venerdì 7 dicembre 2018

Salvatore Gurreri e il triangolo Augusta-Melilli-Priolo: storia (di sangue) del progresso che «deporta»

Questo articolo è stato originariamente pubblicato dall'agenzia Pressenza il 3 dicembre 2018


Molte delle immagini utilizzate in questo collage sono riprese dal documentario "Veneranda Augusta" di Francesco Cannavò (2016)

Salvatore lo trovano così, quel 13 giugno 1992: legato mani e piedi dentro il bagagliaio della sua vecchia Alfa Romeo verde. “Incaprettato”, come direbbero quei mafiosi che nella Sicilia di quel giugno 1992 hanno già ucciso il giudice Giovanni Falcone e si preparano, il 19 luglio, a far saltare in aria un'intera strada – via Mariano D'Amelio, a Palermo – per uccidere il giudice Paolo Borsellino. Ma ad uccidere Salvatore Gurreri non è stata la mafia. Forse. O almeno non è stata quella mafia, quella da autobombe e maxiprocessi. Ad uccidere Salvatore Gurreri, classe 1908, in quella Marina di Melilli di cui nel 1992 è rimasto unico cittadino ci ha pensato quello sviluppo economico che avvelena le terre, contamina l'aria e fa ammalare le persone.

Diffidente, scontroso, a tratti timido e con una passione vorace per la lettura; chi lo conosce, Salvatore Gurreri lo descrive così. Quando lo uccidono si gode la sua meritata pensione in un casolare in riva al mare a Marina di Melilli (Siracusa), acquistato nel 1961 come luogo in cui ritemprarsi dal lavoro di imprenditore e rappresentante che lo porta a girare l'Italia. È stato anche un uomo politico, Salvatore Gurreri: prima come fondatore, nella natia Vizzini, del “Fronte dell'Uomo Qualunque”, poi esponente del Partito Liberale al Comune di Catania.

Ma è quella casa sul mare a Marina di Melilli a trasformare la sua storia da quella di un uomo qualunque – con la minuscola – che sarebbe rimasto solo nei ricordi di parenti e amici a quella dell'uomo che provò, da solo, a resistere al potere del petrolio, lui che di paura per “i potenti” non ne aveva mai avuta e si vantava di aver dato uno schiaffo a Palmiro Togliatti. La storia di quest'uomo e dell'intera Marina di Melilli sarebbe stata forse diverse se quella manciata di case, in cui abitano 182 famiglie, non si fossero trovate nell'area che, a partire dagli anni Settanta verrà dedicata allo sviluppo industriale: un progetto che avrebbe dovuto portare benessere per tutti e che, invece, porta oggi i cittadini di Augusta, Melilli e Priolo Gargallo (da ora Priolo) a decidere, dietro il ricatto occupazionale, se morire di fame o di cancro.

Di fame ci muori lo stesso se ti ammali di cancro

racconta a Domenico Iannacone, in una recente puntata de “I Dieci Comandamenti” (Rai 3, 18 novembre 2018, video) Donatella Saraceno, madre di Irene, morta a 22 anni per cancro ai polmoni che, come gli oltre 900 morti di tale malattia in questi anni, si sono ammalati di una sua particolare forma, il “cancro da petrolchimico”.

Augusta-Melilli-Priolo: come si crea un biocidio?

Dagli anni Cinquanta ad oggi nel triangolo di costa tra Augusta, Melilli e Priolo Gargallo (Siracusa) dal punto di vista industriale è passato di tutto: il polo petrolchimico e l'inceneritore portuale, la fabbrica di calce e la centrale idroelettrica. Montedison, Eni, Moratti, Lukoil, Exxon sono nomi che per decenni hanno permesso alle famiglie di questi luoghi di portare il pane in tavola e mandare i figli a scuola, mentre assicuravano il camion con i regali della Befana e un'aria che, quando il vento soffia dal mare verso l'interno, è irrespirabile. Alcune indagini hanno inoltre accertato come nella raffineria di Augusta sia arrivato parte del petrolio rubato in Libia che viene contrabbandato attraverso Malta.

