lunedì 30 settembre 2019

Moro, il nemico di Gladio (5/5)

9 maggio 1978: il corpo dell'ex presidente del Consiglio Aldo Moro viene ritrovato nel portabagagli di una Renault 4 rossa in via Caetani a Roma. Perché Moro sembra essere il vero e principale obiettivo dell'intera "operazione anticomunista" in Italia?

Nella storia dell’”operazione Gladio” è evidente, su tutti, un elemento: gli Stati Uniti hanno un nemico, e quel nemico si chiama Aldo Moro.
Tra il 25 e il 29 settembre 1974, insieme al Presidente della Repubblica Giovanni Leone, Moro è convocato negli Stati Uniti dal presidente repubblicano Gerald Ford, chiamato a sostituire Richard Nixon, dimessosi in seguito allo scandalo Watergate. Al centro dell’incontro il ritorno nell’alveo atlantico dell’Italia, che il vento del “compromesso storico” sta spostando troppo a sinistra.

1969-1984: la prima fase stragista della Repubblica

L’Italia è nel pieno della sua prima fase stragista: ci sono già state le bombe di piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969) e di piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974), mentre il 4 agosto 1974 giornali e televisioni parlano dei 12 morti per la bomba esplosa sul treno Espresso “Italicus” a San Benedetto Val di Sambro, nella provincia di quella Bologna con cui questa prima epoca di bombe e stragi sembra avere un conto aperto. Nelle intenzioni degli attentatori doveva esserci una tredicesima vittima, l’unica che davvero gli interessava: Aldo Moro. Ma l’allora ministro degli Affari Esteri – racconterà la figlia Maria Frida nel 2004 – viene fatto scendere dal treno all’ultimo momento, rimandando di qualche anno un destino (politico e personale) che per le sue politiche era già segnato da tempo.

L’ombra cilena di Moro

O tu cessi la tua linea politica oppure pagherai a caro prezzo per questo

È diretta e non fraintendibile la minaccia che il segretario di Stato Henry Kissinger, consulente per la Sicurezza nazionale, muove ad Aldo Moro, come riporta Corrado Guerzoni, portavoce del leader democristiano, durante l’udienza nel “processo Moro” del 10 novembre 1982.
Un malore dovuto proprio a queste minacce costringe Moro al rientro anticipato in Italia, dove pensa addirittura di abbandonare la politica attiva. È storia nota, e forse non appare casuale che "eminenza grigia” del dossieraggio Sifar usato proprio contro il Moro I – attraverso il “Piano Solo” - sia Thomas Karamessines, capo stazione Cia a Roma (1959-1963) e, agli inizi degli anni Settanta, a capo del golpe militare che in Cile rovescia il governo socialista di Salvador Allende. Quello stesso Allende che Kissinger rivede proprio in Moro – o forse il contrario, guardando le date – e che, come il leader democristiano, verrà ucciso per le sue politiche, che ledono l’interesse geopolitico degli Stati Uniti.

Le Brigate Rosse e il piano per rovesciare l’Italia. Di cui non si accorgono...

Moro non lascia la politica attiva, e quattro anni dopo le minacce di Kissinger viene rapito e ucciso dalle Brigate Rosse (19 marzo 1978), mentre una parte dei servizi segreti – quel “gruppo Giovannone” che a Moro fa riferimento in politica – si attiva per salvarlo con una missione in Libano già il 6 marzo 1978, dieci giorni prima del suo rapimento.
Da prigioniero brigatista l’ex presidente del Consiglio parla anche dei finanziamenti illeciti statunitensi all’Italia e della stessa Gladio. È il momento in cui l’Italia si avvicina maggiormente ad essere un “Paese di Verità”, quando Aldo Moro, sotto processo da parte del capo brigatista Mario Moretti, mette in contatto i due più grandi misteri della Repubblica italiana: il Lodo filo-palestinese – di cui è principale artefice – e l’attività di Gladio, di cui è principale (ma non unica) vittima.

Le Brigate Rosse, in quelle dichiarazioni che poi comporranno il “Memoriale Moro”, hanno tutto il necessario per rovesciare il sistema istituzionale italiano, per far emergere uno scandalo clamoroso. Ma lo stesso Mario Moretti dirà di aver «sottovalutato» l’importanza di quelle informazioni, che verranno ritrovate in maniera (ufficialmente) fortuita, l’8 ottobre 1990, durante la ristrutturazione del vecchio covo brigatista di via Montenevoso a Milano.

