mercoledì 22 maggio 2019

Volpe 132–Lucina, quali segreti (di Stato) nasconde la “Ustica sarda”?

Volpe 132 e Lucina. Un elicottero della Guardia di Finanza e una nave mercantile portacontainer di proprietà privata. È il 2 marzo 1994 quando la loro storia si intreccia nella falda di Feraxi, a nord di Capo Ferrato, Cagliari. Una storia che in realtà ne racchiude molte altre.
Sono gli ultimi mesi del governo Ciampi, che a maggio di quel 1994 lascerà Palazzo Chigi alla prima coalizione guidata da Silvio Berlusconi. Sono passati quasi 14 anni dalla strage di Ustica (27 giugno 1980), meno di tre da quella del Moby Prince (10 aprile 1991), mentre 18 giorni dopo Flavio Fusi, giornalista del Tg3, annuncerà in lacrime l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio, Somalia.
Una storia che ne racchiude molte altre. Un mistero che a 25 anni da quei fatti lascia ancora aperta la principale domanda dell’intera vicenda: perché quel 2 marzo 1994 un elicottero scompare dai radar e un mercantile fugge subito dopo?

Volpe 132, il mistero che si alimenta dei segreti della Repubblica

Volpe 132, un elicottero militare Agusta A109, quel 2 marzo 1994 decolla dall’aeroporto di Cagliari Elmas alle 18:45. A guidarlo sono due piloti esperti:

  • maresciallo pilota Gianfranco Deriu, 41 anni di Cuglieri (Oristano), con oltre 25 anni di servizio alle spalle. È considerato il miglior pilota di Agusta A109 di tutta la Sardegna;
  • Brigadiere Fabrizio Sedda, 28 anni di Ottana (Nuoro). Nonostante la giovane età è considerato già pilota capace e di talento, arruolatosi però anche per l’assenza di altre prospettive di lavoro nella sua terra

Alle 19.15 i due comunicano alla torre di controllo di volersi dirigere «verso sud», ma succede una cosa strana: l’elicottero fa un giro verso nord, sorvola il monte dei Sette Fratelli e torna in mare. È una manovra usata per avvicinarsi alle navi senza farsi notare, dicono gli esperti.

L’area, tra Capo Montesanto e Capo Ferrato, è stata interdetta dalle 8 del mattino alle 17:30, sia alla navigazione che al sorvolo, per una esercitazione militare al Poligono interforze di Salto di Quirra in cui è previsto l’uso di missili e razzi. L’unica nave autorizzata è la motovedetta Colombina della Guardia di Finanza, partita alle 18:00 in direzione Capo Carbonara, dove deve effettuare una operazione congiunta proprio con Volpe 132. Il capitano della nave – maresciallo Luigi Atzori – ha sempre negato l’esistenza di questa operazione.

«Ci dirigiamo a sud verso i bersagli», dicono Deriu e Sedda alla torre di controllo. È la loro ultima comunicazione con il mondo: alle 20:45 Volpe 132 viene dato ufficialmente per disperso. 25 anni dopo i corpi dei due piloti non sono ancora stati trovati, come già accaduto con il giornalista Mauro De Mauro (1970; ilPost; MeridioNews) o Davide Cervia, il tecnico militare esperto di guerra tecnologica rapito e mai più ritrovato a Velletri il 12 settembre 1990.

Prima della sparizione si registra un’altra stranezza: per oltre 40 minuti non ci sono comunicazioni tra l’elicottero e la torre di controllo di Elmas. Una stranezza che sembra non preoccupare nessuno tanto da lasciare ipotizzare che in realtà le comunicazioni siano continuate, ma i nastri sono stati sabotati per un motivo e da una mano ancora oggi ignoti.

«Ci dirigiamo a sud verso i bersagli». Bersagli”, al plurale. La missione di Volpe 132 è una «ricognizione notturna» tra Elmas, Capo Carbonara e Capo Spartivento «per la repressione di traffici illeciti via mare». È questo il tipo di «bersagli» verso cui l’elicottero comunica di volersi dirigere?
Volpe 132 – e con lui il maresciallo Deriu e il brigadiere Sedda – non solo sparisce, ma diventa un (poco noto) capitolo nella storia dei Segreti dell’Italia Repubblicana. Volpe 132 è un mistero che si alimenta di altri misteri: perché, ad esempio, se dichiara di volersi dirigere «verso sud» gli unici pezzi ad oggi a disposizione degli inquirenti vengono trovati non a Capo Carbonara – dove l’elicottero dovrebbe trovarsi secondo le comunicazioni – ma molto più a nord, tra la baia di Feraxi e Capo Ferrato? È lì che si trova davvero Volpe 132 al momento della sparizione? E perché?

