domenica 7 aprile 2019

Eritrea, dietro la pace con l'Etiopia il “whitewashing” di una dittatura

Afewerki e Ahmed, stretta di mano più campagna anti-repressione
Nell'immagine principale Abiy Ahmed (a sinistra) ed Isaias Afewerki (a destra) si scambiano le chiavi della pacificazione tra i loro due Paesi. Ma cambierà davvero qualcosa per gli eritrei?

«Nessuno sa che cosa sta succedendo ad Asmara». È il 15 giugno 1991 e dalle pagine di Repubblica Pietro Genovese racconta la nascita della dittatura in Eritrea. Oggi quell'incipit può essere ribaltarlo: tutti sanno che il Patrimonio Unesco di Asmara nasconde un Paese in cui a governare sono povertà, repressione e censura. Tutti sanno ma corrono a stringere la mano di Isaias Afewerki e scendono in piazza contro il Venezuela di Nicolás Maduro. Esiste dunque un peso diverso per le dittature nel mondo? E quali sono i criteri per definire i “buoni” e i “cattivi” dittatori?

Una pace (duratura?), molti interessi

Firmare un accordo di pace e mantenere la repressione delle libertà per i propri cittadini rende meno dittatoriale una dittatura?
Per Italia ed Europa apparentemente, sì. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è infatti il primo premier occidentale a volare ad Addis Abeba e Asmara dopo l'annuncio della pace tra Etiopia ed Eritrea, firmata l'8 luglio 2018 a Jedda, in Arabia Saudita, alla presenza degli al Saud e di António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. Oltre alla fine dei un conflitto ufficialmente già terminato nel 2000, l'accordo prevede un'ampia collaborazione tra i due Paesi – che hanno già annunciato la riapertura delle rispettive ambasciate – ad esempio intorno ai porti eritrei di Massawa ed Assab, che sarà terminale dell'oleodotto di collegamento con Addis Abeba, costruito dagli Emirati Arabi Uniti. Previsto, inoltre, il ritorno dei confini così come deciso dall'Accordo di Algeri del 2000 (link in .pdf).

Tutti (o quasi) vogliono la pace: l'Etiopia del nuovo presidente Abiy Ahmed – che ha rinunciato ai risarcimenti di guerra da parte dell'Eritrea – così come, in funzione geopolitica, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti: con Asmara e Addis Abeba non belligeranti ne guadagna la stabilità dell'intero Corno d'Africa. Per i tre Paesi-sponsor significa anche provare a bloccare l'avanzata della Cina in Africa e consolidare l'alleanza anti-Iran. E mentre da dicembre l'Eritrea è tornata a chiedere i documenti per il passaggio al confine etiope aperto a settembre, a dirsi contrari all'accordo sono anche i 15.000 cittadini di Badme – uno dei motivi della guerra del 1998 – molti dei quali reduci proprio del conflitto con Asmara. La pace tra Etiopia ed Eritrea ha dunque una data di scadenza?

Basi militari aperte nel Corno d'Africa

Dal 2015 il Corno d'Africa vive un nuovo interesse geopolitico basato soprattutto sul doppio confronto Stati Uniti-Cina e Arabia Saudita-Iran. L'area rientra nel megaprogetto della “Via della Seta” di Pechino, che andrà ad aggiungersi all' importanza dello stretto di Ben el Mandeb, la rotta marittima più veloce tra Europa e Asia, mentre Riad e Teheran si scontrano nel conflitto in Yemen. Emblema di questo rinnovato interesse globale per l'area – a cui vanno aggiunti ad esempio gli interessi della Turchia e degli Emirati Arabi Uniti – è Gibuti, dove si trova la più alta concentrazione di basi militari al mondo (tra cui quella italiana, aperta nel 2013).

