martedì 10 luglio 2018

#RepressioneDemocratica, l'Argentina di Macri e le colpe (storiche) dell'Italia

Soraya Maicoño è una delle portavoci della comunità Pu Lof, nonché testimone chiave nella causa per l'omicidio di Santiago Maldonado. È, soprattutto testimone della presenza dei pick-up Benetton tra i veicoli impiegati il 1 settembre dalla Gendarmería, operativi lungo i pochi chilometri tra l'area della manifestazione, il commissariato e la tenuta di Leleque, di proprietà della multinazionale. Gli stretti rapporti tra la famiglia trevigiana e le forze di polizia argentine sono note da tempo. A gennaio, ad esempio, il sequestro di alcuni cavalli della comunità è stato possibile solo grazie a camion forniti da Ronald McDonald, amministratore generale delle tenute della Compañia de Tierras del Sur Argentino (CTSA, controllata della Edizione Holding, finanziaria del gruppo), proprietaria di 900.000 ettari di territorio (oggi) argentino diviso in quattro tenute – un'area di terre spesso improduttive che va dalla Cordigliera delle Ande alla costa argentina, per una grandezza pari a 45 volte Buenos Aires, – acquistate per 50.000.000 di dollari nel 1991 dall'allora governo di Carlos Menem, la cui politica di privatizzazioni porterà al fallimento dell'Argentina nel 2001.

Si può dire, dunque, che i Benetton usino la polizia argentina come forza privata? Oltre all'uso dei veicoli Benetton da parte della polizia, è noto – lo riporta il giornalista Ricardo Ragendorfer su Tiempo Argentino il 2 ottobre 2017 – che nella tenuta Leleque sono presenti un commissariato di polizia «dedicato esclusivamente alla sua custodia» e una base logistica della Gendarmería.

Recriminazioni, economia&Lobby

Che il potere economico guidi, oggi, quello politico è un dato accertato. In Argentina questa sudditanza è assicurata, tra gli altri, dalla Sociedad Rural Argentina (SRA), associazione di categoria dei grandi produttori rurali e allevatori «simbolo dell'aristocrazia terriera argentina, conservatrice e facoltosa» che costituisce «la spina dorsale dell'economia argentina». Aristocrazia dalla quale sono usciti presidenti e ministri e che ha, ovviamente, tutto l'interesse a sgombrare le terre Mapuche. L'importanza dei Benetton all'interno di questo gruppo di pressione è evidente: ne fanno parte Ronald McDonald e Vivian Huges, dipendenti diretti del gruppo italiano oltre che gli imprenditori forestali Arnaldo Díaz e Pablo Rago, lobbisti della SRA che «lavorano quasi esclusivamente all'imboschimento delle terre possedute dai Benetton».

È la SRA che Noceti incontra tre volte – due delle quali alla presenza della ministra Bullrich – prima di scrivere in una relazione del 2016 che le recriminazioni dei Mapuche non costituiscono un diritto garantito dalla Costituzione argentina del 1994 (art.75, inciso 17 - pdf) in quanto la resistenza armata e l'usurpazione della terra sono reati federali. Il recupero di 250.000 ettari ottenuto dai Mapuche negli ultimi 15 anni si deve anche ad alcune leggi favorevoli alle loro rivendicazioni, dalla carta costituzionale alla legge 26.160 – che, prorogata proprio durante l'omicidio Neuhel, riconosce il diritto al territorio ancestrale – alla ratifica della Convenzione ILO n.169 del 1989 e della Dichiarazione Onu dei popoli indigeni (pdf).

