domenica 15 luglio 2018

EUTF, quei Fondi per l'Africa che sviluppano solo frontiere e repressione

#EUTF

Si chiama European Trust Fund for Africa: è un fondo che l'Unione Europea mette a disposizione per progetti volti al miglioramento sociale ed economico nel continente africano, di cui all'Italia spettano 200 milioni di euro. Denaro che è invece utilizzato per il rafforzamento della frontiera sud della Fortezza Europa, il blocco dei migranti e il sostegno a regimi non democratici come quello di Mahamadou Issoufou, al vertice di uno dei Paesi più poveri al mondo, il Niger, diventato centrale nel sistema di repressione delle migrazioni.

Fondi per educazione, ospedali e medicine deviati dall'Unione Europea per finanziare il settore delle armi e il controllo delle frontiere: 200 milioni di euro dell'Emergency Trust Fund for Africa (EUTF) dell'Unione Europea che l'Italia avrebbe dovuto usare per il rilancio del dialogo e la cooperazione con i Paesi africani interessati alle rotte migratorie, utilizzati invece per la difesa (armata) del confine meridionale della “Fortezza Europa”. Una decisione politica che non tiene conto del grado di democraticità né delle reali necessità dei Paesi riceventi e che parla soprattutto alla pancia dei cittadini europei. Una decisione politica che si traduce nel consenso europeo alle carceri-lager libiche e alle violenze praticate contro gli oppositori politici ai regimi africani, perpetrando la «carità che uccide»[1].

Per approfondire sulla "carità che uccide":

Nel settembre 2017 è l'eurodeputata Elly Schlein (Socialisti e Democratici), membro della Commissione Sviluppo al Parlamento Europeo, a lanciare l'allarme:

è molto preoccupante l'attuale strategia di utilizzo degli aiuti allo sviluppo per arrestare i flussi migratori irregolari verso l'Europa, con insufficiente potere di controllo da parte del Parlamento Europeo. Gli aiuti saranno sempre più diretti verso paesi e regioni che si trovano sulle rotte migratorie verso l'Europa, a discapito di altri paesi più poveri. Secondo i trattati, gli aiuti devono essere finalizzati allo sradicamento della povertà. Costruire muri in Africa non diminuisce povertà e diseguaglianze, ma le aumenta

È l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione, entrata in possesso tramite FOIA di una serie di documenti contabili italiani, a rendere nota la distrazione dei fondi italo-europei per l'Africa, la cui legalità si ritrova nell'art.1, comma 621, della Legge di Bilancio 2017 (l.232/2016): il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Maeci) ha infatti previsto che i finanziamenti possano essere destinati tanto alla cooperazione allo sviluppo propriamente detta quanto ad attività di «controllo e prevenzione dei flussi di migranti irregolari», cambiando completamente la finalità della cooperazione internazionale allo sviluppo.

Cifre&flussi: dove va (davvero) la cooperazione italiana in Africa?

Secondo una indagine condotta da Openpolis e Oxfam su dati raccolti da Maeci e ministero dell'Economia e delle Finanze (attraverso il Documento di Economia e Finanza 2017, .pdf), nel periodo 2011-2016 la spesa italiana per cooperazione e migranti è aumentata del 72%, mettendo a bilancio 6,6 miliardi di euro per il solo 2016. Di questi, poco meno di 4,5 miliardi sono andati alla cooperazione pubblica allo sviluppo (+13% rispetto al 2016; +20% a prezzi costanti): il 53,2% destinato alle agenzie internazionali specializzate (“canale multilaterale”), il restante 46,8% agli accordi bilaterali tra Italia e Paesi riceventi. In termini globali, nel solo 2016 il Development Assistance Committee dell'Ocse[2] ha gestito 154 miliardi di euro in aiuto pubblico allo sviluppo (cioè intrapreso dalla Pubblica Amministrazione, da ora aps), con un aumento del 5% rispetto all'anno precedente. L'obiettivo di destinare entro il 2020 lo 0,3% del reddito nazionale lordo all'aps – attestatosi nel 2016 allo 0,27% - è a un passo. Almeno formalmente.

