sabato 3 agosto 2019

Il "Consorzio"/4 – 1992-1994: Nascita (non realizzata?) di una Repubblica mafiosa

28 settembre 1991: esponenti delle ‘ndrine Tegano, Araniti, Pesce, Molé e Piromalli – in quegli anni l’élite della ‘ndrangheta – ospitano a Polsi (Reggio Calabria) boss di cosa nostra, camorra e sacra corona unita oltre che delle mafie d’oltreoceano, provenienti da Stati Uniti, Canada, Australia e Francia. Nell’ambito delle deposizioni al processo “Breakfast” il collaboratore di giustizia Pasquale Nucera dichiara che al summit partecipano anche Amedeo Matacena jr, futuro parlamentare di Forza Italia dal giugno 2013 latitante a Dubai (Emirati Arabi Uniti) e soprattutto Giovanni di Stefano, «pezzo grosso che rispondeva anche alle famiglie siciliane oltre che calabresi». Secondo Nucera, Di Stefano è una «personalità di rilievo, un superiore di queste cose» che al summit porta in dote Željko Ražnatović, più noto come il “Comandante Arkan”. Così come avviene nel contesto politico italiano, anche il Consorzio si trova ad una svolta epocale: il 1991 è, infatti, l’anno in cui nasce la “Seconda Repubblica mafiosa”

Nascita di una Repubblica mafiosa

Due le decisioni propedeutiche a questo cambio politico e storico:

  • pace tra i De Stefano-Tegano-Libri e gli Imerti-Condello-Serraino, ovvero conclusione della seconda guerra di ‘ndrangheta;
  • abbandono dei vecchi partiti alleati del Consorzio.

Il programma politico, non condiviso all’unanimità, lo portano i corleonesi di Salvatore Riina: «fare la guerra per fare la pace» con lo Stato. La politica delle bombe e delle stragi, in poche parole.

È questo il momento in cui le mafie italiane decidono di entrare direttamente in politica, dopo gli anni dei contatti e del concorso esterno (Democrazia Cristiana, Partito Socialista) e dei finanziamenti per le cause comuni, come accade con il Partito Radicale e la questione carceraria.
Il collegamento con il “Comandante Arkan” e la criminalità serba serve non solo per far evadere Salvatore Riina dal carcere nel 1993, ma anche per finanziare il progetto partitico delle mafie con i proventi del traffico di armi e scorie radioattive tra le due sponde del mar Adriatico.

Il progetto politico da finanziare con tali proventi è mastodontico: spaccare l’Italia in tre macroaree, affidando il Sud Italia al controllo delle mafie. Progetto ampiamente acclarato in sede giudiziaria – ne parlano ampiamente il collaboratore di giustizia Leonardo Messina nel 1992 e negli anni le inchieste “Sistemi Criminali”, “Oceano” e, appunto, “’Ndrangheta stragista” – di cui si parla già negli anni Settanta, come obiettivo a latere del (fallito) golpe Borghese (7-8 dicembre 1970). È però solo con gli anni Novanta che il separatismo entra realmente nel dibattito pubblico.

Il Consorzio fissa il progetto in un summit “fondativo” che si tiene a Lamezia Terme nel settembre 1993. Alla riunione partecipano mafiosi come Tullio Cannella – più fidato collaboratore del boss corleonese Leoluca Bagarella – politici come l’allora consigliere regionale Beniamino Donnici di “Calabria Libera”, che Cannella indica come «cerniera tra ‘ndrangheta e politica», imprenditori come Giovanni Marchioni, vicino alla “Lega Italia federale”, «articolazione romana della Lega Nord», la definisce Gianni Barbacetto. È logico ipotizzare che il summit incontri il favore di quel sistema di potere (politico, economico, mafioso, etc.) che ruota e nutre il "Consorzio" cosa nostra-’ndrangheta.
Anche una parte dell’Italia “non criminale” è favorevole al progetto, che dal separatismo mafioso viene declinato come “federalismo” dalla politica: la Fondazione Agnelli propone in quegli anni addirittura la divisione in 12 macro-regioni, ipotesi riproposta nel 2012 dai parlamentari Roberto Morassut e Raffaele Ranucci del Partito Democratico.

