martedì 30 luglio 2019

Il "Consorzio"/3 - Le bombe del 1992 come grammatica di base della Seconda Repubblica

Rifiutando di favorire Domenico Papalia, con le sue relazioni negative presentate al direttore del carcere di Opera Umberto Mormile rischia di bloccare i rapporti servizi segreti-mafie che si sviluppano in carcere sotto il "Protocollo Farfalla". Che Mormile muoia, a questo punto, diventa una necessità tanto per la ‘ndrangheta, quanto per lo Stato.

Anche gli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, così come le bombe del 1993 e molte altre operazioni per anni considerate come mafiose si stanno rivelando una necessità anche per i servizi segreti e per quella parte del “criptogoverno” che questi rappresentano [La Stampa; BresciaOggi]. Incontrando il generale del Sisde Mario Mori, il boss-infiltrato Luigi Ilardo gli dirà che

Molti attentati che sono stati addebitati esclusivamente a cosa nostra, sono stati commissionati dallo Stato, e voi lo sapete

Storia di morti per necessità

Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Umberto Mormile ma anche Antonino Scopelliti - il giudice ucciso per un favore chiesto da cosa nostra alla 'ndrangheta nell’agosto 1991 mentre sta vagliando la tenuta delle accuse del maxiprocesso di PalermoVittorio Occorsio, che per primo individua i rapporti tra massoneria, servizi segreti ed eversione (neo)fascista, ucciso il 10 luglio 1976 o ancora Gabriele Chelazzi, morto per cause naturali mentre cerca i nomi degli agenti dei servizi segreti coinvolti in quel “Protocollo Farfalla” per il quale vengono trasferiti ad altro incarico il generale di brigata Alfonso Mattiello e il magistrato Alfonso Sabella, sostituito da Salvatore Leopardi alla guida dell’Ufficio ispettivo Dap; oppure Agostino Cordova, il giudice della Procura di Palmi (Reggio Calabria) che nel 1992 indaga sulle “Mani segrete” che legano massoneria e ‘ndrangheta, indagine che gli viene sottratta e in seguito archiviata dalla Procura di Roma per decorrenza dei termini.

Una lunga lista, non certo esaustiva, di persone che sono state uccise, abbandonate o delegittimate per la necessità incrociata delle mafie - o del terrorismo, come nel caso del giudice Occorsio - della massoneria e dello Stato.
Una lunga lista di persone “disinnescate” perché la loro storia ha incrociato uno o più “misteri” della Repubblica italiana. Una lunga ma non esaustiva lista di persone che, ad un certo punto della nostra Storia, per qualcuno diventa necessario uccidere, trasferire, delegittimare per permettere ad una parte delle istituzioni repubblicane di proseguire il "gioco grande del Potere" come lo definisce Sandra Bonsanti[1].

Il falso mito dei servizi “deviati”

Un «gioco grande del potere» che viene spesso nascosto dietro la falsa teoria dei “pezzi deviati” dello Stato, dai servizi segreti fino ai più alti vertici istituzionali.
“Pezzi deviati” sotto i quali si nasconde in realtà uno scontro politico tra visioni diverse nella gestione della res publica.
Uno scontro che nasce fin dagli albori della Repubblica e si sviluppa tra la mancata defascistizzazione delle istituzioni e “il più grande Partito Comunista dell’Europa Occidentale”. Uno scontro politico fatto soprattutto di violenza e bombe, di attentati e ammazzamenti che ha riflessi anche nella nostra politica estera, come ben evidenzia lo scontro nei servizi segreti tra l’ala filo-israeliana del generale Gianadelio Maletti e quella filo-araba del generale Vito Miceli ai tempi del Lodo Moro.

Mafie «serventi»...ma chi?