#RedactedGladio

Lo scandalo esplode ad agosto. Dopo un’inchiesta del Tg1, il 2 agosto 1990 il presidente del Consiglio Giulio Andreotti è chiamato a rispondere alle domande della Commissione parlamentare stragi. Gladio diventa (parzialmente) nota in questo esatto momento.
Dichiarazioni che vengono dettagliate in un dossier di dodici pagine redatto da Palazzo Chigi il 18 ottobre. È, di fatto, la trascrizione della storia di Gladio: si parla dell’accordo Sifar-Cia del 1956 e del controllo degli Stati Uniti, dei Nasco, degli stanziamenti e delle modalità di addestramento dei gladiatori. Il documento sparisce, misteriosamente, per ricomparire quattro giorni dopo, profondamente censurato.

Una operazione che richiama alla memoria quanto accade l’1 ottobre 1978 a Milano, quando dal covo brigatista di via Montenevoso sparisce una parte del “Memoriale Moro”, portato fuori dall’appartamento, fotocopiato e riconsegnato ai carabinieri della Divisione Pastrengo guidati dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Pur controllato «mattonella per mattonella», per dirla con le parole dell’ex procuratore aggiunto di Milano Ferdinando Pomarici, la parte più “pericolosa” del Memoriale viene ritrovata dodici anni dopo – il 9 ottobre 1990 – nascosta dietro un pannello sotto una finestra di quello stesso appartamento. Ancora una volta, al centro di tutto c’è Aldo Moro. Solo un caso?

L’operazione (mezza) verità di Andreotti

Un segreto durato quasi cinquant’anni, nato di fatto con la nascita della stessa Repubblica, viene reso pubblico nel giro di un paio di mesi, tra agosto e ottobre 1990. È una rivelazione parziale e fortemente censurata, tanto che ancora oggi di Gladio, come operazione e come struttura militare, si sa ben poco.
In quell’ottobre 1990, il presidente del Consiglio Giulio Andreotti rivela l’esistenza di una struttura armata, a carattere anticomunista, composta da civili e militari che per oltre 40 anni (almeno 40 anni?) è stata messa in allerta contro una possibile invasione comunista, che ci sarà – in piccolo – nella Trieste della metà del 1945.

Una “operazione verità” che è, però, solo di facciata: Andreotti pone l’obiettivo sul “Sid parallelo”, un gruppo eversivo anticomunista legato ai servizi segreti operante in Veneto negli anni Settanta e non sovrapponibile a Gladio. Ma, soprattutto, una “operazione (mezza) verità” perché mentre il presidente del Consiglio rende pubblico, la Procura di Roma nasconde, togliendo ai giudici militari di Padova Benedetto Roberti e Sergio Dini l’inchiesta che hanno aperto su Gladio, parallela all’indagine che a Venezia porta avanti il giudice Felice Casson, contro cui da Roma viene avviata – e immediatamente archiviata – un’azione penale.
L’”operazione Gladio” è inoltre alla base - più o meno diretta - per l’attentato (non riuscito) contro il giudice istruttore Carlo Palermo[1], mentre Giovanni Falcone – e di conseguenza Paolo Borsellino – vengono uccisi da quelle bombe di una mafia (il “Consorzio” cosa nostra-’ndrangheta) usata dal Potere atlantista contro l’arrivo del comunismo al potere in Italia fin dai tempi del bandito Salvatore Giuliano (1 maggio 1947), come ricostruisce Pietro Orsatti ne “Il bandito della Guerra Fredda” (Imprimatur, 2017).