L'aiuto all'Africa...che non arriva in Africa

Perché gran parte del denaro rimane in Italia e non viene dunque speso in progetti per il miglioramento socio-economico delle aree più povere o poco sviluppate dell'Africa. Per quanto ci riguarda parliamo del 35% degli aps e del 75% dei fondi per i canali bilaterali: tradotto in denaro, nel solo 2016 dei circa 3,7 miliardi di euro della spesa totale per i rifugiati 1,570 miliardi non ha varcato i confini nazionali. Il trend nell'Unione Europea è identico: secondo l'analisi di Concord Europe, tra il 2015 e il 2016 gli aiuti per migranti, rifugiati e sicurezza delle frontiere sono aumentati del 43%, ma solo il 14,5% è realmente arrivato nei Paesi riceventi.

Nello stesso quinquennio 2011-2016 – in linea con quanto deciso dall'Unione Europea – l'Italia ha destinato solo lo 0,03% del reddito nazionale lordo ai Least Developed Countries[3], con una diminuzione del 71%, trend in linea con quanto deciso dall'UE. Inserire le spese militari o le operazioni di peacekeeping tra gli aiuti pubblici allo sviluppo è inoltre una chiara violazione del principio di non-refoulement (non respingimento, in italiano) sancito dall'art.33 della Convenzione di Ginevra oltre che del “diritto alla vita” e del “divieto della tortura” (artt. 2 e 3 Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali). Sono invece considerati aps i fondi utilizzati per il monitoraggio delle elezioni, la formazione di personale – anche di polizia – o per attività di sminamento.

”Trucchi contabili” sulla pelle dei più poveri

Un'ampia parte dei fondi per la cooperazione italo-europea in Africa rientra però in quello che Openpolis chiama “aiuti gonfiati[4]: crediti non riscossi e trasformati in spese per progetti di cooperazione conteggiati come “nuovi” fondi per l'aiuto pubblico allo sviluppo. Un trucco contabile reso possibile anche da un sistema non trasparente: solo il 25% degli aps globali sono conformi agli standard di trasparenza internazionali, stando all'analisi dell'Aid Transparency Index 2016 di Publish What You Fund[5], che evidenzia inoltre come solo 10 Paesi sui 46 presi in considerazione abbiano fornito abbastanza informazioni sulla destinazione dei fondi. Secondo l'analisi di PWYF, ad esempio, è tracciabile solo il 15,9% degli aiuti italiani, i cui dati vengono pubblicati sulla piattaforma Open Aid in codici tecnici, rendendoli così inservibili per un eventuale controllo.

Clicca sull'immagine per leggere il rapporto sull'Italia dell'ATI 2016.

EUTF, come vengono impiegati i fondi italiani per la cooperazione antimigrante?

Riguardo ai 200 milioni dell'EUTF, dall'analisi ASGI emerge che il 48% dei fondi viene investito dall'Italia in Niger, paese-chiave per le rotte migratorie. Non è casuale che dal gennaio 2018 Roma abbia aperto l'ambasciata a Niamey e inviato un contingente militare formato da 470 uomini e 130 veicoli per «attività di sorveglianza e controllo del territorio». La cooperazione italiana in Niger, attiva fin dal 1984, prevede progetti per la lotta alla desertificazione e in ambiti come la formazione medica, la sicurezza alimentare e lo sviluppo delle infrastrutture. 50 milioni vanno invece a finanziare un ampio progetto per il rafforzamento delle frontiere nigerine, nel quale rientrano l'addestramento di specifici reparti speciali, la creazione e l'ammodernamento di posti di frontiera e la creazione di un centro di accoglienza a Dirkou in aggiunta a quelli già attivi a Niamey, Arlit ed Agadez, gestito dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, organizzazione che – in partenariato con l'UE – gestisce un ampio progetto per l'assistenza ai migranti e i rimpatri volontari nel Sahel in cui è coinvolto anche il governo-regime di Mahamadou Issoufou che, salito al potere nel 2011, nel 2016 ha vinto un secondo mandato alla presidenza (90% i voti favorevoli) semplicemente facendo arrestare Hama Amadou, candidato dell'opposizione. A tutto vantaggio dei francesi di Areva (oggi Orano) che hanno bloccato nel paese la diffusione di "La colère dans le vent" ("La rabbia del vento", in italiano), documentario di Amina Weira sui danni sulla popolazione dell'uranio, di cui il Niger è quarto produttore mondiale.