Per approfondire:


Affari&amnesie: la “nuova” vecchia Italia d'Eritrea

Che la pace duri o no una cosa è certa: Isaias Afewerki rimane saldamente al potere, a cambiare è l'atteggiamento internazionale nei suoi confronti. Emblematico il ruolo dell'Italia, che tra il 2015 e il 2018 ha comunque visto le esportazioni verso l'Eritrea passare da 17,43 milioni a 13,25 milioni di euro: dopo il premier Conte, a dicembre a visitare il Paese è arrivata una delegazione di 80 imprese italiane – contro le attuali cinque[1]guidata da Emanuela del Re, viceministra degli Esteri con delega alla cooperazione e all'Africa. Oltre al finanziamento integrale della ferrovia Addis Abeba-Massaua, il Centro di formazione internazionale de La Sapienza e l'Università di Asmara hanno firmato un accordo per la creazione di un polo ingegneristico del Corno d'Africa. Polo che andrà ad aggiungersi, in Eritrea, alla più grande Scuola italiana all'estero, in cui «si forma la classe media» del Paese.

Dati export Eritrea verso Italia, 2017
Dati export Italia verso Eritrea, 2017
Fonte: the Observatory of Economic Complexity. Clicca sulle immagini per visualizzare i dati.

Un'intervista rilasciata dalla viceministra del Re al quotidiano l'Avvenire l'11 dicembre 2018 è indicativa della linea politica italiana verso l'Eritrea, definita come

[...]un Paese lontano che riconosce di avere con noi un cammino comune e un rapporto unico. Abbiamo molto in comune considerando che in Italia vive una diaspora importante[...]Per quanto la comunità internazionale faccia giustamente richieste molto ferme, i Paesi hanno diritto di prendersi del tempo per affrontare i problemi. C'è una grande riflessione in atto, è un momento bellissimo, di grande fermento. La classe politica sa cosa fare per tornare sul piano globale, diamogli tempo e fiducia. Abbiamo già visto un cambiamento con la pace con l'Etiopia, per noi è l'inizio di un processo che ha bisogno di fasi. Chiediamo, insomma, ma siamo rispettosi

o ancora, in maniera controversa, di

grande fiducia posta dagli eritrei negli italiani affidandoci i loro figli dalla più tenera età perché crescano con i nostri valori che sono evidentemente condivisi

In una intervista sulla memoria del colonialismo italiano per la rivista Zapruder (.pdf) Elisabetta Hagos e Domenica Ghidei Biidu, membro della Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza, raccontano invece che

Le uniche che hanno una buona opinione sono le donne come mia madre che ora sono contente di aver ricevuto la pensione come domestica in Italia[...]Penso che in Eritrea la gente sia molto delusa dall'Italia, oggi.

Dietro il Patrimonio Unesco, un Paese dall'economia arrestata

Di quali valori «evidentemente condivisi» parla la viceministra?

L'economia dell'Eritrea è fortemente statalista ed è nota l'assenza di iniziativa privata; gli investimenti esteri sono bloccati da restrizioni oppure concessi per scelta politica. Alcune riforme economiche del 2016 hanno ristretto l'accesso al denaro contante – con contrazione dei mercati – per una popolazione che è agli ultimi posti per accesso ad internet. I servizi pubblici costano poco ed hanno un livello inaccettabile per gli standard occidentali, e molte famiglie dipendono dalle rimesse delle numerose diaspore eritree sparse per il mondo (circa un milione di persone), tra cui quella italiana rappresenta una importante voce d'opposizione. La moneta nazionale – il Nakfa – ha un valore volutamente sovrastimato per dare respiro ai conti pubblici. InfoMercatiEsteri, che basa le sue analisi sui dati delle ambasciate, parla di una economia «confusa e antieconomica» su cui, oltre a quanto già citato, incidono la sostanziale chiusura delle importazioni; una cronica mancanza di materie prime; la continua mancanza di energia e una burocrazia «incomprensibile». La forza lavoro viene pagata pochissimo – tra i 27 e i 200 dollari – perché ampiamente formata da cittadini in servizio militare nel National Service, che in Eritrea è obbligatorio per tutti (18-50 anni per gli uomini; 18-40 per le donne) e non ha scadenza.

