martedì 3 luglio 2018

Mario Ferraro, perché uccidono l'uomo dei mille Segreti (di Stato)?

Si può morire impiccandosi ad 1,20 metri nonostante un fisico di circa 1,90 metri? Se sei in Italia, lavori al Sismi – il servizio segreto militare, dal 2007 Aise[1] – e ti chiami Mario Ferraro la risposta è sì.
Accade tutto il 16 luglio 1995, quando il corpo dell'agente viene ritrovato impiccato con la cinghia dell'accappatoio all'appendiasciugamani nel bagno della sua abitazione, un attico nel quartiere Torino di Roma, vicino all'Eur. Ma perché Ferraro si toglie la vita?

Esperto in informatica, traffico di armi e terrorismo internazionale, gli inquirenti all'inizio ipotizzano un suicidio per depressione, dovuta alla morte della figlia e alla separazione con la moglie, nonostante all'epoca Ferraro conviva da cinque anni con Maria Antonietta Viali, che all'inizio lo conosce come Fabio Marcelli, funzionario di una società romana di import-export – la Cerico – che si vocifera sia usata come copertura dai servizi segreti. C'è una particolarità, in questo strano suicidio: la carriera professionale di Ferraro, che si sviluppa in alcuni dei principali Segreti di Stato della Repubblica italiana.

Tangenti, Servizi e...fisica

“Coperto”, come si dice in gergo, è anche l'Ufficio sicurezza interna per il quale lavora Ferraro dal 1984 al 1988. Si occupa di controllare il lavoro di tutti gli agenti del Sismi, ma l'USI è un ufficio particolare: creato presso la Direzione Sicurezza in violazione dell'art.10 l.801/1977 (.pdf) – che vieta l'attività di informazione e sicurezza al di fuori della legge – è formato da agenti della VII Divisione Sismi, sotto la cui giurisdizione in quegli anni operano, dal “Centro Scorpione” di Trapani, tanto Gladio (civile) quanto la Gladio delle Centurie (militare), usata per operazioni all'estero – come l'operazione “Lima”[2]mai avallate dal Cesis, il Comitato di controllo per i servizi di informazione e sicurezza. Affidato alla guida del generale Paolo Inzerilli, inoltre, l'USI concede nullaosta a ditte legate alla mafia o coinvolte in Tangentopoli.

Ferraro quando muore si sta occupando proprio di tangenti, relative a fatti degli anni Ottanta: coinvolti Vincenzo Dell'Elce e Tindaro Italiano, rispettivamente direttore e vicedirettore della V Divisione (intercettazioni) che, stando alle indagini, avrebbero chiesto 80 milioni di lire – metà in oro, metà in contante – ad alcuni imprenditori per l'acquisto di strumenti per le intercettazioni. Il processo, ignorato dalla stampa, porta all'assoluzione di Dell'Elce e alla condanna a tre anni per Italiano. L'indagine si avvale anche di intercettazioni realizzate proprio da Ferraro.

È la sua compagna a ritrovare Ferraro cadavere nel bagno di casa, seduto con il tronco sospeso e il collo stretto nella chinghia dell'accappatoio, fissato ad un appendiasciugamani che – dicono le analisi – può reggere un peso massimo di 50 chili, mentre Ferraro ne pesa 86, per 1,90 metri di altezza. Nonostante questo, l'altezza della cinghia è a 1,20 metri: qualcosa non quadra, evidentemente.
La prima indagine è però aperta nei confronti degli agenti del commissariato “Esposizione” che per primi accorrono sulla scena del crimine: nel primo rapporto stilato omettono di scrivere che Ferraro è un agente dei servizi. Insieme a quegli agenti ci sono anche i colleghi di Ferraro, con il compito di bonificare l'area: tra di loro il generale Silvano Saitta – amico dell'agente – che nei successivi processi conferma di aver sottratto il tesserino di copertura, un telefono cellulare e l'agenda di Ferraro, recuperati dagli inquirenti solo tre giorni dopo. Sottrazione necessasria a proteggere l'incolumità di altri agenti e previa autorizzazione degli agenti di Squadra mobile e Digos, presenti sul posto.

