lunedì 23 settembre 2019

L'accordo Sifar-Cia del 1956 come primo passo per la strategia eversiva anticomunista in Italia (3/5)

La strage del treno "Italicus" (San Benedetto Val di Sambro, Bologna, 3-4 agosto 1974) è uno degli oltre trenta attentati sulla rete ferroviaria italiana. Un capitolo importante della "strategia della tensione" sviluppata nel nostro Paese. Quante di queste operazioni portano il marchio di Gladio?

Dal 1948 ad oggi la Storia della Repubblica italiana è un «copione che altri hanno scritto sulla nostra pelle», per dirla con Pietro Orsatti[1].
Un «copione» che viene messo nero su bianco grazie ad un accordo tra Sifar e Cia – i servizi segreti di Italia e Stati Uniti – firmato in un incontro del 18 aprile 1956 cui partecipano il colonnello Giulio Fettarappa Sandri e il maggiore Mario Accasto insieme agli agenti Cia Bob Porter e John Edwards. un accordo in cui sono racchiusi i primi anni della Repubblica: la propaganda anticomunista e l’occupazione di Trieste, le società di copertura dei servizi segreti (come la “Torremarina srl”) e la riabilitazione di fascisti e mafiosi dalla nuova «verginità antifascista»[2]. Un accordo in cui Cia e Sifar racchiudono il «copione» della “operazione Gladio” in Italia.

Gladio, un «copione» illegale?

Il 1956 è anche l’anno in cui iniziano gli incontri informali del Gladio Committee (8 membri italiani; 3 statunitensi), nello stesso anno in cui all’interno dell’Ufficio R il Sifar crea la “Sezione Sad”, in cui uno dei quattro reparti nasce esclusivamente come organo di collegamento con i servizi segreti statunitensi.

Ad oggi sono disponibili 112 documenti del Gladio Committee, tutti redatti dagli Stati Uniti ed accettati dall’Italia, stilati con doppia copia sia in inglese che italiano e numerazione sequenziale.

Nel documento “Gladio/1” del 29 novembre 1956 vengono rielaborati gli accordi Sifar-Cia già attivi in merito alla “rete di resistenza clandestina anticomunista”, tanto che proprio questo documento è considerato l’atto fondativo (ufficiale) della “operazione Gladio” in Italia.
Da un punto di vista procedurale “Gladio/1” è un documento interessante, emblematico della gestione dell’intera operazione: l’Italia accetta, retrodatandolo al 28 novembre, un accordo che non ha discussione né ratifica parlamentare né avallo del Consiglio dei ministri. Un accordo senza legittimità democratica, almeno ufficialmente, come lo saranno il “Bilateral Infrastucture Aggreement” sulle basi militari del 1954 [.pdf] (desecretato nel 1999) e quello sulle testate nucleari in Italia del 1957.

I documenti ad oggi ritrovati riguardano il biennio 1956-1958 e soprattutto aspetti organizzativi come la definizione del sistema di reclutamento – che inizia nel 1958-1959 – o dei modi in cui inviare documenti dagli Stati Uniti alle basi di Capo Marrargiu e Olmedo (Sassari), centro trasmissione Gladio.

Gladiatori tra piramidi e cerchi interni

Dopo l’iniziale reticenza dei nostri vertici militari, l’accordo Sifar-Cia del 1956 – materialmente firmato dal generale Giovanni De Lorenzo, da poco alla guida del servizio segreto italiano – permette all’Italia di entrare a pieno titolo nel Clandestine Planning Committee nel 1959, anno in cui il Comitato viene rinominato con un meno esplicito “Coordination and Planning Committee”.
Il 1959 è, inoltre, l’anno in cui si delinea la struttura gerarchica di Gladio, definita su tre livelli:

  • alla base vengono istituite le “Unità di guerriglia di pronto intervento” (Upi), bande partigiane immediatamente attivabili dietro le linee nemiche. Ne vengono definite 5 (Stella Alpina, Stella Marina, Rododendro, Azalea, Ginestra), che si aggiungono ai 40 nuclei operativi[3] che compongono, in questa fase, l’organizzazione Gladio
  • un livello “intermedio” formato da elementi “insospettabili” e per questo in grado di resistere dietro le linee nemiche, suddivisi in nuclei definiti in base alle specializzazioni operative
  • il direttivo, posto al vertice della struttura, composto da personalità che devono rimanere nascoste agli stessi gladiatori. L’identità dei suoi componenti è ignota ancora oggi

