venerdì 27 settembre 2019

Operazione Gladio, il golpe (fallito?) del Potere (4/5)

Nell'immagine: Aldo Moro (a destra) e Pietro Nenni (a sinistra), rispettivamente presidente e vicepresidente del primo governo di centro-sinistra della Repubblica italiana (dicembre 1963-luglio 1964). Governo contro il quale verrà sviluppato il Piano eversivo anticomunista che segna l'intera Storia della Repubblica italiana.

Gladio e Piano Solo sono collegate tramite la base di Capo Marrargiu (Alghero), centro di addestramento dei gladiatori – costruito nel 1954 con i soldi della Cia e l’attività della “Torremarina Srl”, società di copertura del Sifar - che il sistema di potere dietro il generale Giovanni De Lorenzo vuole usare come prigione per le 731 personalità di sinistra che i servizi segreti indicano come “sovversivi”: nella lista rientrano politici, giornalisti, sindacalisti e uomini di cultura tanto quanto persone comuni.
Tra i nomi della "lista enucleandi” (in parte trascritta dallo storico Mimmo Franzinelli nel suo “Il Piano Solo”, Mondadori 2010) ci sono:

  • Arrigo Boldrini, l’ex comandante partigiano “Bulow”, deputato e presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Anpi)
  • Armando Cossutta, consigliere comunale a Milano e dirigente del Pci
  • Luciano Lama, deputato e segretario della Cgil
  • Luigi Longo, segretario generale del Pci dal 1964 al 1972
  • Giancarlo Pajetta, giornalista e deputato del Pci
  • Pier Paolo Pasolini, scrittore e regista
  • Gillo Pontecorvo, regista
  • Mauro Scoccimarro, ministro delle Finanze nei governi Parri (giugno-dicembre 1945) e De Gasperi (1946-953) e senatore del Pci

Piano Solo, «quando tentammo il golpe dei Carabinieri»

Tra la fine degli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta il generale Giovanni De Lorenzo è uno degli uomini più potenti della Repubblica: nel 1962 viene nominato Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri anche grazie a quel Partito Comunista posto al centro del dossieraggio illegale del Sifar guidato proprio dal generale (1955-1962) che arriva alla carica[1] su sollecitazione di Carmel Offie, consigliere politico del Dipartimento di Stato e collaboratore del Direttore della Cia Allen Dulles (1953-1961).
Pur passando a dirigere l’Arma, il potere di De Lorenzo rimane ben saldo anche nel Sifar, dove vengono posizionati alcuni dei suoi più fidati collaboratori:

  • generale Egidio Viggiani, che va a guidare proprio il Sifar grazie alla illecita promozione a generale[2]
  • colonnello Giovanni Allavena, controllato e (illegale) controllore di se stesso attraverso la nomina a direttore dell’Ufficio D e del CSS, i due uffici addetti al controspionaggio nel Sifar. Successore di De Lorenzo – di cui è di fatto l’uomo-ombra - alla guida del Sifar, il suo nome comparirà nella lista degli iscritti alla Loggia P2 e nella lista di 12 agenti Cia operanti in Italia.
  • colonnello Luigi Tagliamonte, che ricopre ruoli amministrativi sia nel Sifar che ne i Carabinieri
  • colonnello Renzo Rocca, capo dell’Ufficio “Ricerche Economiche e Industriali” (“Rei”) del Sifar, attivo nel controspionaggio industriale, è l’ufficio attraverso cui passano i finanziamenti dell'intera attività anticomunista italiana, raccolti dallo stesso Rocca, il quale verrà trovato morto in circostanze misteriose nel suo studio di Roma il 22 ottobre 1968.

Il piano promosso dal generale – il cosiddetto “Piano Solo” – che gode del pieno appoggio del Presidente della Repubblica Antonio Segni, ha l’obiettivo di porre fine manu militari all’esecutivo guidato da Aldo Moro, prima esperienza di governo di centrosinistra in Italia – vicepresidente è il leader socialista Pietro Nenni – spaccato al suo interno per la diversa posizione di alcuni ministri alle misure economiche da varare contro l’aumento dell’inflazione, come l’aumento delle imposte sulle auto e del prezzo della benzina o per limitare le vendite rateali.

La rivolta del Potere

Nato per la forte volontà dello stesso Moro, il suo primo governo è inviso ad un’ampia parte tanto della Democrazia Cristiana quanto del Partito Socialista, nella cui area nasce in questa occasione il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Psiup).
Anche gli Stati Uniti sono contrari a questa prima esperienza di governo di centrosinistra, tanto che già dal 1962 allargano il “Piano Demagnetize” proprio ai socialisti. L’ipotesi “compromesso storico”, insomma, non è mai stata una opzione realmente praticabile per la Repubblica italiana.