Per approfondire:

Un altro 28% degli EUTF italiani forma il “pacchetto” di aiuti antimigranti destinati alla Libia, nel quale sono previsti:

  • 10 milioni per la realizzazione di un sistema integrato per il controllo delle frontiere;
  • 2,5 milioni per attività volte a bloccare i flussi migratori, fondi concessi direttamente al ministero degli Interni libico per la riparazione di motovedette e l'addestramento degli specifici equipaggi;
  • 18 milioni per un ampio piano dell'OIM riguardante rimpatri volontari assistiti (8 milioni), la stabilizzazione del sud del Paese (8 milioni) e il miglioramento delle condizioni nelle carceri-lager (2 milioni), la cui inumanità è stata definita per la prima volta anche da una sentenza della Corte d'assise di Milano del 10 ottobre 2017 (in .pdf le motivazioni della sentenza);
  • al miglioramento delle carceri-lager sono inoltre destinati altri 10 milioni nell'ambito di un più ampio progetto dell'Unhcr che prevede anche il sostegno alle comunità locali;

Per approfondire:

Per il suo «ruolo chiave per la stabilità dell'intera regione mediterranea» alla Tunisia è destinato l'8,5% degli EUTF italiani: 12 milioni di euro per il contrasto al traffico di migranti, il miglioramento del controllo delle frontiere e per la riparazione e il rifornimento delle motovedette “Bigliani” dismesse dalla nostra Guardia di Finanza. La cooperazione antimigrante” italo-tunisina prevede inoltre il completamento del sistema di rilevamento delle impronte digitali e la formazione di agenti di polizia tra La Spezia e Biserta.

10 milioni di euro – pari al 7% degli EUTF italiani – sono invece impegnati nella cooperazione con il Ciad per il rafforzamento delle frontiere, la creazione di un nuovo centro di accoglienza e per varie riforme nella sicurezza interna, mentre 5,5 milioni sono messi a disposizione da Roma per i campi profughi in Etiopia. È invece un progetto Unicef per la protezione dei minori (1 milione di euro) a portare la cooperazione italiana in Sudan, mentre 3,5 milioni sono inscritti a bilancio dall'Italia per un ampio progetto dell'Alto Commissariato Onu per i diritti umani (Unhcr) attivo in Senegal, Mali, Gambia, Guinea Conakry, Guinea Bissau e Niger. 7,5 milioni vanno invece all'Unodc per progetti di cooperazione giudiziaria in Africa occidentale e orientale.

L'”emergenza” migranti: tra politica e narrazione tossica

Siria, Iraq, Libia, Eritrea, Afghanistan: sono le crisi che portano l'Unione Europea a definire un nuovo piano per far fronte all'”emergenza” migranti, sancita de facto dal Processo di Rabat (2006) e dal Processo di Khartoum (2014), che spostano interesse e aiuti europei verso i Paesi africani interessati alle rotte migratorie. L'Eurobarometro sancisce proprio la migrazione africana come prima preoccupazione continentale, mentre l'Unione cambia politiche e narrazioni sull'argomento: il sentiment diventa negativo – grazie anche al sempre maggior spazio politico-mediatico per i movimenti di estrema destra in Europa – trasformando la migrazione in una minaccia alla stabilità nazionale ed europea. Nascono così la “Global Strategy for the EU's Foreign and Security Policy” e il “New Partnership Framework with Third Countries under the European Agenda on Migration" (2016) e l'”European Consensus on Development” (2017), il cui scopo reale è influenzare la cooperazione con i Paesi africani sfruttando proprio la leva dei flussi migratori.