Questa suddivisione verrà ridefinita nel 1965, durante quel convegno all’hotel “Parto dei Principi” di Roma considerato primo passo della “strategia della tensione” italiana, nata invece con la strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947[4]: non più una struttura a livelli piramidali ma due cerchi concentrici

  • un livello “esterno”, composto da persone ideologicamente anticomuniste ma non provenienti dal mondo militare
  • un livello “interno”, composto da militari altamente addestrati e specializzati

L’Ufficio Zone di Confine e l'“operazione circoli paramilitari" del Nordest

Ampiamente rivisitato nel 1972, l’accordo Sifar-Cia del 1956 definisce Gladio come «complesso clandestino italo-statunitense».
Ma il vero obiettivo dell’Italia è ottenere, attraverso Washington, legittimità atlantica per le brigate anticomuniste attive soprattutto nel Nord Italia fin dall’armistizio dell’8 settembre 1943 e su cui il generale Umberto Broccoli, capo del Sifar, tenta la via “sovranista”.

Il progetto del Sifar ha un duplice obiettivo: continuare ad usare strutture e gruppi partigiani già attivi e fare affidamento elementi di comprovata fede italiana e, soprattutto, anticomunista.
Emblematico è lo scenario del Friuli Venezia Giulia, un vero e proprio laboratorio per lo sviluppo di Gladio. Da questa area di confine arrivano la Brigata Osoppo – pilastro della futura struttura atlantica – e le tante organizzazioni, militari e non, impegnate a difendere l’italianità della zona dalla minaccia delle truppe jugoslave di Jozip Bros Tito, che entrano a Trieste il 1° maggio 1945.

Strutture che fanno riferimento all’Ufficio per le zone di confine (Uzc), dipartimento della presidenza del Consiglio nato per fornire assistenza economica ai profughi della Venezia Giulia e della Dalmazia in fuga dai territori finiti sotto il dominio di Tito. Non a caso l’Uzc nasce come “Ufficio per la Venezia Giulia” nel gennaio 1946 sotto il ministero dell’Interno guidato da Mario Scelba. I fondi destinati a questo dipartimento servono affinché i comunisti non appaiano nell’area come gli unici difensori dei ceti meno abbienti, tanto che con il denaro arrivato da Roma vengono assicurate cure mediche per bambini ed invalidi di guerra, vengono aperte mense per i poveri, concessi sussidi ai disoccupati e realizzate attività e feste per rafforzare il sentimento “filo-italiano” dell’area. O almeno questo ne è lo scopo dichiarato.
Grazie allo storico Giacomo Pacini[5] sappiamo che attraverso l’Ufficio per le zone di Confine il governo di Roma supporta e finanzia

una ampia serie di associazioni, enti locali, movimenti politici, ma soprattutto formazioni paramilitari, che si prefiggevano il compito di difendere l’italianità del Nordest. In particolare, grazie ai fondi dell’Uzc a Trieste erano nate alcune organizzazioni nazionaliste che agivano mascherando la loro reale attività all’interno di innocui circoli sportivi[6] e alle quali vennero demandati speciali incarichi di difesa dell’ordine pubblico. nell’espletare questo compito di polizia parallela, però, una parte dei membri di tali strutture si rese responsabile di gravi atti di violenza che, attraverso aggressioni fisiche contro chiunque fosse sospettato di collusione con la Iugoslavia di Tito, finirono pure con lo sfociare in omicidi. Alcuni circoli, infatti, furono le sedi di vere e proprie formazioni paramilitari, composte da personaggi legati all’estremismo di destra e a cui in determinate occasioni si consentì di diventare gli unici garanti dell’ordine pubblico a Trieste. La presidenza del Consiglio era pienamente consapevole di ciò e tuttavia a lungo continuò a finanziare questi gruppi attraverso l’Uzc, con fondi che spesso finivano nelle mani di uomini che vedevano nello scontro fisico con l’avversario una sorta di banco di prova atto a dimostrare la debolezza dei comunisti nei confronti dei «veri» italiani

Dal maggio del 1947 il principale referente politico dell’Uzc è Giulio Andreotti, all’epoca giovane sottosegretario alla presidenza del Consiglio nell’esecutivo guidato da De Gasperi e che sempre negherà il suo ruolo di “deus ex-machina dell’Ufficio per le zone di Confine, al cui vertice è chiamato Silvio Innocenti, prefetto di Bolzano e consigliere di Stato che, sotto il governo Badoglio, è rappresentante del ministero dell’Interno nella Commissione per lo studio della delimitazione dei confini orientali e occidentali dell’Italia.
165 milioni di lire al mese, ricostruisce Pacini nel suo “Le altre Gladio”, vengono inviati dal governo di Roma per la difesa anticomunista dell’area, «fondi riservati, gran parte dei quali stanziati su decisione dell’allora sottosegretario Giulio Andreotti».

