venerdì 8 giugno 2018

“Processo” ad Antonio Mazzeo, l'obbedienza (militarista) sta tornando una virtù?

11 giugno 2018: Messina processa la disobbedienza e la libertà di pensiero. Sul banco degli imputati c'è Antonio Mazzeo: giornalista, ricercatore sui temi della pace, della risoluzione non violenta dei conflitti e sulla militarizzazione del territorio oltre che professore, da 34 anni, presso l'ICS “Canizzaro-Galatti”. La dirigente scolastica, dottoressa Giovanna Cacciola, lo accusa di aver «più volte denigrato» l'operato della scuola e dei suoi dirigenti, avendo denunciato l'ennesimo atto di militarizzazione delle scuole italiane. Formalmente, l'accusa è «mancata osservanza del codice comportamentale dei dipendenti pubblici», di fatto è un “processo” politico all'attivismo pacifista e antimilitarista.

Nello specifico, Mazzeo ha evidenziato su vari organi di informazione la sua contrarietà ad un evento, realizzato presso la sua scola lo scorso 17 aprile, che ha coinvolto la banda della Brigata Meccanizzata “Aosta” dell'Esercito italiano, di cui rappresenta reparto d'élite oltre che essere gruppo di pronto di intervento Nato. Il contesto è quello del progetto “Studenti e Militari uniti nel Tricolore, che la Regione Sicilia promuove in varie scuole dell'isola. Dello stesso tenore è un altro ampio progetto rivolto agli studenti siciliani delle scuole secondarie di I° e II° livello, che Palazzo d'Orleans affida sempre all'Esercito (oltre all'”Aosta” è coinvolto anche il Comando Militare “Sicilia”) per la commemorazione della Prima Guerra Mondiale. Una scelta giustificata dalla Regione con la necessità di dare agli studenti una «conoscenza approfondita della grande Guerra» che valorizzi il «contributo di una generazione di giovani italiani» così da promuovere il «valore dell'identità nazionale». Obiettivi che potrebbero essere raggiunti sfruttando i “civili” professori di storia.

Mazzeo, come scrive in un articolo su I Siciliani Giovani, è accusato di:

  • aver definito il suddetto evento una parata bellico-musicale con la partecipazione obbligatoria di bambini* e preadolescenti della scuola dell'infanzia, primaria e secondaria
  • aver definito una doppia mistificazione storico-sociale, quella dell'Esercito e di quei dirigenti scolastici che in violazione del dettato costituzionale e con ordini di servizio palesemente illegittimi hanno imposto le attività musico-militare ai propri docenti ed alunni
  • aver paragonato l'attività didattica svoltasi nel cortile scolastico alle parate fasciste del 1942
  • aver definito tale attività didattica vergognosi spettacoli di manipolazione della verità e delle coscienze
  • aver scritto gli atti del tutto illegittimi della dirigenza impediscano de facto l'obiezione di tanti insegnanti

*(grassetti miei, nda)

Insegnare l'obbedienza per creare consenso

Partecipare agli eventi, per gli alunni, è di fatto obbligatorio anche se, evidenzia Mazzeo, la presenza dell'Esercito nella scuola è «in contrasto con i valori didattico-educativi», realizzata, per quanto riguarda la “Canizzaro-Galatti”, proprio «nei giorni in cui si consuma l'ennesima tragedia di guerra internazionale utilizzando ancora una volta come piattaforma di morte la Sicilia e le sue basi militari».

La militarizzazione delle scuole inizia dall'anno scolastico 2012-2013 grazie ad un accordo Esercito-Miur (Ministero dell'Università e della ricerca) che prevede:

conferenze informative rivolte agli studenti degli istituti scolastici di primo e secondo grado[...]tenute da personale militare debitamente specializzato/formato per informare gli studenti circa le opportunità professionali e gli sbocchi di carriera, con particolare riferimento ai corsi per l'accesso alle varie categorie (Ufficiale, Sottufficiali, Graduati). Vengono inoltre organizzate visite da parte di scolaresche presso gli Enti della Forza Armata finalizzate a far conoscere direttamente la vita di tutti i giorni dei reparti dell'Esercito

Una presenza “promozionale”, che prevede collaborazioni per film e telefilm> (“Solo per Amore”; “Due Soldati” con la Rai); radio (Rtl 102.5); moda – la linea di abbigliamento “Esercito 1659”, realizzata «per proiettare l'Esercito nel mondo della commercializzazione» – la partecipazione tanto ad eventi “tecnici” (“Giornata delle Forze Armate” del 4 novembre o il “Progetto Allenati per la Vita”) quanto “civili” come il “Rimini Wellness”, il “Salone del Libro” di Torino[1] o il 6 Nazioni di rugby, dove uno stand dei Carabinieri viene allestito per la partita Italia-Inghilterra (4 febbraio 2018).

