venerdì 29 giugno 2018

Uranio impoverito, “negazionismo” di Stato per tutelare l'affare dei poligoni tossici?

#UranioImpoverito

Risulta del processo di arricchimento dell'uranio, usato in ambito militare, impiegato per l'alta capacità di penetrazione e il basso costo, è stato impiegato nelle guerre degli ultimi vent'anni, dalla prima Guerra del Golfo alla guerra in Siria. Portando con sé malformazioni (anche genetiche), malattie e tumori tra militari e popolazioni civili. Ma il ministero della Difesa nega tutto. Nonostante un numero sempre più alto di morti.

345 morti e oltre 7.000 malati in circa vent'anni[1]: sono i numeri della “Sindrome dei Balcani”. Sono le storie dei militari italiani affetti da tumori per l'esposizione all'uranio impoverito durante la guerra nei Balcani o ad altri agenti tossici nei poligoni di tiro sparsi sul territorio italiano. Sono i numeri di una menzogna istituzionale: che l'Italia, quel materiale tossico, non lo abbia mai usato. Eppure le prove raccontano una storia molta diversa.

La “guerra sporca” dell'uranio impoverito

Infezioni a polmoni, reni o alla circolazione; stanchezza cronica, leucemie e linfomi di Hodgkin: sono alcune delle malattie diagnosticate ai militari italiani che negli anni Novanta vengono impiegati nel conflitto balcanico. Malattie che i Tribunali italiani, negli anni, accertano essere correlate proprio all'impiego dell'uranio impoverito, usato per la prima volta durante la prima Guerra del Golfo (agosto 1990 – febbraio 1991). Da quel momento e nei successivi conflitti – la Somalia e i Balcani negli anni Novanta, l'Afghanistan e l'Iraq dei primi anni Duemila e, oggi, la Libia e la Siria[4] – saranno impiegati, riporta la Nato:

  • 10.880 proiettili in Iraq, pari a 300 tonnellate di uranio impoverito;
  • 9.700 proiettili in Bosnia, pari a 2,7 tonnellate;
  • 32.000 in Kosovo, pari a 8 tonnellate, sparati soprattutto nell'area controllata dall'Italia (17.237 proiettili);

Infezioni e malattie derivanti dallo scarto dell'arricchimento dell'uranio (U.235), metallo tossico e radioattivo presente in natura ed impiegato tanto in ambito civile (uranio arricchito, impiegato in centrali nucleari o schermature nella radiografia industriale) che militare, sottoforma di uranio impoverito (U.238), considerato arma incendiaria, sostituisce il tungsteno monocristallino, venticinque volte più inquinante e, soprattutto, più costoso. È impiegato soprattutto nelle munizioni anticarro, per la sua maggior capacità di penetrazione nelle pareti d'acciaio e nella corazzatura di alcuni sistemi d'arma: al momento dell'impatto, il proiettile esplode in frammenti incandescenti che arrivano fino a 3000 °C (“piroforicità”). Ciò che rimane sul terreno si ossida rilasciando polvere di uranio impoverito, che contamina l'area entro un raggio di 50 chilometri, divenendo tossico per l'uomo se inalato, toccato senza le dovute precauzioni o ingerito. La sua ampia diffusione, evidenzia il professor Massimo Zucchetti, deriva anche dalla «scomodità di trattarlo come rifiuto radioattivo», ma soprattutto dall'alta economicità: 1 kg di uranio impoverito costa solo due dollari. Non è materiale che si acquista sul libero mercato: la compravendita è infatti soggetta alla legge 185/1990 e, di conseguenza, ad autorizzazione e vigilanza governativa.

