venerdì 6 luglio 2018

Santiago Maldonado e i desaparecidos en democracia. Quale ruolo per i Benetton?

«Se Maldonado fosse indigeno, non avrebbe la stessa visibilità». A parlare così durante il Consiglio Consultivo dei Popoli Indigeni è Félix Díaz, capo della comunità Mapuche di Qom e zio di Marcelino Olaire, internato in un ospedale psichiatrico a Formosa (Argentina settentrionale) nel novembre 2016 e da quel momento sparito, desaparecido, come si dice in spagnolo. Santiago Maldonado viene ritrovato cadavere dopo 78 giorni di ricerche, periodo nel quale si sviluppa una campagna internazionale che ne pretende la aparición con vida, la stessa richiesta che facevano e ancora fanno le Madres degli oltre 30.000 desaparecidos della dittatura civico-militare[1] che ha guidato l'Argentina dal 1976 al 1983. Nonostante sia formalmente una democrazia da oltre trent'anni, in Argentina si continua a desaparecer. Ai tempi del regime come oggi anche per colpa dell'Italia.

Desaparecer en democracia

Tra il 1990 ed il 2015 sono 6.040 le persone sparite nel Paese, soprattutto giovani tra i 12 e i 18 anni, come evidenzia uno studio[2] realizzato dalla Procura specializzata sulla tratta di persone del Ministero della Giustizia argentino (Protex) in collaborazione con l'ong Acciones Coordinadas Contra la Trata de Personas. Di queste, stando ai dati della Coordinadora contra la Represión Policial e Institucional (Correpi), oltre 200 sono sparite per mano della polizia, soprattutto nella provincia di Chubut e sotto i governi Kirchner e Menem.

Il primo dei “desaparecidos en democracia” è Miguel Bru, studente di giornalismo all'Università de La Plata, torturato e ucciso nel novembre 1993 per aver denunciato la violazione del suo domicilio fatta dalla polizia. Per il suo omicidio, nel 1999, vengono condannati all'ergastolo gli ex poliziotti Walter Abrigo e Justo López. Jorge Julío Lopéz ha invece il primato di essere desaparecido due volte, nel 1976 – agli inizi della dittatura – e nel 2006, in quanto teste-chiave nel processo all'ex commissario di polizia Miguel Etchecolatz, accusato di averlo arrestato e torturato nel 1976. Pluricondannato per sottrazione di minore, sequestro, tortura, omicidio e sparizione forzata, Etchecolatz è stato espulso dalla polizia solo nell'agosto 2017 in quanto «il responsabile della Noche de los Lápices[3] continuava a mantenere il suo stato di polizia».

In altri casi le violenze della polizia argentina sono più simili ai casi di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva o Federico Aldrovandi, come accade a Jonathan “Kiki” Lezcano ed Ezequiel Blanco (2009) – per il cui omicidio la polizia è inchiodata da documenti video – Ezequiel Demonty, costretto dalla polizia a «imparare a nuotare» o nel caso di Luciano Arruga, torturato e ucciso dalla polizia nell'ottobre 2014, tre anni dopo il caso di Iván Torres, grazie al quale la Corte Interamericana dei Diritti Umani trasformerà il reato di “privazione illegittima della libertà” nel reato di “sparizione forzata”. La stessa accusa che per circa due mesi tiene i riflettori accesi su Santiago Maldonado, artigiano e tatuatore di 28 anni, ucciso durante una manifestazione nei pressi del fiume Chubut (nella omonima provincia della Patagonia argentina), il 1° agosto 2017.

Per approfondire:

È in una «caccia all'uomo di stampo razzista» che, il 25 novembre 2017, viene ucciso con tre colpi di arma da fuoco alle spalle Rafael Nahuel, 22enne membro della comunità Lafken Winkul Mapu, durante un'operazione delle forze speciali della Prefettura Navale (Albatros e Grupo Especial de Operaciones Federal) che - ammette il Ministero della Sicurezza - sparano «preventivamente» per sedare una manifestazione contro il progetto di costruzione di mega-impianti turistici a Villa Mascardi, pochi chilometri da Bariloche.