Le mafie hanno sempre avuto un ruolo «servente»[2], traendone il giusto profitto, naturalmente. Quando lo Stato chiede alla Nuova Camorra Organizzata (Nco) di Raffaele Cutolo di intervenire per liberare l’ex presidente della Regione Campania e assessore all’urbanistica Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse il 27 aprile 1981, il numero due dell’organizzazione, Vincenzo Casillo, ha già in tasca il tesserino dei servizi segreti – che comunque non gli servirà contro l’autobomba che lo uccide nel 1983 – mentre il clan ottiene l’ingresso nella gestione dei lavori per la ricostruzione dopo il terremoto che colpisce l’Irpinia nel 1980.
Le indagini sulla vicenda, affidate al pm Carlo Alemi, vengono bloccate dai più alti vertici delle istituzioni, mentre il vicequestore della Squadra mobile di Napoli Antonio Ammaturo viene ucciso proprio per le sue indagini sulla trattativa Stato-Nco e, come evidenziato da Alemi in un’intervista a “il Mattino”, ucciso anche grazie ai soldi del riscatto pagato per Cirillo [Il Mattino; Archivio Unità/1 (.pdf); Archivio Unità/2 (.pdf)].

C’era la ‘ndrangheta in via Fani

Qualche anno prima, nel 1978, lo Stato si rivolge alla ‘ndrangheta per chiedere aiuto per il ritrovamento del presidente nazionale della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Il ruolo della mafia calabrese in quello che è considerato uno dei principali “misteri” della Repubblica è ancora tutto da chiarire, ma un dato è incontrovertibile: dopo la strage della scorta di Moro (16 marzo 1978, giorno in cui si presenta il quarto governo Andreotti), in via Fani c’è il boss Antonio Nirta, che Domenico Papalia indica come membro del commando usato per il rapimento e immortalato da Gherardo Nucci, che consegna tutto al pm Luciano Infelisi prima che sia la foto che l’intero rullino spariscano, secondo i desiderata delle ‘ndrine che pongono la cancellazione della foto come condizione imprescindibile per la collaborazione.
L’immagine verrà ritrovata solo anni dopo, dai magistrati che si occupano del processo per l’omicidio di Carmine “Mino” Pecorelli.

Nirta – da non confondere con l’omonimo boss nato nel 1919 – in quel 1978 ha rapporti con Francesco Delfino, generale dei carabinieri e dirigente Sismi (il servizio segreto militare, oggi sostituito dall’Aise) dal 1978 al 1987, il cui nome compare in alcune delle vicende più importanti della storia criminale della Repubblica italiana, dall’omicidio Calvi alla strage di Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974) passando per la P2, la ‘ndrangheta e l’arresto di Salvatore Riina. Qual è, dunque, il vero ruolo di Antonio Nirta, e della ‘ndrangheta, nell’”affaire Moro”? Anche Nirta fa parte del “Consorzio” tra la mafia siciliana e quella calabrese e dunque protetto dagli intrecci dei gruppi di potere criminale, politico ed economico che ne fanno parte?

A chi serve, davvero, Falcone morto?

C’è il Consorzio dietro il progetto di uccidere Giovanni Falcone tramite un kamikaze vestito da reporter?

A parlarne è il boss Francesco Di Carlo, indicato come uomo di collegamento cosa nostra-servizi segreti ed accusato dell’omicidio del banchiere Roberto Calvi, del quale si è sempre dichiarato innocente. Il boss, cacciato da cosa nostra per questioni di droga, racconta ai giudici del processo “’Ndrangheta stragista” che durante la sua detenzione nel carcere inglese di Full Sutton si ritrova a colloquio con tre agenti dei servizi segreti italiani – tra i quali riconosce Arnaldo La Barbera e, probabilmente, l’agente Gladio Mario Ferraro – che gli chiedono un «gancio» con cosa nostra per l’omicidio del giudice Falcone.
«Gancio» che viene individuato in Antonino Gioè, cugino di Di Carlo trovato morto in carcere, la notte tra il 28 e 29 luglio 1993, in un misterioso suicidio che ricorda l’altrettanto misterioso “suicidio” proprio di Ferraro (16 luglio 1995)

L’attentato kamikaze non ci sarà, ma da lì a un anno – il 1989 – Falcone viene accusato di rovinare l’economia siciliana da parte del presidente della Corte d’Assise di Palermo, Giovanni Pizzillo, mentre “il Corvo” scrive sul giudice lettere di delegittimazioni e l’attentato dell’Addaura (21 giugno 1989) è descritto da più parti come un «autoattentato». Piccoli e grandi segni di avvertimento che il lavoro del giudice Falcone dà fastidio, come dichiara Antonino Giuffré:

con le inchieste andava a ledere i rapporti professionali ed economici importanti, andava a colpire l’intrigo che c’era tra mafia ed organi esterni

E la storia italiana insegna che quando l’attività di un giudice, un giornalista, un politico lede il (co)interesse di più gruppi di potere, quel giudice, quel giornalista, quel politico viene trasferito, delegittimato, ucciso. È il caso di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino come di Antonino Scopelliti e Vittorio Occorsio, di Agostino Cordova come di Aldo Moro o Umberto Mormile. Una lunga lista che tra omicidi, delegittimazione e trasferimenti continua ancora oggi ad aggiungere nomi.