Per approfondire:

Quelle da uranio impoverito sono infezioni e malattie “politiche”: perché quella che per alcuni è “Strage di Stato” poteva essere evitata – o comunque contenuta – se gli alti vertici istituzionali avessero dato ai militari sul campo le necessarie istruzioni e precauzioni, che gli Stati Uniti diffondono già nel 1994 attraverso una registrazione vhs - “Warming '94[5] - nella quale sono fornite tute le informazioni utili per maneggiare in maniera sicura l'uranio impoverito, compresa l'attrezzaturra da utilizzare. La tossicità di questo materiale è nota già dal 1979, grazie ai test realizzati nei deserti di Aberdeen e Yuma, negli Stati Uniti. Del 1987 il primo manuale di istruzioni, in seguito trasformato in bollettino per il personale militare, realizzato dall'Esercito statunitense. E poi ci sono i ministri della Salute di Iraq e Serbia a denunciare, in quegli stessi anni, la nascita di bambini affetti da malformazioni – anche genetiche – nelle aree in cui è stato impiegato uranio impoverito. Ma entrambi i Paesi sono in quegli anni in guerra con l'Occidente: bollare questi allarmi come “propaganda” è estremamente facile. Insomma: le istituzioni italiane – almeno quelle militari – non possono non sapere che l'uranio impoverito è nocivo per l'ambiente e per la salute.

Loro con gli scafandri, noi con le magliette di cotone”

Eppure nel maggio 2016 la Corte d'Appello di Roma condanna il ministero della Difesa al pagamento di 1,8 milioni di euro di risarcimento per “condotta omissiva colposa” per non aver dato «alcuna adeguata informazione sulla pericolosità e sulle misure da adottare» a Salvatore Vacca, cagliaritano, fante del 151° reggimento della Brigata “Sassari” dell'Esercito ammalatosi di leucemia in Bosnia, dove tra il 1998 e il 1999 guida i mezzi cingolati che trasportano i proiettili all'uranio impoverito sequestrati. Quando muore, nel settembre 1999, ha 23 anni. È il primo militare italiano morto per “Sindrome dei Balcani”. Una cosa è certa ed incontrovertibile: se ad uccidere materialmente è l'esposizione all'uranio impoverito, a firmare la condanna a morte dei militari italiani è l'incuria delle istituzioni italiane. Non che a livello internazionale ci siano maggiori allarmi: il 17 aprile 1999 l'Ansa (qui ripresa da PeaceLink.it) riporta le dichiarazioni del portavoce Nato generale Giuseppe Marani che, pur confermando il ricorso a proiettili all'uranio impoverito (“uranio esaurito” nel lancio di agenzia) in Kosovo, evidenzia come non ci sia «alcun rischio» per la salute, in quanto «il loro livello di radioattività non è superiore a quello di un orologio» (grassetto mio, nda).

È un dato interessante: se, come dice Marani, i proiettili all'uranio impoverito hanno la stessa radioattività degli orologi, perché ai militari statunitensi vengono fornite tute adeguate per attacchi “NBC” (nucleari, batteriologici e chimici), maschere antigas e guanti isolanti? Il 26 maggio 2000 i ministeri di Ambiente e della Difesa[6] diramano un Memorandum in cui invita i militari a lavare spesso le mani, a non tenere l'uranio impoverito vicino al corpo né ad alzare polvere sul campo, ma soprattutto il documento raccomanda di non raccogliere proiettili. Peccato che la missione di pace in Kosovo abbia proprio questo obiettivo. Insomma: i nostri militari operano «con la maglietta di cotone» (in realtà una maschera Nbc e un telo protettivo tipo poncho, comunque assolutamente inadatti), denuncia a Fanpage.it Salvatore Donatiello (testimonianza audio), ex caporalmaggiore dell'Esercito ammalatosi lavorando presso il Poligono interforze di Capo Teulada, in Sardegna, regione dove è situato oltre il 60% delle servitù militari. Perché ci si può ammalare di “Sindrome dei Balcani” anche rimanendo in Italia.

Si può essere più o meno antimilitaristi, più o meno contrari alla guerra, ma il dato incontrovertibile è uno solo: che i cittadini – in questo caso di uno status particolare come quello militare – muoiono per le bugie di un potere democraticamente eletto che, omettendo informazioni note, non agisce in modo democratico.