Altri due Mapuche sono stati feriti durante la stessa operazione della Gendarmería, mentre ad una giovane indigena di 16 anni «per zittirla è stata fatta mangiare la terra». Due testimoni oculari sono stati arrestati per l'omicidio di Nahuel, che il governo ha assicurato essere il risultato di uno «scontro a fuoco» con gli indigeni, nonostante l'assenza di prove e feriti tra i gendarmi ed il noto rifiuto dei Mapuche di usare armi da fuoco. Mentre il Centro de Estudios Legales y Sociales chiede che siano resi noti i nomi dei militari coinvolti e i dettagli dell'operazione (reparti mobilitati, armi e munizioni usate, numero di detenuti, etc), l'opposizione ha chiesto le dimissioni della ministra della Sicurezza, l'ex montonera Patricia Bullrich, che in una conferenza stampa ha evidenziato come il governo non abbia bisogno di prove sull'attività delle forze di sicurezza, dando «carattere di verità» alla versione della Prefettura.

Per approfondire:

La «verità» parla di Santiago Maldonado – che giornali filo-governativi come Clarín e La Nación hanno definito “hippie”, “spia addestrata dai curdi” e ”membro delle Farc colombiane” - trovato cadavere tra i cespugli lungo la riva del fiume Chubut, a 300 metri dal luogo in cui viene prelevato 78 giorni prima dagli uomini della Gendarmería Nacional durante la manifestazione che, il 1 agosto 2017, reclama il rilascio di Facundo Jones Huala, leader Mapuche in carcere per aver chiesto la restituzione delle terre occupate nel 2015 dalla comunità Pu Lof ma legalmente di proprietà dei Benetton, principali proprietari terrieri d'Argentina.

Indigeni contro pecore

Nei 300 metri che vanno dal punto in cui Maldonado viene arrestato al punto in cui il suo cadavere viene ritrovato si sviluppa la storia di una popolo ancestrale cacciato da terre ricche di petrolio e gas per far posto a 300.000 pecore da lana. Ad altre latitudini e con altri attori – l'Africa e la Cina, ad esempio – parleremmo tranquillamente di land grabbing. Nonostante ci interessi da vicino per il coinvolgimento di uno dei principali gruppi imprenditoriali italiani, quella dei Mapuche è una storia che difficilmente arriva al grande giornalismo italiano.

Palestinesi d'America (Latina)

Nati come cacciatori, allevatori e agricoltori, i Mapuche - “Popolo della Terra” in lingua Mapudungun – lottano fin dai tempi della colonizzazione spagnola (XVI-XVIII secolo) contro lo sfruttamento delle loro terre, oggi declinato negli interessi sulle risorse naturali (acqua, gas, petrolio, oro) di compagnie minerarie, idroelettriche e petrolifere operanti soprattutto nella zona del Neuquén - dove si trova più della metà del gas naturale argentino – o di grandi multinazionali come Benetton e Ledesma, zuccherificio il cui proprietario, Carlos Pedro Balquier, già coinvolto con il regime civico-militare, è tra i grandi elettori del presidente Macri nel 2015. Nel solo Cile – che insieme all'Argentina è stato creato sui territori originari Mapuche – la terra sottratta ad indigeni che non hanno mai avuto necessità di codificare un “diritto di proprietà”, è pari al 90% dei loro possedimenti. Prima dell'omicidio Maldonado, la vicenda di sangue più nota che ha coinvolto i Mapuche è la “conquista del Deserto” (1878-1885): l'omicidio di oltre 1.300 indigeni dell'Araucania e la confisca – anticostituzionale – delle loro terre da parte degli inglesi, nonostante il divieto di donare appezzamenti più ampi di 400.000 ettari e la vendita di terreni concessi in donazione. Una doppia violazione di legge che porterà l'Argentina a diventare una potenza agricola e i latifondisti a possedere «tutta la terra che il loro sguardo riusciva ad abbracciare».