Secondo quanto dichiara Glauco Gaber al giudice Carlo Mastelloni il 14 febbraio 1996[7] tra i responsabili di questa “operazione circoli” c’è anche Prospero Del Din, uno dei responsabili della ricostruzione della Brigata Osoppo e della sua trasformazione in struttura atlantica. I nomi degli appartenenti ai circoli sono inoltre forniti anche ai servizi segreti statunitensi di stanza a Verona.

Tra il 1947 e il 1948, sulla scia di varie denunce in merito alla eccessiva libertà d’azione – e dunque sull’impunità dei membri – l’esperienza dei circoli è ufficialmente superata. I finanziamenti da parte del governo vengono interrotti solo per pochi mesi tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949. L’ultimo dato oggi disponibile, riportato ancora dal preziosissimo studio di Pacini, vede il finanziamento fino al 1953-1954 non solo dei vecchi circoli Cavana e Stazione, ma anche dell’associazione “Figli d’Italia”, nata con stretti legami con quegli Stati Uniti che proprio nel Nordest italiano in quei primi anni di Repubblica muovono le prime mosse dell’”operazione Gladio”. È dunque sempre più evidente come la “guerra anticomunista” che si sviluppa in Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sia ignota solo ad una parte della popolazione, forse nemmeno maggioritaria.

Intanto da un appunto interno del Sifar privo di data[8] ma predisposto per la visita del generale De Lorenzo a Capo Marrargiu (1965), parla di:

  • 1500 uomini «inquadrati nelle forze speciali» e divisi tra Nuclei di emergenza ed Unità di pronto intervento
  • 1500 uomini «disponibili immediatamente per il caso di mobilitazione»
  • 664 i «quadri» di tali uomini che sono passati per i 136 corsi realizzati a Capo Marrargiu

Le armi di Gladio

Circa 3.000 uomini – numero ben più alto dell’elenco “ufficiale” Gladio del 1990, fermo a 622 gladiatori – armati attraverso scorte speciali di copertura composte dal 1957 dalle vecchie armi osovane e da quelle inviate dagli Stati Uniti nel 1963 e nel 1969. a gestirle è l’Ufficio monografie del V° Comiliter di Udine, di cui sono responsabili prima il tenente colonnello Luigi Olivieri e poi li colonnello Aldo Specogna che, insieme a Del Din, sono i responsabili della ricostruzione in chiave atlantica della Brigata Osoppo.
È in questa sede occulta di Gladio che viene custodito l’elenco completo dei suoi agenti, che verrà distrutto nel 1973 dal colonnello Giuseppe Cismondi, capo della struttura nord-orientale.

Il materiale proveniente dagli Stati Uniti è raccolto presso la base di Camp Darby (Livorno) e da lì smistato ai reparti Gladio competenti. Le armi e gli esplosivi vengono concentrati nella base militare di Campo Mela (Sassari, oggi sede della Brigata Sassari), da cui nel 1997 un gruppo di ladri riuscirà a rubare kalashnikov – compresi di munizioni – mine antiuomo e anticarro, bombe a mano ed esplosivo al plastico. A gestire questi depositi “in superficie” - attivati in caserme di Carabinieri ed Esercito è l’Ufficio D del Sifar, destinatarie soprattutto le Unità di Pronto Intervento.

Molte altre armi vengono conservate in appositi involucri in grado di durare nel tempo e sotterrati in punti strategici del nord Italia, in particolare nel nord-est: sono i 139 "Nasco", ritrovati anche a Napoli e Taranto, che verranno smantellati dal 1972. Almeno ufficialmente.