Tra poligoni tossici e “Penisole interdette”

Avevamo solo la maglietta di cotone e camminavamo sui terreni dove c'erano appena state delle esplosioni, si alzavano fumi tossici che non ci permettevano di respirare, anche se ci lavavamo quella puzza ce la portavamo addosso per giorni, era uno scenario incredibile, ci accampavamo su quei terreni, mangiavamo lì per terra senza nemmeno lavarci le mani

racconta Donatiello – due esercitazioni e un linfoma di Hodgkin di «14 centimetri per 7» – ad Antonio Musella. Il Poligono interforze di Capo Teulada, in provincia di Cagliari, è noto soprattutto per la Penisola Delta, meglio nota come “Penisola interdetta”: un'area in cui sarebbero stipati 566 tonnellate di armamenti radioattivi. Un'area talmente inquinata da rendere non conveniente, per tempi e costi, qualsiasi ipotesi di bonifica. Fin dagli anni Cinquanta, nel Poligono sono state sperimentate non solo armi all'uranio impoverito (come i missili Tomahawk) ma anche al torio 232, sostanza altamente inquinante - più pericolosa dell'uranio impoverito - presente nei missili anticarro Milan, sperimentati in Italia fin dal 2004. Sperimentazioni realizzate «tenendo in scarsa considerazione le condizioni di sicurezza degli operatori e delle popolazioni residenti», come denuncia nella sua relazione finale (.pdf, qui la sintesi dei punti salienti) la quarta Commissione parlamentare d'inchiesta presieduta da Gian Piero Scanu (2015-2018). Capo Teulada non è l'unico poligono tossico presente in Italia: il più noto è, sempre in Sardegna, il Poligono sperimentale e di addestramento interforze di Salto di Quirra, uno dei più grandi poligoni sperimentali d'Europa dove vengono portate anche le “bombe scadute” da far brillare. Ma poligoni se ne trovano da Udine (Sito di interesse comunitario di Cellina Meduna) alla Puglia, situati nel Parco dell'Alta Murgia (Torre Nebbia) e in un Sic (Torre Veneri), da Padova (Monte Venda, 119 militari morti per gas radon) a Viterbo (Monte Romano): pezzi di territorio sottoposti a servitù militare - e dunque al potere decisionale della Difesa, della Nato e del governo centrale – in cui parte dell'attività, secretata, consiste nella presentazione degli armamenti da parte delle aziende private a possibili clienti (a Quirra circa il 40% dell'attività). Tra le società di cui è nota la presenza Piaggio, Vitrociset e varie controllate del gruppo ex Finmeccanica-Leonardo (produttrice dei missili Milan) come Alenia, Selex, Aermacchi e Oto Melara.

Per approfondire:

Nelle immagini di Presa Diretta, si nota come i militari di stanza a Capo Teulada, ancora nel 2013, non usassero alcun tipo di protezione nel maneggiare uranio impoverito.

«Se parli ti facciamo terra bruciata intorno»

Con il passare degli anni, il muro di «negazionismo», degli «assordanti silenzi» denunciato dalla Commissione Scanu subisce delle crepe, perché certe morti fanno rumore, soprattutto se si presentano in televisione: il 13 novembre 2000 il sottufficiale dell'Esercito Andrea Antonaci si rivolge a Striscia la Notizia, denunciando di essersi ammalato durante la missione in Bosnia. Per la precisione, Antonaci – che muore il 12 dicembre, a 26 anni – è di stanza presso l'ex accademia militare “Tito Barrack” di Sarajevo, dove si riscontra la più alta percentuale di militari ammalatisi, non solo tra gli italiani[7]. È il servizio di Striscia a trainare gli altri organi di informazione sul “problema uranio impoverito”, che da quel momento esce dalla segretezza del mondo militare, portando il secondo governo Amato ad istituire la prima Commissione parlamentare d'inchiesta (Commissione Mandelli).