L'attività didattica dell'Esercito, che si sviluppa lungo tutto il percorso scolastico, dalle scuole materne all'università[2], con progetti «contro la dispersione scolastica» che prevedono visite agli impianti, alle basi o ai mezzi. Tra i casi più recenti l'area adibita all'ultimo raduno degli Alpini a Trento (maggio 2018) per far provare le armi a bambini delle scuole elementari, accompagnati dalle loro maestre, mentre sempre più ampie le denunce contro “Hit Show, l'annuale esposizione delle armi che si tiene a Vicenza e che – unica in Europa – permette la partecipazione dei minori.

Negli anni, la stampa – soprattutto quella antimilitarista e pacifista – ha raccontato degli studenti di Giugliano (Napoli) in gita al centro radar di Licola, fondamentale nelle guerre nei Balcani e in Libia i cui lavori di potenziamento infrastrutturale sono stati subappaltati al clan camorristico dei casalesi; del patrocinio Unicef all'uso dei bambini chiamati a salutare il ritorno della Brigata “Garibaldi” dall'Afghanistan o dei pullman dell'Esercito usati dal Comune di Castelletto Sopra Ticino (Novara) per accompagnare i bambini al cinema. Ad aprile la Regione Veneto – tra le più militarizzate d'Italia – ha istituito una Giornata di riflessione e sensibilizzazione” sull'operato del Comando interforze del Nord Italia, impiegato ad esempio nella vigilanza esterna al cantiere TAV in Val di Susa.

L'attività didattica dell'Esercito pone attenzione anche all'inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, in un Paese che vive una gravissima crisi occupazionale soprattutto nel Sud Italia da dove – non a caso – arriva quasi la metà del personale (49% secondo il rapporto Esercito 2017). Scrive Pietro Saitta su StampaLibera.it che tale attività è, in sostanza

una straordinaria campagna comunicativa, volta tanto a definire una rappresentazione pubblica di sé quanto a garantirsi una propria dotazione organica per anni a venire che si immaginano di crisi e di impegno in situazioni di conflitto e post-conflitto.

È da leggersi in tal senso – e non con la lente del neonazionalismo dunque – la (irrealizzabile) proposta del ministro dell'Interno Matteo Salvini di reintrodurre la leva obbligatoria, sospesa dal 2005?

Per approfondire:

Dalla scuola dovrebbe invece arrivare la principale opposizione all'ideologia militare: perché la prima insegna – o dovrebbe insegnare – il senso critico[3] e l'autonomia individuale mentre il secondo è il regno dell'obbedienza, ma soprattutto perché è spesso grazie ai tagli all'istruzione che vengono finanziati i progetti militari e dell'industria bellica.

Vogliamo parlare di difesa sociale? Dunque, facciamo partecipare nella scuola associazioni, gruppi che da decine di anni si interessano di risoluzione pacifica e nonviolenta dei conflitti interpersonali, di interventi di prevenzione, di protezione civile, di accompagnamenti di persone minacciate, di difesa dei diritti civili, di lotta alla mafia, dei corpi civili di pace e di interventi di pacificazione nelle zone interessate da conflitti armati, ecc.[4]

Per approfondire:

Storia di un Obiezione (di coscienza)

Non solo professori e attivisti, ma anche normali genitori protestano contro questo tipo di accordi, scrivendo lettere o impedendo ai figli di partecipare alle attività didattico-militari o chiedendo eventi per bilanciare la narrazione militarista. La contronarrazione alla militarizzazione scolastica – antimilitarismo, per usare i nomi appropriati – non è solo esercizio della libertà di pensiero ed espressione (art.21 Costituzione italiana) o ripudio della guerra (art.11): è anche denuncia della violazione dell'art.38 della Convenzione internazionale dei diritti del fanciullo[5].

È l'esercizio dell'obiezione di coscienza, un diritto riconosciuto in Italia dal 1998 ma che viene già proposto in fase di formulazione della Costituzione (proposta Calosso-Giordani). Riconosciuto dall'Onu dal 1987 «per motivi etici, religiosi, filosofici, di coscienza e comunque di libero pensiero», è esercitato – come sentimento personale – fin dalla Prima Guerra Mondiale, quando si registrano 470.000 processi per renitenza alla leva e oltre un milione di denunce per reati come la diserzione, la procurata infermità e l'ammutinamento. Già dal 1946 nelle carceri italiane iniziano arrivare obiettori come Pietro Pinna, in seguito senatore della Repubblica (Psiup, 1972-1976) e fondatore del Movimento Nonviolento con Aldo Capitini ed altri. A portare l'obiezione di coscienza nel dibattito pubblico è però la Lettera ai cappellani militari” di don Lorenzo Milani – che per questo verrà processato per “apologia di reato[6] – che il quotidiano “La Nazione” pubblica l'11 febbraio 1965. Sono gli anni in cui il sindaco di Firenze Giorgio La Pira fa proiettare l'antimilitarista “Non uccidere” nonostante la censura, anni in cui in carcere come obiettori, oltre ai credenti cristiani, ci vanno anche anarchici, socialisti e nonviolenti in genere.

