sabato 27 luglio 2019

Il "Consorzio"/2 – Sangue sulla Falange (Armata) dentro il carcere "parallelo" del Protocollo Farfalla

Omicidio Umberto Mormile
Nell'immagine: l'omicidio dell'educatore carcerario Umberto Mormile (11 aprile 1990), ucciso per non aver coperto il "Protocollo Farfalla". Sarà la prima operazione rivendicata dalla "Falange Armata".

Il «piano di destabilizzazione» previsto per l’Italia tra marzo e luglio 1992 puntualmente scatta e, anzi, si sviluppa ancora meglio nel 1993 con la politica delle bombe a Firenze, Milano e Roma. Un «piano di destabilizzazione» portato avanti dall’accordo tra ‘ndrangheta, cosa nostra e massoneria in combutta con una parte delle istituzioni e dei servizi segreti, il “Consorzio” di cui parla il collaboratore di giustizia Antonino Fiume. Un «piano di destabilizzazione» che dopo la sentenza definitiva del maxiprocesso di Palermo (30 gennaio 1992) serve anche, nelle parole di Giuseppe Graviano, affinché «chi si deve muovere si dà una mossa», facendo «terra bruciata ai soggetti che avevano preso degli impegni o stavano portando avanti delle cose e si erano un po’ sonnecchiati»

Il programma politico-criminale del Consorzio mafioso

È il modo in cui menti (poco) raffinatissime imbastiscono le trattative per:

  • raggiungere la pace con lo Stato;
  • rivedere la sentenza del maxiprocesso; annullare il 41-bis e l'intero ordinamento penitenziario del “carcere duro”[1];
  • chiudere le supercarceri (ponendo così fine anche alle torture per i mafiosi, come quelle usate per i depistaggi tramite Vincenzo Scarantino);
  • rivedere la legge Rognoni-La Torre

Per realizzare questo “programma politico” cosa nostra chiede la collaborazione della ‘ndrangheta alla fase stragista, ma i calabresi si limitano a fornire supporto logistico e finanziario a condizione di non venire pubblicamente coinvolti. È per questa collaborazione logistica, ad esempio, che a fornire l’esplosivo per le stragi palermitane di Capaci e via D’Amelio sia la ‘ndrina Iamonte di Melito Porto Salvo (Reggio Calabria), mentre nel settembre 1991 è anche con l’aiuto – interessato – di cosa nostra che si conclude la guerra di ‘ndrangheta tra i De Stefano-Tegano-Libri e gli Imerti-Condello-Serraino.
È per questo che attraverso i fratelli Graviano e la volontà di separare gli attentati di mafia dalla fase stragista viene deciso che quest’ultima dovrà essere interamente rivendicata dalla Falange Armata.

Il Protocollo Farfalla: storia della Trattativa carceraria

La prima volta che questa sigla rivendica una operazione criminale è l’11 aprile 1990, quando a Carpiano (Milano) Antonio Schettini e Antonio Cuzzola uccidono Umberto Mormile, educatore presso il carcere di Opera, verso il quale si sta recando a bordo della sua Alfa Romeo 33 quando viene raggiunto da sei colpi di pistola calibro .38 special. Ad ordinare l’omicidio è Domenico Papalia, boss della ‘ndrangheta, che, prima di decretarne la morte, prova a corrompere Mormile con 30 milioni di lire.
Umberto Mormile è incorruttibile e dunque non può non denunciare il “gioco grande - riprendendo dal titolo di un libro di Sandra Bonsanti[2] – di cui viene a conoscenza e che Papalia gli chiede di omettere dalle sue relazioni: ovvero che agenti dei servizi segreti, dietro la falsa identità di avvocati, entrano in carcere per parlare segretamente con alcuni boss.
Si chiama “Protocollo Farfalla” ed è un accordo stipulato, almeno in una seconda versione, nel maggio 2004 tra il Sisde – i servizi segreti interni, guidati all’epoca dal generale Mario Mori – ed il Dap, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, di cui massimo dirigente all’epoca è il magistrato Giovanni Tinebra.
Scopo del Protocollo è gestire le informazioni provenienti dalle carceri di massima sicurezza italiane, senza che nei registri carcerari compaia traccia alcuna dei colloqui servizi segreti-boss. Per usare la definizione che ne danno Maurizio Torrealta e Giorgio Mottola in “Processo allo Stato”[3], il Protocollo Farfalla è una vera e propria

centrale di ascolto e di intercettazione che dovrà operare sia dentro che fuori le carceri, con finalità che non si limitano più all’attività carceraria ma si allargano addirittura a possibili attività terroristiche o anarco-insurrezionaliste