Se per gli invasori – nel 1500 come oggi – si tratta di mero capitalismo, per questo popolo la terra è un fattore identitario: è l'uomo ad appartenere alla Pacha Mama (o Ñoque Mapu per i Mapuche) e non il contrario. Evidenziava nel 2008 Jorge Huenchllan, portavoce di una delle comunità che compongono questo popolo:

Senza la terra, il Mapuche non è niente, muore spiritualmente e culturalmente. Senza la terra, la machi (guaritrice) non può trovare le piante medicinali e cerimoniali per curare la gente e per venerare le persone che sono tornate alla madre terra. Senza il lonko (capo della comunità) non può più esercitare il potere politico. Recuperare le nostre terre vuol dire ricostruire il nostro popolo, il nostro territorio sacro, il nostro potere economico

Per i “palestinesi d'America Latina” ci saranno solo politiche di Reducciones” e assimilazione sociale che li costringeranno in territori sempre più piccoli ed improduttivi (500.000 ettari contro i 5 milioni venduti dai governi ai latifondisti), costringendo i giovani ad emigrare nelle grandi città in cerca di lavoro. È così che nascono le prime forme di resistenza organizzata delle comunità autoctone, armate di fionde e pietre contro proiettili e droni usati dalla polizia.

Per approfondire:

Dalla “Reducción” alla “restitución”

La difesa della terra Mapuche diventa un atto politico nell'agosto 2002, quando Atilio Curiñanco e sua moglie Rosa Rúa Nahuelquir dopo aver perso il lavoro si stabiliscono con i quattro figli nella attuale tenuta Santa Rosa di Leleque – oggi “Territorio Mapuche Recuperado” - che l'Instituto Autárquico de Colonización y Fomento Rural assicura, verbalmente, essere libero e abbandonato da anni. Due mesi dopo i Benetton ne ottengono lo sgombro. Assolti in sede penale, i Curiñanco-Nahuelquir devono comunque abbandonare quei 535 ettari di terreno (torneranno nel 2007, con altri trenta membri della comunità), minima parte dei 900.000 ettari posseduti dal gruppo trevigiano in Argentina e su cui è nota la presenza di almeno 15 pozzi minerari da cui estrarre l'oro. Estrazioni che vengono bloccate nel 2003 dai cittadini tramite referendum – obbligatorio secondo il Trattato n.169 dell'Ilo sui popoli indigeni e tribali – per un motivo semplicissimo: la vittoria del sì avrebbe portato alla liberazione di circa 6 tonnellate di cianuro al giorno per dieci anni per separare la roccia dai metalli pesanti. Una decisione che secondo la società che controlla la miniera «rifiuta lo sviluppo».

Per approfondire:

Oggi il recupero delle terre ancestrali è considerato un reato, tanto che i Mapuche (e chi ne sostiene la lotta come i tanti Santiago Maldonado) vengono accusati di terrorismo. Un'accusa che, riporta Página12, dipende «dall'avidità speculativa che stanno assumendo i territori patagonici di fronte all'avanzata vorace delle politiche neoestrattive», facilitata dalla «vulnerabilità delle istituzioni democratiche che si vive in questo momento». Un'accusa “universale” che in Argentina come in Cile, in Egitto quanto negli Stati Uniti permette l'uso di arresti arbitrari, torture e omicidi.