A legare in un unico cartello elettorale le tante leghe che si creano in quegli anni nel Sud Italia – con l’obiettivo di presentarle alle elezioni dell’aprile 1992 – è il principe Domenico Napoleone Orsini, gioventù nella destra neofascista ed esponente della Lega Nord in quegli anni Novanta come membro della Lega Italia Federale: è lui il volto (autocandidato) del cartello della “Lega Meridionale”.
Dietro Orsini l’uomo che permette la nascita di molte di queste esperienze separatiste – anche dal punto di vista burocratico – è l’avvocato Stefano Menicacci, pluricandidato per la Liga veneta ed in affari con Stefano Delle Chiaie, fondatore del movimento neofascista Avanguardia Nazionale il cui nome compare – spesso difeso proprio da Menicacci – nelle indagini sul golpe Borghese, le stragi di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) e alla stazione di Bologna (2 agosto 1980) oltre che nella fase delle bombe sui treni.
Sono loro i principali ispiratori del progetto leghista al Sud, insieme a Domenico Romeo, pregiudicato per reati comuni, e soprattutto di Licio Gelli, orfano della Loggia P2. Coinvolti nel progetto anche il Gran Maestro Giorgio Paternò, Vito Ciancimino – per conto di Gladio? - ed Egidio Lanari, avvocato del boss Michele Greco detto “il Papa” e vicino a Gelli, che propone come candidato alle elezioni insieme a Vito Ciancimino. Tra i punti del suo progetto politico un referendum abrogativo della legge Rognoni-La Torre che istituisce il reato di “associazione di tipo mafioso” (416bis), proposta inserita anche nei progetti delle leghe fondate da Delle Chiaie.

La Lega Nord nasce meridionale?

C’è anche una variante “nordista” del progetto separatista e che ruota intorno alla figura di Gianfranco Miglio, teorico di riferimento della Lega Nord di Umberto Bossi e noto per la sua posizione favorevole al «mantenimento» di cosa nostra e della ‘ndrangheta[1].
Del progetto Lega Nord, speculare alle leghe meridionali e nato come “effetto collaterale” di Tangentopoli, fanno parte anche Enzo De Chiara, lobbista vicino alla destra radicale statunitense oltre che a Gelli e a Michele Sindona, segnalato come «emissario della Cia» in Italia dalla magistratura e Gianmario Ferramonti, braccio destro di De Chiara legato alla massoneria ed ai servizi segreti e in seguito esponente di Forza Italia.

Ora, se sommiamo la Storia all’attualità, se al denaro versato dall’allora imprenditore Silvio Berlusconi a cosa nostra – attraverso Marcello Dell’Utri e Vittorio Mangano – e al flop delle leghe meridionali alle elezioni del 1992 aggiungiamo l’attuale proposta di autonomia regionale e gli accertati rapporti della Lega di Matteo Salvini con la ‘ndrangheta sorge una domanda: la scelta di convogliare i voti mafiosi su Forza Italia nel 1994 è da leggere come appoggio al Silvio Berlusconi politico o come strumento necessario per portare la Lega Nord di Umberto Bossi – ed oggi la “nuova” Lega di Matteo Salvini? - ad ottenere una posizione nel neonato governo forzista post-Tangentopoli?

Il progetto separatista (o “federalista” guardandolo dal Nord Italia) ha dunque una doppia matrice: quella militare attraverso le stragi e quella politica, attraverso il progetto delle Leghe separatiste.
Poi, tra il 1992 e il 1994, entrambi i progetti si fermano: la bomba allo stadio Olimpico di Roma (23 gennaio 1994) necessaria a dare il «colpo di grazia» allo Stato non esplode, mentre alle elezioni politiche del 1992 – vinte dalla Democrazia Cristiana con il 29,65% dei voti – le Leghe meridionali raggiungono lo 0,07% dei voti e non ottengono seggi. L’”altra” Lega, quella di Umberto Bossi, entra invece in Parlamento con l’8,65% dei voti.