Il "Protocollo Farfalla" permette ai detenuti al carcere duro (il 41 bis, appunto) di ottenere sconti di pena in cambio di informazioni e senza necessità di confessare omicidi o denunciare complici. Ciò che viene chiesto ai mafiosi è di dissociarsi dalle consorterie mafiose di appartenenza, tanto che lo Stato pensa a definire una vera e propria legge sulla dissociazione mafiosa, richiesta dagli stessi boss.
La legge è – o dovrebbe essere – parte integrante di un progetto che ruota intorno al "Protocollo Farfalla" ma che è più ampio dei soli colloqui in carcere tra agenti del Sisde (e poi dell’Aisi) e boss. Un progetto che prevede, ad esempio, l’assegnazione dell’ex capomandamento di San Lorenzo (Palermo) Salvatore Biondino al ruolo di scopino nel carcere di Rebibbia[4]: un’attività strategica, necessaria a trovare nuovi boss da aggiungere a Salvatore Imerti, Pietro Aglieri o Giuseppe Madonia, che hanno manifestato l’intenzione di dissociarsi. Il "Protocollo Farfalla" prevede inoltre che i boss dissociati vengano trasferiti, tutti, in un unico carcere: Rebibbia prima, l’Aquila poi.

Cosa nostra annuncia la dissociazione...da cosa nostra

La questione legislativa della dissociazione dei mafiosi, uno dei punti cardine del cosiddetto “papello” di Salvatore Riina, nasce e muore nel giro di un paio di anni, tra il 1992 e il 1994. L’idea originaria è quella di coinvolgere solo i «poveri cristi, quelli che per poche lire passano dal contrabbando di sigarette all’omicidio, alla strage» come dichiara l’ex magistrato e presidente della Commissione parlamentare antimafia Luciano Violante (Pds) nel 1993 a Radio Corriere Tv

L’intenzione è quella di non punire reati commessi od ordinati dai mafiosi, ad eccezione dei reati di sangue, almeno fino ad una certa data cui aggiungere un percorso di dissociazione che nel giro di 3 anni porti ad una collaborazione con la giustizia vera e propria. È lo stesso schema che lo Stato usa con le Brigate Rosse e il terrorismo politico nel decennio precedente.
La proposta di legge presentata nel 1997, primi firmatari i senatori Melchiorre Cirami (Pdl) e Bruno Napoli (CCD), è scritta dal pm Roberto Scarpinato – oggi Procuratore Generale presso la Corte d’Appello del Tribunale di Palermo – e prevede sconti fino a un terzo della pena, sospensione dei procedimenti di prevenzione in corso e una serie di misure alternative al carcere per i dissociati.

Il rischio concreto è che la dissociazione diventi per il mafioso una alternativa “senza conseguenze” alla collaborazione. È questo, probabilmente, l’aspetto che più spinge la camorra a farsi ispiratrice della legge, come dichiara l’ex killer camorrista Domenico Cuomo. Senza obbligo di denunciare se stessi od altri sodali nell’organizzazione mafiosa – come prevede l’istituto della collaborazione – il carcere diventa nient’altro che una mera “pausa” nell’attività criminale dei singoli mafiosi. Quando questo avviene davvero, naturalmente.