Il “teorema” Di Maio-Zuccaro

È così che nell'aprile 2017 inizia l'attacco politico-giudiziario alle ong: il 21 è Luigi Di Maio, in un post su Facebook in seguito smentito, a definirle vere e propri “taxi del Mediterraneo dopo che, esattamente un mese prima (22 marzo) in un'audizione al Comitato Schengen[6] il procuratore capo di Catania Carmelo Zuccaro citando dati Frontex (che coordina tra le altre anche l'attività delle ong) parla di «un aumento di piccole ong che sono impegnate nel salvataggio di migranti con alle spalle ingenti capitali», evidenziando l'azione della Procura per «capire chi ci sia dietro e che cosa nasconda questo fenomeno». È lo stesso procuratore che paragonerà gli sbarchi sulle coste siciliane allo «sbarco degli Alleati in Normandia». Nelle sue dichiarazioni non ci sono reati contestati, ma teorie che lo porteranno a dichiarare alla trasmissione Agorà di RaiTre:

A mio avviso alcune ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti e so di contatti. Un traffico che oggi sta fruttando quanto quello della droga. Forse la cosa potrebbe essere più inquietante, poiché si perseguono da parte di alcune ong finalità diverse: destabilizzare l'economia italiana per trarne dei vantaggi

La domanda è lecita: può un procuratore della Repubblica basare ipotesi investigative su teorie complottiste come il “piano Kalergi”?

Tali dichiarazioni avranno due effetti: al procuratore viene tolta l'inchiesta, ma soprattutto l'evidente eco mediatica suscitata da queste parole porta alla forte diminuzione delle donazioni private alle ong italiane. Ad essere colpite sono anche organizzazioni come Emergency, che con il soccorso ai migranti non c'entrano niente.

L'eurocentrismo dello sviluppo africano

Di Maio e Zuccaro sono comunque in buona compagnia: una ricerca di Eurobarometro[7] evidenzia come solo il 6% degli italiani consideri l'immigrazione come opportunità più che un problema (media europea: 20%), con il 75% degli intervistati che imputa ai migranti l'aumento della criminalità in un Paese con reati in calo: nel periodo 2014-2017, riportano i dati del Viminale, gli omicidi sono diminuiti del 25,3%, così come sono calati furti (- 20,4%) e rapine (- 23,4%).
Gli italiani non hanno comunque la reale percezione della presenza migrante sul territorio: il 31% della popolazione stima una presenza del 25% o superiore a fronte di un dato reale dell'8% (fonte: Eurispes 2018). Ciò si deve anche al modo in cui i migranti sono “mediatizzati” sugli organi di informazione. Da un'analisi realizzata dall'Erich Brost Insitute della TU Dortumund University e da Africa Positive su 1.500 articoli pubblicate da alcune delle principali testate europee e africane[8] nel 2015-2016 emerge un racconto giornalistico “eurocentrico”, con un focus preminente sulla Libia – e poco sui paesi di origine dei flussi migratori – in cui sono assenti contesto e storie personali. Solo nel 5% dei casi, inoltre, gli articoli hanno approfondito gli aspetti economici o culturali della migrazione afro-europea.

Un eurocentrismo che si delinea anche in politica e che non fa che aggravare una situazione in cui molti esperti evidenziano non esista correlazione tra maggior sviluppo nei Paesi riceventi e riduzione dei flussi migratori.

Per approfondire:

Una nuova visione per l'Italia in Africa: ”repressione per business”

Negli ultimi anni l'Italia ha completamente ridefinito la propria visione geopolitica sull'Africa: dal “disimpegno” del periodo 2009-2014, nel 2015 Roma ha investito 7,4 miliardi di dollari in 16 progetti nel continente, con un peso totale sugli Investimenti diretti esteri (Ide) africani del 4,3%. Sono soprattutto le energie rinnovabili in Sudafrica e il giacimento di Zhor in Egitto a trasformare il nostro Paese nel quarto investitore in Africa dopo Cina (36,1 miliardi di dollari di investimento), Emirati Arabi Uniti (11 miliardi) e Marocco (4,8 miliardi). Nel 2016 l'Italia è invece primo paese per volumi Ide in Africa (10,4%) soprattutto grazie alle attività del gruppo Eni in Egitto e Mozambico (progetto Coral South LNG nel bacino di Rovuma, nel nord del Paese). Nonostante l'aumento dei progetti, passati da 16 a 20, l'investimento quell'anno è quasi dimezzato: 4 miliardi di dollari.

