lunedì 16 settembre 2019

Accordo Sifar-Cia 1956, l'Italia firma il "copione" di una Repubblica eterodiretta (1/5)

Nelle immagini: la firma del Piano Marshall (a sinistra) e della Resa naziosta (qui nella firma del generale Alfred Jodl a Reims il 7 maggio 1945): le due firme da cui, di fatto, nascerà la Guerra Fredda

La resa nazista arriva il 2 maggio 1945 alla Reggia di Caserta, sede del quartier generale degli Alleati (“Operazione Sunrise-Crossword[Gnosis; RaiNews]). Un anno dopo, il 10 agosto 1946, il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri italiano, Alcide De Gasperi, si presenta da «ex nemico» alla Conferenza di pace di Parigi (video La conferenza della pace: De Gasperi a Parigi).
Ma la nuova Repubblica nata dalla Resistenza riflette la continuità con un passato ancora attuale, con la mancata defascistizzazione della neonata macchina burocratica repubblicana e l’adozione di leggi emanate durante il fascismo, come quel Codice penale Rocco abolito solo nel 1989.
Con la ufficiale fine dell’occupazione nazi-fascista e lo sbarco degli Alleati in Sicilia (10 luglio 1943) per l’Italia si apre «un copione che altri hanno scritto sulla nostra pelle», come scrive Pietro Orsatti ne “Il bandito della Guerra Fredda” (Imprimatur, 2017). Un «copione» che al vecchio protagonista – la lotta partigiana antifascista – sostituisce la nuova minaccia comunista.

Per approfondire:

Nascita di una Repubblica eterodiretta

Imputata e cobelligerante dopo la resa incondizionata, l’Italia deve ricostruire le proprie infrastrutture, la propria morale, la politica e l’economia trovandosi fin da subito sul confine tra due mondi: quello atlantico della ricostruzione statunitense e quello sovietico del “più grande Partito Comunista dell’Europa Occidentale”. Da una parte la strage di Porzûs (7-18 febbraio 1945), l’ingresso dei carri armati della IV Armata Jugoslava a Trieste (1 maggio 1945) e la scissione tra partigiani comunisti e le brigate “non comuniste” (cattoliche, liberali, azioniste, anarchiche e monarchiche); dall’altra i 1.470 milioni di dollari del “Piano Marshall” (o “European Recovery Program”, attivato per l’Italia tra il 1948 e il 1952) che indirizzano fin dai primi vagiti della Repubblica quel «copione che altri hanno scritto sulla nostra pelle»: l’elargizione dei fondi per la ricostruzione viene strettamente legata alla propensione anticomunista dei Paesi coinvolti nel Programma.

Nascita di un blocco di potere (anticomunista)

Un’Italia che si sta pian piano ricostruendo da sé, dandosi una nuova amministrazione attraverso le “Repubbliche partigiane” [Anpi; RepubblichePartigiane.info]. Esperienza che si scontra, però, con un blocco di potere che va formandosi in quegli stessi anni: Stati Uniti, Vaticano, una certa parte della vecchia borghesia nazi-fascista – che in parte rientrerà nell’amministrazione dell’Italia “liberata” - e clan mafiosi italo-statunitensi uniti nel piano per l’isolamento dell’Unione Sovietica. Ma l’Italia, per Washington, può essere utile nell’area mediterranea anche contro l’Inghilterra, impero in decadenza ma dalla ancora forte influenza sul protettorato medio-orientale e in pieno controllo del Canale di Suez. Finita la Seconda Guerra Mondiale, insomma, gli Stati Uniti si trovano coinvolti in un nuovo duplice conflitto: politico-ideologico con Mosca; commerciale con Londra, soprattutto in chiave petrolifera.

Il patto (atlantico) con cosa nostra

In questo «fronte antidemocratico»[1] che va via via rinforzandosi si sviluppano relazioni destinate a svolgere un ruolo di primo piano nel «copione» della Storia repubblicana.
Nel 1944 il vescovo di Caltanissetta intercede presso Charles Poletti – governatore delle aree liberate per l’Amgot, l’Amministrazione militare alleata dei territori occupati - per la nomina a sindaco di Villalba di Calogero Vizzini, capo dell’intera mafia siciliana.

Il ruolo della mafia nello sbarco Alleato in Sicilia – nella notte tra 9 e 10 luglio 1943 – è ormai storicamente ridimensionato, ma rimane incontrovertibile la «onesta o fidata collaborazione» tra truppe alleate e clan mafiosi, che un rapporto dell’Office of Strategic Services (Oss, antesignano della Cia) del 28 febbraio 1944 definisce

un partito composto da validi elementi che hanno sempre mantenuto l’ordine e gestito il potere[2]

È così che Vito Genovese, tra i più potenti boss di New York, diventa interprete per l’Esercito degli Stati Uniti o il boss Vincenzo Di Carlo è nominato responsabile dell’Ufficio per la requisizione del grano.