È con una rassicurazione simile che nel 2002 cosa nostra decide di sciogliersi, in cambio naturalmente di un carcere meno duro ed una revisione in favore dei boss. Pietro Aglieri, membro di spicco della mafia corleonese ed ex paracadutista della Folgore, è portavoce ufficiale di questa storica decisione, attraverso una lettera inviata all’allora Procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna ed all’allora Procuratore di Palermo Pietro Grasso. In molti indicano Aglieri anche come deus ex machina dell’intera proposta, seguito da Carlo Greco, Giuseppe Madonia, Salvatore Buscemi e Filippo Graviano.

Gli ordini ”paralleli” di Salvatore Leopardi

A firmare materialmente il "Protocollo Farfalla" – composto da poche pagine su carta intestata del Sisde – per il Dap è il magistrato Salvatore Leopardi, capo dell’Ufficio ispettivo e braccio destro di Tinebra, che nel 2001 prende il posto del magistrato Alfonso Sabella. È Leopardi il perno su cui ruota l’intero Protocollo Farfalla.
È lui a firmare, nel 2006, gli ordini n.2 e n.35, ovvero l’ordine per gli uffici periferici di fornire direttamente a lui, bypassando l’intera catena di comando legalmente definita, «ogni dato o notizia anche parzialmente ritenuta significativa».
Leopardi crea di fatto una struttura parallela per il controllo delle carceri in cui sono coinvolti circa 250 agenti della polizia penitenziaria – il cui modus operandi è definito dall’ordine n.35 secondo l’allora sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi (governo Prodi II), che cita questo numero in risposta ad una interrogazione parlamentare di Graziella Mascia, deputata di Rifondazione Comunista.

Quello ideato da Tinebra, Leopardi e Mori è un sistema che permette il controllo sui detenuti – sia in regime di carcere duro che ordinari – tanto quanto quello su operatori carcerari e agenti penitenziari. Ma è un sistema completamente illegale: non solo perché Leopardi non ha alcun potere per creare una struttura simile, ma soprattutto perché la Costituzione italiana – all’articolo 109 - prevede la stretta dipendenza della polizia giudiziaria dal pubblico ministero. Il Protocollo Farfalla cancella esattamente questo aspetto.

A svelarne l’esistenza, il 23 dicembre 2011, è il pm Nino Di Matteo, in un interrogatorio all’ex dirigente Dap Sebastiano Ardita durante il processo Mori-Obinu sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano. A rendere il Protocollo Farfalla di dominio pubblico è invece una inchiesta giornalistica di Matteo Bartocci, pubblicata nel 2006 da “il Manifesto”.

A questo punto le domande sono molte:

  • La decisione di creare questa struttura parallela è un’idea di Tinebra, Mori e Leopardi o, come è ipotizzabile, i due seguono ordini arrivati dalle stanze di qualche ministero, come il Viminale o il ministero della Giustizia? Esiste dunque una catena di comando per questa struttura parallela? In questo caso, composta da chi?
  • Se è vietata la trasmissione alla magistratura delle informazioni raccolte dai boss, si può dire che i servizi segreti hanno materialmente intralciato le indagini sulle attività delle mafie? Quanto la non diffusione di tali informazioni ha rallentato non solo i processi, ma anche la conoscenza dei rapporti Stato-mafie? Una volta acquisite, come sono state usate queste informazioni dai servizi segreti?
  • Se Tinebra, Mori e Leopardi creano questa struttura senza autorizzazione né controllo di nessuno, vuol dire che non c’è o almeno non c’è stato alcun tipo di controllo istituzionale sulla gestione delle carceri?

Così non è, ovviamente. A meno di non voler credere che il segreto di Stato sul "Protocollo Farfalla" – cancellato da Matteo Renzi nel 2014 – sia stato usato su una attività di cui lo Stato stesso è all’oscuro, o comune non ha il controllo. Uno scenario inquietante oltre che pericoloso.

Dal Protocollo alla Convenzione: la Trattativa carceraria è ancora attiva?