L’avvertimento che il separatismo meridionalista non funziona arriva comunque a cosa nostra già un anno prima delle elezioni: Matteo Messina Denaro, che con Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano è tra i principali sostenitori del progetto, attraverso il narcotrafficante Rosario Naimo chiede aiuto alla cosa nostra statunitense per separare la Sicilia dall’Italia e annetterla agli Stati Uniti. La proposta, rispondono i boss d’oltreoceano, arriva «fuori tempo». Della questione separatista rimane così solo la sua versione “padana”.

È la fine di una fase storica, sia per il potere politico-economico – con gli arresti di Tangentopoli e il “nuovo corso” dell’imprenditore-politico Silvio Berlusconi, sia per il potere criminale, con la conclusione dell’ipotesi golpista che cosa nostra e ‘ndrangheta perseguono fin dal periodo 1969-1974 con la partecipazione al tentato golpe di Junio Valerio Borghese o al tentativo di creare, nel 1973, un “governo d’ordine” della P2 con a capo Carmelo Spagnuolo, Procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma. Scrive la Commissione antimafia nel novembre 1992:

Affiancare al controllo del territorio il controllo delle istituzioni, separare la sicilia dal resto del Paese, ha rappresentato un’aspirazione di cosa nostra fin dallo sbarco degli alleati nell’isola. Quanto, con il passare degli anni, l’obiettivo sia stato realmente perseguito o soltanto minacciato, attiene a quella dialettica tra poteri invisibili ed istituzioni di cui si parlava all’inizio, con riferimento agli ideatori delle stragi

«Sto vedendo la massoneria in diretta»

Nel 1992, intanto, mentre i magistrati di Milano fanno crollare il sistema di corruzione su cui si è retta la “Prima Repubblica”, presso la Procura di Palmi il giudice Agostino Cordova pone i rapporti mafie-massoneria al centro dell’indagine denominata “Mani Segrete”, che muove dagli affari della ‘ndrina dei Pesce per arrivare agli affari di Licio Gelli. È la prima inchiesta sulla cosiddetta “massoneria deviata” realizzata in Italia. Ma l’indagine viene sottratta a Cordova, smembrata ed inviata per competenza alla Procura di Roma, che archivia per decorrenza dei termini.

Sarebbe stata un’indagine interessante, se si considera il dato rilasciato ai giudici del processo “’Ndrangheta stragista” da Ettore Loizzo, vice Gran Maestro al Grande Oriente d’Italia: negli anni Novanta, in Calabria, su 32 logge massoniche 28 sono controllate dalla ‘ndrangheta. Una situazione molto simile a Trapani, una delle città italiane dove il rapporto tra mafie e massoneria si consolida di più [Alqamah; AntimafiaDuemila]: emblematica è in città la figura dell’ex sindaco Antonio Vaccarino, che è anche massone e collaboratore dei servizi segreti per la (ad oggi mancata) cattura di Matteo Messina Denaro.

Lo stesso introvabile boss trapanese è massone, così come lo sono tutti i grandi boss sia di cosa nostra che della ‘ndrangheta, come dichiarano vari collaboratori di giustizia. Il potere delle mafie non sarebbe così forte se nel tempo non avessero stretto solidi rapporti con la massoneria. Il "Consorzio" sarebbe ben altra cosa senza l’alleanza con quei comitati d’interesse che sono le logge massoniche.
È attraverso questi comitati che le mafie sono arrivate ad infiltrarsi nel Nord Italia e nei settori puliti dell’economia, stando alle dichiarazioni di Giuliano Di Bernardo – ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia e tra i massimi esperti italiani di massoneria – e del collaboratore di giustizia Pasquale Nucera, che ai giudici calabresi evidenzia come anche le alleanze con le mafie estere sono favorite dalla massoneria. Ancora: siamo di fronte a “pezzi deviati dello Stato” o a specifiche visioni politiche?.