Il Paese potrebbe avere una forte vocazione turistica, legata tanto ad Asmara quanto a città come Masaua o Keren, le isole Khalek e Dekhamarre o la valle dei Sicomori, ma gli spostamenti da e verso la Capitale sono limitati dalla concessione di una autorizzazione scritta. Potenziale non sfruttato è anche nei settori della pesca e dell'agricoltura, oggi di sussistenza e capace di coprire al massimo l'80% della richiesta nazionale, con metodi di produzione insufficienti. Dipendente al 98% da fonti fossili, nel gennaio 2016 l'Eritrea ha firmato un accordo da 200 milioni di euro con l'Unione Europea (National Indicative Programme, .pdf) di cui la maggior parte verrà impiegata per lo sviluppo dell'industria fotovoltaica, a cui si aggiungono altri 20 milioni del Fondo Fiduciario Ue per l'Africa (EUTF) per il rifacimento della Nefasit-Dekemhare-Senafe-Zalembessa, strada che permetterà di aprire un collegamento tra l'Etiopia e i porti eritrei. Negli ultimi anni collaborazioni con Cina, Sud Africa, Canada o Australia sono nate per lo sfruttamento di risorse naturali come oro, rame, zinco, gas e petrolio, mentre lo sviluppo delle infrastrutture è al centro della partnership economica Asmara-Roma.

Mentre bruciano le torri, Afewerki si prende l'Eritrea

La Costituzione democratica è sospesa dal 1998, da quando cioè è ripresa la trentennale guerra d'indipendenza dall'Etiopia (1961-1991), che poi arriverà nel 1993 tramite referendum. Cacciato Hailé Mariàm Menghistu, dittatore marxista-leninista dal 2007 condannato all'ergastolo per genocidio, a guidare il Paese è chiamato Isaias Afewerki, capo del Fronte popolare di liberazione e, all'epoca, amatissimo dalla popolazione.

L'incipit della lettera inviata dal cosiddetto "G15" ad Isaias Afewerki. Clicca sull'immagine per leggere il testo della lettera, in inglese. File .pdf

La storia d'amore tra Afewerki e il suo popolo si interrompe (per alcuni) il 18 settembre 2001. Mentre a New York le torri gemelle hanno smesso da poco di bruciare 15 ministri del governo eritreo – tutti ex membri del Fronte di liberazione – scrivono una lettera aperta al loro Presidente, chiedendogli di attuare le riforme fin lì solo promesse. È il cosiddetto “gruppo G15” di cui, da quel momento, non si avranno quasi più notizie. Si tratta di:

  • Petros Solomon, ministro della Difesa, degli Affari Esteri e infine della Pesca. È lui il primo ad entrare ad Asmara, ormai liberata;
  • Mohammed Ahmed Sherifo, ministro degli Interni;
  • Mesfin Hagos, ministro degli Affari Esteri e poi per il Governo locale, al momento dell'arresto è a capo della Commissione per la creazione della legge sulla formazione dei partiti;
  • Ogbe Abraha, generale capo di Stato Maggiore dell'Esercito ed ex ministro (Commercio e industria; Lavoro; Welfare);
  • Hamid Himid, capo del dipartimento politico del ministero degli Esteri;
  • Saleh Idris Kekya, vice ministro degli Esteri;
  • Estifanos Seyoum, brigadiere generale dell'Esercito;
  • Berhane Ghebrezgabiher, generale, capo della Riserva;
  • Aster Fesehazion, direttrice del ministero del Lavoro e membro dell'esecutivo dell'Unione Donne Eritree;
  • Mohammed Berhan Blata, sindaco di Mendeferra, Adi Kayih e Dekemhare dal 1992 al 2001;
  • Germano Nati, capo degli affari sociali nella Regione del Mar Rosso meridionale e amministratore della Provincia di Gash-Setit, nell'ovest dell'Eritrea;
  • Beraki Gereselassie, ministro dell'Educazione, poi dell'Informazione e della Cultura;
  • Adhanom Ghebremariam, amministratore della Regione di Seraye, Procuratore generale dello Stato; ambasciatore in Svezia e Nigeria;
  • Haile Menkerios, ambasciatore in Etiopia, Rappresentante speciale in Somalia e nella regione dei Grandi Laghi e nella rappresentanza eritrea alle Nazioni Unite;
  • Haile Woldetensae, detto “Duro”, ex ministro delle Finanze, dell'Industria e infine degli Esteri