I Benetton sono un vero e proprio «Stato nello Stato», scrive Sebástian Premici di Página12 (qui ripreso dal sito CadenadelSur.com), in grado di controllare «le entità rurali di Esquel» e – attraverso rappresentanti della SRA – il governo del Chubut, guidato dal 2003 al 2017 da Mario Das Neves, morto per cause naturali ad ottobre durante un'indagine per corruzione, accusato di aver preso mazzette dalla compagnia petrolifera Pan American Energy. Il gruppo trevigiano paga lobbisti anche per la gestione delle crisi mediatiche: dal 2015 ha un contratto con il JeffreyGroup (AG), che ha sostituito l'agenzia londinese Burson Marsteller, nel 1978 incaricata di “ripulire” l'immagine dell'ex capo del regime Jorge Videla. All'AG – che ha tra i suoi clienti Airbnb, Bayer, Mozilla Firefox e Facebook – è affidata la campagna di criminalizzazione dei Mapuche, accusati da vari giornali di essere vicini all'ETA spagnola e alle Farc colombiane. Tra questi il «latifondo mediatico» Clarín[1] e La Nación, tra i principali e più potenti quotidiani del Paese, schieratisi con il governo Macri anche per ringraziarlo dell'abolizione della Ley de Medios, introdotta dalla ex presidente Cristina Fernandez Kirchner nel 2009 per limitare il potere dei monopoli mediatici e cancellata senza passare dal Parlamento, seguita dalla chiusura di Telesur voluta dall'attuale esecutivo.

A smontare qualunque azione di (re)pressione mediatica ci pensano però le 446 pagine di uno studio realizzato dallo storico e poeta Ramon Minieri - “Quel sud straniero” - sull'attività della CTSA che, grazie a documenti della stessa società, ricostruisce una storia iniziata nel 1876 e caratterizzata dall'acquisizione illegale di quasi un milione di ettari di terre della Patagonia.

Una storia che Luciano Benetton tenta di risolvere cedendo 7.500 ettari ai Mapuche, che rifiutano per due motivi: quelle terre sono improduttive e, soprattutto, l'imprenditore italiano non può cedere terre che non sono sue. La stessa motivazione con cui le istituzioni provinciali di Chubut rifiutano la cessione di altri 2.500 ettari.

Lo Stato dei Benetton

Nato nel 1965 a Ponzano Veneto (Treviso), il gruppo Benetton – fondato dai quattro fratelli Luciano (tornato alla presidenza a fine 2017), Giuliana, Gilberto e Carlo – nel 2016 ha chiuso il bilancio con un fatturato di 1,376 miliardi di euro (-8,5% rispetto al 2015). Nel giro di 15 anni il gruppo è già quotato nelle principali borse mondiali, finché nel 2004 viene escluso dal FTSE4GOOD[2], l'indice di investimento che include le società con alti standard di trasparenza e di responsabilità sociale: il gruppo non risponde ai requisiti in merito a politiche ambientali, rispetto dei diritti umani e rapporto con gli stakeholders.

Principali investimenti in portafoglio della Edizioni Holding aggiornato al giugno 2017 (pdf).

Parallelamente ai valori diffusi dalle note campagne di comunicazione, le inchieste giornalistiche e giudiziarie sviluppate nel corso degli anni permettono di definire una controstoria di quello «Stato nello Stato» che è il gruppo multinazionale dei Benetton.

Nel 1997 Clarín denuncia la deviazione artificiale del Río Chubut nella tenuta El Maitén dei Benetton, accusati anche per lo sversamento di acque non depurate proprio in quel canale e dell'uso di pesticidi tossici negli 8.600 ettari di monocoltura forestale di loro proprietà. Il corso del fiume è stato effettivamente modificato, ammette il gruppo trevigiano, ma la deviazione – con una portata del 10% del fiume principale – c'era già e i Benetton ne hanno solo usufruito per aumentare l'approvvigionamento idrico per i pascoli. A Leleque, invece, tre fiumi sono stati chiusi al passaggio dei pescatori, nonostante la legge argentina obblighi a lasciare un passaggio di 35 metri su canali e fiumi.