L'autopsia conferma che il suicidio è compatibile con i segni sul cadavere – anche se la dottoressa Simona Del Vecchio che se ne occupa, nel marzo 2018 viene condannata a 6 anni e 6 mesi per aver firmato decine di referti autoptici senza aver mai visto i corpi – ma gli indizi portano gli inquirenti a riformulare il reato come omicidio: la questione dell'appendiasciugamani; la serranda del salotto – che dà facile accesso all'abitazione – lasciata aperta da un uomo particolarmente attento a sicurezza e ritualità, non fosse altro che per deformazione professionale; le chiavi di casa lasciate in un cassetto mentre Ferraro chiude ogni sera con tutte le mandate, lasciandole nella serratura. Inoltre, i tabulati telefonici evidenziano un silenzio totale sul cellulare dal 16 giugno al 16 luglio, ma è la stessa Viali ad evidenziare come i due, ovviamente, si sentissero più volte al giorno.
E poi c'è quel libro sulla storia della mafia ritrovato nel suo ufficio a Forte Braschi – sede del Sismi – in cui sono sottolineati brani legati ad omicidi di carabinieri passati come suicidi. Se sia stato Ferraro o qualcun altro non è dato sapere, ma il dato è inquietante.

Secondo quanto ricostruiscono in “Sbirri e padreterni” (Laterza, 2016) Enrico Bellavia (giornalista di Repubblica) e Franco Di Carlo (collaboratore di giustizia accusato dell'omicidio di Roberto Calvi), il libro non è l'unico contatto Ferraro-mafia: nel 1980 l'agente avrebbe accompagnato il generale Giuseppe Santovito presso una villa del litorale laziale per partecipare ad un summit servizi segreti-cosa nostra volto a preparare un colpo di Stato anticomunista poi abortito – secondo l'ex boss di Altofonte – per la scoperta degli elenchi P2[3] (17 marzo 1981) in cui vengono trovati i nomi dei dirigenti in carica di Sismi (Santovito), Sisde (Grassini) e Cesis (Pelosi).

”Operazione Albania”

Alla sua morte, Ferraro sta organizzando una missione in Albania, in cui è previsto un passaggio a Tirana. All'epoca lavora all'VIII Divisione, che si occupa di sicurezza industriale ed armamenti.
L'indagine è ampia: traffico di titoli di credito clonati, speculazioni valutarie ed un traffico di armi tra Italia e Paesi dell'Est Europa da 4.500 miliardi di lire. Al centro del traffico – su cui indagano le procure di Padova, Roma e Torre Annunziata – la Banca Italo-Albanese che avrebbe autorizzato le operazioni finanziarie (illegali) necessarie. È quello che racconta il direttore generale della Banca di Roma – controllante della BIA – a Tirana, Roberto Pancani, trovato morto il 4 luglio 1995, dodici giorni prima di Ferraro: muore per un colpo di pistola alla tempia: un suicidio che, in molti, chiamano esecuzione.

Crocevia Beirut

Nel materiale che gli inquirenti sequestrano dopo il ritrovamento del cadavere, viene trovata una lettera di Ferraro che ha al centro una missione segreta a Beirut del 1986 – stando al visto sul passaporto – che porta ad un durissimo scontro all'interno del Sismi, tanto da far temere Ferraro per la sua stessa incolumità.

Francamente che qualcosa non andava o perlomeno che l'operazione non era fine a se stessa lo avevo percepito proprio mentre il buon Boccassin mi dava l'incarico. Era imbarazzato, rosso in viso (sono i classici sintomi di quando uno dice una bugia) occhi e sguardo abbassati...

Sulla missione si sa che dura dai «30 giorni massimo 60 giorni» e che Ferraro, prima di partire, dovrebbe parlarne con «Conforti[...](vincolato col giuramento da BB)» e «Masone», ovvero il generale Roberto Conforti, dal 1985 a capo del Reparto operativo di Roma che si occupa, tra gli altri, di criminalità organizzata ed eversione e Fernando Masone, dal 1994 al 2000 capo della Polizia e in quel 1986 alla Criminalpol Lazio. “BB” è Bruno Boccassin, all'epoca capo dell'VIII Divisione Sismi, diretto superiore di Ferraro.

Vendetta per i mafiosi: Armando Fattorini, Bruno Boccassin, Rajola, Cersa e Benito Rosa

Conclude la lettera: i nomi fatti sono, all'epoca, i vertici del Sismi

  • Armando Fattorini, morto in quel 1986, è capocentro a Fiumicino. In un passaggio della lettera Ferraro scrive che «Anche Armando Fattorini dice che sto facendo una cazzata»[4]
  • Bruno Boccassin, che dirige l'VIII Divisione, in cui lavora Ferraro
  • Pasquale Cerca, capo del personale Sismi
  • Benito Maria Rosa, capo di Stato Maggiore del Sismi
  • Luca Rajola Pescarini, capo della II Divisione che si occupa di servizi all'estero. È noto per essere un grande esperto di Somalia e accusato dell'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Questa misteriosa missione non è la prima di Ferraro in Libano: prima di entrare nel Sismi, prima dell'identità di “Fabio Marcelli”, Ferraro è noto anche come “G-219”, “gladiatore-219” ed è un agente Gladio, gruppo paramilitare organizzato dalla Nato – e attivo in tutti i Paesi aderenti – nell'ipotetico caso di invasione dell'Europa Occidentale da parte dell'Unione Sovietica.