la ‘ndrangheta ha i suoi traffici ma ha bisogno di strumenti finanziari evoluti, quelli glieli mettono a disposizione i fratelli. In mezzo c’è il consenso politico che viene veicolato da questi due poli

evidenzia ai giudici Cosimo Virgiglio, ex imprenditore, massone legato alla ‘ndrangheta e oggi collaboratore di giustizia, che nella sua deposizione del (19 febbraio 2019) nel processo “’Ndrangheta stragista” parla dell’intercessione del conte e ambasciatore Giacomo Maria Ugolini – Gran Maestro del “Grande Oriente di San Marino”, tanto potente da essere «al di sopra della P2» - per l’ingresso della ‘ndrina dei Molè nei lavori per l’autostrada Salerno-Reggio Calabria [ilSole24Ore; Malitalia; il Fatto Quotidiano] vinti da Impregilo. Interesse che si somma a quello per i cantieri del ponte sullo Stretto di Messina e all’attività del porto di Gioia Tauro, fino a pochi anni fa uno dei principali canali d’ingresso della cocaina in Europa ed emblema del potere della ‘ndrangheta, oggi sostituito dai meno stringenti controlli dei porti spagnoli, olandesi o del sud Mediterraneo [la Spia; il Fatto Quotidiano; Linkiesta; laCNews24]

Dopo le bombe, la “Seconda Repubblica di mafia”

Il passaggio dallo stragismo corleonese alla ‘ndrangheta imprenditrice avviene anche per l’intercessione della massoneria, come dichiara l’ex killer Cosimo Villani. È questa ‘ndrangheta-massone a guidare la mafia calabrese, che per gestire i rapporti con le logge modifica, pesantemente, la sua struttura interna: abbandona la cosiddetta “’ndrangheta dello sgarro” e la “Società Minore” per dar vita alla “Santa” - e alla conseguente figura del “santista” - per trasformarsi in quel sistema politico-economico che è oggi. Un passaggio che si realizza stringendo sempre più i rapporti con politici, imprenditori, massoni e uomini dei servizi segreti. A guidare questa nuova ‘ndrangheta sono uomini radicati in più sistemi di potere, criminali e non: uomini come Paolo Romeo, che vari collaboratori di giustizia identificano come agente Gladio, e Giorgio Di Stefano.

Romeo e Di Stefano sarebbero inoltre le menti dietro le elezioni di Giuseppe Scopelliti a sindaco di Reggio Calabria (2002-2010) e l’ex senatore Pietro Fuda a presidente della Provincia (2002-2005) in una sorta di “scuola di formazione politica” [ilFatto Quotidiano; ilDispaccio] che, stando alle indagini del Ros dei carabinieri, almeno dal 2002 ha lo scopo di creare politici da far eleggere nelle istituzioni locali, nazionali ed europee. I tanti politici accusati e condannati in questi ultimi anni escono da questa “scuola”?

Il passaggio dallo “sgarrismo” al “santismo” ridefinisce anche gli equilibri interni alla ‘ndrangheta, con gli omicidi dei boss Domenico Tripodo e Antonio Macrì, contrari alla trasformazione terroristica delle mafie «integrate» e, forse non a caso, perdenti nella guerra che le ‘ndrine combattono tra loro tra il 1974 e il 1977[2]. Una ridefinizione strategica che è anche, nelle parole del collaboratore di giustizia Giovanni Gullà, un vero e proprio cambio politico con l’abbandono della Democrazia Cristiana in favore della destra eversiva.

L’opposizione (mafiosa) alle bombe

A volere il passaggio tra “Prima” e “Seconda Repubblica mafiosa” sono quei boss contrari alla politica stragista dei corleonesi, ad iniziare da Nino Gangemi, nipote di Nino Molé e tra i principali consiglieri di Piromalli. Perché che sia un «sistema criminale di tipo mafioso integrato», come lo definisce il pm Giuseppe Lombardo nel 2015, o che si tratti di singoli clan, la strategia delle bombe, all’interno delle mafie italiane, non piace a tutti.