Un anno dopo, dalle pagine del Corriere della Sera il gruppo è accusato di sfruttare lavoro minorile in una fabbrica che lavora per la Bogazici Ready Wear, società che in Turchia realizza anche abiti Benetton destinati al mercato interno oltre che ad Azerbaijan, Kazakistan, Uzbekistan e Cipro (parte turca). La Bogazici, dicono i legali della multinazionale rispondendo a giudici ed interrogazioni parlamentari, lavora in «auotonomia organizzativa e decisionale» e, per questo, è l'unica imputabile. Ad essere condannati sono il CorSera e Riccardo Orizio, giornalista autore dell'inchiesta: il Tribunale di Milano, nel 2003, sostiene che il gruppo trevigiano «non aveva alcuna conoscenza del fenomeno denunciato» e «non è mai stato coinvolto in questo supposto sfruttamento» affermando che l'intera inchiesta sarebbe stata costruita per favorire gli azionisti del giornale diretti concorrenti dei Benetton. Quelle stesse accuse torneranno però identiche nel 2013, dopo il crollo del Rana Plaza in Bangladesh, di cui proprio la maglietta a marchio Benetton (vedi in apertura post) trovata tra le macerie rimane l'immagine più nota.

[È] complicato che le imprese comincino a preoccuparsi se le Leggi Nazionali di un Paese permettano una vita dignitosa ai lavoratori che lo abitano[3]

commenterà Paolo Landi, all'epoca direttore della pubblicità aziendale. Dopo aver tentato di negare qualsiasi coinvolgimento – venendo smentiti da immagini che fanno il giro del mondo – i Benetton definiscono un indennizzo di 970 dollari a famiglia per ognuna delle 1.129 vittime, a fronte di 121 milioni di euro registrati come utile 2013.

Per approfondire:

Il “sistema Benetton” è utilizzato anche in Italia, come dimostra la vicenda della “Olimpias” di Grumolo delle Abbadesse (Vicenza), dove nel 2010 i 127 dipendenti vengono messi in cassa integrazione e gli ordini dirottati su altri stabilimenti. L'intera produzione, in quelle fabbriche, è però destinata all'80% al gruppo trevigiano, come avviene alle centinaia di terzisti che lavorano per il marchio e che, per rispettare tempi e costi di produzione subappaltano parte della lavorazione a ditte ancora più piccole, spesso operanti al limite della legalità. Solo in Veneto, riporta Pericle Camuffo in “United Business of Benetton. Sviluppo insostenibile dal Veneto alla Patagonia” (Stampa Alternativa, 2008), tra il 1994 e il 1995 questo sistema porta al fallimento di circa 1.000 imprese e alla cancellazione di circa 5.500 posti di lavoro[4].

Denunce che non hanno però impedito ai Benetton di collaborare negli anni con istituzioni ed organizzazioni internazionali attive – tra le altre - nella difesa dei diritti umani, dall'Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (“Benetton for Kosovo”, 1999) alla FAO, dalla Caritas al World Food Program, realizzando campagne in favore del microcredito (“Africa Works”), contro il razzismo o per il rispetto dei diritti lgbtq e delle comunità locali.

I chilometri del Potere

Il potere dei Benetton, sul piano economico e politico, non si deve però né alle campagne sociali né all'abbigliamento – iniziale core business del gruppo – ma alle autostrade. O, meglio: al triangolo tra Autostrade Spa, Autogrill e Telepass, nel quale ricoprono ruolo fondamentale le concessioni pubbliche, «affare a rischio zero e profitti garantiti»: nel 2016 solo dai pedaggi nelle casse del gruppo sono arrivati 4 miliardi di euro. La multa da 16 milioni di euro comminata nel 2004 dall'Antitrust appare una spesa irrilevante per i conti di famiglia.

È la privatizzazione delle aziende IRI a rappresentare la prima trattativa con la politica: del “pacchetto-Autostrade”, acquistato nel 1999 (governo D'Alema I), fanno parte Autogrill, la rete di distribuzione GS – acquistata per 700 miliardi di lire e rivenduta al gruppo Carrefour per 6.000 miliardi – e i 3.300 ettari dell'azienda agricola Maccarese, il più grande possedimento agricolo d'Italia, nei pressi dell'aeroporto di Fiumicino, nella cui proprietà ci sono anche i trevigiani. Su quei terreni – casualmente? - è definito il piano di raddoppio delle piste entro il 2030 presentato all'Enac nel 2012, un progetto nel quale il gruppo guadagna più volte: risarcimento danni, aumento del pedaggio aeroportuale e profitti di un piano da sviluppare in ampia parte su una Riserva naturale e che, evidenzia l'Asl, porterà all'aumento dei ricoveri nella fascia 0-14 anni per malattie dell'apparato respiratorio, tumori maligni e insufficienza renale cronica.