La velina di Moro

Da gladiatore, Ferraro a Beirut lavora alle dirette dipendenze del colonnello Stefano Giovannone, l'uomo a cui Aldo Moro affida i rapporti con il mondo arabo e palestinese, gruppi terroristici e traffico d'armi inclusi. Ed è in questa veste che Ferraro entra nel più grande dei Segreti di Stato della Repubblica italiana: l'omicidio di Aldo Moro.

È il 6 marzo 1978 quando Antonino Arconte - “G-71” - si imbarca sul mercantile Jumbo M dal porto di La Spezia in direzione Beirut, dove deve recuperare 5 passaporti con nomi e falsi dati anagrafici italiani da consegnare ad alcune persone in fuga dal Libano (nell'ambito del “Lodo Moro”?). Ha con se un pacchetto con un “Documento a distruzione immediata” contenente l'«Autorizzazione ministeriale riferita a G.219» che

È autorizzato ad ottenere informazioni di 3° grado e più, se utili alla condotta di operazioni di ricerca contatto con gruppi del terrorismo M.O. (mediorientale, ndr) al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell'on. Aldo Moro

Autenticato dalla dottoressa Maria Gabella – più volte consulente in indagini sulle Brigate Rosse – il documento ha una particolarità: è stato stilato due settimane prima del sequestro di Aldo Moro. Dunque: membri di Gladio, che a quell'epoca è sotto il controllo della VII Divisione Sismi, vengono attivati due settimane prima dell'operazione brigatista in via Fani per chiedere la liberazione del presidente democristiano, fulcro di un accordo segreto tra armi e petrolio con i gruppi del terrorismo arabo-palestinese, ai quali è concesso il libero passaggio sul territorio italiano a patto di non realizzare attentati (il “Lodo Moro”, appunto).

La domanda è lecita: è per tenere segreto il Lodo che, dopo Italo Toni, Graziella De Palo e Mino Pecorelli anche Ferraro viene ucciso? Il giorno del suo omicidio, l'agente del Sismi brucia una gran quantità di documenti, buttandone poi i resti nella spazzatura. Cosa riguardavano?

Malacooperazione&Segreti (di Stato)

Da agente del Sismi, Ferraro partecipa anche ad una missione in Africa in cui conosce tal Luciano Porcari, affarista vicino ai servizi segreti attivo nell'ambito della (mala)cooperazione italiana in Africa, che come insegnano le cronache significa soprattutto tangenti, armi e rifiuti tossici. È in questo ambito che i due – Porcari e Ferraro, nelle vesti di Marcelli – entrano in contatto: l'agente del Sismi sta infatti indagando sulla vera natura della cooperazione allo sviluppo in paesi come Liberia e Somalia e su società come la Dolmen International srl per cui lavora Porcari e che ha una gemella in via Poma, a Roma, nota alle cronache per due motivi, o forse uno solo, che collega due vicende: l'omicidio di Simonetta Cesaroni, ufficialmente da parte del suo ex fidanzato, Raniero Brusco, e l'operazione “Cheque to cheque”, nella quale sono collegate camorra, massoneria e servizi segreti. Lo stesso schema che Ferraro vuole indagare in quel viaggio in Albania che sta preparando quando lo uccidono?

Scalo a Kinisia

Quando muore, Ferraro sta preparando un viaggio in Albania per indagare su uno strano giro di titoli di credito clonati, speculazioni valutarie e traffico d'armi con i Paesi dell'Europa dell'Est, con l'Albania a fare da hub – anche in termini finanziari grazie alla Banca Italo-Albanese. Ma quelli, qualche centinaio di chilometri più su, verso nord-ovest, sono anche gli ultimi mesi della guerra in Croazia iniziata nel 1991. Che le armi su cui indaga Ferraro siano le stesse che verranno poi impiegate proprio nel conflitto croato?