Saranno tanti i mafiosi - soprattutto «uomini-pistola», per dirla con Andrea Camilleri, rispediti con obbligo di dimora nelle loro città di origine in Italia perché utili all’Amgot che ne fa interpreti anglo-dialettali e uomini politici cui affidare l’amministrazione dell’Italia liberata, seppur non troppo bene dal solo pericolo nazifascista.
È anche grazie ai mafiosi “ritornati” che si sviluppa il Movimento Indipendentista siciliano, da cui genera quel “progetto separatista” che negli anni Novanta porterà alle “Leghe meridionali” e alle bombe corleonesi.

Insomma: l’antifascismo si ferma laddove non assicura potere in questa “nuova” Italia liberata che somiglia molto – troppo – alla vecchia.
Quando nel 1960, davanti alle telecamere di “Tribuna politica” ad Aldo Moro – già ex ministro alla Giustizia (1955-1957) e all’istruzione (1957-1959) – viene fatto notare che il candidato democristiano Giuseppe Genco Russo sia «generalmente e pubblicamente indicato come attuale capo della mafia siciliana», il futuro presidente del Consiglio italiano risponde così

Quattro anni dopo questa dichiarazione, «questo signor Genco Russo» viene inviato in soggiorno obbligato a Lovere (Bergamo), dopo un processo per associazione a delinquere in cui a sua difesa testimoniano i più alti vertici della Democrazia Cristiana, e – di conseguenza – dello Stato italiano.

”Smagnetizzare” il comunismo in Italia

La resa nazista a Caserta – ultimo atto di una serie di colloqui segreti tenuti in Svizzera – risolve problemi su entrambi i fronti: i nazisti devono smarcarsi da Hitler e dal suo piano di bruciare l’intero apparato industriale del Nord Italia, compresi i porti di Genova, Venezia e Trieste; gli Alleati hanno bisogno di interrompere la lunga scia di morti nel loro avanzare dalla Sicilia al nord della penisola.
Secondo lo storico Mimmo Franzinelli è questo il primo passo della Guerra Fredda

raffreddando il fronte occidentale e consentendo invece ai tedeschi di spostare divisioni sul fronte russo, nella prospettiva poi della Guerra Fredda e quindi di un possibile riutilizzo della Germania in chiave antisovietica

Una politica che l’ex agente dell’Oss (antesignana della Cia) Peter Tompkins indica essere adottata sia da Allen Dulles a Wiesbaden (Germania) quanto da James Angleton a Roma.

“Riciclare” fascisti e mafiosi è, dunque, una necessità già alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando un nemico è appena caduto e un altro è appena stato inventato: abbattuto formalmente il vecchio regime mussoliniano, i suoi residui servono a fronteggiare quel nuovo nemico comunista contro cui si rompe il patto fondativo della stessa neonata Repubblica: quel Comitato di Liberazione Nazionale che si divide ora tra la Chiesa cattolica e la “chiesa” comunista.

Operazione “Salvate la Democrazia bianca” (e democristiana)

L’immagine di questo nuovo corso è un manifesto elettorale

Una guerra di propaganda combattuta da entrambe le parti che vedrà comunque la Democrazia Cristiana vincere le elezioni del 18 aprile 1948, con il 48,51% dei voti contro il 30,98% di quel Fronte Popolare Democratico – formato da comunisti e socialisti – che, scrive la Cia in un rapporto del 5 marzo 1948, in caso di vittoria alle elezioni avrebbe istituito uno «stato totalitario di polizia». Per questo l’Agency suggerisce un intervento diretto statunitense «falsificando i risultati elettorali, sia con la forza», come gli italiani potranno leggere solo il 17 ottobre 1993 sull’Espresso, che con Gianluigi Melega pubblica il documento originale.

È lo stesso presidente statunitense Harry Truman (1945-1953), in un documento «top secret» del 21 aprile 1950 a definire l’Italia «Paese chiave per la sicurezza americana»[3], delineando un progetto che prevede di «usare tutta la loro forza politica, economica e, se necessario, militare» contro la presa del potere da parte del Partito Comunista in Italia, sia essa legale (vittoria alle elezioni o ingresso nell’area di governo, come nel caso del “compromesso storico” Moro-Berlinguer [OmissisEdizini/1; OmissisEdizioni/2]) che tramite azioni militari. Gli Stati Uniti, scrive in un rapporto sull’Italia il National Security Council[4]:

Nel caso in cui comunisti stiano per acquisire o abbiano già ottenuto il controllo del governo nazionale italiano oppure parti di questo, sia con mezzi legali che illegali, gli Stati Uniti dovranno essere pronti, alla luce delle condizioni esistenti in quel momento, a intraprendere ogni azione possibile e appropriata, sia da soli che assieme agli altri alleati, per assistere qualsiasi elemento italiano che cerchi di prevenire o rovesciare il predominio comunista

Maccartismo in salsa italiana

Con la vittoria elettorale della Democrazia cristiana, l’intervento militare preparato con i fondi occulti della Cia rimane una ipotesi solo teorica. Almeno in apparenza.

