mercoledì 24 luglio 2019

Il “Consorzio”/1 – Storia delle mafie «Integrate» (con pezzi dello Stato)

Omicidio Salvo Lima
Nell'immagine: il corpo di Salvo Lima riverso a terra, dopo l'omicidio avvenuto il 12 marzo 1992. È considerato il perno della strategia stragista di cosa nostra e il momento più evidente del processo che porterà al passaggio tra le due "Repubbliche mafiose" della storia italiana.
Parlare, mantenendole separate, di ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra è assolutamente superato. Loro vivono in un sistema criminale di tipo mafioso integrato, in cui le singole storiche organizzazioni mantengono le loro caratteristiche e soprattutto rimangono ancorate ai loro territori, ma sanno perfettamente che la loro vera forza è legata alla capacità di operare in maniera sinergica, attuando un programma criminale in grado di agevolare tutti

Nel 2015 il magistrato calabrese Giuseppe Lombardo così descrive il «sistema criminale di tipo mafioso integrato» che dal 2017 affronta da aggiunto al Procuratore Federico Cafiero de Raho nel processo “’Ndrangheta stragista”, con cui la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria sta ridefinendo la storia delle mafie e dei loro rapporti con le istituzioni della Repubblica italiana.

E i boss ordinano: «Uccidete i carabinieri!»

I carabinieri Antonino Fava e Giuseppe Garofalo vengono uccisi a Scilla (Reggio Calabria) il 18 gennaio 1994 durante una operazione di controllo del territorio[1]. Altri attentati contro poliziotti e carabinieri non andranno a buon fine, come quelli contro i carabinieri Vincenzo Pasqua e Silvio Riccardo (che ne usciranno illesi), Bartolomeo Musicó e Salvatore Serra (feriti). Riusciti o meno, sono omicidi non casuali e che, anzi, rispondono ad una strategia criminale ben precisa: portare il caos compiendo stragi contro le forze dell’ordine. A firmare gli attentati contro i carabinieri è una sigla che da quattro anni – esattamente dall’11 aprile 1990 – sta rivendicando l’intera stagione delle stragi e delle bombe di quegli anni: quella Falange Armata la cui storia, oggi, rimane ancora in gran parte un mistero di Stato.

«Fare la guerra per fare la pace»

L’obiettivo è l’attacco frontale al cuore dello Stato. «Fare la guerra per fare la pace», per dirla con le parole del boss corleonese Salvatore Riina.
Dal processo “’Ndrangheta stragista” sta emergendo che ad ispirare il piano sia proprio l’ex boss corleonese (morto nel novembre 2017). Un progetto a cui avrebbero aderito alcune tra le più potenti famiglie di 'ndrangheta come i De Stefano, i Piromalli e i Papalia.

La “profezia” Ciolini-Scotti-Dall’Amico

D’altronde che in quei primi anni ‘90 il clima in Italia sia stato infuocato è messo nero su bianco almeno dagli inizi del 1992:

Nel periodo marzo-luglio di quest’anno avverranno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come:
  • ”Esplosione dinamitarde (sic) intente a colpire quelle persone “comuni” in luoghi pubblici”
  • ”Sequestro eventuale “omicidio” d’esponente politico, P.S.I., P.C.I., D.C.”
  • ”Sequestro e eventuale “omicidio” del futuro presidente della Repubblica”

scrive il faccendiere Elio Ciolini [audiointervista ad Antonella Beccaria a Radio Città del Capo, 6 settembre 2012] - “l’uomo che sapeva tutto”, per dirla con un libro di Antonella Beccaria (Il Saggiatore, 2013) – a Leonardo Grassi, giudice istruttore presso il Tribunale di Bologna, il 4 marzo 1992.

A corroborare questo dettagliatissimo avvertimento due articoli pubblicati dall’agenzia “Repubblica” (niente in comune con l’omonimo quotidiano) il 21 e 22 maggio 1992, nei quali si parla della possibilità di un

bel botto esterno – come ai tempi di Moro – a giustificazione di un voto d’emergenza

Proprio il 22 maggio Oscar Luigi Scalfaro diventa il 9° Presidente della Repubblica italiana, battendo – al 14° scrutinio Giovanni Spadolini – a poche ore dalla strage di Capaci. Una “profezia” che arriva da una redazione composta da «personaggi legati a Mino Pecorelli»[2] e dalla stretta amicizia tra il direttore Lando dell’Amico, ex legionario della X Mas di Junio Valerio Borghese, e Federico Umberto D’Amato, potentissimo ex capo dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno. Sono questi gli ambienti in cui l’agenzia – e Ciolini, in seguito scoperto come la vera fonte dell'articolo - raccolgono le informazioni su quello che alla luce di quanto avverrà nei giorni e nei mesi successivi è un vero e proprio piano per la destabilizzazione dell’Italia?