Che questo tratto di Sicilia debba diventare una delle capitali dell'industria petrolchimica italiana è deciso fin dagli albori della Repubblica, quando l'Agip (poi Eni) di Enrico Mattei diventa il perno della politica estera – sviluppata dai Gronchi, Fanfani e Moro - che vuole l'Italia perno del Mediterraneo. Una politica che vede in Augusta un punto strategico lungo la rotta del petrolio che arriva dal Medio Oriente grazie ai particolari accordi sviluppati da Mattei.
È un'Italia che inizia a ricostruirsi e che, spesso, si arrangia come può: i primi impianti che arrivano ad Augusta, nel 1949, Angelo Moratti li va a prendere tra quelli dismessi dalle compagnie petrolifere texane, indifferente alle denunce degli ambientalisti locali che già all'epoca evidenziano il rapporto di causalità tra petrolchimica e tumori. Da quel momento nell'area si crea un vero e proprio indotto petrolifero: nascono la Rasiom (Raffineria Siciliana Oli Minerali) di Moratti, che raffina greggio per carburanti (1950) e la centrale idroelettrica Enel (1953) alimentata a olio combustibile; la Augusta Petrolchimica che produce ammoniaca con i sottoprodotti della raffinazione o la Celene, joint venture tra Edison e Union Carbide – il cui nome è legato al disastro di Bophal (1984) – che produce polietilene e derivati; il petrolchimico Eni a Gela e lo stabilimento Isab (Industria Siciliana Asfalti e Bitumi) a Marina di Melilli.

Nel solo periodo 1956-1959 – riporta Marina Forti in “Malaterra. Come hanno avvelenato l'Italia” (Laterza, 2018) – tra Siracusa e Augusta arriva il 15% dell'intero investimento per il Meridione, circa 130 miliardi di lire; 13.000 lavoratori vengono prelevati dalle campagne per andare a lavorare nell'industria, che tra il 1950 e il 1970 arriva ad offrire 20.000 nuovi posti di lavoro; il reddito per abitante diventa più del doppio dell'era “agricola” e tutto sembra portare benessere per i cittadini. Finché il mare non restituisce una gran quantità di pesci morti, col ventre scoppiato e il muco nelle branchie. È un'immagine emblematica di una situazione lavorativa che si capovolgerà nel giro di venti anni: dal boom occupazionale della fase ricostruttiva si passa, negli anni Settanta alla delocalizzazione degli impianti, alla nascita di nuove raffinerie in Europa e ad una più aggressiva concorrenza tra i Paesi produttori. È a questo punto che le popolazioni locali iniziano a guardare a quegli impianti in modo meno benevolo. Anche perché, in quel 1979 c'è un altro elemento che inizia a far dubitare di quel benessere: al Muscatello, l'ospedale di Augusta, sono sempre di più i bambini nati con malformazioni neonatali.

Secondo studi dell'Azienda sanitaria provinciale (Asp) di Siracusa – fermi al 2015, ultimo anno di rilevazione anche per il locale Registro Tumori – oltre ad aborti e malformazioni neonatali, ad incidere sulla salute dei cittadini del triangolo industriale sono sopratutto i tumori alla prostata per gli uomini (16,1%) e al seno per le donne (26,6%). In misura minore si registrano soprattutto tumori a polmoni, colon-retto, vescica, utero e tiroide. Tumori a polmoni (maschi) e seno (donne) rappresentano inoltre le due principali cause di mortalità legate all'attività industriale nell'area. Insieme al tumore ai polmoni, inoltre, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha evidenziato una incidenza di oltre il 20% in più rispetto alla media mondiale di mesotelioma pleurico, legato all'esposizione all'amianto.
Vari studi evidenziano come negli ultimi anni i tassi di incidenza e mortalità stiano diminuendo (-14,9% tra gli uomini; -2,1% tra le donne), un dato in linea con l'andamento nazionale. Ma l'area Augusta-Melilli-Priolo rimane soggetta ad una grave crisi sanitaria ed ambientale che, a ben guardare, deriva più da scelte politiche che industriali. Nonostante questi dati, nonostante il “caso” Augusta-Melilli-Priolo sia da tempo noto a livello internazionale, ad Augusta non c'è un centro oncologico dove i malati di tumore possano curarsi; in molti vanno all'Istituto Oncologico del Mediterraneo di Viagrande (Catania), alimentando quel turismo sanitario (10 miliardi di dollari l'anno il giro d'affari globale) che in Italia aggrava ancora di più i bilanci delle strutture del Sud Italia, permettendo a quelle del Nord – private – di fare «shopping» di pazienti, come denuncia il giornalista Giovanni Sabato a Domenico Iannacone in una recente inchiesta de “I dieci comandamenti” (25 novembre 2018, RaiTre, video)