Per approfondire:

Tranne che nel biennio 1992-1994 – quando Luciano Benetton è senatore del Partito Repubblicano – il gruppo si è sempre tenuto lontano dai partiti, instaurando così buon rapporti con i governi di qualsiasi colore, compresi i governi tecnici, trovando posto ai più importanti tavoli del potere economico italiano come Impregilo, Alitalia – faranno parte della “cordata nazionalista” voluta dal governo Berlusconi – Telecom, Generali e, ovviamente, Corriere della Sera, a cui vanno aggiunti gli interessi nel settore ferroviario (attraverso Eurostazioni) e aeroportuali. Una «attenzione modesta ed equamente ripartita» quella verso i partiti, che nel 2006 ricevono un finanziamento da 1,1 milioni di euro: 150.000 per i partiti maggiori (Forza Italia, AN, Lega, Udc, Ds, Margherita), 50.000 per i piccoli come l'Udeur. Verdi e Rifondazione Comunista: quello è l'anno dell'affaire-Albertis, la cui acquisizione – bloccata dal governo Prodi e ritentata nel 2017 – permetterebbe ai Benetton di creare nel più grande operatore autostradale al mondo.

Il problema di Macri con i desaparecidos di ieri e di oggi

Eletto nel 2015 tramite ballottaggio – primo caso nella storia dell'Argentina – Mauricio Macri è il primo Presidente a non appartenere né all'Unione civica radicale (centro-sinistra) né al Partito Giustizialista. Le novità si fermano qui: il suo partito, Cambiemos, rappresenta una «destra dura e pura», espressione di un blocco classista arrivato al governo per via democratica, strettamente legato alle banche transnazionali, da cui ha preso un prestito di 46 miliardi di dollari in soli 10 mesi (pari al 9% del Pil) e alle imprese straniere in cui, denuncia il giornalista Horacio Verbitsky a Left il 19 settembre 2017:

più del 70% dei funzionari proviene dal mondo del capitalismo. Sono imprenditori o membri delle “patronales” (una sorta di Confindustria, ndr), oppure di fondazioni private, studi di consulenza o legali, commercialisti o finanziari. La maggior parte ha occupato incarichi nelle banche transnazionali, a seguire ci sono coloro che provengono da posizioni di rilievo in multinazionali straniere di idrocarburi, elettricità, telefonia e informazione. La metà ha conseguito dottorati e master in università statunitensi o britanniche, dove si consolidano le identità ideologiche e le relazioni istituzionali e sociali

Nei suoi primi due anni, il governo Macri ha fatto un vasto e generalizzato ricorso alla repressione che ha toccato i popoli indigeni quanto i docenti in lotta che l'opposizione parlamentare. Una politica che Macri utilizza già dai tempi della sindacatura di Buenos Aires.

Già nel 2013, quando Macri era sindaco, il Centro di Studi Legali e Sociali (CELS) aveva denunciato la repressione sistematica come scelta politica di gestione da parte della polizia, accanto ai noti fenomeni di corruzione, clientelismo, abuso di potere e violenza – fino all’omicidio – durante fermi, arresti, sgomberi, soprattutto nei quartieri più poveri
riporta Susanna De Guio su DinamoPress.
Reprimere è scelta obbligata per portare avanti decisioni come il taglio ai sussidi pubblici per energia, gas e trasporti - smantellando le conquiste sociali di organizzazioni come la Tupac Amaru - la cancellazione delle restrizioni al settore minerario e agricolo (principali settori d'interesse dei Benetton in Argentina) e sulla flessibilità dei lavoratori nel settore petrolifero, portando all'aumento dell'inflazione. L'ex presidente del Boca Juniors (1995-2012) ha puntato sull'energia come settore strategico per lo sviluppo economico, definendo un ampio progetto di ammodernamento delle zone più arretrate del Paese. Ha inoltre cancellato la Ley de Medios e definito un piano di licenziamenti nel settore pubblico, cresciuto negli ultimi anni. In politica estera – dove il piano generale mira al riavvicinamento all'Europa – ha inoltre riportato l'Argentina nell'Alianza del Pacifico[5], schierandosi in favore dei golpisti in Brasile, di cui è primo partner commerciale, e contro il Venezuela di Nicolás Maduro.