Un piano che il 18 marzo viene reso noto – e dunque accreditato nella sua fondatezza – da una circolare che il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti invia sia ai prefetti che all’agenzia di stampa Ansa, che ne pubblica il testo integrale. Testo nel quale si evidenzia come perno del piano di destabilizzazione è l’omicidio del deputato democristiano Salvo Lima (12 marzo 1992), esponente di spicco della “corrente Primavera” di Giulio Andreotti. Un omicidio che, commenta Giovanni Falcone con l’allora ministro di Grazia e giustizia Claudio Martelli[3], «cambia la situazione interna a cosa nostra».

Di correnti (criminali) e mafie “derivate”

Oltre al pm Lombardo, vari collaboratori di giustizia stanno confermando come cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra e Sacra Corona Unita siano in realtà ”correnti” di un gigantesco gruppo criminale, una “cosa nuova” - come è stata definita più volte anche nel processo in corso a Reggio Calabria – guidata soprattutto da cosa nostra e ‘ndrangheta, di cui camorra e Sacra Corona Unita sarebbero nient’altro che derivazioni. È storia nota che l’organizzazione pugliese nasca come risposta ‘ndranghetista alla Nuova Camorra pugliese voluta da Raffaele Cutolo, così come è nota l’affiliazione a cosa nostra di Antonio Bardellino, legato a Tommaso Buscetta e fondatore del clan dei casalesi. Calogero Ganci, collaboratore di giustizia ed ex killer dello “squadrone della morte” corleonese ha dichiarato che clan di camorra come i Nuvoletta, i Gionta o i Fidanzati siano in realtà clan di cosa nostra.

Il “Consorzio”: tra patti segreti e mafia terrorista

Il collaboratore di giustizia Antonino Fiume, cognato e braccio destro di Giuseppe De Stefano, capo crimine[4] dell’omonima ‘ndrina di Reggio Calabria data agli anni Settanta la nascita di questa “cosa nuova”, o del “Consorzio” [come da ora in avanti, per brevità, chiameremo questo gruppo], come la chiama durante l’interrogatorio del 26 gennaio 2015 con il procuratore Lombardo. Luogo di nascita è Milano, dove le quattro consorterie mafiose italiane decidono di federarsi per controllare meglio il contrabbando di sigarette, che in meno di venti anni viene soppiantato dal traffico di droga, interamente gestito dalle quattro organizzazioni e ancora oggi, nella sua vocazione di mercato globale, una delle più importanti voci di profitto dei clan.

Il "Consorzio" è una «camera di passaggio» con cui le mafie «integrate» tengono i rapporti con politica, imprenditoria, massoneria e servizi segreti. A dichiararlo ai giudici calabresi è Pasquale Nucera, tra i primi e più importanti collaboratori di giustizia fuoriusciti dalla ‘ndrangheta. A farne parte solo un gruppo ristretto di boss, che prima Filippo Barreca poi Antonino Fiume – entrambi collaboratori di giustizia – identificano tra gli altri in Franco Coco Trovato; Giuseppe e Carmine De Stefano; Domenico, Rocco e Antonio Papalia; Antonio Pelle e Domenico “Mico” Alvaro per la ‘ndrangheta; Jimmy Miano e Turi Cappello per cosa nostra; Raffaele Ascione per la camorra oltre a Salvatore Annacondia; Pasquale Gatto e Ciccio Stilo per la sacra corona unita. Secondo Annacondia, fino agli anni Novanta, a guidare la parte prettamente criminale del "Consorzio" è Domenico Tegano, elemento di spicco della ‘ndrina De Stefano-Tegano. Ma a guidare davvero il gruppo sono gli avvocati Paolo Romeo e Giovanni Di Stefano[5].