Aurisina, l’inizio della fine di Gladio

Il 24 febbraio 1972, in una grotta nei pressi della stazione ferroviaria-bivio di Aurisina (Trieste) un gruppo di carabinieri in servizio si imbatte casualmente nel “Nasco n.203”, contenente sette contenitori di armi ed esplosivi destinati ai sabotatori Gladio.
L’informativa dei Carabinieri parla di:

  • 15 kg esplosivo plastico suddiviso in 24 pacchi;
  • 5 kg cariche esplosive di dinamite;
  • 200 m miccia detonante;
  • 80 detonatori;
  • 90 matite esplosive a tempo;
  • 20 accenditori a pressione;
  • 20 accendimicce a strappo;
  • 50 trappole esplosive;
  • 1 pistola automatica spagnola Star con 50 cartucce;
  • 1 pistola americana Histendard;
  • 1 pistola cal.22 con silenziatore e 50 proiettili;
  • 6 granate incendiarie; numeroso altro materiale esplosivo.

Pochi giorni dopo gli stessi Carabinieri di Aurisina trovano un altro scatolone sepolto in un’altra grotta contenente:

  • 2 pistole Star con 100 cartucce;
  • 6 bombe a frattura prestabilita;
  • 2 bombe al fosforo;
  • 1 binocolo;
  • 2 fondine a spalla;
  • 6 torce a mano;
  • istruzioni per ciascun oggetto.

È il secondo ritrovamento di un deposito di armi di Gladio. Il primo, sempre casuale, si deve ad un gruppo di operai Enel il 28 marzo 1968 a Ligorzano, nel comune modenese di Serramazzoni[9]. L’intervento del Sid riesce a tenere entrambi i ritrovamenti sotto silenzio almeno per un decennio.

Il mistero dei Nasco fantasma

Rimangono ad oggi un paio di “misteri” ancora aperti sulla questione Nasco: i depositi ufficiali sono 139, di cui ne verranno svelati solo 127. Nel 1990 il presidente del Consiglio Giulio Andreotti dichiara che dei Nasco mancanti due sono stati asportati da “ignoti” probabilmente già al momento dell’interramento (1964), due sono dislocati in prossimità di cimiteri che negli anni si sono ampliati, e dunque non sono più recuperabili così come gli altri otto, raggiungibili solo con demolizioni ritenute inopportune; gli altri 12 rimangono nascosti per l’impossibilità di portarli alla luce senza clamori. Dove sono – e cosa contengono – questi Nasco il cui ritrovamento sarebbe clamoroso? E infine: se i Nasco totali sono 139, perché quello scoperto ad Aurisina è identificato come il numero 203? Di conseguenza qual è il (vero) numero totale – e l'esatta ubicazione – dei Nasco?

1966: Gladio passa all’attacco

Intanto nel 1966, con l’Italia da due anni membro del “Comitato Clandestino Alleato” (ACC; 1964[10]) termina il lavoro del Gladio Committee. Stando ai documenti ad oggi noti, l’ultima riunione è del 26 gennaio 1966, incontro nel quale il rappresentante dei servizi segreti statunitensi guardando al quadro geopolitico internazionale propone l’allargamento dell’attività dei gladiatori a compiti di insorgenza e controinsorgenza.

Esercitazione “Strategia della tensione”

Compiti che i gladiatori italiani apprendono durante una esercitazione tenuta dalla U.S. Army Special Warfare School di Fort Bragg (North Carolina) a Trieste dal 15 al 24 aprile 1966: è l’“operazione Delfino“, cui partecipano i 30 membri dell’unità “Stella Marina” e la sezione Gladio di Roma. L’esercitazione prevede due fasi: la prima dedicata allo sviluppo della guerra psicologica ed alla applicazione delle sue norme su territorio occupato; la seconda fase – più prettamente operativa – prevede che i gladiatori si infiltrino in territorio nemico per sabotare linee di comunicazione ed elettriche, ponti e ferrovie nemiche od occupate.

Tra le azioni previste dall’esercitazione oltre ad attentati dinamitardi alle sedi del Pci, pestaggi a sacerdoti – da attribuire a comunisti – è riproposta l’infiltrazione in manifestazioni politiche e sindacali per provocare scontri.
«Riproposta» perché questa specifica azione è già operativa almeno dal 9 ottobre 1963, quando a Roma gruppi di civili organizzati, riconducibili al colonnello Renzo Rocca vengono impiegati per esasperare gli animi dei lavoratori edili scesi in piazza per chiedere il rinnovo del contratto di categoria: 168 feriti, 400 fermi, 33 arresti e 50 poliziotti finiti in ospedale il conto finale delle 5 ore di scontro.