Ma ciò che lo rende più noto a livello internazionale è la sua posizione sui desaparecidos, di oggi e di ieri e nitidamente rappresentata dalla richiesta di arresto (poi annullata) per Hebe de Bonafini, 87enne leader e fondatrice delle Abuelas de Plaza de Mayo. Parallelamente al conflitto aperto con i Mapuche, attraverso giudici della Corte Suprema vicini al suo esecutivo ha ampliato ai reati di genocidio e lesa maestà l'applicazione della cosiddetta “Legge 2x1 (n.24390), entrata in vigore nel 1994 per accelerare i tempi per i detenuti in attesa di giudizio, calcolando come doppi i giorni trascorsi in carcere a partire dal secondo anno di detenzione. Ha più volte definito come «vendetta politica» le condanne ai vecchi esponenti del regime. In aperto conflitto con la Convenzione sull'imprescrittibilità dei crimini di guerra e di lesa maestà ratificata dall'Argentina nel 1995, la legge permetterebbe la scarcerazione di oltre 700 membri della dittatura civico-militare. Per questo il 10 maggio 2017 a Buenos Aires sono scese in piazza 50.000 persone, convocate dalle Madres de Plaza de Mayo, chiedendo la destituzione dei tre giudici nominati dal governo, che in quelle stesse ore ha votato quasi all'unanimintà (211 sì, 1 no e 1 astenuto) l'inapplicabilità della legge per crimini contro l'umanità.

Nonostante questo, nel 2016 gli scambi commerciali con l'Italia – si legge nell'ultimo rapporto InfoMercatiEsteri (IME) – si sono aggirati intorno ai due miliardi di euro (981 milioni export argentino verso l'Italia contro 1,16 miliardi di euro di esportazioni italiane verso l'Argentina), con un saldo positivo per il nostro Paese di 174,4 milioni, in diminuzione rispetto al 2015, quando il saldo era di 209,6 milioni. È soprattutto l'esportazione di macchinari (per imballaggio, destinati all'industria alimentare, per la lavorazione di pelli e cuoio, per il marmo e la ceramica), materiale elettrico e prodotti chimici a portare le imprese italiane tra i primi dieci fornitori dell'Argentina, contro un 18° posto nella direzione commerciale opposta.

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I rapporti politici tra Roma e Buenos Aires sono storicamente eccellenti tanto sotto governi democratici quanto durante il regime civico-militare, in cui la loggia P2 ha avuto ruolo di primo piano. Nel 2016 viaggi in Argentina di ministri e funzionari italiani si sono registrati a scadenza quasi mensile, mentre a maggio 2017 il Presidente Mattarella ha guidato una missione politico-commerciale organizzata da Confindustria, Ministero dello Sviluppo Economico e Ministero degli Affari Esteri: Italia e Argentina, si legge nel rapporto, portano avanti una «forte collaborazione bilaterale nel settore dei Diritti Umani»[6]. Quegli stessi diritti che, in Argentina come in Egitto, in Arabia Saudita come in Iraq, vengono violati anche grazie alle armi italiane. Verso Buenos Aires, riporta la Relazione 2016 del MISE, il valore delle armi vendute è pari a 2.407.583,55 di euro, interessando soprattutto Beretta (1.225.375 euro) e Leonardo (722.465,79 euro), le società su cui si basa l'intero settore bellico italiano.