Investimenti che hanno, naturalmente, anche un peso politico: emblematico proprio come l'EUTF sia stato trasformato in una vera e propria arma di ricatto per garantire all'Europa il blocco dei flussi migratori alle porte della sua frontiera meridionale. Spostare fondi da istruzione e sanità ad aree come sicurezza e difesa, infatti, significa anche influenzare gli equilibri di potere politico ed economico nel Paese ricevente, sia sul fronte interno che nelle sue alleanze internazionali, favorendo un certo tipo di “borghesia” - ad esempio quella militare, comparto industriale compreso – a discapito di altre. Una conformazione politico-economica che alimenta la necessità di repressione delle opposizioni interne.

Gli aiuti allo sviluppo diventano così «carità che uccide», portando evidentemente l'Unione Europea e gli Stati membri a favorire i governi africani più inclini nella “pregiudiziale antimigrante”, dando così giustificazione ai rapporti tra l'Europa dei diritti umani e l'Africa delle dittature, delle carceri-lager e della repressione delle libertà civili.

Per approfondire:

Note

  1. La carità che uccide. Come gli aiuti dell'Occidente stanno devastando il Terzo mondo, Dambisa Moyo, Milano, Bur Rizzoli, 2011;
  2. Il Dac è il Comitato dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) – composto attualmente da 30 membri – che si occupa di individuare le questioni chiave e definire le strategie in merito agli aiuti allo sviluppo e alla riduzione della povertà nei Paesi poveri ed emergenti. Dall'anno della sua fondazione, il 1960, è considerato l'organo di rappresentanza dei principali paesi donatori al mondo. Ne fanno parte tanto Paesi membri propriamente detti (tra gli altri Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Canada, Giappone; lista completa: https://www.oecd.org/dac/dacmembers.htm), quanto istituzioni sovranazionali come l'Unione Europea che Paesi o istituzioni “osservatori” come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale o la Banca Africana di Sviluppo;
  3. I Paesi meno sviluppati dal punto di vista dal punto di vista socio-economico secondo le Nazioni Unite. Appartengono a questo gruppo quei Paesi che, nel 2018, abbiano: reddito nazionale lordo pro capite inferiore a 1,025 dollari; debolezza in termini di livelli di nutrizione, salute, educazione e alfabetizzazione degli adulti e vulnerabilità economica (prendendo come parametri produzione agricola, instabilità nell'export beni e servizi, importanza economica delle attività non tradizionali, concentrazione delle esportazioni di merci, percentuale della popolazione sfollata in seguito a disastri naturali);
  4. Oltre ai costi per l'accoglienza dei rifugiati nel paese donatore, le altre voci ritenute “aiuto gonfiato” sono: cancellazione o riscadenzamento del debito; costi amministrativi del donatore; personale del Paese donatore; formazione e altri costi indiretti nel Paese donatore;
  5. Publish What You Fund è un'organizzazione no profit attiva dal 2008 con una campagna globale volta a migliorare la trasparenza degli aiuti umanitari attraverso la divulgazione di dati aggiornati, accessibili e comparabili su agenzie e organizzazioni attive nel settore;
  6. Comitato parlamentare di controllo sull'attuazione dell'accordo di Schengen, di vigilanza sull'attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione;
  7. La ricerca è stata realizzata tra il 23 settembre e il 2 ottobre su un campione “over 15” di 27.881 cittadini europei appartenenti a tutti i 28 Stati membri;
  8. 8 – Per quanto riguarda l'Europa sono stati presi in considerazione giornali di Germania, Regno Unito, Francia, Grecia, Spagna e Italia – Repubblica e Corriere della Sera – mentre per l'Africa giornali di Uganda, Tanzania, Etiopia, Ghana e Kenya

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