Esercitazioni di controguerriglia come l’”operazione Delfino” vedono l’uso di mezzi navali italiani e statunitensi – oltre che dei paracadutisti – in varie zone del Nord Italia sia per appoggio a gruppi partigiani che per attività come il sabotaggio di ponti e gallerie ferroviarie (operazione “Aquila Bianca”, settembre-ottobre 196; “Lazio 2/69” del maggio 1969; “Aquila”, 1981; “Edelweis”, marzo 1984).
Altre esercitazioni come “Ariete” e “Bianco” - quest’ultima dell’ottobre 1984 – hanno come obiettivo il deragliamento di treni in galleria, con l’obiettivo di bloccare la circolazione ferroviaria. un’ampia parte della “strategia della tensione” potrebbe essere scritta semplicemente con gli attentati, riusciti e non, e le esercitazioni che hanno obiettivi ferroviari: dall’attentato all’”Alpen Express” a Trento del 30 settembre 1967 con due vittime proprio alla esercitazione “Bianco” e, in quel 1984, la strage del “Rapido 904” del 23 dicembre, con 16 morti e 267 feriti – passando per la strage dell’”Italicus” del 4 agosto 1974 (12 morti e 44 feriti in un attentato che sembra avesse come obiettivo Aldo Moro) fino alla strage alla stazione di Bologna (2 agosto 1980, 85 morti).
Sono oltre 30 le operazioni terroristiche sulla rete ferroviaria italiana. Per quasi due decenni, insomma, i treni diventano «arma e scenario del terrorismo» italiano. Quante di queste operazioni portano il marchio di Gladio? Ed è solo un caso che questi attentati – molti dei quali di matrice neofascista, e dunque anticomunista – inizino proprio l’anno che segue la richiesta degli Stati Uniti di trasformare Gladio da organizzazione (formalmente) difensiva a struttura (dichiaratamente) offensiva?

Gladio, il “Piano (B) Solo”

Ma soprattutto: perché nel 1966 Washington sente la necessità di questo formale cambiamento?
In un articolo scritto per il Fatto Quotidiano l’8 luglio 2016, il giornalista Maurizio Torrealta porta una tesi particolarmente interessante: Gladio sarebbe nata come “piano B” dopo il fallimento del “piano Solo”, il golpe imbastito nel 1964 proprio da quel generale Giovanni De Lorenzo che nel 1951 firma per il Sifar l’accordo con la Cia.

[3 - Continua]
[2 - Dalla Brigata Osoppo all'"operazione Gladio", nascita di una Repubblica anticomunista]
[1 - Accordo Sifar-Cia 1956, l'Italia firma il "copione" per una Repubblica eterodiretta]

Note

  1. P. Orsatti, “Il bandito della Guerra Fredda”, Reggio Emilia, Imprimatur, 2017
  2. La definizione è ripresa dall’articolo “Cos’è questo golpe? Io so”, che Pier Paolo Pasolini scrive per l’edizione del 14 novembre 1974 del Corriere della Sera
  3. 6 nuclei informativi; 10 sabotaggio; 6 propaganda; 6 evasione e fuga; 12 guerriglia
  4. Come ampiamente dimostra Pietro Orsatti proprio nelle 240 pagine de “Il bandito della Guerra Fredda”
  5. G. Pacini “Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia. 1943-1991”, Torino, Einaudi, 2014
  6. Secondo la ricostruzione di Pacini a ricevere la maggior quantità di fondi sono tre circoli di Trieste: circolo Cavana, circolo di viale della Stazione – ufficialmente aggregazioni sportive – e il circolo culturale “Oberdan-Rossetti”, la frangia più estrema di questa rete di movimenti, come il “circolo Ferluga” legato al Partito d’Azione e più volte chiamato a partecipare in esercitazioni organizzate dall’Esercito italiano in Friuli Venezia Giulia
  7. G.I. Venezia dr. Mastelloni, rg. 318/87, deposizione sign. Glauco Gaber, 14 febbraio 1996
  8. S. Flamigni, Dossier Gladio, Milano, Kaos Edizioni, 2012, p.18
  9. S. Flamigni, op.cit., p.20
  10. È l’organo, fondato nel 1958, per coordinare la guerra segreta. Secondo quanto denuncerà la Germania nel 1990, né il Ccp né l’Acc sono mai stati parte integrante della Nato

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