Le lucciole di Pasolini? Uccise dal progresso industriale

È lo stesso tipo di industrializzazione che i cittadini di Taranto vivono grazie all'Ilva. Una industrializzazione che, dietro alla promessa di benessere nasconde malattie e danni all'ambiente. E come a Taranto e nelle tante, troppe, capitali di questa Italia avvelenata, i reati vanno equamente divisi tra chi ha contaminato (le aziende) e chi ha permesso – e permette – di farlo: quelle istituzioni che, a livello nazionale e locale, consentono per ignoranza, disinteresse o connivenza la distruzione del territorio e l'assassinio, lento e quotidiano, dei suoi cittadini. È la «scomparsa delle lucciole» di cui scrive Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera il 1 febbraio 1975, come attacco al potere “fascista” della Democrazia Cristiana.

Nonostante i pesci morti e le malformazioni neonatali, negli anni Settanta l'area Augusta-Melilli-Priolo, così come quelle di Gela (Caltanissetta) e Milazzo (Messina) non vengono fatte rientrare nella lista dei comuni soggetti alla legislazione contro l'inquinamento atmosferico (legge 615/1966). D'altronde per decenni i monitoraggi ambientali e analisi cliniche sugli operai – affidati alle stesse aziende inquinanti – hanno evidenziato come in quelle zone non esistesse alcun problema socio-ambientale legato al petrolio e al suo indotto. Nell'intervista rilasciata a Domenico Iannacone, un dato eloquente di questa politica lassista lo dà Luigi Solarino, chimico industriale ed ex professore associato in Chimica industriale e Impianti chimici industriali all'Università di Catania.

In tutto il mondo, ma anche in parte dell'Italia si fanno i controlli “24h” chiamati, 24 ore al giorno viene controllato il prodotto che mettono fuori, liquido, gassoso, eccetera. Nella nostra zona e in tutta la Sicilia praticamente il controllo viene fatto una volta ogni quattro mesi.

Ci vorranno poco meno di 30 anni per smontare questo “teorema”: mentre si allunga la lista di indagini giudiziarie e interrogazioni parlamentari, nel 1990 l'area compresa tra Augusta, Melilli e Priolo viene inserita per decreto nelle aree “a rischio di crisi ambientale” e, in seguito, nella lista dei siti da bonificare. La mappa parla di un “mostro” di 5.800 ettari su terraferma – tra Augusta, Melilli, Priolo e Siracusa – e oltre 10.000 ettari in mare in cui si trovano, tra gli altri, metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici (IPA), policlorobifenili (Pcb), diossine e amianto. Sotto il campo di calcio ad Augusta è nota la presenza di ceneri di pirite, gratuitamente cedute anni fa dalla Montedison, che ha riempito di questo rifiuto tossico le le saline su cui è stato costruito l'intero quartiere nel quale si trova il campo.

L'area riconvertita alla petrolchimica è inoltre ricca di testimonianze archeologiche come la necropoli di Thapsos o i resti della città greca di Megara Hyblaea, fagocitati in un Paese che sempre più disconosce la propria storia e che ha deciso fin da subito che il turismo di sceicchi e petrodollari – in un'Italia che non può ergersi a potenza petrolifera - siano più allettanti del turismo da scavo archeologico.

Dove sono finiti i soldi per le bonifiche?