Preparare la «guerra per fare la pace»

Nel 1992 c’è un summit, presso il villaggio Sayonara di Marina di Nicotera (Vibo Valentia) a cui partecipano gli uomini più importanti della ‘ndrangheta – tra cui Giuseppe De Stefano, Giuseppe Farao, dai boss Franco Coco Trovato e Nino Pesce – delegato dei Piromalli – convocati da Pantaleo Mancuso per ascoltare i corleonesi, che hanno un’unica richiesta: combattere, insieme, la «guerra per fare la pace» con lo Stato.

Il clima politico-criminale in Italia, a quel tempo, è particolarmente teso: a fine gennaio la Prima Sezione della Corte di Cassazione pronuncia la sentenza definitiva sul maxiprocesso di Palermo, confermando 360 condanne su 474 imputati, per un totale di 2.665 anni di carcere, mentre un mese dopo la stessa Cassazione annulla la sentenza di assoluzione per gli imputati della strage di Bologna.
Intanto il 17 febbraio, a Milano, viene arrestato Mario Chiesa, direttore del Pio Albergo Trivulzio: è l’inizio dell’inchiesta “Mani Pulite”, che porta alla conclusione del sistema partitico vigente in Italia fin dalla nascita della Repubblica e del sistema di potere che intorno ad esso si è generato.
Omicidi e bombe (le stragi di Capaci e via D’Amelio, l’omicidio di Salvo Lima, le bombe del 1993 a Firenze, Milano e Roma) diventano la grammatica del riequilibrio del potere italiano.

Un’unica firma per la stagione delle stragi?

Omicidi e bombe che portano di nuovo a quella sigla comparsa per la prima volta l’11 aprile 1990 con l’omicidio di Umberto Mormile: quella Falange Armata che, secondo un documento Sisde del 17 febbraio 1992, rivendica 219 azioni compiute tra il 27 ottobre 1990 e il 31 gennaio 1992, di cui 71 giudicate non attendibili. Pochi mesi prima, il 6 dicembre 1989, il direttore della I° Divisione del Sismi (controspionaggio) generale Pasquale Notarnicola rivela l’esistenza dei Nasco – i depositi segreti delle armi di Gladio – al giudice Felice Casson, che indaga sulla strage di Peteano del 31 maggio 1972.

Operazioni tra grandi e piccoli fatti di cronaca, dalle bombe che uccidono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le loro scorte all’omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Giuseppe Garofalo, dagli attentati contro il Comune di Taranto o il commissariato di Bitonto fino ad operazioni come la strage del Pilastro (4 gennaio 1991, nella quale vengono uccisi tre carabinieri) commessa dalla “Banda della Uno Bianca[3]. La Falange Armata si attesta la paternità anche dell’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, commesso dalla ‘ndrangheta come “favore” a cosa nostra. L’ultima rivendicazione, dopo un decennio di totale silenzio, è del 2014 e invita Salvatore Riina a tenere la bocca chiusa, minacciandone la famiglia.
Ma cos’è, di preciso, questa “Falange Armata”?

Spatuzza ai giudici: «cosa nostra è terrorismo»

Non si sa chi ci sia davvero dietro questa sigla: l’inchiesta che il pm Pietro Saviotti della Procura di Roma apre agli inizi degli anni Novanta viene archiviata e l’unico imputato – Carmelo Scalone, operatore carcerario arrestato nel 1993 e condannato nel 1999 – viene scagionato sia in Appello che in Cassazione e risarcito per ingiusta detenzione con 35 mila euro. Nel processo “’ndrangheta stragista”, i pm Cafiero de Raho e Lombardo definiscono la Falange Armata

un gruppo – o forse più di un gruppo – di soggetti che aveva pianificato, fin dagli albori, in modo attento e meticoloso, una utilizzazione strumentale ai propri fini della sigla terroristica in esame che aveva inventato e dato (anche, ma per nulla esclusivamente) in “sub-appalto” ad entità criminali e mafiose