Ad aprire la crisi di governo, facendo pressione sul Quirinale, sono:

  • Cesare Merzagora – presidente del Senato e uomo politico che più guadagnerebbe dalla caduta del “Moro I”
  • Emilio Colombo, ministro del Tesoro
  • Guido Carli, governatore della Banca d’Italia
  • generale Giovanni De Lorenzo, che passa dal ruolo di iniziale sostenitore a quello di principale accusatore dell’esecutivo: è lui a denunciare al Presidente Segni la evidente «combutta» di Esercito e Polizia con il governo Moro-Nenni.

Su indicazione del Quirinale, il ministro Colombo scrive a Moro una lettera sulla allarmistica condizione dell’economia italiana «attingendo, per le valutazioni di ordine generale, a veline del Sifar»[3], guidato all’epoca da Viggiani (1956-1962), il quale dà mandato ai suoi uomini di organizzare la fase dei dossier (spesso falsi) sull’intera classe politica italiana poi usati per il “piano Solo”.
A dare formale avvio alla crisi di governo è però un articolo pubblicato da Cesare Zappulli del Messaggero - a cui il ministro Colombo consegna una copia della medesima lettera – cui nei giorni successivi faranno seguito un editoriale de Il Tempo «ispirato da Amintore Fanfani» e la richiesta di un governo d’emergenza da parte del Corriere della Sera.

Crisi di governo o colpo di Stato (fallito)?

Il 16 giugno 1964 alcuni dei principali esponenti della Democrazia Cristiana, tra cui lo stesso Moro, vengono messi al corrente del piano per il rovesciamento dell’esecutivo, mentre Togliatti apre ad un possibile governo Merzagora e Nenni denuncia il «tintinnio di sciabole».
Da un lato golpe contro il centro-sinistra, dall’altro piano per contenere le rimostranze e i disordini con cui i partiti di sinistra potrebbero insorgere per l’eventualità di un governo tecnico guidato da Merzagora. Il “Piano Solo”, dicono i sostenitori del progetto, serve per evitare un’altra rivolta come quella dei camalli contro il governo Tambroni nel 1960. Le opzioni per uscire dalla crisi, messe sul tavolo dal generale De Lorenzo, sono tre:

  • governo Moro senza socialisti
  • governo Merzagora, cui è favorevole anche il Quirinale
  • governo Taviani – all’epoca ministro dell’Interno e di cui è nota la vicinanza alle posizioni atlantiste

La soluzione a questa crisi di governo con cui la Repubblica esce dal suo primo colpo di Stato – realmente fallito? - è un governo Moro II da cui vengono eliminate la sinistra del Partito Socialista, la corrente della Democrazia Cristiana legata ad Aminotre Fanfani (ex capo del governo accusato di essersi allontanato troppo dall’elettorato tradizionale del partito) e soprattutto la parte più riformista del programma di un governo che si sta sempre più spostando al centro.
Fallita l’esperienza del primo governo di centro-sinistra, anche il “Piano Solo” non ha più motivo di esistere. Il generale De Lorenzo viene destituito, pur diventando Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e poi parlamentare fino al 1973 (Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica, 1968-1971; Movimento Sociale Italiano, 1971-1973). Nella storia della Repubblica italiana, il colpo di Stato militare diventa un golpe non realizzato. La caduta del primo governo di centro-sinistra che del “Piano” è obiettivo principale viene comunque ottenuta. Quello del generale De Lorenzo è dunque un colpo di Stato solo minacciato ma comunque necessario a realizzare un golpe politico “dolce”?

Per tre commissioni parlamentari d’inchiesta (Beolchini e Manes 1967; Lombardi 1968), per i giudici che condannano per diffamazione i giornalisti Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi – rei di aver realizzato un’inchiesta sul golpe De Lorenzo pubblicata su l’Espresso il 14 maggio 1967 - e per il giudice istruttore Giuseppe Moffa, che non rileva illeciti nella schedatura “anticomunista” del Sifar – 157.000 i dossier illegali totali – il “Piano Solo” non è mai stato, in concreto, un progetto di colpo di Stato.

Il decennio dei golpe mancati

Eppure tra il 27 e 28 giugno, nei giorni immediatamente successivi alla caduta del governo, il generale De Lorenzo indice una riunione – cui partecipano i capi di Stato Maggiore delle tre Divisioni dei Carabinieri[4] e alcuni agenti del Sifar – per definire dettagli e obiettivi del “piano Solo”, delineato ulteriormente in altre riunioni tra Roma, Milano e Napoli, sedi delle tre Divisioni dell’Arma.