L'Italia che «ripudia la guerra come strumento d'offesa» - ma non i profitti che da essa derivano – tra il 1976 ed il 1983 si è fatta (co)responsabile della desaparición di oltre 30.000 argentini attraverso i suoi rapporti con il regime civico-militare (43 le vittime italiane del cosiddetto “Plan Cóndor[7]). Allora come oggi partecipiamo al terrorismo di Stato dei regimi – anche democratici – con i quali facciamo affari, vendendo direttamente le armi usate per detenzioni illegali, torture (reato forse non a caso entrato nel nostro ordinamento solo nel 2017), sparizioni forzate e omicidi.

Un Made in Italy” di cui non dovremmo andar fieri e che crea un circolo vizioso grazie al quale vendiamo quella stessa repressione che denunciamo, come ben dimostra la vendita di armi all'Egitto anche dopo l'omicidio di Giulio Regeni. Ma questa è un'altra storia.

Per approfondire:

  • Processo alle armi - la mia inchiesta sulla storia del commercio delle armi italiane e sul rapporto tra l'Italia ed i regimi non democratici

[2 - Fine]

Note

  1. Fondato nel 1999, il Grupo Clarín Sociedad Anónima, è il più grande gruppo giornalistico d'Argentina, di cui l'omonimo quotidiano è il prodotto di punta e organo di informazione più letto in America Latina. Il gruppo è inoltre proprietario di centinaia di giornali, radio e televisioni oltre che di un un provider internet (Cablevisión). Politicamente il gruppo si è schierato in favore della dittatura civico-militare (1976-1983), tanto da farsi megafono della battaglia contro le Madres e le Abuelas de Plaza de Mayo, che da quarant'anni combattono per la ricerca degli oltre 30.000 desaparecidos;
  2. Creato nel 2001 dall'FTSE Group con il supporto dell'Ethical Investment Research Services, l'indice FTSE4GOOD include le aziende che si distinguono per gestione e applicazione di criteri ambientali, sociali e di governance, come la sostenibilità ambientale (lotta al cambiamento climatico), il rispetto dei diritti umani o la lotta alla corruzione. Ne sono ad esempio escluse le industrie del settore del tabacco, delle armi o le industrie note per sfruttare i lavoratori.
  3. Pericle Camuffo, United Business of Benetton. Sviluppo insostenibile dal Veneto alla Patagonia, Stampa Alternativa, 2008, p.113;
  4. P. Camuffo, op.cit, p.51;
  5. L'alleanza commerciale e (geo)politica creata nel 2012 tra Cile, Colombia, Messico e Perù (sesto PIL mondiale che, nel 2012, ha attratto il 41% di investimenti esteri diretti nell'area) che ha portato tra le altre all'unione dei mercati valutari, all'abolizione dei visti turistici tra i paesi membri e alla riduzione delle barriere alla circolazione di beni e persone tra i quattro Paesi, che mirano all'aumento della crescita economica, degli investimenti e dell'occupazione. L'alleanza, composta interamente da governi liberisti, è considerata “figlioccia” del Washington Consensus e dunque osteggiata dai (pochi) governi di sinistra – la cosiddetta sinistra bolivariana, rappresentata nel continente dall'omonima Alianza – rimasti in America Latina. Per approfondire: Cresce l'Alleanza del Pacifico (L'Indro), Decolla l'Alleanza del Pacifico (Il Sole24Ore), L'Alleanza del Pacifico e la vera frattura in America Latina (Limes);
  6. Rapporto Argentina 2016 – InfoMercatiEsteri, p.27;
  7. Il Plan Cóndor è il nome con cui è nota la politica anticomunista tenuta tra gli anni Settanta e Ottanta dagli Stati Uniti in America Latina al cui vertice, come dimostrato da documenti desecretati nel 1993, l'allora Segretario di Stato Usa Henry Kissinger. L'operazione, un accordo tra i servizi segreti di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perù e Uruguay. Le cifre ufficiali – stando agli archivi ritrovati ad Asunción del Paraguay nel 1992 – parlano di 50.000 persone assassinate, 30.000 scomparse (desaparecidos) e 400.000 incarcerate. Il ramo italiano del processo penale, conclusosi dinanzi alla III Corte di Assise di Roma il 17 gennaio 2017, porta a 8 ergastoli e 19 assoluzioni;

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