È in un summit del 1991 ad Enna, fondamentale nella storia della “Trattativa Stato-mafie”, che cosa nostra – e l’intero “Consorzio”? - si trasforma da «organizzazione criminale mafiosa» in «organizzazione criminale mafiosa terroristica», come la definisce Gaspare Spatuzza. In questo incontro vengono definiti gli omicidi di Salvatore Lima, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e quello mai realizzato contro Giulio Andreotti, che per la seconda volta si salva da un possibile omicidio, come già avvenuto ai tempi del rapimento di Aldo Moro.

È la prova definitiva che le mafie, più che gruppi criminali sviluppatisi come contropotere allo Stato, siano strumenti utili a ben specifiche visioni politiche e di gestione della res publica.

I magistrati reggini, così come Francesco Paolo Fulci[4] – massone e primo ambasciatore a guidare il Cesis, organo di coordinamento dei servizi segreti tra il 1991 e il 1993 – identificano in un gruppo di agenti dei VII Reparto Sismi «che avevano operato per anni agli ordini di Licio Gelli» i telefonisti della Falange Armata: 15 ufficiali appartenenti all’Ossi[5], “Operatori Speciali Servizi Italiani”, reparto dei nostri servizi segreti che ben due sentenze[6] definiscono come «eversivo dell’ordine costituzionale». Ai 15 Fulci aggiunge, pentendosene in seguito, anche il nome del colonnello Walter Masina, che non appartiene alla struttura ed ha l’unica colpa di essere incaricato dello spionaggio nell’abitazione dell’ex ambasciatore, fornita dallo Stato e riempita di microspie. Il Sismi, in un documento riservato definisce questi agenti come

personale specificatamente addestrato per svolgere in territorio ostile e in qualsiasi ambiente, attività di carattere tecnico e operativo connesse con la condotta della guerra non ortodossa

Un Plan Cóndor (mascherato) per l’Italia?

L’Ossi è il reparto d’élite di Gladio – la cosiddetta “Gladio delle Centurie”? - di cui secondo Fulci la Falange Armata sarebbe una «esercitazione[...]spinta da uno zelo estremo». Una élite formata da agenti altamente addestrati in operazioni “non ortodosse”, membri del sistema militare antisovietico della Nato (Gladio, appunto) che – stando ai magistrati del processo “’Ndrangheta stragista” - hanno operato «per anni agli ordini di Licio Gelli». Lo stesso Gelli di cui è noto lo stretto contatto politico ed economico con gli Stati Uniti.
A questo punto una considerazione pare essere d'obbligo: «fare la guerra per fare la pace» è una necessità di Salvatore Riina per indebolire il carcere duro – e di conseguenza lo Stato – che trova però la cointeressanza (almeno) degli Stati Uniti, dichiarati oppositori delle politiche filo-arabe italiane tenute con il Lodo Moro prima e poi con Giulio Andreotti e Bettino Craxi, inviso a Washington fin dai tempi di Sigonella.

Dunque: con la “fase stragista” voluta dai corleonesi le mafie italiane si fanno (involontario?) strumento degli Stati Uniti per ripristinare in Italia la completa fedeltà atlantica?

È da leggersi in tal senso la simpatia che negli Stati Uniti si nutre per l’inchiesta “Mani pulite”. Non ci sarà mai un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nella vicenda, come nel 2012 dichiara l’ex vice-ambasciatore Daniel Serwer – di cui sono accertati i rapporti diretti con Antonio Di Pietro – a Claudio Gatti del Sole24Ore: «sul piano giudiziario, se i magistrati di Milano avessero chiesto cooperazione gliela avremmo certamente fornita. Ma non l’hanno mai chiesta». Anzi, dai cablogrammi dell’ambasciata statunitense del periodo compreso tra settembre 1992 e luglio 1993, emerge ad un certo punto la preoccupazione di Washington sui metodi usati dai magistrati, che «sistematicamente» violano i diritti degli imputati, come dichiara l’ex ambasciatore (1993-1997) Reginald Bartholomew: «come giudici la loro responsabilità è d’assicurarsi che giustizia sia fatta, non di indicare linee politiche per stabilire quando se ne ha abbastanza. Quello è un lavoro che spetta ad altri», riporta in un cablo [Diritti Globali; Cinquantamila].