Fino a quel momento chi prova a denunciare rischia un'accusa per procurato allarme o, come accade ad Antonio Attianese – due missioni in Afghanistan nel 2002 e 35 operazioni chirurgiche per sconfiggere un carcinoma vescicale – si viene caldamente invitati a <>bnon denunciare per non vedersi fare «terra bruciata intorno». Al funerale di Attianese, che muore il 24 giugno 2017, lo Stato Maggiore dell'Esercito ha il coraggio di inviare una corona di fiori, sulla quale la moglie pone un messaggio eloquente: «questa corona non cancella 12 anni di silenzi». Quella di istituire una Commissione d'inchiesta potrebbe essere una rivoluzione nell'atteggiamento istituzionale, ma così non è: secondo la Commissione, che termina i lavori nel 2004, non ci sono prove che militari e popolazioni civili si siano ammalati per effetto dell'uranio impoverito. Questa è, ad oggi, la linea ufficiale delle istituzioni.

Una posizione che si avvale anche di alcuni “sotterfugi”. Ne parla Marco Paolini in una video-inchiesta che la Rai trasmette il 5 marzo 2008 (vedi sopra): la Commissione guidata dall'ematologo Franco Mandelli evidenzia infatti che il numero di militari ammalati sia nella norma. Il problema è che i dati, forniti dalla Difesa e basati sulla sola missione nei Balcani, sono (volutamente?) errati: 43.000 militari invece dei 27.000 realmente impiegati attraverso tre avvicendamenti da 9.000 militari ciascuno.

Allargare la popolazione[8] è un “trucco” usato anche in patria, come racconta nel 2013 il giornalista Carlo Porcedda a Raffaella Pusceddu di Presa Diretta (vedi video)

Tutte queste analisi sanitarie, quelle di contaminazione sono fatte a campione e abbiamo visto forse manipolate o in qualche modo pilotate. Quelle sanitarie non fanno altro che prendere i dati delle malattie che ci sono ma spargerli su 20, 30, 40 Comuni e quindi le medie tornano ad essere in qualche modo rassicuranti

«quello che emerge con chiarezzaIl problema», continua il giornalista, all'epoca a l'Espresso, «è che c'è stata un'attività per minimizzare» (grassetto mio), tanto che – come si vede nel video – il ministero della Difesa diffonde un manuale che definisce le «norme di linguaggio sull'argomento».

A perorare la posizione «negazionista» c'è anche una prassi che una proposta di legge – primo firmatario Gian Piero Scanu, non ricandidato alle elezioni dello scorso 4 marzo – vuole cambiare: la cosiddetta “giurisdizione domestica”, che dà al Corpo di appartenenza l'onere dei controlli sanitari sul personale – facilitando conflitti di interesse e mancate denunce – oggi sostituita dall'affidamento dei controlli ad enti terzi e civili (Arpa sul piano regionale e Ispra su quello nazionale) e che, evidenzia la Commissione: «risulta perfettamente funzionale a una strategia di sistematica sottostima, quando non di occultamento, dei rischi e delle responsabilità effettive» (grassetto mio, nda)

La cifra che la Difesa segnala alla Commissione Mandelli[...]tiene conto sia di quei militari che hanno compiuto più di una missione come fossero persone diverse, sia di quelli che sono stati in teatro anche solo per qualche ora

denuncia Domenico Leggiero, maresciallo dell'Aviazione in congedo e coordinatore dell'Osservatorio Militare[9]. Perché la Difesa invia dati (volutamente?) sbagliati? Perché in questo modo la percentuale di incidenza dei malati sulla popolazione totale analizzata si abbassa, facendo così rientrare l'Italia nella norma.

Una “Superprocura” contro l'uranio impoverito?