La risposta, forse, va cercata circa 5.000 km più a sud-est, in un altro Paese in guerra e che entra nei Segreti di Stato italiani: quella Somalia usata per aggirare l'embargo alle armi per il conflitto in Croazia. Triangolazione che viene effettuata anche attraverso sette navi donate dalla cooperazione italiana e di proprietà della Shifco (Somali High Seas Fish Company) guidata dall'ingegner Omar Said Munye, sede italiana a Gaeta. Ci sono nomi interessanti, tra quelle navi: c'è la “Faarax Oomar”, sequestrata dal clan di Ali Mahdi – in quegli anni in guerra per il controllo del Paese – come garanzia del pagamento delle armi (un sistema poi adottato dai narcos messicani nel traffico di droga) davanti al porto di Bosaso e c'è la “21 Ottobre II”, che la polizia, i servizi segreti e persino l'Onu dicono essere usata fin dal 1991 – l'anno in cui inizia la guerra in Croazia – per trasportare armi dal porto di Livorno fino in Somalia (Bosaso e Kisimayo).

Armi che sono al centro di uno strano incidente che avviene proprio a Livorno il 10 aprile 1991, quando una petroliera Agip Abruzzo entra in collisione con il traghetto “Moby Prince” (video) causando la morte di 140 persone nel più grande disastro della marineria della Repubblica italiana. L'accordo tra le due società viene chiuso in fretta, anche troppo. Forse per evitare indagini su una operazione “coperta” di navi sotto il controllo del Dipartimento della Difesa statunitense ancora oggi dall'identità ignota ma dall'attività ormai accertata: il trasbordo di armi e munizioni provenienti dall'Iraq in direzione Camp Darby, dove però mai arrivano.

Malacooperazione, armi e omicidi irrisolti

È su queste triangolazioni che indaga Mario Ferraro quando viene ucciso?
In quegli anni quei traffici di armi fanno gola a molti investigatori, molti dei quali uccisi, minacciati o fatti scomparire. Ci sono giudici come Carlo Palermo – che indaga sugli scambi di armi Olp-Brigate Rosse nell'ambito del “Lodo Moro” - e Giangiacomo Ciaccio Montalto a Trapani; Carlo Mastelloni a Venezia; Domenico Sica e Rosario Priore a Roma.

Ma sulle tracce di quelle armi si incontrano i destini anche di Ilaria Alpi, Miran Hrovatin – che indagano proprio sulla Shifco, le armi e i rifiuti tossici tra Italia e Somalia – e Mauro Rostagno, che a Trapani raccoglie materiale sulla pista di Kinisia, usata dagli agenti del Centro Scorpione di Gladio (su cui è recentemente emerso l'interesse di Giovanni Falcone) diretto da Vincenzo Li Causi, fonte di Ilaria Alpi (come Ferraro?) ucciso poche ore prima di essere ascoltato, in Italia, su Gladio. E di malacooperazione si occupa anche il giudice Paolo Adinolfi quando scompare, misteriosamente, nel 1994.
La domanda, a questo punto, è d'obbligo: è davvero plausibile che Mario Ferraro muoia per depressione?
E alla luce di questo elenco: quanto è pericoloso indagare sulla malacooperazione italiana?

Note

  1. Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna
  2. Tra il 1985 e il 1987 il governo italiano, guidato da Bettino Craxi, dà vita ad un'operazione in supporto al governo del Perù, guidato all'epoca da Alan Garcìa, alleato internazionale del PSI. L'obiettivo principale è il supporto nella lotta contro i gruppi terroristici di Sendero Luminoso e Tupac-Amaru, ma varie testimonianze parlano invece di una missione - ancora oggi non chiarita - volta a recuperare il denaro di Roberto Calvi dopo il crack del Banco Ambrosiano. In Andrea Palladino, Trafficanti. Sulle piste di veleni, armi, rifiuti, Bari, Laterza, 2012, p.152
  3. «Secondo le ipotesi più diffuse al tempo sulla riorganizzazione della P2 dopo il 1977, questa associazione era stata trasformata in un punto di raccordo tra le strutture parallele e segrete che gestivano il potere in Italia». In Antonella Colonna Vilasi, Storia dei servizi segreti italiani. Dall'Unità d'Italia alle sfide del XXI secolo, Reggio Calabria, Città del Sole edizioni, 2013, Kindle edition, Capitolo 4
  4. Il passaggio completo recita: «Anche Armando Fattorini dice che sto facendo una cazzata e che Boccassin gli aveva detto espressamente che ormai mi aveva autorizzato per quello che doveva e che quindi era giunto il momento di disfarsene. Usa e getta, è questo il motto che Boccassin avrebbe detto ad Armando Fattorini consigliandolo di fare altrettanto»

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