Un inspiegabile segreto (di Stato)

Ci sono almeno quattro testimoni che vedono sparire Volpe 132, da quattro punti diversi:

  • Giovanni Utzeri, giardiniere;
  • Gigi Marini, operaio;
  • Giuseppe Zuncheddu, pastore;
  • Antonio Cuccu, presidente della cooperativa pescatori di Feraxi ed ex assessore al Comune di San Vito

Quattro testimoni che, con parole diverse, indicano in un bagliore” o un “boato” il motivo della sparizione dell’elicottero, che nessuno di loro vede esplodere.
Testimonianze che rafforzano la relazione della Commissione militare d’inchiesta – guidata dal colonnello Enrico Moraccini del Poligono di Quirra – la quale certifica le «ottime condizioni psicofisiche» dei piloti – dei quali verranno aperti gli armadietti, ufficialmente alla ricerca delle pistole – oltre che l’assenza di «deficienze di sorta o carenze di tipo manutentivo» sull’elicottero. Se fosse stato un incidente Deriu e Sedda avrebbero lanciato l’sos, cosa che però non accade. L’improbabile pista dell’incidente è però avallata dal governo, che decide di apporre il Segreto di Stato sull’intera vicenda. Una decisione incomprensibile, ancor più perché l’esecutivo arriva ad “aggirare” la legge 801/1977 pur di secretare tutto. Ma se di incidente si tratta, come si spiegano le reticenze dei colleghi dei due piloti e, soprattutto, le intimidazioni ai testimoni?

Volpe 132 abbattuto in volo?

Gigi Marini dichiara agli inquirenti che Volpe 132 viene abbattuto da un missile terra-aria. In effetti sui pezzi dell’elicottero analizzati durante le indagini vengono individuate tracce di combustibile ed esplosivo compatibili con l’abbattimento in volo di Volpe 132.

Nell’area è stata realizzata una esercitazione militare in cui sono stati usati missili e razzi. È uno di questi ad abbattere l’elicottero? Proseguendo su questa ipotesi: è un abbattimento casuale o doloso? E, in quest’ultimo caso, quanto di vero c’è nelle dichiarazioni dell’ex collaboratore di giustizia Gianni Zirottu, che accusa un gruppo di trafficanti di armi e droga di aver abbattuto Volpe 132 dopo essere stato scoperto?

L’abbattimento di Volpe 132 colpa del Lucina?

I quattro testimoni parlano anche di una nave – un mercantile portacontainer – che dopo il «bagliore» nel quale sparisce Volpe 132 tira su gli ormeggi e si allontana dall’area, senza apparente motivo e a luci spente. È in questa immotivata fuga che si trova la chiave in grado di spiegare tutto, dal misterioso abbattimento all’incomprensibile apposizione del Segreto di Stato?

I testimoni sono persone semplici, dai lavori umili: quale interesse avrebbero a mentire, o a inventare una storia simile? Dall’altro lato: perché l’Arma dei Carabinieri invia un suo colonnello ad interrogare Zuncheddu ancora prima che il suo nome entri ufficialmente nella lista dei testimoni? Quale interesse hanno i più alti vertici politici del nostro Paese nell’apporre un segreto di Stato apparentemente non necessario?

Utzeri e Cuccu identificano la nave che fugge dopo l’abbattimento di Volpe 132 nel mercantile portacontainer Lucina, che periodicamente fa sosta a Capo Ferrato.
In almeno quattro occasioni la nave viene caricata di cereali da portare in Algeria all’Enial – l’ente nazionale che si occupa dell’importazione di cereali – per conto della Sem Molini Sarda di Massimo Cellino, dal 1992 al 2014 presidente del Cagliari Calcio.

Il 6 luglio 1994 la nave trasporta (ufficialmente) 2.600 tonnellate di semola di grano al porto di Djendjen. Sono 27 giorni che il mercantile è fermo lì, con le passerelle abbassate e, dicono vari testimoni, apparentemente senza alcuna attività al suo interno.
Dal carico partito dalla Sardegna spariscono 600 tonnellate, mentre l’equipaggio si sente in pericolo – come testimonia in un secondo momento Cellino – e le autorità algerine consigliano alle navi straniere di non sostare al porto di Djendjen durante la notte. È evidente, dunque, che sulla nave ci sia attività, dato che la parte di carico che sparisce in qualche modo deve essere stata portata fuori dalla nave. È per far passare questo carico che le passerelle del Lucina rimangono abbassate? A chi possono interessare 600 tonnellate di semola di grano contrabbandate?

È accertato che da quella passerella passa più volte Yassin Amara, leader del Gruppo Islamico Armato (Gia) noto come “il Napoletano” per i suoi studi in Italia. Il gruppo è spesso accusato di essere strumento utile al governo algerino per giustificare la repressione della giunta militare, salita al potere durante la guerra civile (1991-2002) e che nel 1994 appoggia l’elezione a Presidente dell’Algeria dell’ex ministro della Difesa Lamine Zéroval, su cui si confida per pacificare il Paese.