Abraha, Fesehazion, Himid, Kekya, Nati, Sherifo e Woldetensae sono morti in carcere. A loro va aggiunta Astres Yohannes, moglie di Petros Solomon e durante la guerra membro dell'Ufficio informazione del Fronte popolare, tornata in patria da rifugiata per portare negli Stati Uniti anche i figli, come concordato con Afewerki, verrà arrestata appena scesa dall'aereo. Sorte identica per Chiam Ali Ahmed, arrestata a 15 anni insieme allo zio e al nonno perché figlia dell'ex ministro dell'Istruzione, fuggito all'estero. I 15 sono tutti amici stretti di Afewerki: hanno combattuto insieme e prima ancora sono stati compagni di scuola o all'Università. Tranne Blata, Ghebremariam, Hagos e Menkerios, in esilio, tutti gli altri dal 2001 saranno sottoposti al regime dell'incommunicado: nessun contatto con familiari né avvocati.

Lo stesso regime a cui sono sottoposti anche giornalisti (in tutto 11 catturati in quel settembre 2001) come Amanuel Asrat, caporedattore di “Zemen” (“Il Tempo”) prima dell'abolizione della libera stampa il principale giornale letterario eritreo; l'ex direttore della tv di Stato Eri-Tv e poi del giornale indipendente “SetitSeyoum Tsehaye – per il cui rilascio è stata creata la campagna internazionale “One Day Seyoum” - o un altro fondatore del giornale, Dawit Isaak, rapito e incarcerato dal 23 settembre 2001. Tsehaye e Isaak sono entrambi scappati dal loro Paese, entrambi infatti hanno sostenuto le istanze del G15, ed arrestati in uno dei ritorni a casa. Dal 2015 giornalisti e scrittori eritrei all'estero si sono uniti nella “Pen Eritrea”, organizzazione che vuole collegare e far sentire la voce di quell'Eritrea costretta a stare fuori dall'Eritrea stessa.

Ad essere minacciati non sono però solo i giornalisti eritrei, come sanno Enrico Casale e Raffaele Masto della rivista italiana “Africa”, né è necessario essere giornalisti politici per finire nel mirino del regime, come sanno i cinque proprietari del canale YouTube “Lye-Tv (“Ti amo Eritrea”) che, pur proponendo musica e commedie romantiche a gennaio 2017 vengono arrestati per possesso di valuta estera, messa in onda di un film censurato e collaborazione con organizzazioni estere.

Per approfondire:

Acqua potabile, rachitismo e lavori forzati: il problema dell'Eritrea era davvero la guerra?

La chiamano la “Corea del Nord” africana, e con il regime di Pyongyang l'Eritrea condivide gli ultimi posti per libertà di stampa e i primi per tasso di schiavitù (dato Global slavery Index 2018), secondo i dati Unicef sono oltre 22.700 i bambini sotto i cinque anni di età colpiti da malnutrizione acuta, mentre la stessa Eritrea denuncia l'aumento di casi di rachitismo. La salute infantile è, però, uno degli ambiti sanitari di maggior crescita del Paese, passato da una aspettativa di vita alla nascita da 39,1 nel 1960 a 59,5 anni nel 2008, con dei tassi di mortalità infantile e materna fortemente ridotti negli anni. Nonostante questo, con un investimento del 3% del Pil il sistema sanitario eritreo rimane tutt'altro che soddisfacente – soprattutto se paragonato agli standard occidentali – e in cui alla diffusione di malattie infettive si aggiunge la scarsità di personale medico.

Così come la vicina Etiopia, anche l'Eritrea deve fronteggiare forti carenze d'acqua e siccità, con poco più della metà della popolazione ad avere accesso a fonti di acqua potabile (57,8%, era il 57% nel 2002; link in .pdf). Siccità e crisi idrica sono tra i motivi di migrazione interna.

Per approfondire: Dati sulla situazione sanitaria in Eritrea, aggiornati al 2018. Fonte: Organizzazione Mondiale della Sanità

Che fine fanno i desaparecidos eritrei?