Per scongiurare la vittoria comunista a Roma, infatti, attraverso il “Cia Covert Aid” gli Stati Uniti – che oggi usano questi aiuti in Siria – definiscono per l’Italia un piano di finanziamenti occulti pari a 5 milioni di dollari l’anno tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Sessanta, come emerge da uno studio sul ruolo della ex ambasciatrice in Italia Claire Booth Luce (1953-1957), pubblicato il 7 febbraio 2017 dal dr. Ronald D. Landa del National Security Archive statunitense.
Denaro che si somma ai fondi usati per indebolire il Pci attraverso i contratti dell’”Offshore Procurement Programme, gestito dal Dipartimento della Difesa statunitense per creare accordi commerciali direttamente con le industrie europee. È all’interno dell’Opp, ad esempio, che Washington può inviare armi e rifornimenti ai partigiani italiani.

All’ambasciatrice Luce spetta un ruolo di primo piano nell’attuazione del “Piano Demagnetize”, elaborato nel febbraio 1952 dallo Psychological Strategy Board (Psb), organizzazione del Dipartimento di Stato statunitense (di cui fanno parte anche il Dipartimento della Difesa e la Cia) nata allo scopo di coordinare la guerra anticomunista mossa da Washington. È il Psb che, nel 1957, crea il Reparto “Monte Grappa”, l’unico addestrato alla guerra psicologica dell’Esercito italiano (oggi 28° Pavia di stanza a Pesaro) con sede a Verona, città che dal 1951 al 2004 ospita anche il Comando Forze terresti alleate del Sud Europa (Ftse).
Il Piano, che vede un parallelo nel “Piano Cloven” adottato in Francia – è sviluppato sotto l’ambasciatore statunitense Ellsworth Bunker, in Italia tra marzo 1952 e aprile 1953. Ne è garante Alcide De Gasperi, ininterrotto capo del governo italiano dal dicembre 1945 e di cui è nota la richiesta di mantenere segretamente una presenza navale statunitense nel Mediterraneo.

È, di fatto, la “fase maccartista” dell’Italia, che negli accordi con gli Stati Uniti vede inserire clausole come

  • apportare revisioni alla legge elettorale per diminuire la rappresentanza del Pci a tutti i livelli governativi;
  • adottare misure legislative e amministrative più vigorose per prosciugare le fonti di finanziamento del Pci in Italia, specialmente quelle provenienti da accordi commerciali con le industrie sovietiche o con altri Paesi satelliti;
  • prendere misure legali contro tutti coloro che fossero coinvolti in movimenti illegali o nascondessero armi;
  • favorire i non comunisti nell’affitto di case realizzate con l’utilizzo di fondi lire[5]
  • licenziare gli «appartenenti a cellule comuniste e socialiste» da quelle aziende che avessero voluto ottenere commesse da aziende statunitensi, soprattutto da quelle di Stato
  • licenziare gli «appartenenti a cellule comuniste e socialiste» dalle cariche amministrative di scuole ed università

Gladio, ovvero del patto fondativo della Repubblica italiana

Lasciato il pericolo nazista ai libri di Storia e mentre il vento del Nord abbandona le libere repubbliche partigiane per farsi atlantista, nel 1956 il «copione che altri hanno scritto sulla nostra pelle» vede scrivere per l’Italia un capitolo mai realmente chiarito: quella “operazione Gladio“ con cui è possibile mettere in fila gli altri Segreti italiani, le bombe, le stragi e gli accordi più o meno leciti. Quel Segreto che con l’interferenza statunitense alle elezioni politiche del 1948 è addirittura patto fondativo della Repubblica italiana.

[1 - Continua]

Note

  1. Per dirla con Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino, autori di Lupara Nera. La guerra segreta alla democrazia in Italia 1943-1947, Milano, Bompiani, 2009
  2. Ivi
  3. S. Flamigni, Dossier Gladio, Milano, Kaos Edizioni, 2012, p.10
  4. È l’organo che dal 1947 consiglia il Presidente degli Stati Uniti in politica estera e per la sicurezza nazionale. Attraverso l’Office of Policy Coordination permette alla Cia di agire nella politica estera statunitense. Flamigni, op.cit., p.16
  5. Istituito l’8 marzo 1945 con un accordo tra Governo italiano e Nazioni Unite – nello specifico la United Nations Relief and Rehabilitation Administration (U.N.R.R.A.) creato per assistere i Paesi maggiormente colpiti dalla guerra - viene ancora oggi utilizzato per finanziare attività socio-assistenziali attraverso la definizione di bandi pubblici a cadenza annuale, gestito dal ministero dell’Interno che definisce azioni ed aree di intervento, criteri e modalità di concessione dei contributi finanziari.

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