È il Gia ad essere accusato della strage al porto di Djendjen, la notte tra il 6 e 7 luglio 1994: 7 uomini, tutti italiani, ritrovati imbavagliati, con mani e piedi legati e la gola tagliata su una nave ormeggiata in un porto controllato in modo capillare dai militari:

  • comandante Salvatore Scotto di Perta, detto "Luciano", 34 anni di Monte di Procida;
  • direttore di macchina Gerardo Esposito, 48 anni di Monte di Procida;
  • primo ufficiale Antonio Scotto Lavina, 49 anni, di Monte di Procida;
  • secondo ufficiale Antonio Schiano Di Cola, 40 anni, di Procida;
  • marinaio Domenico Schillaci, 24 anni, di Porto Empedocle;
  • marinaio Andrea Maltese, 38 anni, di Trapani;
  • mozzo Gerardo Russo, 27 anni, di Torre del Greco

Sono gli uomini dell’equipaggio del Lucina, della cui presenza nel porto di Djendjen non è informato neppure l’allora ambasciatore italiano ad Algeri Patrizio Schmildilin. Uomini di un equipaggio di 9 membri, due dei quali arriveranno in ritardo all’imbarco per un contrattempo, salvandosi la vita.

Secondo tal “Yussuf”, fonte che il quotidiano britannico "The Observer” nel 2007 identifica come un ex agente dei servizi segreti algerini, l’operazione ha l’obiettivo di creare confusione internazionale alla vigilia del vertice G7 che quell’anno si tiene a Napoli (8-10 luglio) per ottenere finanziamenti per la giunta militare, sull’orlo della bancarotta. Seguendo questa pista, ad organizzare tutto è Mohammed “Tewfik” Mediane, capo dei servizi segreti algerini.

Ma un’altra ricostruzione della strage riporta a quei due marinai che non riescono ad imbarcarsi. Uno dei due si chiama Gaetano Giacomina, ha 48 anni, viene da Oristano e il 13 maggio 1998 muore in uno strano incidente, colpito da una gru sulla motobatta Angela, a largo dell’Isola di Fogo (Capo Verde) e del cui corpo non verrà mai permessa l’identificazione.

G65 è il segreto della strage del Lucina?

Alcuni lo chiamano “Tano”, altri ancora lo conoscono con il nome operativo di “G65”, dove “G” sta per “gladiatore”: Giacomina è infatti agente della “Gladio delle Centurie”, il cerchio ristretto degli agenti operativi di Gladio, la struttura “stay behind” della Nato attiva in Italia almeno dal 1956 – data dell’accordo segreto Sifar-Cia – al 1990, quando l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti ne svela l’esistenza in una seduta della Camera dei Deputati (24 ottobre).

Secondo il racconto che ne fa Antonino Arconte nel suo (corposo) “L’ultima missione di G71[1] - codice identificativo Gladio proprio di Arconte – Giacomina è uno dei gladiatori che vuole raccontare al mondo la verità sull’organizzazione, potendo contare sul possesso di documenti riguardanti operazioni svolte in Algeria, Tunisia e Libia [di cui Omissis Edizioni si occuperò nei prossimi mesi, ndr].
Da Mario Ferraro al colonnello Renzo Rocca, da Vincenzo Li Causi (video) a Marco Mandolini sono molti gli ex agenti Gladio che muoiono in circostanze misteriose, così come allo stesso modo vengono uccisi giudici, giornalisti e altri che nel tempo si interessano all’attività di Gladio.
La strage del Lucina è da ascriversi in questa serie di assassinii mirati? I sette del Lucina vengono uccisi sotto interrogatorio per sapere perché G65 è a bordo, o al contrario perché non c’è? Insomma: la strage del Lucina ha come obiettivo l’omicidio di Gaetano Giacomina per il suo lavoro con Gladio?

Questa ricostruzione giustificherebbe l’apposizione del Segreto di Stato sulla scomparsa di Volpe 132 con il Lucina utilizzato, presumibilmente con altre navi, per trasportare rifornimenti tra Sardegna e Algeria, cioè tra la base Gladio di Capo Marrargiu – la più importante dell’intera struttura – e il porto di Djendjen, dove alcune fonti individuano una delle basi estere della Stay behind italiana.

È per “oscurare” il viaggio del Lucina che, come nella strage di Ustica – tutti i radar sono misteriosamente non funzionanti e l’unico che sembra svolgere il suo compito (Monte Codi, nel Poligono di Quirra) interrompe la registrazione un minuto prima della scomparsa di Volpe 132? Insomma: senza la sparizione di Volpe 132 e almeno fino alla strage di Djendjen il Lucina sarebbe rimasto una delle tante navi fantasma che in quegli anni solcano il Mediterraneo?