Non si esce dall'Eritrea, né dal suo servizio militare. O almeno non in maniera legale: chi viene intercettato ad oltrepassare il confine viene incarcerato, senza accuse e finché non viene pagata un'ammenda. Nonostante questo, dal 1998 al 2018 almeno il 15% della popolazione (su un totale di 6.000.000 persone) è riuscita a scappare, andando così ad ingrassare i profitti dei trafficanti di essere umani e ad allargare il numero di migranti “indesiderati” in Paesi come Uganda, Israele o Svizzera.

Contesto nel quale dal 2016 sta maturando il più noto errore giudiziario italiano degli ultimi tempi: lo scambio di persona tra il giovane Medhanie Tesfamariam Berhe e “il Generale” Medhanie Yehdego Mered, ricercato in tutto il mondo per traffico di esseri umani. La Procura di Palermo non sa più se la foto diffusa in tutto il mondo sia o meno quella del trafficante, un innocente rimane in carcere. Ricordano niente i nomi di Hashi Omar Hassan e Giuseppe Gulotta?

In Eritrea si finisce in carcere non per scambio di persona ma perché si esprime un'idea diversa rispetto al governo – tanto in politica quanto sulla religione[2] – si prova a scappare dal Paese o a disertare da un servizio militare che inizia per tutti l'ultimo anno di scuola a Sawa, in pieno deserto vicino al confine con il Sudan. Con Sawa sono 361 le prigioni nel Paese, come quelle di Wia, Adi Abeto – principale carcere eritreo – o come quelli di Dahlak Mebir, dove vengono portati i prigionieri politici e i rimpatriati (ad Halhale). O ancora, le carceri politiche di Eiraeiro, dove almeno fino al 2008 è stato detenuto il giornalista Seyoum Tsehaye – Mai Srwa, Sembel o il campo di Aderser, a Sawa, usato per incarcerare i disertori. Una lunga lista a cui da marzo si aggiunge il carcere segreto (“black site”) destinato a prigionieri di guerra yemeniti nella base militare degli Emirati Arabi Uniti vicina al porto di Assab

Il “nuovo” volto di un regime immutato

Oltre a rappresentare la più nota violazione dei diritti umani, il National Service toglie forza lavoro ad una già asfittica economia nazionale: contadini, insegnanti, operai, impiegati sfruttati, col beneplacito (e il beneficio) dello Stato, sia da aziende nazionali che straniere. Esemplare il caso della miniera di Bisha e della canadese Nevsun (oggi sussidiaria della cinese Zijin Mining Company Group – al centro di un'inchiesta di Mark Kelley per “the Fifth Estate” (Canadian Broadcasting Corporation):

Le imprese canadesi promuovono i valori canadesi quando fanno business all'estero?

domanda il giornalista a Todd Romaine, nel 2016 vicepresidente Nevson. La sua società, dichiara nell'intervista, ha «contribuito con quasi 2 miliardi di dollari all'economia eritrea», di cui «755.000.000 dollari sono andati al governo per la riduzione della povertà, la costruzione di infrastrutture, scuole e ospedali». La stessa domanda dovrebbe essere posta anche alle tante imprese che la pace raggiunta porterà in Eritrea, ad iniziare dalle imprese italiane: anche a loro il regime di Afewerki farà firmare un accordo di non divulgazione (Business&Human Rights Resource Centre; Reuters) – nel 2014 al centro di una denuncia del Gruppo di Monitoraggio ONU su Eritrea e Somalia - come fatto con la Nevson?

Quello che ci si dimentica, in questa enfasi da pace (momentaneamente?) raggiunta, è che ad essere cambiata è la situazione in Etiopia, mentre all'interno dell'Eritrea tutto rimane esattamente come prima. Tutto, tranne il fatto che quello che ieri era considerato un dittatore al vertice di una «sistematica, diffusa e totale violazione dei diritti umani» commessi in un clima di «totale impunità» - nelle parole del Consiglio di Sicurezza dell'Onu – oggi non lo è più. Chi ieri violava i diritti umani oggi non lo fa più, almeno formalmente. Perché nonostante l'Eritrea per il periodo 2019-2022 siederà nel Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite non c'è stato alcun segnale di apertura democratica da parte di Afewerki. L'uscita a giugno 2018 degli Stati Uniti dall'organizzazione, accusata di essere «ipocrita ed egoista», non sembra una scelta così sbagliata.

