alla stampa – le istanze dei cittadini dei Paesi (spesso del cosiddetto Sud del mondo) in cui le pratiche criminali delle grandi aziende (del cosiddetto Primo mondo) hanno un impatto concreto. «L'azionariato critico non può modificare da solo l'attività delle imprese», evidenzia nel 2010 ad AffariItaliani.it Ugo Biggeri, all'epoca presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica onlus, «ma aiuta sicuramente il dialogo». E aiuta, altrettanto sicuramente, l'attività di controllo della corruzione, un problema «ad alto potenziale» per l'Eni secondo l'Eiris[3], nonostante nel 2010 un altro caso di corruzione dell'Eni in Nigeria si sia concluso con un deferred prosecution agreement[4] con il quale la società si impegnava a tenere elevati standard etici, di gestione dei rischi e di due diligence (cioè di controllo sulle condizioni economiche e sul bilancio della società).

Perché (non) li aiutiamo a casa loro

Dalla Nigeria, fulcro della rotta migratoria dall'Africa occidentale verso le coste della Libia, si emigra anche e soprattutto per questioni legate al petrolio, che rappresenta il 75% delle entrate del governo centrale e il 90% delle esportazioni, in primis corruzione e danni ambientali. Una situazione che, da questo lato del Mediterraneo, riecheggia in Val d'Agri (Basilicata).

A questo punto il ragionamento è piuttosto semplice: se davvero l'Italia vuole aiutare i migranti «a casa loro», perché non iniziare eliminando la “nostra quota” di corruzione e danni ambientali – prodotti anche da grandi gruppi come Eni, Leonardo (impegnata anche nel business delle frontiere) o Salini-Impregilo[5] – dall'Africa? Perché, come evidenzia Dino Bonaiuto su Left del 4 maggio 2018[6] che i più consistenti flussi migratori dall'Africa verso l'Europa (Nigeria e Corno d'Africa) si sviluppino là dove è forte la presenza di grandi gruppi industriali forse non è proprio un caso. E qui, allora, diventa interessante una domanda che circola sui social dopo l'”affaire Aquarius”: se fosse l'Africa a chiudere i porti?

Ci aspettiamo molto da questo processo, sia per fare giustizia che per mandare un messaggio alle due società coinvolte, ma anche alle altre in Nigeria e negli altri paesi in via di sviluppo. Le aspettative non sono solo mie o del popolo nigeriano, ma coinvolgono tutti i cittadini dei Paesi in via di sviluppo e quelli a forte rischio corruzione. C'è bisogno di vedere che nei Paesi di origine di queste multinazionali si fanno rispettare le norme internazionali per la responsabilità delle imprese

(Lanre Suraju, associazione nigeriana “Heda” - Human and Environmental Development Agenda)

Note

  1. Il Paese è addirittura sceso in classifica dal 132° posto del 2012 al 148° (su 180) del 2017;
  2. Accusato di bullismo verso il proprio staff, la sua nomina a presidente dell'EFCC è stata al centro di uno scontro tra la Presidenza e il Parlamento: riprendendo le accuse da un rapporto del Servizio di sicurezza di Stato, il Senato lo accusa di "mancanza di integrità" e, addirittura, di essere lui stesso un "ostacolo" alla lotta alla corruzione (Nigrizia; Agenzia Nova);
  3. La Eiris Foundation è un'organizzazione di beneficenza britannica che da oltre trent'anni si occupa di responsabilità d'impresa e responsabilità degli investimenti;
  4. Accordo giudiziale con il quale l'azione penale promossa in tribunale contro un'azienda viene sospesa per un determinato periodo di tempo, affinché la stessa possa adempiere ad una serie di richieste da parte della Procura che, una volta sostenute, possono portare al blocco definitivo dell'iter processuale;
  5. Diga “Gibe I”, costruita dalla Salini-Impregilo nel 1999 ha provocato lo spostamento forzato di circa 10 mila persone; la magistratura ha indagato sul finanziamento della diga “Gibe II”, parzialmente crollata nel 2011 pochi giorni prima dell'inaugurazione; il bacino artificiale creato dalla sbarramento della diga “Gibe III” ha gradualmente sommerso i territori della Valle dell'Omo, provocando fortissimi danni ad agricoltura e allevamento, cioè le fonti di sostentamento principali delle popolazioni locali, ridurrà inoltre il livello del lago desertico Turkana in Kenya, il più grande del mondo. 500.000 persone saranno colpite dagli effetti di tale progetto. Fonte: Luca Manes “Morire di sete nel Paese delle dighe”, Left – 4 maggio 2018;
  6. Cosa non si fa per un posto al sole – Dino Buonaiuto, Left, 4 maggio 2018;

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