Dal 1993 la politica delle bombe e delle stragi finisce. Termina così la «guerra per fare la pace» voluta dai corleonesi, non solo perché il 15 gennaio 1993 gli agenti del Ros del “Capitano Ultimo” arrestano Salvatore Riina.
È però il 1994 ad essere ricordato come l’”anno criminale” per eccellenza della Repubblica italiana, con gli omicidi di don Giuseppe Diana a Casal di Principe (Napoli, 19 marzo) e dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia (20 marzo), mentre a novembre vengono identificati i componenti della Banda della Uno Bianca.
A livello politico, la nuova formazione di Silvio Berlusconi – al governo dal maggio 1994 al gennaio 1995 – prende il posto del progetto separatista nei desiderata del "Consorzio", come varie inchieste giudiziarie accerteranno negli anni seguenti. Un cambio che potrebbe nascondere la “settentrionalizzazione” del progetto separatista attraverso l’avvicinamento del "Consorzio" alla Lega Nord, il “volto nuovo” di quei primi momenti di “Seconda Repubblica”.

Berlusconi complice o vittima (consapevole) delle mafie?

Inchieste giudiziarie che accertano come il nuovo presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sia tanto favorito quanto ricattato dal "Consorzio", nella fattispecie dei clan di cosa nostra. Antonino Fiume ha raccontato ai giudici che la mafia siciliana propone alla ‘ndrangheta di rapire uno dei figli dell’imprenditore, progetto che poi non si realizzerà anche per un “patto di protezione” in essere tra il 1974 e il 1992 – accertato con sentenza definitiva – prima contro i sequestri poi contro eventuali attentati ai ripetitori Fininvest in Sicilia. Intanto tra Milano e la Svizzera vengono aperte indagini per accertare se alcune finanziarie del gruppo Berlusconi siano usate per i traffici illeciti delle mafie: negli anni seguenti i giudici individuano nell’impresa edile più importante di Berlusconi – la costruzione di “Milano 1” e “Milano 2” - un possibile strumento usato da cosa nostra per riciclare i proventi del traffico di droga, ma l’intermediazione di società offshore rende ancora oggi impossibile accertare la reale provenienza del denaro [l'Espresso/1; l'Espresso/2; laRepubblica].

La «strategia ricattatoria», scrivono i giudici che a Palermo si occupano della Trattativa Stato-mafia, prevede anche che Dell’Utri controlli la regolarità dei pagamenti del Silvio Berlusconi imprenditore a cosa nostra, accertati almeno fino al dicembre 1994. L’ex senatore viene per questo condannato per “violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato” insieme agli ex carabinieri del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno oltre che ai mafiosi Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, medico personale di Salvatore Riina.

Una «strategia ricattatoria» che, a livello politico, le mafie hanno già usato con i governi guidati da Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi.

ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi

dichiara l’ex Presidente della Repubblica (1999-2006) a Massimo Giannini di Repubblica, che aggiunge:

perché a un certo punto, poco dopo la nascita del suo governo, le stragi cominciano? E perché, a un certo punto, dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino, le stragi finiscono? Perché la mafia comincia a mettere le bombe? Perché la mafia smette di mettere le bombe?
è contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune

è la tesi portata dal futuro inquilino del Quirinale in un discorso del 2 agosto 1993, pronunciato durante la manifestazione commemorativa della strage di Bologna del 2 agosto 1980

Quello strano carcere duro che aiuta le mafie

Mentre l’”anti-Stato” - o “criptogoverno”, per dirla ancora con la terminologia usata da Norberto Bobbio – si prodiga attraverso i corleonesi nella «guerra per fare la pace», lo Stato commette due errori che aiutano lo sviluppo del "Consorzio".
Negli anni Ottanta è la politica dei soggiorni obbligati, che sposta i boss dai loro territori originari in zone come la Lombardia, la Toscana, l’Emilia Romagna, dove l’inchiesta “Aemilia” ha dimostrato la spartizione di intere città tra clan di diverse organizzazioni[3]. Un “effetto collaterale” di una legge abolita tramite referendum nel 1995.
“Effetti collaterali” che si registrano anche per la legge sul carcere duro (41bis), secondo la quale i criminali più pericolosi – come di certo sono considerati i boss di mafia – vengono costretti in cella con detenuti di differenti territori: così capita che una decisione dello Stato porti i calabresi Piromalli, alleati dei catanesi Santapaola, a parlare con i corleonesi; oppure che i Lo Piccolo – fino al 2011 al comando della Palermo mafiosa – intessano rapporti con i Polverino, esponenti della camorra.
Alla luce del “Protocollo Farfalla” e delle tante e più o meno note trattative Stato-mafie, la domanda è d’obbligo: solo un aiuto involontario o anche questi sono “effetti (non) collaterali” di un qualche accordo tra Stato e anti-Stato?