Il controllo estero del regime

Neanche fuori dai confini nazionali ci si libera del regime: tutti gli emigrati eritrei (uno su cinque secondo varie ricerche e inchieste giornalistiche) sono obbligati a versare al loro Paese di origine una tassa del 2% annua sui redditi prodotti nel paese ospitante, pena il mancato rinnovo dei documenti o l'impossibilità di inviare denaro ai familiari o fare atti giuridici in patria come acquistare o vendere una casa o un terreno. Dall'indipendenza ad oggi sono varie le “tasse” e i “contributi” più o meno volontari che il regime di Asmara ha preteso dai propri espatriati, che in Italia arrivano già dagli anni Settanta. Pagamento in contanti presso ambasciate e consolati e interesse del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dato che in questo modo – senza tracciabilità – il denaro può finire ovunque.

Le ambasciate controllano anche l'attività dei singoli all'interno della comunità espatriata, sfruttando una fitta rete di informatori. Finché le sanzioni erano attive, la “tassa sulla diaspora” veniva usata per aggirare il blocco economico. Paesi come Svezia – dichiaratamente schierata contro il regime e in difesa del giornalista Dawit Isaak – Olanda, Norvegia, Canada, Regno Unito e Germania negli anni hanno aperto indagini e chiesto formalmente alle ambasciate eritree di interrompere tale pratica. L'Italia non si è espressa.

Una diaspora non sempre unita – in Italia rappresentata soprattutto dal Coordinamento Eritrea Democratica, che ha formalmente chiesto un confronto al premier Conte – lavora per la creazione di un movimento europeo che, da questo lato del mare, possa fare davvero opposizione al regime.

Il “whitewashing” di Asmara

Opposizione che dovrà fare i conti con un vero e proprio whitewashing[3] sul regime di Isaias Afewerki, iniziato con la cancellazione di sanzioni ed embargo sulle armi, imposto dall'Onu dal 2009 al 2018 ma spesso violato. Cadute le basi – il finanziamento e il supporto logistico ad al-Shabaab – e grazie alla pace raggiunta con l'Etiopia, dal Palazzo di Vetro sostengono che non vi sia più alcun motivo per imporre il blocco. E con la pace, riprendendo la domanda di Mark Kelley, anche gli affari con l'Eritrea diventano meno discutibili. Cambia la musica con cui verrà raccontato il Paese, in modo anche letterale, ma non un briciolo del potere di Afewerki è stato eliminato.

Per l'Europa, e di conseguenza l'Italia, quella in Eritrea si è evidentemente trasformata in una “dittatura buona” - sulla falsariga di quanto fatto in Egitto con Abd al-Fattah al-Sisi – ma per quanto ci riguarda due domande rimangono aperte: quali sono i valori «evidentemente condivisi» tra Italia ed Eritrea, signora viceministro? Ma soprattutto: cosa ci guadagna, davvero, l'Italia, a sostenere una delle più note dittature d'Africa?

Note

  1. Si tratta di: Enertronica (impianti fotovoltaici); Gruppo Piccini (attraverso Eritrean Trade Agency, costruzioin); Italfish srl (agricoltura, pesca, silvicoltura); Sider Piombino (metallurgia); Gruppo Zambaiti (attraverso Za.Er srl, prodotti tessili). Energie rinnovabili, agricoltura, turismo, costruzioni alcuni dei settori rappresentati dalla delegazione, formata anche da Intesa Sanpaolo che dovrà valutare e supportare i nuovi investimenti italiani in Eritrea. Informazione ripresa dalla specifica scheda “Presenza italiana in Eritrea” InfoMercatiEsteri
  2. Il regime riconosce ufficialmente solo quattro religioni: Islam, Cattolicesimo, Chiesa cristiano-ortodossa e Chiesa protestante-luterana
  3. Whitewashing”, letteralmente “imbiancare”, nell'accezione che qui interessa indica la pratica di nascondere attività criminali, scandali o vizi di un singolo o un gruppo creandone un'immagine di facciata positiva attraverso i media o altra forma di propaganda che, appunto, “imbianca” la faccia pubblica di chi è al centro di tale pratica.

Nessun commento:

Posta un commento