I reati commessi per tutelare il "Protocollo Farfalla" – come il “falso in atto pubblico” o il “falso per soppressione e omessa denuncia” per i quali nel 2008 Leopardi entra nel registro degli indagati – sono andati tutti in prescrizione. Questo processo, che oltre a Leopardi coinvolge anche il direttore del carcere di Opera Giacinto Siciliano, Alfredo La Piccirella, ispettore di polizia penitenziaria e Annarita Burrafatto, all’epoca responsabile della segreteria dell’Ufficio ispettivo ed oggi nominata a capo di quello stesso ufficio, dimostra che il Protocollo è ancora attivo.

Ciascuna delle parti si impegna a non trasmettere a terzi né a divulgare le informazioni e i documenti di cui sopra senza il preventivo consenso dell’altra parte

recita il punto 8 (su 10 totali) del documento che dal 2010 sostituisce il Protocollo Farfalla: la "Convenzione Piccirillo-Ionta", firmato tra il Dap guidato dal pm Franco Ionta e l’Aisi del generale Giorgio Piccirillo. Accordo la cui esistenza viene rivelata solo nel 2014 alla Commissione antimafia da Giovanni Tamburino, all’epoca massimo dirigente del Dap.

Dal lato mafioso, quella che oggi potremmo chiamare “Convenzione Farfalla” coinvolge personalità criminali del calibro di Rosario Pio Cattafi, militanza giovanile nella destra estrema, mediatore per la vendita di armi e droga e, insieme a Paolo Bellini e Vito Ciancimino considerato uomo-cerniera tra il mondo criminale, la massoneria e i servizi segreti.

Quegli stessi servizi che, nella persona del colonnello del Sisde Raffaele Del Sole – dirigente del Sisde in Campania – nel luglio 2006 incontrano la pm Simona Di Monte per suggerirle di non proseguire le sue indagini su Antonio Cutolo (nessuna parentela con il più noto Raffaele) considerato a capo della ricostituzione della Nuova Camorra Organizzata (Nco).

Guardi, lei [Di Monte, nda] sta facendo questa indagine su Antonio Cutolo, questo è uno che ci sta dando delle informazioni, anzi le sue informazioni ci stanno pervenendo tramite il Dap, anzi c’è il magistrato, il dottor Leopardi, che la vuole contattare per confermare che “questo qui” sta dando informazioni confidenziali[5]

Le informazioni di Antonio Cutolo – che dunque è in qualche modo protetto dai servizi segreti – emerge nel processo contro Leopardi, sono al centro dei colloqui tra l’ex dirigente Dap, l’agente Sisde Pasquale Angelosanto e Giacinto Siciliano, direttore del carcere milanese di Opera, lo stesso carcere in cui viene ucciso Umberto Mormile proprio per non aver voluto tacere sui colloqui in carcere tra servizi segreti e boss.

Umberto Mormile viene ucciso nel 1990, Salvatore Leopardi è indagato per un accordo stipulato nel 2004, mentre la richiesta di bloccare le indagini su Cutolo del colonnello Di Sole alla pm Di Monte risalgono al 2006: ciò rende evidente che accordi servizi segreti-boss in carcere per lo scambio tra informazioni e protezione per i boss sono stati usati almeno per 16 anni, come dimostra proprio la vicenda Antonio Cutolo. Seppur con nomi e protagonisti probabilmente diversi.
La domanda è dunque d’obbligo: quante altre volte è successo? Quali altre indagini su fatti di mafia sono state bloccate per interesse dei servizi segreti? E, di conseguenza, come cambia la storia giudiziaria delle mafie italiane senza l’influenza dei servizi segreti e della classe politica?

Bernardo Provenzano collaboratore di giustizia?

Il progetto Leopardi-Tinebra-Mori prevede, dunque, la costituzione di un “supercarcere per dissociati”, identificato prima a Rebibbia e poi nel carcere de l’Aquila.