Macri contro il welfare dal basso

È il caso, emblematico, di Milagro Sala, deputata al Parlamento del Mercosur – il Mercato comune dell'America meridionale – e dirigente indigena del movimento Tupac Amaru, uno dei movimenti sociali più colpiti dalla repressione del governo Macri. In esilio a Barcellona durante gli anni della dittatura, con il governo Macri Sala è stata incarcerata per oltre 600 giorni senza prove, dopo l'arresto nel gennaio 2016 durante un picchetto in sostegno dei contadini senza terra. Processata ad agosto 2017 grazie all'interessamento di organizzazioni come Amnesty International e la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CELS), le vengono concessi gli arresti domiciliari in una casa di sua proprietà nella quale mancano porte, finestre, elettricità, acqua e servizi igienici e che – riporta l'agenzia Pressenza – viene saccheggiata nei giorni precedenti al suo arrivo. Il 14 ottobre, riporta ancora l'agenzia, gli arresti domiciliari vengono revocati dal giudice Pullen Llermanos e, alle 7 del mattino.

forze del CEOP (Cuerpo Especial de Operaciones Policiales), accompagnate da auto civetta senza segni di riconoscimento, hanno fatto irruzione nella casa dove Milagro Sala era agli arresti domiciliari e l'hanno trasferita con la forza, scalza e in pigiama, al carcere femminile di Alto Comedero

Gli avvocati difensori descrivono quest'operazione con due sole parole: «sequestro illegale». A fine novembre la CELS ha ordinato al governo di adottare tutte le misure necessarie a «garantire la vita, l'integrità personale e la salute della signora Milagro Sala», essendo evidente la «persecuzione» del governo argentino nei suoi confronti.

Per approfondire:

Processo alla Gendarmería

«Persecuzione» dell'intero popolo Mapuche che l'opinione pubblica italiana ha – brevemente – conosciuto proprio grazie all'omicidio di Santiago Maldonado, morto «per ipotermia profonda» nel Río Chubut, secondo quanto riportano i 28 periti forensi coinvolti nell'autopsia, dove si evidenzia come il corpo sia «rimasto sott'acqua per un periodo stimato tra i 53 e i 73 giorni». Eppure le ricerche dei pompieri, effettuate per tre volte in quei giorni, non hanno trovato il cadavere, poi rinvenuto a 300 metri dal suo ultimo avvistamento.

L'operazione di polizia, che ha coinvolto oltre duecento gendarmi appartenenti a quattro distaccamenti diversi, secondo quanto rivelato dalla stessa Gendarmería, è iniziata alle 7 di martedì 1 agosto 2017. Scopo dichiarato è quello di sgombrare la via del Trochita (il vecchio treno espresso della Patagonia argentina, dal 1998 Monumento Storico Nazionale trasformato dai Benetton in attrazione turistica) e identificare gli abitanti della comunità, costantemente minacciati. Dopo i primi fermi, raccontano gli indigeni a Página12, le forze di polizia si sono dirette verso la ruca (l'edificio principale della comunità, dove si mangia e si passa il tempo).

Ci siamo chiusi dentro, ma loro hanno sfondato la porta. Ci hanno spruzzati con gas lacrimogeno, schiuma antincendio, ci hanno presi per i capelli, hanno picchiato un bambino con un bastone sulla testa, ci hanno ammanettato[...]Gli abitanti non sapevano che chi cercava di andare in loro soccorso è stato fermato in vari posti di blocco che le forze di sicurezza avevano montato entro 4 chilometri[...]In un'altra operazione ordinata dal giudice José Colabelli [nel 2009 accusato di razzismo, ndr] sono stati sequestrati 15 cavalli dei Mapuche[...]Quando ore dopo alcuni membri della comunità sono andati in cerca dei cavalli sono stati inseguiti, armi in mano, dalle forze di sicurezza e in seguito arrestati.