La bomba allo stadio Olimpico cambia lo scenario criminal-istituzionale italiano

I primi rapporti cosa nostra-’ndrangheta si basano sull’amicizia tra Mariano Agate – uomo di fiducia di Salvatore Riina e massone della loggia “Iside 2” - e membri della ‘ndrina Molè-Piromalli oltre che sul rapporto diretto tra i Graviano (cosa nostra) e i De Stefano (‘ndrangheta). Paolo De Stefano è membro di cosa nostra e rappresentante dei clan siciliani in Calabria. Alla sua morte, dal lato calabrese il ruolo di collegamento viene preso da Luigi Mancuso e Giuseppe Piromalli, membri di spicco delle omonime ‘ndrine.

A fare i nomi è Gaspare Spatuzza, ex killer del clan di Brancaccio e noto per aver “smontato” il falso testimone Vincenzo Scarantino. È a Spatuzza che i Graviano, boss del quartiere palermitano di Brancaccio, legati anche alla ‘ndrina dei Vadalà, di Bova Marina, affidano il (fallito) attentato contro i carabinieri allo Stadio Olimpico di Roma (23 gennaio 1994). Nelle intenzioni dei boss sarebbe dovuto essere il «colpo di grazia» allo Stato. Tanto che, scrivono i giudici della Corte d’Assise di Palermo nelle motivazioni della sentenza sulla Trattativa Stato-mafia (5252 pagine), se l’attentato fosse andato in porto

il cedimento dello Stato, di fatto iniziato dopo le stragi del 1992 per iniziativa di alcuni suoi esponenti e ancor più evidenziatosi dopo le stragi del 1993, sarebbe divenuto inarrestabile per l’impossibilità di fronteggiare quell’escalation criminale, senza pari nella storia del paese, in un momento di forte fragilità delle istituzioni

Uno scenario inquietante in una fase in cui alle bombe vere delle mafie si aggiungono quelle giudiziarie di Tangentopoli, che con la nascita della Seconda Repubblica ridefinisce l’intero sistema partitico nazionale.
Se fosse andato in porto l’attentato all’Olimpico, scrivono i giudici, avrebbe avuto effetti «gravemente negativi per la sopravvivenza stessa delle Istituzioni democratiche». Per qualche strano motivo il telecomando dell’autobomba si blocca e pochi giorni dopo – il 27 gennaio – a Milano vengono arrestati i fratelli Graviano, nelle stesse ore in cui Silvio Berlusconi annuncia la sua "discesa in campo". Una combinazione – frutto davvero anche di casualità? - che cambia la Storia dell’Italia. Se quella bomba allo stadio Olimpico di Roma fosse esplosa, avremmo avuto una mafia di fatto invincibile e in pieno controllo di un governo sotto ricatto. Un plot oggi utilizzabile solo per un racconto distopico.

I mafiosi dichiarano: «non siamo terroristi!»

«Ci eravamo spinti un po’ oltre», dichiara Spatuzza ai giudici

Non era più cosa nostra. Era diventato qualcosa di diverso: un’associazione criminale di tipo terroristico

Qualcosa che la Procura di Reggio Calabria definisce come vero e proprio

Patto segreto tra cosa nostra e ‘ndrangheta, con l’avallo della massoneria e spezzoni dei servizi segreti deviati, per aggredire le istituzioni e costringere lo Stato a norme meno severe contro il crimine organizzato

Un «patto segreto» che coinvolge alcuni tra i gruppi più potenti del crimine mafioso italiano: dalla “galassia” corleonese di Riina, Provenzano e Bagarella alle ‘ndrine Piromalli, Papalia, Libri, Pesce, Mancuso, i De Stefano o i Santapaola, che l’ispettrice Annalisa Zanino definisce un clan di ‘ndrangheta affiliato solo in un secondo momento a cosa nostra. Un «patto segreto» in cui, dicono i Graviano, deve esserci una chiara distinzione tra gli attentati di mafia e gli “altri” attentati, come quelli contro i carabinieri. Da qui il ricorso alla Falange Armata. Ma che senso ha dichiarare guerra allo Stato per poi nascondersi dietro una sigla terroristica?