Gladio, il pilastro di una Repubblica eterodiretta

Almeno fino al 1990, dunque, di Gladio – come operazione e come struttura (para)militare – non si può parlare, e ancora oggi poco si sa della sua reale incidenza sullo sviluppo della Repubblica italiana.
Perché Gladio – ancor più del Lodo Moro, cui è comunque legato – è “Il Segreto della Repubblica italiana”, con la maiuscola. Segreto che è addirittura patto fondativo segreto della Repubblica tra Stati Uniti e Italia. Gladio, per la Repubblica italiana, è il Segreto in grado di mettere in fila tutti gli altri segreti, quello per la cui difesa il «sistema di protezione del potere» giustifica bombe, omicidi, stragi e accordi illeciti. Gladio, o meglio la tensione anticomunista che tale operazione provoca, per dirla con le parole di Pasolini è il segreto in grado di definire l’«intero, coerente, quadro politico» dei cosiddetti “Misteri d’Italia”.
Gladio è, dunque, il fulcro di quel «copione che altri hanno scritto sulla nostra pelle», per dirla ancora con Orsatti. Anzi, Gladio è quel «copione».

Gladio non come struttura (para)militare ma come operazione nata dal fallimento del golpe De Lorenzo, è realizzata attraverso una serie di sigle eversive, fasciste e neofasciste, necessarie a realizzare un «progetto di sostegno e di spinta a un mutamento istituzionale di carattere decisamente illegale», come scrive il giudice Guido Salvini nella sentenza del 12 marzo 1995[2]. Organizzazioni come la stessa struttura civile e militare di Gladio, i Nuclei per la Difesa dello Stato, la banda di Salvatore Giuliano, ”Ordine Nuovo” «sorretta dai servizi di sicurezza della Nato» - dichiara l’ex comandante della Guardia di Finanza, generale Vittorio Emanuele Borsi di Parma, nell’ambito del procedimento sull’abbattimento di Argo 16 il 30 dicembre 1997 – o le molte sigle neofasciste usate in quegli anni per bloccare, con qualunque mezzo, l’arrivo del Partito Comunista e del Partito Socialista ai vertici dello Stato italiano e nei gangli più profondi del suo “criptogoverno”.
Piani istituiti per contenere, e in seguito rovesciare, i tentativi di emancipazione dell’Italia, tentata attraverso la via del “compromesso storico” e del “filo-arabismo” - sviluppato comunque all’interno del blocco atlantico – attraverso l’attività di Giovanni Gronchi al Quirinale (1955-1962) e Amintore Fanfani a Palazzo Chigi, con Aldo Moro a guidare l’agenda estera dalla Farnesina e la geopolitica economica dell’Eni di Enrico Mattei a ridefinire il ruolo dell’Italia come «ponte tra Occidente e mondo arabo», per dirla con le parole del sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, indirizzate proprio a Mattei.

Per approfondire:

  1. Il Lodo Moro prima del Lodo - OmissisEdizioni.info, 25 maggio 2018
  2. Quando l'Italia faceva politica estera. Aldo Moro e il Medio Oriente - Vito Saracino, Nuova Rivista Storica/Corriere della Sera, 9 maggio 2018

Palme-Videla per capire la Gladio italiana?

La scoperta della Gladio Italiana nasce da un’inchiesta giornalistica, firmata da Ennio Remondino, che il Tg1 manda in onda in quattro puntate nel luglio 1990: è una lunga intervista in cui l’ex agente Cia Richard Brenneke affronta non solo i rapporti Cia-Loggia P2, ma anche il ruolo della “strategia della tensione” come strumento politico nel nostro Paese.

Una strategia – un «copione», rimandando ancora a Orsatti – che per Brenneke è gestita all’interno di un più ampio disegno geopolitico globale da una loggia massonica internazionale (“P7”) di cui la P2 sarebbe la sezione italiana, seppur con un rilevante ruolo sul piano internazionale, come dimostra il suo peso nella dittatura civico-militare argentina.
Sono questi i «nomi» di cui parla Pier Paolo Pasolini nel suo famoso articolo “Cos’è questo golpe?” pubblicato il 14 novembre 1974 sul Corriere della Sera? Quei «nomi» che

hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974)
[...]gruppo di potenti che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista.
[...]coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista)

Gladio-P2, facce di uno stesso piano anticomunista?

Gladio come strumento prettamente militare e la Loggia P2 come agente politico-economico sono dunque dispositivi con i quali gli Stati Uniti creano la «tensione anticomunista» e assicurano la fedeltà atlantica dell’Italia? Si può leggere in tal senso il “ruolo anticomunista” della mafia italiana e la doppia appartenenza Gladio-clan di personaggi come Vito Ciancimino e Paolo Romeo?