«È stata una battuta di caccia» ha riassunto al quotidiano Edgardo Manosalva, avvocato e membro dell'Assemblea Permanente dei Diritti Umani che ha inoltre evidenziato come la polizia abbia fabbricato «prove false» come bombe molotov o un proiettile calibro 22 sparato appositamente su uno dei loro veicoli. Un ulteriore attacco viene realizzato nella notte di mercoledì, «quando la maggior parte dei membri della comunità e di chi è solidale con loro era concentrato su ciò che avveniva in tribunale con i detenuti». Un'operazione in cui i gendarmi usano proiettili di gomma e di piombo, causando il ferimento di dieci indigeni, di cui due in gravi condizioni, che si aggiungono a nove arresti e alla sparizione forzata di Santiago Maldonado.

È Javier Llorens, investigatore su temi economico-giuridici e consulente legislativo, a ricostruire in un articolo pubblicato il 19 novembre 2017 dal sito “Striptease del Poder", la dinamica che porta alla morte di Maldonado: è accertato che il giovane non riesce ad attraversare il río Chubut durante la fuga dai gendarmi – non sa nuotare – e, per questo, si nasconde dietro un arbusto. Qui viene raggiunto, completamente fradicio e infreddolito, da tre gendarmi degli Squadroni 35 e 36 di Esquel, Bariloche ed El Bolsón, tra cui il sottotenente Emmanuel Echazú – attualmente unico imputato per il suo omicidio – e il caporale Darío Rafael Zoilan, che lo colpiscono con pugni, pietre e con i calci dei loro fucili. Accertata inoltre l'esplosione di un colpo di fucile da parte del caporale. I vestiti bagnati aiutano a non lasciare tracce sul corpo di Maldonado che, catturato, viene caricato su uno dei veicoli usati durante l'operazione (un autocarro Mercedes-Benz “Unimog”) e poi trasferito già cadavere – tanto da essere posto in un telo di plastica nero – in un furgone Ford Ranger bianco «probabilmente per tentare inutilmente di occultare il suo decesso al resto della truppa», evidenzia Llorens. Per questo trasferimento, mostra un video realizzato dalla stessa Gendarmería, è stato necessario creare una cortina di fumo incendiando «materassi, tende, coperte, vestiti e persino i giocattoli dei bambini».

In quest'altro video, realizzato da C5N, viene ricostruita «metro a metro» la cattura di Santiago Maldonado

L'omicidio potrebbe dunque essere risultato non voluto del desiderio di vendetta dei gendarmi per le tante pietre ricevute, una morte derivante dai colpi subiti da un corpo già debilitato dall'ipotermia. La domanda a questo punto è una sola: la sparizione forzata di Santiago Maldonado è un tentativo – evidentemente non riuscito – di occultarne l'omicidio?
Voluta o meno la morte del giovane artigiano, la catena di comando delle operazioni ha tentato in tutti i modi di rendere impossibili le indagini. In una conferenza stampa del 6 settembre Verónica Heredia (video), avvocatessa della famiglia Maldonado denuncia la contraffazione dei registri relativi agli armamenti ed ai veicoli usati, a cui si aggiunge la pulizia preventiva ed approfondita di questi ultimi, o almeno di quelli presentati come i veicoli utilizzati nell'operazione. Una denuncia che lascia poche possibilità di difesa:

si nota ad occhio nudo, ci sono pagine incollate con lo scotch, i nomi sono stati cancellati e sovrapposti, mancano le ore e i giorni.

Secondo le perizie effettuate dal dottor Fernando Machado – che ha sostanzialmente accertato la morte avvenuta durante la detenzione forzata – nell'Unimog sono stati trovati cinque capelli che potrebbero essere compatibili con quelli del giovane artigiano, di cui tracce ematiche si troverebbero anche sul secondo veicolo (un Volkswagen Amarok) usato per trasporlo, cadavere, fuori dall'area degli scontri. Il condizionale è d'obbligo perché l'approfondito lavaggio dei veicoli rende impossibile dare per certi tali indizi.