È un decennio di golpe mancati, di rovesciamenti politici manu militari minacciati e mai realizzati: dopo il “Piano Solo”, a rovesciare il quadro politico-istituzionale – tentando la via al presidenzialismo anticomunista - ci proveranno il “principe nero” Junio Valerio Borghese nel 1970 [video] e, nel 1974, il conte Edgardo Sogno insieme all’ex repubblicano Randolfo Pacciardi, che dell’eventuale governo post-golpista sarebbe stato il presidente del Consiglio. Colpi di Stato con un punto in comune: bloccare primordiali forme di “compromesso storico”.
Il Piano Solo, il golpe Borghese e il cosiddetto “golpe bianco” hanno almeno tre costanti:

  • la formazione del governo in carica, formato dalla Democrazia Cristiana, dal Partito Socialista e dal Partito Socialista Democratico Italiano (Psdi)
  • la presenza di Aldo Moro, tanto nella veste di presidente del Consiglio dei Ministri (Piano Solo) quanto come ministro degli Esteri (golpe Borghese e Sogno)
  • il coinvolgimento di uomini della Loggia P2: il generale Giovanni De Lorenzo e il Conte Edgardo Sogno ne risultano iscritti, mentre il golpe Borghese prevede il rapimento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat da parte di un commando armato guidato da Licio Gelli, Gran Maestro della Loggia che ha, però, sempre definito questo particolare come un «teorema»

Gladio, il braccio militare della P2? Il triangolo atlantico

Gladio e P2 sono dunque elementi (paralleli) di un unico progetto politico? Un progetto che ha l’obiettivo di impedire l’arrivo al governo tanto dei comunisti quanto dei socialisti e, soprattutto, mantenere l’Italia nell’alveo atlantico. Il 17 maggio 1991 Giovanni Maria Bellu e Giuseppe D’Avanzo su la Repubblica scrivono che «dietro Gladio c’era la Loggia P2», soprattutto perché due dei principali “dirigenti” della struttura dei gladiatori – il capocentro Cia Howard H. Stone e il generale Vito Miceli, direttore del Sid che dal 1966 sostituisce il Sifar – sono iscritti alla P2, rispettivamente con tessera n.2183 e n.1605.

Gladio e P2 sono anche – e soprattutto – progetti diretti dagli Stati Uniti. Un dato incontrovertibile, certificato dall’accordo Sifar-Cia del 1956 e dagli strettissimi rapporti tra Licio Gelli e Washington, che forse emerge più con il ruolo della Loggia P2 nel golpe civico-militare in Argentina [Patria Indipendente; PeaceLink] (24 marzo 1976).
Se la P2 e Gladio fossero non l’una controllante dell’altra – come nella tesi di Bellu-D’Avanzo – bensì l’una il braccio militare (Gladio), l’altra il braccio politico-economico (P2) dell’ingerenza di Washington in Italia? Un progetto in cui, per riprendere in parte la tesi del politologo Giorgio Galli[5], la P2 sarebbe nient’altro che «una lobby interessata a difendere la collocazione internazionale dell’Italia e il suo sistema socio-economico»? «Difesa» che, attraverso Gladio, è anche difesa militare.
Qualunque sia la risposta, tra il Piano Solo e i golpe “minacciati” di Borghese e Sogno-Pacciardi il contesto politico italiano cambia profondamente. O forse rimane identico, prendendo però altre strade.

Il «sistema (delle bombe) a protezione del Potere»

Alle 16:37 del 12 dicembre 1969 si apre un capitolo nuovo per la nostra storia repubblicana: dietro la bomba che esplode a Milano, nei locali della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana[6] si muove quel «sistema di protezione del potere» - come lo chiama Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974 – che dal 1948, e probabilmente fino al 1993, agisce attraverso la politica del «destabilizzare per stabilizzare» l’Italia. Quel «sistema di protezione del potere» che, ancora con Pasolini, ha

gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974)

Per certi versi è un modo alternativo per realizzare un colpo di Stato: impraticabile l’opzione militare – che in quel decennio raggiunge l’obiettivo in Grecia con il regime dei Colonnelli (21 aprile 1967) e Cile con Augusto Pinochet Ugarte [ilPost; Repubblica; agenzia Agi;] (11 settembre 1973) – si può ottenere lo stesso risultato spaventando la popolazione, spingendo i cittadini a richiedere (o votare) in quell’Italia degli anni Settanta un governo di centro, non ufficialmente autoritario, in grado di chiudere ancora di più gli spazi politici del Partito Comunista.