Il segreto dell’”Archivio Riina”

Un elenco di 3.000 nomi. Secondo Di Bernardo un elenco lungo quasi quanto la lista completa degli iscritti alla loggia P2, ancora oggi sconosciuta. Un elenco che se reso noto «saltava per aria tutta l’Italia», secondo vari collaboratori di giustizia. Un elenco che è, anche, una assicurazione di potere: la lista dei 3.000 nomi delle persone che sarebbero state coinvolte nella Trattativa Stato-mafie. Il condizionale è d’obbligo fino al suo eventuale ritrovamento.
Giudici e giornalisti lo chiamano “archivio Riina”, perché fino al suo arresto nel 1993 è proprio Salvatore Riina a custodire l’elenco, che poi sparisce tra le polemiche della mancata perquisizione del covo di via Bernini e nessuno lo trova più. Anche perché a nessuno interessa rendere noti quei nomi, né dalle parti dei clan né da quelle delle istituzioni, esattamente come accade per la lista completa della loggia di Licio Gelli.

Una strategia politica dietro gli arresti mancati dei boss mafiosi?

La mancata perquisizione del covo di Riina è stata discussa, tra gli altri, nell’ambito del processo per favoreggiamento aggravato alla mafia nei confronti dell’ex generale dei carabinieri Mario Mori e del colonnello Mario Obinu[4]. Entrambi assolti nei tre gradi di giudizio, sono stati accusati per altri due mancati blitz: quello del 31 ottobre 1995 a Mezzojuso, contro Bernardo Provenzano, poi arrestato solo 11 anni dopo, l’11 aprile 2006; il mancato arresto di Benedetto “Nitto” Santapaola (Terme Vigliatore, 1993), uno dei boss contrari alla “fase stragista” che verrà comunque arrestato nel maggio 1993. Esiste una strategia nei mancati arresti e sequestri? E in questo caso decisa da chi? Questa strategia eventuale fa parte della Trattativa Stato-Consorzio?

Quanto potere ha oggi l’”Archivio Riina”?

3.000 i nomi dell’”Archivio Riina”: 3.000, dunque, le persone coinvolte a vario titolo nella Trattativa Stato-mafie? Quanti di quei nomi sono oggi noti – perché arrestati, pentiti, deceduti, etc. - e privi dunque del loro potere? Quanti, invece, continuano a far parte del “criptogoverno”, dell’”anti-Stato” che mette insieme mafie, istituzioni, massoneria, imprenditoria e servizi segreti?

Sappiamo che quel documento esiste, e almeno fino al 1993 è nelle mani di Salvatore Riina, che lo custodisce nella cassaforte della sua villa di via Bernini a Palermo.
Sappiamo che esiste una “camera di compensazione” (il “Consorzio”, come lo abbiamo qui chiamato riprendendo la definizione da alcuni collaboratori di giustizia) che rende possibile l’incontro tra cosa nostra e ‘ndrangheta con le istituzioni, i servizi segreti – nella loro componente filo-atlantica, come Gladio – imprenditoria e massoneria. È sulla lista dei 3000 nomi che si basano queste alleanze? Se così fosse questa lista sarebbe una assicurazione per il mantenimento del potere del e nel "Consorzio".

Provenzano “governatore ad interim”

Una assicurazione che, almeno fino al 1993, permette a Salvatore Riina di guidare cosa nostra e, di conseguenza, la fase stragista del "Consorzio" (la “Prima Repubblica mafiosa”). Poi le bombe si fermano, senza un motivo apparente, e Salvatore Riina viene arrestato dagli agenti del Ros guidati dall’allora Capitano Sergio De Caprio. Arresto favorito da un accordo di immunità concesso dallo Stato a Bernardo Provenzano, che “inabissa” l’organizzazione in cambio della fine delle stragi. O almeno questo dice una seconda ricostruzione dei fatti, non per forza alternativa a quella ufficiale. Anche la resa dopo 43 anni di latitanza, trattata da Provenzano tra il 2003 e il 2005 con conseguente arresto nel 2006, fa parte di questo accordo di immunità?