Come sono composte le 600 tonnellate di carico misteriosamente sparite dalla portacontainer? È un carico di droga, come sembra emergere durante il processo al colonnello della Guardia di Finanza Roberto Vernesoni[2]? Oppure ci sono armi della Nato, come nella notte del Moby Prince? È per scaricare le 600 tonnellate misteriose che il Lucina rimane bloccato a Djendjen per 27 giorni? Oppure la nave era sotto sequestro, in una storia già vista con l’Achille Lauro in Egitto (7 novembre 1985) o la Faarax Omar in Somalia (15 marzo 1994)?
Ipotesi che partono da un presupposto che potrebbe anche essere errato: che il carico sottratto effettivamente esista e non sia stato solo un espediente nei documenti per nascondere altri tipi di operazioni?

Ipotesi che rimangono tali in assenza di prove – i pezzi dell’elicottero, i corpi di Deriu e Sedda – su cui poter basare le indagini. Prove ne vengono anche prodotte, ma sono palesemente false, come i pezzi di un elicottero gemello di Volpe 132 usati nel tentativo di depistare le indagini.

Il 5 maggio 2000 la prescrizione pone fine a qualsiasi possibilità di indagine.
Rimane in questo specifico capitolo del “caso Volpe 132-Lucina” la certezza che l’elicottero gemello viene sottratto alla Siam Leasing (Banca Nazionale dell’Agricoltura) dalla Wind Air, società fantasma con sede in uno stabile di proprietà del Viminale che appare essere copertura dei servizi segreti. Forti dubbi ci sono anche sull’identità del titolare, tal Costantino Polo, nato in un paese della Corsica che non esiste (Monte) e di cui vengono trovate tre serie di dati anagrafici diversi. Tre alias potremmo dire se “Costantino Polo” fosse una identità di copertura di un agente dei servizi o di Gladio.

Ustica sarda”: è così che la vicenda di Volpe 132 è nota a chi si occupa dei Misteri della Repubblica italiana. Nel 2011 la richiesta di archiviazione viene rigettata dal pm Mura per «gravissime mancanze investigative». Le accuse, a questo punto, diventano “omicidio colposo plurimo” e “disastro aviatorio”: le analisi sui pochi pezzi dell’elicottero recuperati certificano la presenza di combustione ed esplosivo.

Il maresciallo Gianfranco Deriu e il brigadiere Fabrio Sedda muoiono per l’esplosione in volo del Volpe 132. Ad oggi, a 25 anni da quei fatti, è l’unica certezza su cui si possa contare. Rimane però un’altra domanda aperta: il “caso Volpe 132-Lucina” si apre e chiude nelle acque di Feraxi come caso isolato o è tessera di un puzzle più grande, un mosaico che racchiude tutti i Misteri d’Italia fino a delineare la spesso ancora ignota biografia del “criptogoverno” che guida l’Italia dalla sua fondazione ad oggi?

L’ultima domanda sul Volpe 132

Il Segreto di Stato sull’abbattimento dell’elicottero Agusta A109 noto come Volpe 132 è anche la secretazione della sorte del maresciallo Deriu e del brigadiere Sedda. Qualunque ne sia il motivo, qualunque ne sia il modo, la loro morte li accomuna – seppur non perfettamente – a Sandro Marcucci e Silvio Lorenzini tanto quanto a Ivo Nutarelli e Mario Naldini, tutti e quattro morti in strani incidenti; tutti e quattro accomunati dall’essere testimoni, involontari e scomodi, della strage di Ustica. Tutti e quattro uccisi per aver visto ciò che non dovevano vedere. 25 anni fa anche Gianfranco Deriu e Fabrizio Sedda sono stati testimoni involontari di qualcosa che non avrebbero dovuto vedere. Capire cosa abbiano visto potrebbe rispondere a domande molto più grandi di quelle che ruotano intorno ad un elicottero sparito una sera come un’altra del marzo 1994?

Note:

  1. A. Arconte, L’ultima missione di G71, Milano, Mursia, ed. 2016;
  2. Nel 2010 l’ex comandante del Gruppo operativo antidroga (Goa) della Guardia di Finanza Roberto Vernesoni è stato condannato a 7 anni per traffico di droga dalla Corte d'Appello di Cagliari: il gruppo guidato da Vernesoni durante l’”operazione Peppone” avrebbe ceduto circa 2 kg di eroina ai trafficanti a cui l’avevano appena sequestrata, ricavando ben 35 milioni di lire dalla vendita

Nessun commento:

Posta un commento