Le certezze della catena di comando

Nei giorni successivi alla manifestazione Juan Ale, capo della polizia di Chubut, ha giustificato l'operato dei suoi uomini, evidenziando come questi si stessero semplicemente difendendo «dagli attacchi con pietre». Una difesa nella quale, evidentemente, rientra anche il furto di materiali come nylon, serrature, chiodi «e sigarette» denunciato dai Mapuche. Accusato della desapareción (non solo) di Santiago Maldonado, il governo Macri per bocca della ministra Bullrich ha rigettato ogni accusa, evidenziando come «la polizia non è la stessa di quarant'anni fa». I metodi usati – soprattutto le torture e le sparizioni forzate – sembrano però testimoniare esattamente il contrario.

Testimonianza interessante è anche quella di Pablo Durán, ministro del governo di Chubut che in una interpellanza presso la Camera dei Deputati ha evidenziato come l'intera operazione sia stata organizzata dall'avvocato Pablo Noceti, capo di Gabinetto del ministero della Sicurezza e noto per aver più volte difeso i militari del regime civico-militare. Varie prove fotografiche ne hanno accertato la presenza, durante gli scontri, a pochi chilometri dal luogo della manifestazione, esattamente dentro la tenuta dei Benetton. Secondo quanto dichiarato da Durán l'unica colpa dei gendarmi sarebbe quella di aver eseguito gli ordini impartiti proprio da Noceti. È interessante notare come le accuse arrivino da un uomo che, seguendo la linea del governo centrale ha più volte definito i Mapuche «un gruppo di terroristi e delinquenti».

Cosa ci faceva Noceti, durante gli scontri, nella tenuta dei Benetton? E, domanda a questo punto lecita: i Benetton sono semplici spettatori della repressione del governo argentino contro il popolo Mapuche?

[1 - Continua]

Note

  1. La definizione è di Horacio Verbitsky, tra i più importanti giornalisti d'inchiesta argentini, che ne “I Complici. Conversazioni con Horacio Verbitsky su Chiesa, Dittatura ed Economia” (curato da Nadia Angelucci e Gianni Tarquini per Nuova Delphi, 2014) scrive: «La dittatura ha avuto istigatori, complici, e sfruttatori […] va ripensata come un vero e proprio blocco civile, militare, ecclesiastico ed economico […] Altrimenti si potrebbe pensare che i militari siano stati dei pazzi venuti da Marte per annientare gli argentini»;
  2. Búsqueda en Democracia. Diagnóstico sobre la búsqueda de personas entre 1990 y 2013 - Acciones Coordinadas Contra la Trata, Procuraduría de Trata y Explotación de Personas, 2015 (pdf);
  3. Notte delle matite (“Noche de los Lápices”, in spagnolo) è il nome con cui è passata alla storia la notte del 16 settembre 1976, quando a La Plata (Argentina) vengono sequestrati sei studenti, militanti dell'Unión Estudiantil Secondaria (Unione degli Studenti Secondari) in quei giorni mobilitata contro l'abolizione del Boleto Escolar Secundario, una tessera che permetteva agli studenti liceali di usufruire di sconti su libri di testo e autobus. Le proteste furono considerate “attività sovversiva” dallo Stato, giustificando così la reclusione dei manifestanti nei centri di detenzione clandestini. Furono in tutto dieci gli studenti sequestrati quella notte e nei giorni successivi: Claudio de Acha (17 anni); Horacio Ungaro (17 anni); María Claudia Falcone (16 anni); María Clara Ciocchini (18 anni); Francisco López Muntaner (16 anni); Daniel A. Racero (18 anni); Patricia Miranda (17 anni); Emilce Moler (17 anni); Gustavo Calotti (18 anni); Pablo Díaz (18 anni). Questi ultimi saranno gli unici due sopravvissuti dell'operazione, e solo la testimonianza di Díaz ha permesso di ricostruire i fatti, divenuti poi un libro ed un film dall'omonimo titolo (“La notte delle matite spezzate”, in italiano)

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