Un «patto segreto» che serve ai clan anche per scambiarsi favori: è il caso, ad esempio, del miliardo di lire con cui cosa nostra acquista le prestazioni della ‘ndrangheta per aggiustare il processo “Golden Market”, che nel 1995 vede ben 74 imputati tra medici, bancari e avvocati. Al centro del processo gli omicidi avvenuti in Sicilia tra il 1987 e il 1994, per i quali sono stati condannati all’ergastolo i boss Pietro Aglieri, Bernardo Provenzano, i fratelli Ignazio e Pietro Ribisi, Raffaele Ganci e Giuseppe Montalto, mentre Antonino Giuffré e Santino Di Matteo sono condannati a 12 anni.

Per le stragi di mafia è richiesta la maggioranza dei voti

Ma i boss calabresi, all’inizio, con i boss siciliani non ci vogliono stare. O, meglio: non hanno interesse ad aprire la fase stragista, perché il sangue richiama troppa attenzione, soprattutto quella di giornalisti e forze dell’ordine. Sarà Rocco Filippone – membro del clan Piromalli e oggi imputato con Giuseppe Graviano proprio nel processo “’ndrangheta stragista” - a rispondere alla chiamata degli uomini di Salvatore Riina. Anche perché, se si tiene per buono quanto dichiarato da Spatuzza, il “Consorzio” negli anni Ottanta-Novanta è gestito da cosa nostra, che dunque detta la “linea politica” anche alla 'ndrangheta (così come oggi la fase “imprenditoriale” sarebbe giocoforza decisa dalla guida delle ‘ndrine).

La fase stragista, cui sono contrari tanto pezzi di cosa nostra che della ‘ndrangheta – viene definita in una serie di summit che si tengono tra Milano, la Calabria (Nicotera, Gioia Tauro, Limbadi, Polsi) e la Sicilia tra giugno e ottobre 1989, anno in cui cosa nostra progetta un attentato contro Giovanni Falcone a Catania (video), che non si realizza per l’opposizione del boss Benedetto Santapaola detto “Nitto”, legato ai De Stefano. È il secondo tentativo di uccidere Falcone: nel febbraio 1992 a Roma, il commando composto da Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori,Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella e Francesco Geraci sbaglia indirizzo del ristorante dove il giudice è solito andare e l’assassinio non si realizza. Una ulteriore prova che, da sola, cosa nostra non sarebbe mai stata in grado di organizzare la fase stragista?

Ilardo-Bellini: gli (auto)infiltrati contro lo stragismo

Stragismo che non trova unanimità né in cosa nostra né nella 'ndrangheta, dunque. Alcuni boss, come Francesco Onorato, decidono di dissociarsi dalle consorterie mafiose di cui fanno parte, altri decidono per un ruolo più attivo.

Paolo Bellini, ex militante di Avanguardia Nazionale e legato alla ‘ndrangheta, insieme all’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e all’avvocato Rosario Pio Cattafi[6] è indicato come collegamento «di caratura criminale trasversale» tra mafia, neofascismo, massoneria e servizi segreti, come scrive il gup Piergiorgio Morosini nel decreto di rinvio a giudizio per la Trattativa Stato-mafia.
Attraverso Bellini ed il tentativo di recuperare alcune opere d’arte rubate dalla pinacoteca di Modena, lo Stato italiano imbastisce questa nuova trattativa con cosa nostra, che in cambio chiede lo spostamento agli arresti domiciliari od ospedalieri per alcuni dei suoi principali boss: Giuseppe Calò detto "Pippo", Giuseppe Giacomo Gambino e Giovan Battista Pullarà detenuti a Pianosa - contro il cui carcere di massima sicurezza si sviluppa l'attentato di Firenze del 1993 - Luciano Liggio, detenuto a Nuoro e Bernardo Brusca, padre di Giovanni ed unico non detenuto al 41bis. A trattare per i clan è l’ex compagno di cella di Bellini Antonino Gioè, ritrovato morto in carcere il 29 luglio 1993 in un omicidio mascherato da suicidio che ricorda molto il (falso) suicidio dell’agente Gladio Mario Ferraro. La trattativa però salta: Bellini, minacciato d’arresto da un uomo qualificatosi come agente del Ros, si tira indietro.