L'area Augusta-Melilli-Priolo-Siracusa è “Sito di Interesse Nazionale (Sin) da un decennio[1] quando, nel 2008 vengono stanziati 770 milioni di euro per la bonifica, in base all'Accordo di programma (.pdf) tra le istituzioni locali e i ministeri dell'Ambiente e dello Sviluppo Economico. Sono, però, fondi che si rivelano “virtuali”: metà devono venire dalle aziende inquinanti in base al principio comunitario del “chi inquina paga” (Direttiva 2004/35/CE sulla responsabilità ambientale) che non vengono erogati e lo Stato può coprirne solo 106 milioni, di cui al 2015 ne sono stati realmente trasferiti all'apposito Commissario 50 milioni, mentre la Regione Sicilia decide di dimezzare i fondi inizialmente promessi. Alla fine, secondo i calcoli dell'ex ministro Gian Luca Galletti (governi Renzi e Gentiloni), dei 770 milioni iniziali ne sono stati spesi appena 3,7 milioni. Nel dicembre 2017 il ministero dell'Ambiente evidenzia anche come ad essere “caratterizzato”[2] sia meno della metà dell'area: ciò significa che nella maggior parte del sito da bonificare non si conosce nemmeno, con esattezza, quali siano le fonti di inquinamento, così da rendere impossibile definire gli interventi da effettuare.
Senza un'attività di bonifica non ci sono freni alla creazione di nuove discariche di rifiuti tossici, come quella di Melilli in cui fino al 2016 viene depositato il “polverino” (scarto di lavorazione industriale) proveniente dall'Ilva di Taranto attraverso il porto di Catania e interrato di notte, allo stesso modo in cui i casalesi hanno contaminato la “Terra dei fuochi” con i rifiuti tossici provenienti dal nord Italia e dall'Europa.

Chi inquina paga?

Al principio europeo del “chi inquina paga”, inoltre, le aziende del “triangolo” - quali Eni, Erg, Syndial, Dow Poliuretani, Polimeri Europa – oppongono il fatto che, essendo impossibile quantificare il livello di inquinamento derivante da ogni singola azienda è impossibile ripartire, in maniera equa, gli oneri della bonifica, basti considerare, ad esempio, che nella sola Augusta ci sono 190 punti di emissione di sostanze inquinanti. E così non paga nessuno. Come se non fosse già abbastanza “oculata” la scelta di aver cancellato borghi e siti archeologici in nome del profitto a Priolo si parla della possibilità di installare un inceneritore trasformando in termovalorizzatore per la produzione di energia, acqua calda e concimi la Cogema (chimica organica e vendita tecnologie per la lavorazione dei derivati del magnesio, fallita nel 2006).

Operazione “Mare Rosso”

Gennaio 2003: su mandato della locale Procura della Repubblica, la Guardia di Finanza di Siracusa arresta 17 tra dirigenti e dipendenti dell'ex stabilimento Enichem (oggi Syndial) oltre ad un funzionario della Provincia preposto al controllo della gestione dei rifiuti speciali prodotti nell'area industriale. È l'operazione “Mare Rosso”, in cui ad essere contestato è soprattutto il reato di “associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito d'ingenti quantità di rifiuti pericolosi contenenti mercurio” (art.53bis Decreto Ronchi, oggi art.260 Codice ambientale). Oltre all'uso di false certificazioni grazie alle quali mandare in discarica rifiuti non idonei – uno dei sistemi più usati nello smaltimento illecito di rifiuti – gli arrestati sono accusati di aver sversato mercurio nei tombini di raccolta delle acque piovane e, di conseguenza, in mare. È, quest'ultima, un'accusa accertata non solo dalla giustizia: più di uno studio[3] evidenzia come il mercurio stia ancora oggi modificando la catena alimentare dell'intero Mediterraneo, tanto che non è difficile imbattersi in pesci dalla spina bifida o scoliotici. L'Icram[4] in quel mare della Rada di Augusta trova tracce di mercurio, piombo, esaclorobenzene, diossine, furani, arsenico, rame, cromo, IPA: tutti inquinanti, alcuni mutageni, riconducibili ad attività industriale. Nel sottosuolo del SIN sono state trovate sostanze cancerogene e teratogene – capaci cioè di alterare lo sviluppo di alcune regioni del feto durante la gravidanza – come benzolo, acrinotrile, cadmio, cromo, nichel oltre alle stesse diossine.