Obiezione di coscienza è proprio questo “obicere”, questo gettare contro l'imperativo giuridico un altro imperativo che scaturisce da una legge diversa ritenuta superiore dalla coscienza[7]

Nel 1972 la “legge Marcora” (l.772/1972) concede il rifiuto all'uso delle armi. È una legislazione in materia ancora embrionale, e il verbo non è casuale: il servizio civile rimane sotto il controllo della Difesa, che lo porta dai 12 mesi del servizio militare a 20 mesi, esclude l'obiezione "politica" e lascia la giurisdizione ai codici - e dunque ai tribunali - militari. Il diritto al rifiuto militare arriva solo nel 1998 (legge n.230), mentre la sospensione della leva obbligatoria arriva solo nel 2005.

Per approfondire:

La demilitarizzazione scolastica come campagna europea

È su questo tracciato legislativo-culturale che, nel tempo, vengono create campagne per l'obiezione alle spese militari – idea che si sviluppa tra le marce di protesta all'installazione dei missili a Comiso (1982) – o la campagna “Scuole smilitarizzate, promossa dal 2013 da Pax Christi-Italia: oltre a denunciare la crescente presenza delle Forze Armate nelle scuole, la campagna chiede agli istituti scolastici aderenti, firmatari di un apposito “manifesto”, di esporre un logo di “demilitarizzazione” per informare i genitori. Dalla Germania alla Repubblica Ceca, passando per l'Ungheria di Viktor Orbán, l'obiezione alla militarizzazione scolastica è, evidentemente, una necessità sempre più europea.

Smilitarizzare la scuola rientra in una più ampia campagna - “Un'altra Difesa è possibile” - il cui obiettivo finale è l'istituzione di un “Dipartimento della Difesa Civile non armata e non violenta”, a cui affidare la gestione dei Corpi civili di pace e di un nuovo Istituto di ricerche sulla Pace e il Disarmo. Un ufficio finanziato tanto dallo Stato quanto dall'obiezione fiscale dei cittadini nella dichiarazione dei redditi e che porti la Difesa ad abbandonare l'opzione militare per intervenire con «mezzi e strumenti non armati[...]nelle controversie internazionali», lavorando alla protezione della salute e alla salvaguardia dell'ambiente e del territorio.

L'obbedienza è di nuovo una virtù?

Chiediamoci a quali valori debba davvero educare la scuola e quali siano le priorità: 64 milioni di euro al giorno in spese militari o mettere a norma l'edilizia scolastica? Investire fondi nell'acquisto di cacciabombardieri F35 o nelle scuole e nella creazione di un'alternativa allo sfruttamento-alternanza scuola-lavoro?[8]

Riprendendo da don Milani, e guardando non solo al “processo” Mazzeo ma anche al clima culturale che da anni si respira in Italia – e che oggi è forza di governo – sorge logica una domanda: l'obbedienza sta tornando una virtù?

Guardando alla militarizzazione delle scuole e alla volontà governativa di armare i cittadini, inoltre: nei prossimi anni dovremo preoccuparci della prima Columbine italiana??

Perché, come chiede Antonio Lombardi di Pax Christi Napoli in un articolo per Mosaico di Pace:

a quale modello di cittadino si formano gli alunni quando si militarizzano le loro esperienze educative?

Per approfondire:

Note

  1. Tutti i dati sono ripresi dal Rapporto Esercito 2017 (.pdf);
  2. Proprio a Messina, lo scorso 31 maggio, l'Università ha firmato una partnership con la Marina Militare volta a sviluppare «sinergie e rapporti di collaborazione [nelle] diverse aree di comune interesse e potenziali partenariati strategici» in campi come l'innovazione, la formazione, l'educazione digitale o la tutela dell'ambiente, al fine – scrive Mazzeo per l'agenzia Pressenza – di «costituire a Messina un vero e proprio complesso militare-industriale-accademico»
  3. Le scuole «si trasformano in strutture che educano al consenso verso un'istituzione in cui la violenza non è accessoria ma sostanziale[...]Sintonizzando le personalità degli alunni con tale struttura di potere, in cui le relazioni fortemente gerarchizzate non lasciano che un minimo spazio alla coscienza e all'iniziativa individuale, la scuola rinuncia ad essere un laboratorio di sviluppo del senso critico e di ricerca di alternative senza violenza», cit. Antonio Lombardi, Satyagraha, Manuale di addestramento alla difesa popolare nonviolenza, Edizioni Dissensi, Viareggio 2014, p.9;
  4. L'idea fallimentare di una scuola militarizzata – Adriano Moratto, lettera al direttore del Giornale di Brescia, 4 aprile 2017;
  5. «gli Stati parti si astengono dall’arruolare nelle loro forze armate ogni persona che non ha raggiunto l’età di quindici anni; nell’incorporare persone aventi più di quindici anni ma meno di diciotto anni, essi si sforzano di arruolare con precedenza i più anziani», articolo 38, comma 3, della Convenzione sui diritti dell'Infanzia, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata dal Parlamento italiano il 27 maggio 1991;
  6. Don Milani verrà assolto in quanto morto durante l'iter processuale;
  7. Rodolfo Venditti, Le ragioni dell'obiezione di coscienza. Intervista di Pietro Polito, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1986, p.33;
  8. Quando l'esercito entra nelle scuole per promuovere l'identità nazionale – Osservatorio repressione, 2 febbraio 2018;

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