Una linea sempre più smentita dalle sentenze giudiziarie: nel 2008 viene aperta un'indagine sull'attività svolta a Salto di Quirra che porta a formulare accuse per otto generali dell'Aeronautica militare, due colonnelli, un maggiore e un tenente oltre a medici, tecnici e ricercatori di società private e dell'Istituto di Scienze ambientali Sarfatti (Università di Siena), e dell'allora sindaco di Perdasdefogu, Walter Mura. Per tutti e venti le accuse vanno dall'”omissione dolosa aggravata di cautele contro infortuni e disastri” al “falso ideologico” fino al “favoreggiamento”, formulate dal procuratore di Lanusei (Nuoro) Domenico Fiordalisi (ex Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro), che certifica come il 65% degli allevatori attivi intorno al poligono sia affetto da tumore e che molti animali sono nati deformi proprio per l'esposizione all'uranio impoverito. Intanto le sentenze vanno sempre più in quella direzione: nel 2013 a confermare il rapporto di causalità tra uranio impoverito e malattie è la Corte dei Conti del Lazio, mentre nel 2017 il Tribunale di Padova accerta gli effetti tossici del radon di Monte Venda. Ad oggi sono oltre 70 le sentenze che condannano la Difesa e quasi tutte definitive, per un risarcimento totale di 150 mila-200 mila euro a persona.

Nella sua relazione finale, la Commissione Scanu ha posto sul banco degli imputati anche una magistratura accusata di indagare «con lentezza», «senza gli indispensabili approfondimenti». Per questo ha proposto la creazione di un'apposita agenzia – una Procura Nazionale, ad esempio – «altamente specializzata e con competenza estesa a tutto il territorio nazionale». Una struttura necessaria contro quel

senso di impunità, l'idea che le regole c'erano e ci sono, ma che si potevano e si possono violare senza incorrere in effettive responsabilità e si è diffuso tra le vittime e i loro parenti un altrettanto devastante senso di giustizia negata

U238: malattia o business?

Un «devastante senso di giustizia negata» dietro al quale potrebbe celarsi un vecchio e noto adagio: la guerra porta affari e l'indotto che ruota intorno all'uranio impoverito non esime la regola. Sappiamo – è il caso di Salto di Quirra – che il Poligono viene affittato a 50.000 euro l'ora, ma soprattutto che l'Italia è, o almeno lo è stata fino agli anni Novanta, produttrice di materiale bellico contenente uranio impoverito: a scoprirlo, a Napoli, è nel 1994 il maresciallo della Guardia di Finanza Giuseppe Carofiglio che trova alcune casse (576 i proiettili contenuti) con la dicitura “isotopo 238” ma soprattutto con il logo della Breda Meccanica Bresciana di Peschiera del Garda, società che negli anni successivi entra nell'universo Finmeccanica e, di conseguenza, delle società controllate dallo Stato. Ma il ministero della Difesa continua a negare di «aver acquistato o impiegato munizionamento contenente uranio impoverito».

NOTE

  1. Il dato è aggiornato al maggio 2018;
  2. Slovenia e Croazia diventano indipendenti tramite referendum il 25 giugno 1991; la Bosnia-Erzegovina – con lo stesso iter – il 1 marzo 1992;
  3. Cosa che avverrà, tra le polemiche, nel febbraio 2008;
  4. Qui l'articolo di Foreign Policy citato da Greenreport.it: The United States Used Depleted Uranium in Syria – Samuel Oakford, 14 febbraio 2017 ;
  5. Secondo Falco Accame, presidente dell'Associazione che assiste i familiari delle vittime arruolate nelle Forze armate (Anavafaf), l'Italia è in possesso delle norme di protezione dall'uranio impoverito fin dal 1984;
  6. A guidare il governo (25 aprile 2000 – 11 giugno 2001), dal è per la seconda volta Giuliano Amato. Al ministro dell'Ambiente è: Willer Bordon, alla Difesa c'è Sergio Mattarella;
  7. Gli altri Paesi che hanno avviato controlli sui propri militari sono: Spagna, Portogallo, Francia, Belgio, Olanda, Repubblica Ceca, Gran Bretagna e Grecia. Fonti: Bbc e Guardian;
  8. In statistica, si definisce popolazione l’insieme delle unità statistiche (persone, fenomeni, oggetti) oggetto dell’indagine, aventi una o più caratteristiche in comune (fonte: glossario Istat);
  9. L'Osservatorio Militare è un Comitato di studio che si occupa delle problematiche relative alla tutela e al riconoscimento dei diritti del personale delle Forze armate e delle Forze di polizia oltre che al diritto alla sicurezza dei cittadini italiani.

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