Gladio come struttura militare viene smantellata il 13 dicembre 1990. Almeno ufficialmente. Il 21 dicembre la Procura di Roma sequestra tutta la documentazione sul tema, conservata a Forte Boccea, sede della 7a Divisione Sismi che controlla Gladio, mentre il 26 febbraio il presidente del Consiglio Andreotti invia ai presidenti di Camera e Senato – Nilde Iotti e Giovanni Spadolini, rispettivamente – la lista dei 622 gladiatori.

L’illegittimità costituzionale di Gladio

Nell’aprile 1992 la Commissione parlamentare stragi approva la “Relazione sull’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio” [.pdf]. È, per certi versi, la sentenza di un processo storico e politico che dichiara la «illegittimità costituzionale progressiva» di Gladio, che secondo due rapporti della Digos di Roma coinvolge 860 gladiatori (238 in più rispetto alla lista ufficiale resa nota da Andreotti) e a vario titolo 1909 persone in totale, i cui nominativi vengono ritrovati nell’archivio Gladio sequestrato al Sismi.
La “sentenza storico-politica” sancisce che per oltre quarant’anni – dal 1948 al 1990, seguendo le date ufficiali – in Italia ha agito un gruppo di potere politico-economico e militare direttamente controllato da una potenza straniera (gli Stati Uniti) che dietro l’anticomunismo prima e l’antiarabismo poi ha indirizzato lo sviluppo della Repubblica italiana attraverso accordi segreti e finanziamenti illeciti, tramite bombe, stragi, omicidi e la minaccia di colpi di Stato.

«Né smentire, né confermare»

C’è abbastanza materiale per inchieste parlamentari e giornalistiche o per indagini giudiziarie, portando sul piano del reale quel processo alla Democrazia Cristiana - e dunque al Potere italiano – che Pasolini chiede nel 1975.
Mentre scoppia il caso dei fondi riservati del Sisde, altre esplosioni a Palermo, Roma, Firenze e Milano [OmissisEdizioni; Repubblica] spostano l’attenzione di politici, giornalisti e giudici sulle bombe di cosa nostra. L’attenzione pubblica passa così dal piano di «destabilizzare per stabilizzare» l’Italia alla «guerra per fare la pace» di Salvatore Riina. Progetti apparentemente separati dietro ai quali si nascondono le stesse «menti raffinatissime»?

Negli anni Novanta tre richieste Foia per l’accesso agli atti[3] vengono rigettate. Nonostante sia stata resa pubblica quasi trent’anni fa, dell’”operazione Gladio”, in Italia, si sa poco o niente tanto che insieme al Lodo Moro, a cui non è completamente slegato, rimane ancora uno dei più importanti segreti di Stato della Repubblica.
Un segreto che ha inciso – quando non direttamente indirizzato – la politica, l’economia e lo sviluppo stesso dell’Italia dal 1947 ad almeno il 1990, rimanendo alle date ufficiali.
Ma nonostante siano passati quasi tre decenni gli Stati Uniti, come risponderanno alle richieste Foia, non possono confermare né smentire l’esistenza della operazione politico-militare denominata “Gladio”. Forse perché questa non si è conclusa in quel 1990?

[5 - Fine]
[4 - "Operazione Gladio", il golpe (fallito?) del Potere]
[3 - L'accordo Sifar-Cia del 1956 come primo passo per la strategia eversiva anticomunista in Italia]
[2 - Dalla Brigata Osoppo all'"operazione Gladio", nascita di una Repubblica anticomunista]
[1 - Accordo Sifar-Cia 1956, l'Italia firma il "copione" per una Repubblica eterodiretta]

Note

  1. Strage di Pizzolungo del 2 aprile 1985 in cui al posto del giudice muoiono la trentenne Barbara Rizzo e i suoi due gemelli di 6 anni, Salvatore e Giuseppe Asta
  2. G.I Milano dr. Salvini, rg. 721/88, sentenza ordinanza del 18 marzo 1995, pp.415-58
  3. National Security Archive nel 1991; Giovanni Pellegrino nell’ambito dell’inchiesta sul caso Moro, 1995; Oliver Rath Kolb per l’Università di Vienna nel 1996

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