Alla fine del 1972 gli Stati Uniti revocano l’accordo Sifar-Cia del 1956 per sostituirlo con un meno stringente “memorandum d’intesa”. È a questo punto che l’Italia cerca una maggiore copertura dell’”operazione Gladio” da parte della Nato.

La fase della destabilizzazione interna di Gladio

Il 1972 è anche l’anno in cui inizia la chiusura dei Nasco, dopo il casuale ritrovamento del deposito di Aurisina (Trieste). È da quel deposito che, in un primo momento, sembra provenire l’esplosivo per la strage di Peteano (31 maggio).
Mentre i depositi delle armi di Gladio vengono chiusi, in un discorso tenuto in novembre a La Spezia, il segretario della Democrazia Cristiana Arnaldo Forlani denuncia il «tentativo più pericoloso che la destra reazionaria abbia tentato e portato avanti dalla Liberazione ad oggi».

In quello stesso 1972, e poi nel 1973, dieci agenti dell’Ufficio D del Sifar vengono inviati presso la base Gladio di Capo Marrargiu per partecipare ad un corso di addestramento per imparare a realizzare e posizionare bombe sui treni. Attività che investe l’Italia già dal 1967.
Parallelamente al corso, i vertici della Cia a Roma – Howard Stone e Mike Sednaoui, entrambi membri della Loggia P2 chiedono (e ottengono?) un maggior coinvolgimento della struttura Gladio sul fronte interno, in particolare nel Sud Italia.
Richiesta che certifica, dunque, l’impiego di gladiatori almeno in missioni all’estero, come è oggi accertato – ma ancora poco approfondito – con la Operione Lima” (1987) richiesta, almeno formalmente, dal presidente del Consiglio Bettino Craxi.
È a questo punto che Gladio diventa elemento all’interno dei rapporti degli Stati Uniti con le mafie italiane? È per avvicinare l’organizzazione atlantica ai boss mafiosi che viene aperto il “centro Scorpione” di Trapani, di cui ancora oggi rimane misteriosa l’attività?

Il nemico Moro

75 milioni di dollari in 20 anni: è il costo dell’“operazione Gladio” per gli Stati Uniti secondo la Commissione d’inchiesta Pike, che nel 1976 viene formata dalla Camera dei Rappresentanti statunitense per indagare sull’attività illecita della Cia. Finanziamenti che si sarebbero fermati nel 1975 secondo quanto dichiarerà nel 1990 il generale Giovan Battista Minerva, direttore amministrativo – e dunque contabile – prima del Sifar e poi del Sid (1963-1975) al giudice Carlo Mastelloni, che tra gli anni Ottanta e Novanta indaga sull’abbattimento di Argo 16 [.pdf].
Finanziamenti che arrivano da Washington con un’unica, tassativa, condizione: nemmeno un centesimo deve finire alla corrente di Aldo Moro.

[3 - L'accordo Sifar-Cia del 1956 come primo passo per la strategia eversiva anticomunista in Italia]
[2 - Dalla Brigata Osoppo all'"operazione Gladio", nascita di una Repubblica anticomunista]
[1 - Accordo Sifar-Cia 1956, l'Italia firma il "copione" per una Repubblica eterodiretta]

Note

  1. S. Flamigni, Dossier Gladio, Milano, Kaos Edizioni, 2012, p.13
  2. G. De Lutiis, I servizi segreti in Italia. Dal fascismo all'intelligence del XXI secolo, Milano, Sperling & Kupfer, 2010, p.65
  3. “Piano Solo, le origini di un golpe impossibile”, Paolo Mieli, Nuova Rivista Storica
  4. Ovvero: 1a e 2a Divisione Pastrengo, istituite con Regio Decreto n.1594 del 16 luglio 1936 e 3a Divisione Ogaden, istituita con dispaccio del Ministero della Guerra n.4550 del 24 gennaio 1936, con sedi a Milano, Roma e Napoli. Nel 1991 vengono aggiunte la 4a Divisione Carabinieri dello Stretto a Messina e la 5a Divisione Carabinieri Vittorio Veneto, con iniziale sede a Padova
  5. G. Galli, La venerabile trama. La vera storia di Licio Gelli e della P2, Torino, Lindau, 2007
  6. Quel 12 dicembre 1969 le bombe sono in tutto 5: oltre alla bomba di Piazza Fontana (17 morti, 88 feriti), a Milano viene ritrovata una seconda bomba – inesplosa – in piazza della Scala, mentre a Roma esplodono ordigni alla Banca Nazionale del Lavoro in via San Basilio (16:55; 14 feriti); all’ingresso del Museo del Risorgimento in piazza Venezia (17:30, 4 feriti) e all’Altare della Patria (17:22)

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