Il “Consorzio” che lega cosa nostra e ‘ndrangheta con i servizi segreti, la politica, l’imprenditoria e la massoneria è una sorta di “Plan Cóndor” voluto da Washington per l’Italia? Un piano in cui la parte prettamente politica è affidata – almeno per un certo periodo – alla P2 di Licio Gelli, uomo della Cia, noto fascista e membro della “via dei topi” usata dai nazifascisti per scappare dall’Europa. La fase (para)militare è invece affidata alle mafie, tramite il coinvolgimento di quegli agenti Gladio «che avevano operato per anni agli ordini di Licio Gelli»? Che ci siano Cia e P2 dietro il terrorismo (neo)fascista italiano, strettamente legato all’attività delle mafie, lo denuncia al Tg1 Richard Brenneke, ex agente della Cia. Una rivelazione che innervosisce il Quirinale – e la Presidenza Cossiga – e costa il posto a Nuccio Fava, direttore del telegiornale.

Cosa si prepara(va), davvero, all’ombra della P2 oggi nota[7]? La segretezza sulla vera lista dei componenti della loggia di Licio Gelli ha a che fare con il «piano di destabilizzazione» denunciato da Elio Ciolini? E quanto è coinvolto il “Consorzio” in questa “P2 allargata”?

[3 - Continua]
[2 - Sangue sulla Falange (Armata) dentro il carcere "parallelo" del Protocollo Farfalla]
[1 - Storia delle mafie «Integrate» (con pezzi dello Stato)]

Note

  1. S. Bonsanti, Il gioco grande del Potere, Milano, Chiarelettere, 2013;
  2. S. Zecchi, La criminalità «servente» nel Caso Moro, Milano La nave di Teseo, 2018;
  3. Banda di rapinatori e assassini, tutti appartenenti alle forze dell’ordine, che prende il nome dall’auto usata per le operazioni criminali. Solo un caso che sia stata rubata da Forte Braschi, sede del Sismi – e dunque teoricamente inespugnabile – e fosse in dotazione alla VII Divisione, quella in cui è inserita Gladio? Per approfondire: misteriditalia.it, che riprende da S. Provvisionato, Giustizieri sanguinari. I poliziotti della Uno Bianca. Un altro mistero di Stato, Napoli, Tullio Pironti editore, 1995; giustizieri sanguinari di Provvisionato;
  4. Chiamato a guidare l’organismo di coordinamento dell’intelligence civile e militare dall’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti per “moralizzare” servizi colpiti in quel periodo dallo scandalo dei fondi neri Sisde e dalla scoperta dell’organizzazione Gladio;
  5. I 15 agenti sono identificati in: Bruno Garibaldi – ultimo responsabile della sezione addestramento speciale Gladio – Gaetano Marcoccio; Antonio Bonanni; Carlo Caporali; Carlo Marchionni; Antonio Nicolella; Mauro Morandi – che fanno tutti parte anche della Sezione K – Roberto Scrocco; Giulivo Conti; Mauro Giannella; Paolo Martinello; Giuseppe Passero; Alessio Scaglietta; Giorgio Tolu; Giorgio De Sanctis. Fulci li definisce come i “telefonisti” della Falange Armata, ma contro di loro la magistratura non ha mai aperto provvedimenti;
  6. Sentenze della II Corte d’Assise di Roma del 21 marzo 1997 e sentenza della Suprema Corte di Cassazione del 1 febbraio 2001;
  7. È accertato da tempo che l'elenco degli iscritti alla Loggia massonica "Propaganda 2" sequestrato a Licio Gelli a Castiglion Fibocchi (17 marzo 1981) sia in realtà un elenco parziale dei componenti della loggia. Secondo lo stesso Gelli mancherebbero centinaia di nomi, italiani e stranieri. Circa 3.000 i nomi della lista completa (più o meno lo stesso numero del cosiddetto "Archivio Riina", nda) secondo Giuliano Di Bernardo, ex Gra Maestro del Grande Oriente d'Italia e testimone al processo "'Ndrangheta stragista". L'elenco sequestrato è di 963 nomi;

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