Con l’arresto di Riina è Provenzano a prendere le redini di cosa nostra, nel momento in cui alla guida del "Consorzio" inizia la fase di transizione che porta dallo stragismo corleonese all’inabissamento e poi alla “fase imprenditoriale” della ‘ndrangheta (la “Seconda Repubblica mafiosa”), cui cui lo stesso Provenzano intrattiene rapporti, soprattutto con i De Stefano e gli Iamonte. Non è dunque un caso che alcuni pizzini del boss corleonese vengono inviati proprio da Reggio Calabria. Chi, tra anti-Stato e Stato, affida a Provenzano il ruolo di “governatore ad interim” per il passaggio tra le due fasi politiche del "Consorzio"?

Lo “Stato parallelo” e il patto sull’”Archivio Messina Denaro”

Se l’”Archivio Riina” fosse ritrovato potrebbe non solo accelerare la ricostruzione giudiziaria dei rapporti Stato-mafie ma anche evidenziare – o magari risolvere – quelle zone d’ombra che i processi stanno lasciando o hanno lasciato ai margini.
Zone d’ombra che si traducono in un enorme potere di ricatto nei confronti dello Stato. Un potere di ricatto che oggi si vuole in mano a Matteo Messina Denaro, a cui l’”Archivio Riina” sarebbe stato consegnato da Gioacchino La Barbera. è questo potere che permette la pluridecennale latitanza del boss trapanese? Nel 2016 vengono trovate prove di suoi spostamenti tra Sicilia e Calabria: è Matteo Messina Denaro a guidare il "Consorzio" dopo l’arresto di Provenzano? È lui ad assicurare la pax istituzioni-mafie che da almeno due decenni ha chiuso la fase stragista? È per tutto questo che Matteo Messina Denaro non è ancora stato arrestato?

Oppure ha ragione chi sostiene che il boss trapanese, morto, rappresenti solo un “brand”, un “cartello” necessario al Consorzio, e dunque tanto alle mafie quanto ad una certa parte delle istituzioni – per nascondere il vero potere che si cela negli accordi Stato-mafie?
Il suo (eventuale) arresto costituirà l’inizio della “Terza Repubblica mafiosa”? E in tal caso chi ne prenderà le redini? Secondo quali accordi? E, soprattutto, con quali pezzi dello Stato?

[4 - Fine]
[3 - Le bombe del 1992 come grammatica di base della Seconda Repubblica]
[2 - Sangue sulla Falange (Armata) dentro il carcere "parallelo" del Protocollo Farfalla]
[1 - Storia delle mafie «Integrate» (con pezzi dello Stato)]

Note

  1. In una intervista rilasciata a Il Giornale il 20 marzo del 1999 Miglio, testualmente, dichiara: «Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale spinto fino al delitto[...]Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate»;
  2. È la cosiddetta “prima guerra di ‘ndrangheta” (233 morti) tra la vecchia e la nuova generazione della mafia calabrese: ad affrontarsi sono lo schieramento formato dalle ‘ndrine Piromalli, Mazzaferro, Cataldo, Mammoliti e De Stefano – vincitori della guerra – contro i Macrì e i Tripodo. A scatenare il conflitto l’omicidio di Giovanni De Stefano (24 novembre 1974) commissionato dai Tripodo;
  3. l’ex generale Mori verrà anche assolto, insieme a Sergio De Caprio – il “capitano Ultimo” - dalla III Sezione del Tribunale di Palermo perché il fatto non costituisce reato, in un apposito processo conclusosi il 20 febbraio 2006;
  4. L’inchiesta ha evidenziato, ad esempio, come per non ostacolarsi ‘ndrangheta e camorra si siano spartite i territori di Reggio Emilia – gestita dai calabresi – e Modena, sotto il controllo dei clan campani.

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