Il capoluogo abruzzese è una delle possibili destinazioni per il trasferimento di Bernardo Provenzano dal carcere di Terni, considerato troppo duro per il boss che ha guidato cosa nostra – e dunque il "Consorzio" – dopo l’arresto di Salvatore Riina nel 1993. un carcere troppo duro per Provenzano e (forse) poco consono ai progetti che lo Stato italiano ha per lui, come quello di trasformarlo in un ennesimo boss-infiltrato.
Un ruolo alla Luigi Ilardo, o magari come quello giocato da Alberto Lorusso, boss della sacra corona unita che tra maggio e novembre 2013 raccoglie in carcere confessioni e pensieri di Salvatore Riina e che, si ipotizza, collabora anche con i servizi segreti: non si spiega in alcun altro modo, infatti, come Lorusso possa essere a conoscenza del contenuto di alcune email riservate della Procura di Palermo.

Per spostarlo dal carcere umbro viene pubblicata la notizia di proteste di Giovanni Riina all’arrivo di Provenzano a Terni. Ma è tutto falso, una delle tante notizie inventate da Massimo Ciancimino [Il Foglio/1; ilFoglio/2; il Post], che comunque convincono giornalisti esperti come Francesco Viviano e Salvo Palazzolo di Repubblica e avallate tra gli altri da Pietro Grasso, all’epoca ancora Procuratore nazionale antimafia. Non sarà l’unica notizia falsa in merito alla carcerazione del boss corleonese.
La domanda è lecita: da detenuto, Provenzano viene coinvolto nel “Protocollo Farfalla”? E con quale ruolo? Il trasferimento ad un carcere meno rigido – in cui magari riunirsi ad altri boss dell’area “non stragista” del Consorzio – è la contropartita per la sua partecipazione al progetto Dap-Sisde? Insomma: se non fosse morto nel 2006, Provenzano avrebbe iniziato – o continuato, secondo alcuni, a collaborare con lo Stato? [Repubblica; Dagospia]

Cosa ci guadagnano i boss coinvolti nei “Protocolli Farfalla"[6]? Denaro, che arriva direttamente dai fondi riservati dei servizi segreti, versati fuori dalle carceri a persone di fiducia dei boss. Quanto denaro è stato impiegato per questa attività? E, soprattutto, in che modo sono stati reinvestiti dalle mafie? Domande, senza risposta, per ora. Così come ad oggi non si conosce la catena di comando dell’operazione, né l’identità degli agenti che i servizi segreti impiegano nell’operazione.
Secondo Claudio Fava, ex vicepresidente della Commissione Antimafia

Fare luce sul protocollo vuol dire fare luce sulla propensione di certi apparati che hanno voluto costruire un corpo parallelo[…]Ci sono apparati altri che hanno agito per un altro interesse. Oggi anche Galatolo parla di mandanti esterni che vorrebbero la morte di Di Matteo e che guidano Matteo Messina Denaro

[2 - Continua]
[1 - Storia delle mafie «Integrate» (con pezzi dello Stato)]

Note

  1. Su questo punto la Trattativa Stato-mafia pare avere reali effetti solo nel 1993, con 122 revoche e 358 mancate proroghe; nel 1992 si registrano solo 2 revoche e 2 mancate proroghe, mentre nel 1994 ci saranno solo 9 mancate proroghe, con nessuna revoca;
  2. S. Bonsanti, Il gioco grande del Potere, Milano, Chiarelettere, 2013;
  3. M. Torrealta, G. Mottola, Processo allo Stato, Milano, BUR Rizzoli, 2012, edizione kindle;
  4. Nel gergo carcerario è l'addetto alle pulizie delle aree comuni. Retribuito, è un compito svolto solitamente a turno da tutti i detenuti;
  5. M. Torrealta, G. Mottola, op.cit.;
  6. L’accordo viene stipulato, secondo quanto ricostruito dal Fatto Quotidiano, con Cristoforo Cannella detto "Fifetto"; Salvatore Rinella; Vincenzo Boccafusca; Angelo Antonio Pelle; Massimo Clemente; Antonio Angelino; Giuseppe Maria Di Giacomo. Per approfondire: Protocollo Fantasma, "gli 8 boss al 41 bis accettarono soldi per parlare con i Servizi", Giuseppe Pipitone, il Fatto Quotidiano, 28 settembre 2014. Tutte le fonti consultate per questo articolo riportano solo sette degli otto nomi;

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