Durante il processo le accuse verso Enichem decadono: il ritrovamento di una lettera del responsabile Montedison negli Stati Uniti ai direttori generali dell'azienda in Italia datata 1974, ha evidenziato come lo sversamento di oltre 500 tonnellate di mercurio in mare (tra il 1958 e il 1980) sia stato opera, consapevole, di questa azienda, la stessa che “regala” le ceneri di pirite per costruire un intero quartiere ad Augusta. Seppur prosciolta, la Enichem decide comunque di risarcire le vittime dell'inquinamento da mercurio con cifre che vanno dai 15.000 euro al milione, a seconda della gravità del danno ecotossicologico. Secondo il ministero della Salute nella Rada di Augusta ci sarebbero 180 milioni di metri cubi di sedimenti di fanghi tossici, quantità che rende l'area non bonificabile: dragandola il mercurio e le altre sostanze tossiche tornerebbero in circolo, aggravando ancora di più la situazione. Il lascito “storico” dell'impatto ambientale delle decisioni politico-industriali nel triangolo Augusta-Melilli-Priolo lo riporta, nero su bianco, il Centro Documentazione Conflitti Ambientali:

inquinamento atmosferico; insicurezza alimentare con danni alle produzioni agricole; degradazione paesaggistica; contaminazione dei suoli; contaminazione delle acque di superficie; fuoriuscite di contaminanti e di petrolio; peggioramento della qualità dell'acqua; riduzione dei bacini idrici; sversamenti di residui di lavorazione delle attività minerarie

Marina di Melilli, il paese «deportato» dal progresso

La cartolina del finto progresso portato dall'industria petrolchimica nel triangolo Augusta-Melilli-Priolo è la raffineria Isab di Marina di Melilli, piccolo borgo in cui gli 800 abitanti passano le giornate tra l'asilo, la chiesa, il bar e il mare. Un piccolo borgo con meno di 200 case che ha, però, un difetto: si trova nell'area in cui è prevista la costruzione della raffineria. La storia di questo borgo non può che andare, dunque, in una direzione sola, ovvero la distruzione delle abitazioni per far posto agli impianti, con conseguente cacciata della popolazione. Una vera e propria «deportazione» secondo don Palmiro Prisutto, parroco della Chiesa Madre di Augusta, che dal 2014, ogni 28 del mese, durante l'omelia legge i nomi dei morti per “cancro da petrolchimico”, cui ha dato addirittura un indirizzo fisico: piazza “Martiri del cancro”.

Prima che arrivassero le aziende del petrolchimico, a Marina di Melilli c'erano un mare limpido e la sabbia dorata: è qui che gli operai della Rasiom venivano a prendere il sole nelle giornate di pausa dal lavoro. Poi le conchiglie hanno iniziato a puzzare di ammoniaca e il vociare dei bagnanti è stato sostituito dal rumore, costante e sempre uguale, degli impianti industriali. Con l'arrivo dell'Isab arrivano intossicazioni e malattie, portate da quell'aria pestilenziale. In molti, però, protestano solo per alzare il prezzo dei “risarcimenti” per la vendita delle case, ché tanto non si può fare altro che andare via. E così sono sempre meno i bambini che la mattina rispondono «presente!» all'appello della maestra; e sempre meno anziani vanno al bar a giocare a carte; si svuotano la macelleria e la merceria, mentre il pane esce dal forno con la mollica rossa e viola perché impastato con l'acqua del mare, inquinata dalle amminobenzene; sono sempre meno i lavori chiesti all'elettricista e anche il coro della chiesa si spopola. Finché di quella vita, di quelle storie non rimane che una vecchia fotografia ingiallita. All'industria che dovrà arrivare in quei luoghi bastano pochi spiccioli per trasformare il borgo in un luogo fantasma. Un luogo da abbattere perché incapace di generare utili. O almeno così credono grandi industriali e istituzioni.

Quando le lucciole di Pasolini si ribellano

A Marina di Melilli rimane uno sparuto gruppetto di persone a cui il profumo del mare e il suono delle onde interessano più del profumo delle banconote e del suono del progresso industriale. A schierarsi contro le ruspe c'è anche Nino Condorelli, pretore "d'assalto" ad Augusta (dal 2015 Procuratore generale presso la Corte d'appello di Venezia) e, grazie all'arma della legge riesce a fermare, almeno all'inizio, la distruzione del borgo: dal 1980 una sentenza del Tribunale dice che ogni ulteriore demolizione in quei luoghi è illegale, mentre i primi studi certificano i danni da “cattivo progresso” per l'ambiente e la salute si scopre che la costruzione dell'Isab è promossa attraverso il pagamento di tangenti per due miliardi di lire.