A Luigi Ilardo va anche peggio: una soffiata arrivata a cosa nostra lo indica come informatore del colonnello del Ros Michele Riccio – con il nome di “Fonte Oriente” - nonostante sia membro importante del clan dei Madonia. La sua collaborazione permette di arrestare vari boss tra Caltanissetta, Catania e Messina, fino ad arrivare – il 13 ottobre 1995 a Mezzojuso (Palermo) – letteralmente ad un passo da Bernardo Provenzano, arrestato solo 11 anni dopo. Ilardo «avrebbe potuto svelare i rapporti “alti” di cosa nostra con politica e massoneria», racconta nel 2014 il pm Nino Di Matteo a Sabina Guzzanti, in un intervista per il docufilm “La Trattativa”. «Avrebbe», perché una “talpa istituzionale” tradisce il boss-informatore, facendo arrivare l’informazione ai boss e decretandone di fatto l’omicidio, che si realizza a Catania il 10 maggio 1996. Secondo le dichiarazioni del colonnello Riccio, dietro la fuga di notizie c’è il procuratore Giovanni Tinebra, che a Caltanissetta accerta la validità del falso testimone Scarantino e, da dirigente del Dap, supervisore dell’accordo con il Sisde noto come “Protocollo Farfalla[di cui parleremo ampiamente nel prossimo capitolo di questo approfondimento, nda].

Il “piano serbo” di cosa nostra tra Riina e...Berlusconi

Mentre lo Stato si muove tra infiltrati e trattative in quella che dovrebbe essere una “lotta” alle mafie, in un summit del 28 settembre 1991 cui prendono parte anche gruppi criminali provenienti da Stati Uniti, Australia e Canada[7], con Željko Ražnatović – criminale di guerra serbo più noto come “Comandante Arkan” - viene definito un progetto per la vendita di armi da guerra, droga e rifiuti radioattivi i cui proventi dovrebbero finanziare quel progetto separatista che le mafie italiane abbandonano in favore di Forza Italia, un collegamento confermato dal boss-informatore Luigi Ilardo prima di essere ucciso.
Due anni dopo, nel 1993, Ražnatović incontra di nuovo esponenti delle mafie italiane – e probabilmente dei servizi segreti italiani – per sviluppare l’operazione che, attraverso un commando di 20 mercenari di nazionalità serba deve portare all’evasione dal carcere di Salvatore Riina. Quale interesse hanno i servizi segreti a liberare l’allora “nemico numero uno” dell’Italia? Il loro interesse ha un’incidenza sulla strana vicenda della mancata perquisizione del covo del boss corleonese in via Bernini a Palermo?

Intanto, in un altro vertice tra cosa nostra e ‘ndrangheta del 1991 viene decisa la fine della guerra tra i De Stefano-Tegano-Libri e gli Imerti-Condello-Serraino. Una pace necessaria a perseguire uno scopo più grande. Quello stesso scopo per cui proprio nel 1991 si decide l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti.

[1 - Continua]

Note:

  1. Operazione decisa per colmare l’attesa durante l’interrogatorio del boss Luigi Sparacio, che dal supercarcere di Palmi inizia in quei giorni a collaborare con la giustizia. I due carabinieri sono stati assegnati alla scorta dei cinque magistrati chiamati ad interrogarlo: Giovanni Lembo, Pietro Vaccara, Franco Langher, Carmelo Marino, Gianclaudio Mango;
  2. E. Montolli, I diari di Falcone. Le verità nascoste nelle agende elettroniche del giudice, Milano, Chiarelettere, 2018, p.216;
  3. ivi, p.168;
  4. Ruolo di vertice nella ‘ndrangheta, ha il compito di dirimere le controversie tra le ‘ndrine;
  5. Avvocato senza laurea, truffatore, legato al mondo del crimine serbo e noto per aver difeso in tribunale personalità come Saddam Hussein, Slobodan Milosevic e Robert Mugabe. Membro di primo piano nella strategia stragista, Nucera lo indica come colui che gestisce i traffici di armi e scorie nucleari a Paesi sotto embargo come la Libia, sfruttando tra le altre la sua amicizia con – attraverso il collegamento con Željko Ražnatović
  6. Avvocato, militante della destra eversiva durante gli anni di studio universitario, mediatore per la vendita delle armi italiane e, dicono i giudici, dalla seconda metà degli anni Settanta uno dei capi del clan mafioso dei Santapaola a Milano, per i quali ricicla denaro
  7. All’incontro partecipano anche le ‘ndrine di Canada, Australia e Francia oltre alle famiglie statunitensi di cosa nostra

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