“L@s Loc@s” di piazza “Martiri del cancro”

È don Prisutto che nel 2016 organizza quella che i giornali locali all'epoca definiscono “via Crucis anticancro”, una marcia dal cimitero alla piazza Duomo di Augusta lungo la quale sono stati letti i nomi, l'età e il tipo di tumore contratto degli (allora) 900 morti per cancro. Informazioni riportate su foulard bianchi – o gialli per gli ammalati – che le molte donne presenti hanno legato in testa, richiamando alla memoria collettiva Las Locas” di Plaza de Mayo, le madri dei desaparecidos argentini, uccisi o scomparsi durante gli anni della dittatura civico-militare (1976-1983) e di cui ancora oggi, ogni giovedì nell'omonima piazza di Buenos Aires, quelle donne chiedono la «aparición con vida».

I morti di cancro di Augusta, Melilli e Priolo, uccisi da quella scellerata politica che ha abdicato alla protezione sanitaria e ambientale non torneranno in vita. Per i loro cari non c'è alcuna speranza di vederli «riapparire in vita». C'è, però, la possibilità di fare della loro memoria uno strumento politico per denunciare non solo ciò che è stato – la distruzione del territorio, la cancellazione di siti archeologici in favore delle fabbriche – ma anche ciò che lo Stato, quello con la maiuscola, continua a permettere: l'omicidio della popolazione e la totale assenza delle istituzioni.

Non appare così un caso che, proprio quell'anno, a don Prisutto – che ha una sorella morta di cancro e due nipoti nati con gravi malformazioni – venga chiesto di farsi da parte. Ad Augusta si dà per certo il suo trasferimento, come richiesto dalla Curia, per voce dell'arcivescovo Salvatore Pappalardo, che lo invita a ritrovare «comunione e un clima di dialogo costruttivo» in una «comunità con forti tensioni e a volte anche contrapposizioni».

È il petrolio a uccidere l'”uomo che schiaffeggiò Togliatti”?

Il progetto per la distruzione di Marina di Melilli ha padrini potenti e altolocati (nelle istituzioni), ma questo non basta a convincere Salvatore Gurreri, rimasto ormai unico cittadino di Marina di Melilli, ad andare via. L'uomo che si vanta di aver dato uno schiaffo a Togliatti non cede nemmeno alle minacce: un emissario della mafia che si presenta alla sua porta intimandogli di andar via viene denunciato, così come il dirigente locale della Democrazia Cristiana e quello venuto da Roma, che gli promettono tanti soldi a patto che vada via da lì. L'omicidio è dunque necessità e conseguenza logica di tali rifiuti. I due “scassapagliare” che lo picchiano, lo strangolano e lo gettano nel cofano della sua auto, legato mani e piedi, non entrano in casa sua per una rapina – nell'abitazione verranno trovati segni della colluttazione ma i cassetti sono ben chiusi e in ordine – e probabilmente sono loro stessi ad effettuare la chiamata anonima per farne ritrovare il corpo. Ad oggi non si sa se i due, identificati nel giro di breve tempo, siano stati mandati da qualcuno. Ad oggi non è possibile dire, senza possibilità di smentita, se Salvatore Gurreri sia stato il primo degli abitanti di quella “Piazza dei Martiri del cancro” a non morire di malattia.

Note:

  1. Nel Sito rientrano, oltre all'intero comparto petrolchimico, le cementerie, la centrale per la produzione di energia elettrica, le aree portuali di Augusta e Siracusa, l'ex stabilimento Eternit di Siracusa e le tante discariche di rifiuti anche pericolosi;
  2. Per “caratterizzazione ambientale” di un sito da bonificare si intende l'insieme delle operazioni necessarie a ricostruire i fenomeni di contaminazione a carico delle matrici ambientali al fine di definire il quadro di intervento per l'attività di bonifica;
  3. Tra gli altri si ricordino il monitoraggio delle acque costiere antistanti Augusta-Melilli-Priolo realizzato dal Comune di Melilli e dall'Arpa Siracusa nel 2003 o lo studio Icram sulla Rada di Siracusa del 2005;
  4. Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica applicata al Mare, oggi confluito nell'ISPRA, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale;

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